martedì 26 ottobre 2010
lunedì 25 ottobre 2010
La Danza del Salomè continua - seconda parte - di Odisseoaitaca
dal diario di viaggio di "Odisseoaitaca"
Salomè, prima disturbato dalla voce neadertaliana di Joao,il soba di capo verde del gruppo,
in cuor suo dopo averlo maledetto alla 4 e mezzo di mattina alla fine lo ringrazio per avergli permesso di vedere tututa l' Aurora divenire Alba sulla collina di monoliti redondi (=onomatopeico) che troneggiavano nella porta della tenda, rocce grige dai colori insospettabilmente cangianti.
contento di ripartire, contento di arrivare.
e così dopo aver passato di lato dal cancello del IONA Parck, perché il guardiano angolanamente non c'era. e a vedere le condizioni del lucchetto anche ci fosse stato , mai l'avrebbe aperto senza fiamma ossidrica. Ritualmente attraversa il rio Curoca ed entra nel regno di Cronos.
e se ne accorge subito.
poco dopo, dopo una polvere statica galleggiante nell'aria e nei polmoni, finissima. ecco i guardiani
addio ai tondeggianti profili rocciosi
rapidamente si avvicinano loro.
Prima sembrano solo profili aguzzi, poi foresta pietrificata, infine
anche se ti dicono che son scisti dolci, diventano quello che sono
file di denti di squalo che si susseguono sulle collinette
e che aiutano a Salomè a ricordare quando danzò per quel giovane vecchio
che poi gli raccontò di essere il sopravvissuto compagno di Leonida
in quelle Termopili, che senza nessun obelisco sono ancora più ricordate di Ramesse II sul… Kadesh (please confermare il nome del fiume della sconfitta Ittita?)
Ed infatti c'e un piccolo passo difendibile da 5 uomini contro 1000000 immortali...
Salomè il tempo sfugge! l'immortalità è lontana, l'immortalità che non è sostituzione di persona, di corpo, di vissuto...
Salomè l'Immortalità quella vera senza tempo ed eguale nel tempo.
e via allora per savane ineguali, amplie, con "capin" giallo paglia solcate da struzzi che si muovono come le donne del Corno d'Africa, lentamente fiere.
le colline rocciose si aprono sempre a ventaglio, piccole velvetie seminate dal grande padrone, il tempo, compongono schiere, falangi macedoni in lieve bassorilievo ma vincitrici del tempo più di Alessandro.
Velvetie che a Salomè dicono che il Tempo esiste, e presto lui l'incontrerà
Salomè, è impaziente e non sa perchè, sale sul dorso del pick-up, guidato da uno stolido francese simpatico che guida come in un western all'italiana
ma lui se lo dimentica e vola come il falco dal becco giallo che sale alto nel cielo alla sua destra.
e se il jeep esce di pista e s'interra. Non fa una piega e continua a piedi, scoprendo che il "capin", l'erba secca, suona sotto i suoi piedi e che il calore non è mitigato dal vento.
Già il vento, il vento caro compagno del tempo, ti soffia al lato come un sorriso lungo kilometri e poi ti lascia lì solo come un cretino, senza portarti con lui.
Questo vento parallelo alla terra che suona nella tua bottiglia di birra vuota in mano.
Vento amico, vento messaggero di notizie sconosciute ed incomprensibili
Gazzelle ti portano a quei tondi assurdamente magici, molli, ma di arena uguale a quella attorno. dove non crecse erba. I Circoli di Attila?
Scherzo amaro, per una altra cosa incomprensibile a chi non è immortale ancora.
Scenario perfetto per danzare, ma Cronos non è là come spettatore, troppa vita attorno. ancora... camminando uno scarabeo juventino, testa nera / addome bianco ti ricorda la banale quotidianità di una fiorentina che se va bene si mangia da sola lo scudetto.
prosaico.
Ma questi circoli perfetti, delimitati da ciuffi più forti di erba che cresce fuori ma mai dentro, rispetta il circolo. Dossi interi di lunghe rughe di terra ritmate da questi circoli quasi geometricamente disegnati, quasi, ma mai euclidei.
