CAMBOGIA, 28-2-2010
Il tramonto sta per contaminare con prepotenza il cielo. E io voglio vederlo dalla sponda del Mekong. Butto in malo modo il mio zaino nella stanza di una guesthouse piena di ragnatele. Chiudo. Corro verso il fiume. Ci sono poche persone che ammirano l’acqua. Sembrano tutti pieni di quel che guardano. Li imito. Il sole ha iniziato la sua discesa. Il Mekong è un grosso mostro addormentato e sinuoso. Ti trascina nell’emozione. è incendiante.
Nella mia mente serpeggiano immagini improvvise. La parola 'fiume dei profumi' accompagnata dalla tenebrosa ultima scena di “Full Metal Jacket”. La risalita del Mekong da parte dei protagonisti di “Apocalypse Now”. La guerra in Vietnam. La gente che ho visto oggi, che ho visto ieri, che vedrò domani. Immagino un piccolo rivolo di sangue in mezzo al colore screziato dell’acqua.
Così tante cose che il cervello si ingolfa. E non penso più a niente.
Per qualche momento guardo e basta.
Il paesaggio è infiammato ed il sole è diventato un’enorme arancia che si appoggia sull’orizzonte. La sponda opposta del fiume brilla tremante. Scorgo delle palme e una lunga spiaggia. Ma in modo tremendamente selvaggio.
Inizio a scrivere le mie memorie, cercando di tenere attiva l’altra me stessa affinché possa cogliere ogni cambiamento nell’aria. Così, sdoppiata, vivo il tramonto sul Mekong.
Quando rialzo lo sguardo l’arancia è sparita nell’acqua. Resta solo il pallore dell’ultimo tramonto. Tutti iniziando ad andarsene. Restiamo in pochi nostalgici. Filippo va in camera a prendere il portafoglio, ceneremo presto stasera. Rimango qua, seduta su una seggiolaccia di plastica, a fissare davanti a me. Non ci sono turisti, solo qualche cambogiano.
Si avvicinano dei poliziotti. Riconosco il loro esser poliziotti da una divisa beige, degli stivali anfibi alti e dei manganelli che portano alla cintura. Sorridono. Parlano khmer. Sghignazzano a momenti.
Alzo lo sguardo, e mi stanno osservando tutti. Sono dieci. Non ho paura. Gli sorrido, e abbasso gentilmente lo sguardo. Continuo a scrivere il mio diario. Uno di loro mi viene accanto, dietro l’incitamento burlesco degli altri. Guarda cosa sto scrivendo, avvicinandosi obliquamente. Fingo di non vederlo. Poi è inevitabile, me lo trovo appiccicato. Simpaticamente alzo il quaderno per mostrarglielo. E gli sorrido, placida. Gli altri poliziotti continuano a ridacchiare. Mi sembrano le nostre pattuglie più scapestrate. Niente di più, niente di meno.
Continua a fingersi interessato, anche se non capisce una parola della scrittura latina. Poi incrocia il mio sguardo e sorride autoritario, come a dire: tutto a posto, sei pulita. Riprendo a scrivere, ma lui non molla. “Are you alone? Do you have a boyfriend?” mi chiede in un inglese stento. Gli dico che il mio fidanzato sta arrivando. In tre secondi il plotone si dissolve. Onesti asiatici….
Ceniamo in uno dei quattro ristoranti della città, che sono all’aperto. L’alternativa è il mercato. Ci siamo stati poco prima, ma l’unica cibaria espressa sono piattole arrosto. Evitabili, direi. La strada non ha illuminazione. L’unica luce forte proviene da uno dei ristoranti, in chiaro stampo europeo. È gestito da cambogiani e francesi, a quanto pare. Fanno le patatine fritte e le uova alla coque. Noi preferiamo una scrausa bettola di stampo khmer. Mangiamo carne amorfa, con qualche verdura allegata. Davanti a noi, dall’altra parte della stradina, c’è un ambulatorio. È una stanza di lamiere, senza porta. Dentro ci sono sei lettighe, l’una davanti all’altra, con sei malati sopra. Ognuno ha una flebo. Una donna peserà sui venticinque chili. È un mucchietto d’ossa, accovacciate. Non so neanche come faccia ad entrarle la flebo nel braccio. Fissa il vuoto. In questa città i bambini non ci sono.
La donna si gira e mi guarda. Lo faccio anche io, non riesco a smetterla. Spalanca la bocca. Mi sorride, con solo due denti. Io le sorrido, senza farle vedere i miei. Forse non voglio che me li veda. Ho paura che me li rubi oppure ho solo voglia di piangere per i suoi venticinque chili. Lei si dimentica di me, si gira verso il vuoto e continua a puntarlo inerme.
Molta umanità in questa piccola donna malata. colpisce la sua rassegnazione, questo attendere da sola il momento dell'ultimo passaggio. sicuramente inconsueto per occidentale.
RispondiEliminaBrava Federica
RispondiEliminainutile continuare, sei delicata e molto rispettosa...