Luoghi di riposo per zebre, per i razionalisti neo positivisti
orme di atterraggi UFO, per i visionari american-way-of-life
ombelichi del mondo, per i turisti tibetani
segni del Tempo, quando ha tempo per disegnare a suo piacimento come in questo predeserto dei più antichi del pianeta, per i Salomè
e via, si taglia un dosso lungo di traverso e giù scendiamo dove neppure gli alberelli conici che vivono di umidità e muoiono di vento e di vecchiaia, già non provano a scendere.
Tempo crudele. che a coloro che non permetti di raggiungerti, fai mirabilmente cancellare, anzi scancelli
Ed io che cosa ho da offrire al tempo? sapienza, allegria, gioventù..? nulla gli interessa, solo danza, danza Salomè, danza e non pensare
o meglio pensa che sia la ultima, quella della tua realizzazione completa.
Orix. questa grigia gazzella più che namibiana , crucca, la Ghemushbook. Regolare, con corna diritte (meno pale non uncinate) forse è Hoenzollern a cui mai è piaciuto l'imbianchino austriaco naturalizzato Bayerich. Ti sfugge di lato Salomè, ma le ricordi che il suo tempo avrà una fine quando dalla jeep non sarai tu a sporgerti, come sul ponte del tuo glorioso Flying Dutchman, ma una canna brunita come le camicie nere… canna di tuono come al Sand Creek.
E via dove il capin stenta a sopravvivere al tempo, si dirada il giallo chiaro lasci asempre più spazio al grigio azzurro di fine pietrisco.
E giù scendendo verso il solco del rio Kunene.
Non lo vedi, ma Salomè quel mare immobile, enorme con tonalità pastello beige chiaro che piega verso il solco nascosto.
Con quelle onde oceaniche asciutte, rimarcate dal sole cadente del pomeriggio inoltrato.
Quella fotografia del Tempo che vedi in lontananza, ed al cui incontro vai. Salomè il Tempo?...
Si, forse il tempo non è statico neppure nell'immortalita, perché sai che quei profili geometrici sono in movimento impercettibile
Allora neppure là è Cronos?!? ....dubbi…
e(v)viva la vita!
Kunene azzurro profondo, fanghiglia come guardia del corpo, la vita inpenetrabile presuntuosa, superiora che se ne va non curandosi dell'attorno
e pietre , dure , lisce, colorate, lanciate come semi nella grigia arena del deserto che non può, che non ce la fa a vincerti.
Hai dubbi Salomè? la vita ti chiama? sei sicuro che vuoi la immortalità?....si.. .certo...che la voglio danzerò!
Il Sole ti accompagna ormai obliquo per una obliqua discesa dolce solo nella pendenza, l'intorno grigio sempr emeno roccioso e più pietrisco fine
ti insinua il dubbio che senza morte non hay vita, tutto uguale, immutabile, eterno.
questa è l'eternità che agognavi?
Vento freddo , vento forte, uguale, stabile in forza e direzione, rumoroso anche senza frasche da penetrare.
e lì Foz de Kunene, la vita che passa fra cannetti stretti quanto l'umidità lo permette e poi desero a destra, dune inclinate sul fiume a sinistra
e lì 4 case di cemento scolorito invase da piccole dune di arena come fossero alieni che prima o poi le sommergeranno
ed al fondo un cinema dell’angola sovietica che risulta un centrale di pompaggio di acqua dolce per la Bahia delle Tigri, per i pescatori industriali di un decennio fa. Ora.
Luogo per 20 poliziotti che no si suicidano solo per tre motivi: non sono scandinavi ma sanamente angolani, cacciano gazzelle per sopravvivere e mai hanno letto il Deserto dei Tartari. Si caro Dino, qui, pensando a questo posto hai avuto, hai scoperto la necessità di scrivere quello che sentivi.
Salomè entra in crisi. Sì non ha voglia di danzare, ma di dormire. Si attorciglia al sacco a pelo in auto e non aspetta il tramonto per tramontare e scacciare i fantasmi del dubbio.
Ma non aveva fatto i conti con i sogni. Meglio non raccontarli, solo sogni sono, al fin.
Ed il calore da baracca a quota 7000 sull'Everest ma in odor di jodio oceanico della cena non basta a riscaldarti.
I 40 anni di diferrenza non servono a dividere la ragazzina (nera) dal signore (bianco). che il Tempo renda giustizia!
Salomè mangia cabrito, beve vino, fuma tabacco, saluta le stelle, saluta il rio e dorme...e purtroppo sogna di nuovo.
Ed è il secondo giorno.
Altri 300 kg, umani kilometri, sono trascorsi, ma il Tempo è ancora là fuori che ti aspetta per domani.
Il fiume scorre dentro, e domani affronteremo i dubbi di oggi.
"Odisseoaitaca"
La Danza del Salomè - prima parte - di Odisseoaitaca
Dal diario di viaggio di "Odisseoaitaca"
diario di viaggio...!?!
... volendo essere immortale, il Salomè decise di ballare per il re. Ed il re era Cronos.
Camminò molto, buche su buche, l'asfalto era finito, l'oasi sulla destra, occupata da due tribù: dai flamingo bianchi (detti gli alti) e dai flamingo rosa (detti i bassini) era già passata, ora diritti verso quell'orizzonte tagliato, interruptus ed allo stesso tempo apertissimo, chiarore di pietre che si separano dal cielo sempre più azzurro chiaro quando tocca terra, come la linea di separazione del ying-yang.
A destra a riparo di una delle poche colline stratificate, aguzze e pungenti finché non si sbriciolano impercettibilmente, quattro tombe bianche circondate da sabbia beige chiara, ma bianche come ossi di seppia dal sole.
E via il Salomè ha fretta. Incontra le velvetias, ed ha la prova che è sulla buona strada, più avanti troverà il Tempo. La velvetia con quei ritorcimenti delle sue foglie verdi e lisce sul tronco che sembra un grande fungo femminile scuro e screpolato ricordano il tempo che passa. Eppoi ora sono in fiore. Fiori maschi fini ed aguzzi con piccole sfere a batuffolo gialle di polline e fiori femmina ovaleggianti in attesa del Cupido ventoso.
Ed il tempo che non passa nei fiori secchi dell'anno precedente, secchi ma giammai putrefatti.
Ed il tempo che non passa nelle rughe chiare su cui appoggia il verde della foglia.
Ma invece no, il tempo passa. Corri Salomè, corri, che il verde delle foglie già diventa rosseggiante, rosso vermiglio e poi scheletro sfilacciato color cenere.
L'accidente può sempre accadere. Come a quella gazzella che passa ora dentro un pick-up di cacciatori "furtivi" come dicono qua, specie molto diversa dal nostro dolce Jordi impiccato da una corda d'oro per i cervi di Henry the senventh.
Corri Salomè, corri!
E via giù per la pista. avvicinandosi sempre più a quelle montagne là in fondo, nella penombra del calore e della foschia.
Azzurro, azzurro intenso, quanto l’ora passata in auto, con toni di verde smeraldo sulla fanghiglia della riva. "Pedivia": laghetto fra arena e pietroni ed il Curoca, fiume stagionale ora quasi in secca. Salomè vuole sentirsi vivo, e si immerge pensando che la bilarziosi non dovrebbe reggere quel calore dannato. La sua pelle sarà più elastica e danzerà con più sensualità. Fagocita con gli occhi quei colori che risplendono anche dalle pietre argento chiaro opaco per rubargli quello che hanno di vita.
e via di nuovo.
Ed ecco, anzi eccoli. quasi tutti a dorso d'asino, ma che strano, anche le lei hanno il diritto di cavalcare, (peculiarità dei Mwcuroca), vanno a prendere acqua.
Poveretti pensa Salomè… loro sono destinati a morire yo a vivere.
e via di nuovo, Cronos è lontano, con la segreta paura che non mi voglia ricevere, ed allora resterei Mwcuroca come finora sono.
ora ci addentriamo in un enorme campo di quelle collinette fatte di monoliti raggruppati. Sempre più grandi, sempre più vicino, fino ad entrare in un grande circolo e fermarsi. Ed è notte, ed è gintonic, si scherza si ride ci si conosce, Salome prova danze, senza che gli altri non vedano solo che un salace ma conquistatore umore toscano.
A tavola un fatto strano 12 persone. Il tredicesimo su di un altro tavolo. Il figlio del capo. ma alla destra del capo stempiato, grigio-bianco con piazzetta. Lei. teenager angolana dagli occhi bellissimi. Strano, non lo facevo così democratico.
Salutiamo le stelle che sopravvivono alla luna crescente dell'impero di Solimano e via a riparo di un monolite più enorme degli altri con Morfeo, con il respiro pesante per l'affanno di ripartire e di riuscire.
...stop, finita la gasolina per questa elucubrazione d’oggi. Già stanno chiudendo le cellette foderate di materassi di San Salvi.
NdT: per non scoraggiarvi vi dirò che avete percorso circa 300 km ed un dia su 4 è passato.
Questo è un messaggio e-mail non aggressivo, così rispondete: no grazie, ed automaticamente il nostro cervellone vi toglierà dal nostro indirizzario.
Omaggi alla signora, o viceversa Ossequi al signore.
"Odisseoaitaca"
domenica 17 ottobre 2010
Notte stellata nel Borneo
Il sole, tramontando, si è portato via i suoni diurni della giungla. E ha lasciato spazio a quelli più misteriosi, della notte.
La proprietaria filippina della guesthouse ha appena portato via le ciotole con il cibo. Lei sorride, sorride sempre. Gli altri quattro clienti si sono ritirati a dormire. Noi siamo rimasti sul pontile, sul fiume. Stiamo aspettando che il marito della proprietaria e il loro figlio ventenne siano pronti ad accompagnarci in un’avventura unica. Filippo scrive alcune cose, credo cifre. Io mi soffermo a leggere il diario delle firme degli ospiti. L’ultimo italiano risale a dieci anni prima, ed è un pisano.
L’uomo filippino appare improvvisamente alle nostre spalle, con un ingombrante impermeabile addosso. Ci fa segno di scendere sulla sponda, alla barca. Il figlio è già là che ci aspetta. Una volta arrivati ci facciamo aiutare per salire sulla barchetta. Il ragazzo si mette a prua, con in mano un telefono del due. Il padre, invece, si mette alle nostre spalle in piedi, con una grossa torcia accesa in mano.
Non fa freddo. Non fa mai freddo qui. Ma l’aria tiepida mi provoca un brivido.
Il ragazzo accende il motore dell’imbarcazione. Scivoliamo placidi lungo il fiume nero. L’unica luce proviene dalla grande torcia nelle mani dell’uomo, dietro di noi. La barca si sposta verso destra, costeggiando la sponda opposta. La foresta pluviale si erige impetuosa in ogni angolo. Sentiamo i magici movimenti della notte. L’uomo muove la torcia rapidamente, controllando attento ogni angolo della foresta. Illumina un gruppetto di nasiche addormentate su alcuni rami in alto. Ci dice, in un buon inglese, che stanno facendo la nanna. Procediamo controcorrente, col motore spento. Le mangrovie animano la giungla incantata, incorniciandola con le loro radici sinuose. Il fascio di luce della torcia sembra un’intrusione nella seduttiva giungla. Qualche uccellino colorato resta immobile, nonostante i bagliori, e si fa guardare, vanitoso. Abbiamo capito che a quest’ora della notte, eccetto qualche gufo e alcuni volatili di piccolo taglio, non vedremo molti animali. Nonostante ciò non spero di tornare indietro. Il caldo venticello, i silenziosi rumori, il magnificente buio, è un gigantesco ossimoro che vuole farmi essere lì. L’uomo inizia a sbadigliare. Nonostante i diversi riggit che ha guadagnato con la sua spedizione notturna fuori programma sta crollando dal sonno. Dice che tutti gli animali stanno dormendo. Ma và! E dice che forse è il caso di tornare indietro.
Poi fa una cosa. Che nessuno di noi si sarebbe aspettato.
Spenge la torcia. Ci eravamo abituati al suo innaturale fulgore e, una volta morto, ci voltiamo disorientati. Il ragazzotto accende il motore e fa voltare su se stessa la barchetta. La prua adesso punta obliqua all’altra sponda. Mette il motore al massimo. E partiamo.
Noi, la velocità e le stelle.
Strano che non me ne sia accorta prima: sono tantissime. Sembrano una marea di diamanti sopra un panno di velluto blu. Mai visto una cosa simile…
Un mondo di stelle, di galassie e di universi sopra di noi. Improvvisamente minuscoli nell’immensità. Penso alla mia mamma, dall’altra parte del mondo. Agli abitanti della piccola Cambogia, che non sono mai usciti dai loro esigui confini. Penso alle strade delle Keys in America, viste pochi mesi fa. A Parigi, in cui son cresciuta, con le sue magnifiche boulangerie. Penso a tutto il mondo. E penso che, nonostante la distanza, tutti stiamo guardando la stessa cosa. Quelle stelle sono mie quanto degli abitanti di tutto il resto del mondo. Penso a Dante che uscì a riveder le stelle. Penso agli achei in terra troiana, che di notte tornano all’accampamento distrutti. Penso al notturno di Chopin. A 2001 odissea nello spazio. Penso alla notte di San Lorenzo in montagna, tutti sdraiati su un pleid a guardare le stelle cadenti. Cavolo, c’è tutto là dentro. E mi sento avvolta da questa coperta che è l’unica cosa familiare, a parte Filippo, in questo angolo di mondo. E corriamo, sotto l’infinito, in mezzo alla giungla, nel Borneo.
Tramonto sul Mekong
CAMBOGIA, 28-2-2010
Il tramonto sta per contaminare con prepotenza il cielo. E io voglio vederlo dalla sponda del Mekong. Butto in malo modo il mio zaino nella stanza di una guesthouse piena di ragnatele. Chiudo. Corro verso il fiume. Ci sono poche persone che ammirano l’acqua. Sembrano tutti pieni di quel che guardano. Li imito. Il sole ha iniziato la sua discesa. Il Mekong è un grosso mostro addormentato e sinuoso. Ti trascina nell’emozione. è incendiante.
Nella mia mente serpeggiano immagini improvvise. La parola 'fiume dei profumi' accompagnata dalla tenebrosa ultima scena di “Full Metal Jacket”. La risalita del Mekong da parte dei protagonisti di “Apocalypse Now”. La guerra in Vietnam. La gente che ho visto oggi, che ho visto ieri, che vedrò domani. Immagino un piccolo rivolo di sangue in mezzo al colore screziato dell’acqua.
Così tante cose che il cervello si ingolfa. E non penso più a niente.
Per qualche momento guardo e basta.
Il paesaggio è infiammato ed il sole è diventato un’enorme arancia che si appoggia sull’orizzonte. La sponda opposta del fiume brilla tremante. Scorgo delle palme e una lunga spiaggia. Ma in modo tremendamente selvaggio.
Inizio a scrivere le mie memorie, cercando di tenere attiva l’altra me stessa affinché possa cogliere ogni cambiamento nell’aria. Così, sdoppiata, vivo il tramonto sul Mekong.
Quando rialzo lo sguardo l’arancia è sparita nell’acqua. Resta solo il pallore dell’ultimo tramonto. Tutti iniziando ad andarsene. Restiamo in pochi nostalgici. Filippo va in camera a prendere il portafoglio, ceneremo presto stasera. Rimango qua, seduta su una seggiolaccia di plastica, a fissare davanti a me. Non ci sono turisti, solo qualche cambogiano.
Si avvicinano dei poliziotti. Riconosco il loro esser poliziotti da una divisa beige, degli stivali anfibi alti e dei manganelli che portano alla cintura. Sorridono. Parlano khmer. Sghignazzano a momenti.
Alzo lo sguardo, e mi stanno osservando tutti. Sono dieci. Non ho paura. Gli sorrido, e abbasso gentilmente lo sguardo. Continuo a scrivere il mio diario. Uno di loro mi viene accanto, dietro l’incitamento burlesco degli altri. Guarda cosa sto scrivendo, avvicinandosi obliquamente. Fingo di non vederlo. Poi è inevitabile, me lo trovo appiccicato. Simpaticamente alzo il quaderno per mostrarglielo. E gli sorrido, placida. Gli altri poliziotti continuano a ridacchiare. Mi sembrano le nostre pattuglie più scapestrate. Niente di più, niente di meno.
Continua a fingersi interessato, anche se non capisce una parola della scrittura latina. Poi incrocia il mio sguardo e sorride autoritario, come a dire: tutto a posto, sei pulita. Riprendo a scrivere, ma lui non molla. “Are you alone? Do you have a boyfriend?” mi chiede in un inglese stento. Gli dico che il mio fidanzato sta arrivando. In tre secondi il plotone si dissolve. Onesti asiatici….
Ceniamo in uno dei quattro ristoranti della città, che sono all’aperto. L’alternativa è il mercato. Ci siamo stati poco prima, ma l’unica cibaria espressa sono piattole arrosto. Evitabili, direi. La strada non ha illuminazione. L’unica luce forte proviene da uno dei ristoranti, in chiaro stampo europeo. È gestito da cambogiani e francesi, a quanto pare. Fanno le patatine fritte e le uova alla coque. Noi preferiamo una scrausa bettola di stampo khmer. Mangiamo carne amorfa, con qualche verdura allegata. Davanti a noi, dall’altra parte della stradina, c’è un ambulatorio. È una stanza di lamiere, senza porta. Dentro ci sono sei lettighe, l’una davanti all’altra, con sei malati sopra. Ognuno ha una flebo. Una donna peserà sui venticinque chili. È un mucchietto d’ossa, accovacciate. Non so neanche come faccia ad entrarle la flebo nel braccio. Fissa il vuoto. In questa città i bambini non ci sono.
La donna si gira e mi guarda. Lo faccio anche io, non riesco a smetterla. Spalanca la bocca. Mi sorride, con solo due denti. Io le sorrido, senza farle vedere i miei. Forse non voglio che me li veda. Ho paura che me li rubi oppure ho solo voglia di piangere per i suoi venticinque chili. Lei si dimentica di me, si gira verso il vuoto e continua a puntarlo inerme.
Due poesie - Caterina
Caterina
VISITA ALL’ARBORETO
(di Vallombrosa, FI)
Mi guariscono un attimo
questi viali ordinati uguali
come i solchi che ci invecchiano
rassicuranti cartelli documenti
per piante foglie alberi
germogli ipotesi di vite
le specie finora conosciute
Sorride la guida sembra
un sole uno dei tanti
sanno di terra le sue parole
buone a crescere sequoie
catalogare i castagneti
e vorrei applicarle agli occhi
guarnirmi in tralci verdi
Ma appena ho i passi fuori
torna a covarmi il caos
la lava primordiale il cielo unto
lo spoglio dei rami la furia
contro i venti il dio cemento
e mi sento fuga di memoria
erba da falce la lama dentro
CONCERTO TERRESTRE
Sei un linguaggio che cerca con parole
la voce minerale ben nascosta nel terreno
fotografa le forme studia nel silenzio
l’anima chimica la formula astrusa
che fa crescere a tempo radici
Mentre il mio orecchio solo sa cogliere
il segno dei passi seminati sul selciato
suonare il contrasto salvare dall’ombra
il profilo più verde dell’erba
prima che il fiore l’accechi di rosso
(mani diverse sugli stessi tasti
unico fiato nella gola del suolo)
giovedì 14 ottobre 2010
Il bar di Molly - di Massimo Kapitani
Abbiamo un blog per Scrivere e cosa volete che mi ci si sieda sopra, che faccia l’ovo o che spetti maggio.No no voglio scrivere, commentare, essere commentato.Si sente di rado ormai l’espressione “aspettare maggio”. Da piccolo il babbo diceva “non mi par mill’anni di….” . L’espressione mill’anni l’ho trovata su un libro di poesie di Lorenzo il Magnifico, sì proprio quello che diceva – con un miliardo in tasca – “chi vuol essere lieto sia di domani non c’è certezza”. Dopo aver letto Celine sono diventato più aspro con i ricchi....
martedì 12 ottobre 2010
Un racconto per il corso: Nel giardino tra i guard rail
Questo è l'inizio:
Sedici ore di viaggio e film ingoiati interi. Classe economica. Non gli era rimasto quasi nulla. Ripensò alla serie di falli d'oro, che riposavano nella sala registrazione. Svettavano.
Atterrato. Spiegò le pieghe del corpo, in coda alla dogana brasiliana, incastrato in un gruppo di russi minacciosi e apparentemente privi di tutto. L’agente ai visti, quasi cortese – giovane, carina. Guardando meglio, qui tutti gli agenti sono ragazzini.
Schiera di tassisti con cartelli, per il pianeta gassoso di San Paolo Brazil. A misura d'uomo impazzito.
Questi alcuni link a materiali che mi hanno ispirato:
http://www.wallpaper.com/video/travel/city-short-so-paulo/207544211001
http://www.favelapainting.com/
http://literal.terra.com.br/rubem_fonseca/nasruas/nasruas.shtml?nasruas
Saluti,
Pietro Polsinelli
Primo capitolo del romanzo "Ombra tra due fuochi" di Sauro Bartolozzi
Dal Romanzo OMBRA TRA DUE FUOCHI
Capitolo primo
"Quel sabato, al primo calare delle tenebre, mentre attraversava l’androne semibuio del pianterreno, dalla feritoia della torre le arrivò il movimento sonoro intonato al suo stato d’animo. Per salutare la fine dell’ estate, nel vicino paese di San Bavello, il comitato delle feste aveva organizzato una notte di baldoria: ballo, musica in piazza, vino e tortelli. Già dal pomeriggio, passeggiando solitaria tra le querce e i castagni, Eleonora aveva trovato nel cinguettio dei fringuelli e nelle luminescenze del bosco l’ antidoto provvisorio alla malinconia. Un presagio l’ aveva colpita alla vista della vecchia cascina, ma subito si era difesa lasciandosi ammaliare dalle promesse del tramonto. Ora, svagata e leggera, risaliva il consunto scalone indirizzando precisi passetti verso l’ ala nord del castello dove accanto al torrione si era ritagliato un rifugio. Desiderava godere da sola il brillio della festa. Al piano nobile, sotto il frontone di pietra, strinse gli occhi per non vedere la ragnatela di cretti sul bassorilievo. Rapida, si lasciò alle spalle la doppia fila di arazzi sfrangiati. Tuttavia, giunta agli stemmi dorati, fu costretta a trattenere il respiro per l’ odore di rancido che filtrava nel corridoio. Confinata nella stanza di fronte vegetava sua madre. Fu tentata di passare oltre per non scalfire il buonumore. Forse per abitudine, o forse immaginando che non sarebbe stata tranquilla, accomodò il sorriso. Strinse la maniglia disponendosi a compiere il sacrificio serale.
La contessa Maria Gloria Del Colletto era sveglia. Rigida come un baccalà sporgeva scomposta. Legata col busto allo schienale della sedia a rotelle, aveva abbandonato il decoro del suo lignaggio. Sbavava mugolando e puntava le dita rattrappite al soffitto. Rimasta inferma a causa di un ictus, sopravviveva con l’aiuto di una giovane donna straniera che, all’ aprirsi della porta, spense il cellulare e lo nascose nella tasca della vestaglia.
- Stasera non vuole mettersi a letto, spiegò Anila
La ragazza era di origine albanese.
Eleonora avanzò accomodante. Finse di interessarsi soltanto ai lamenti della madre immaginando perfettamente con chi la badante fosse a colloquio. Anila si vedeva con un giovane di origine marocchina. Quasi ogni sera, dopo aver dato all’ inferma le gocce per aiutarla a dormire, spente le luci, lo faceva salire nella camera attigua. Lei aveva intravisto il giovanotto, scuro di pelle, uscire con passo felino dalla porta sul parco, più volte alle sei del mattino. Era rimasta indecisa se farlo presente al guardiacaccia. Per adesso preferiva sorvegliare e chiudere un occhio Una mosca cominciò a volare dal lampadario alla vetrata, le fece tornare in mente il brusio delle stanze nell’ infanzia lontana. Soprappensiero accarezzò la chioma materna. La contessa non capì la natura del gesto. Ebbe un sussulto e si liberò di un catarro. Eleonora indietreggiò imbarazzata. Ricompose il sorriso e dette la buonanotte, contenta di tornare nel corridoio. Fece quasi di corsa l’ androne che immetteva al ballatoio, passò la strettoia del tramezzo e, dopo aver inciampato nello scalino della porta chiodata, entrò nel rifugio
Lo stanzone squadrato, requisito dagli alleati nei giorni del passaggio del fronte, aveva il soffitto affrescato. Era una scena rupestre poco in linea con il tipo di mobili che si era scelta. Una fanciulla rosea e celeste precipitava da un dirupo atterrando tra le braccia di un fauno molto peloso. Lei aveva voluto arredare questo spazio in maniera spartana: letto basso, libreria laccata, portatile ed altri oggetti acquistati in un negozio di modernariato. Non che la sistemazione fosse agevole, tuttavia qui non sentiva il declino degli anni e del ceto. Qui incontrava il guardiacaccia.
Senza aver bisogno di fare luce, si orientò al chiarore che entrava dalla finestra. Nel semibuio scansò mobili e suppellettili vedendosi passare nella specchiera. Da un cassetto tirò fuori un copri spalle leggero e si affacciò al luccichio della festa.
La luna piena era ancora bassa. Di colpo le arrivò un rintocco dal santuario. Anche la valle ebbe un movimento leggero prima di calmarsi nel debole lume. Eleonora allungò lo sguardo verso la pendice del monte, individuò le chiome dei castagni sparse per la Selva. In basso, abituandosi al buio, cominciò a distinguere il tremito delle vigne da quello degli olivi. Nonostante lo strombettare della banda, le giunse il concertino dei grilli.
La distrasse il rumore di un mezzo che saliva. La strada piena di curve costeggiava un lato del castello. L’auto passò veloce e la fece tornare all’ assurda scena del promotore finanziario. Quella mattina, senza esitare, si era presentato un tipo abbronzato che, nonostante il divieto, era entrato in cortile con una golf metallizzata, parcheggiandola a fianco del pozzo.
Lei, abituata alle buone maniere, aveva fatto buon viso facendolo accomodare nello studio. Lui, faccia di bronzo, quasi l’ aveva aggredita, incitandola a disinvestire il capitale che teneva alla posta.
- Mi creda, adesso che la borsa ha toccato il fondo, chi non è fesso si muove. Si compra a poco, aveva garantito.
Parlava come se conoscesse le sue finanze. Ogni tanto le faceva l’ occhiolino. Accalorato dalle sue stesse parole avrebbe voluto farle firmare un’ assicurazione sulla vita che, a suo dire, dava la certezza di fruttare molto. Ma lei, sconcertata da quei modi, e spaventata dalla crisi dei mercati, era stata risoluta.
- Per quest’anno ho già perso abbastanza, non mi fido più dei vostri investimenti, gli aveva risposto.
Accostandosi alla porta lo aveva liquidato.
- Non ho figli, né nipoti, né altri parenti. In questo momento non mi va di pensare al futuro.
Il tipo aveva incassato senza curarsi di nascondere il disappunto. Si era sgonfiato e aveva spento la bocca. Risistemando la valigetta gli era scappata una bestemmia, se n’era andato senza chiedere scusa.
Intenerita dalla calma notturna, adesso, lei provava pena per la rozza arroganza dello sconosciuto che si era molto ingegnato per strapparle una firma. Tra l’ altro le aveva confidato di lavorare per una finanziaria vicina al governo… Però, come sapeva dei soldi che teneva alla posta?
Una farfalla notturna la costrinse a ritrarsi. Pensosa si aggiustò lo scialle. Consigliata dal fattore, per quest’ anno, aveva deciso di risparmiare sulla manodopera, lo imponeva la situazione. Di sicuro il vino non sarebbe stato tutto venduto.
Sentì qualcosa avvicinarsi. La porta cominciò a cigolare, piano. Non si scompose perché conosceva quel modo di arrivare. Rimase alla finestra fingendo di essere intenta ad osservare i cipressi ed il fitto lampeggio delle lucciole..."
- Alt Bachir, mi fermò il professore. - Le lucciole fanno atmosfera ma a settembre è da un pezzo che hanno smesso di lampeggiare.
- E’ vero! Le lucciole ci sono col grano, dissi mortificato.
Allungai il quaderno sul tavolino di ferro.
Entrò in giardino la signora Emma, madre del professore.
- Lucciole o non lucciole, questo ragazzo deve fare merenda, è secco e allampanato come un uscio, disse.
Spinse davanti a me un bicchiere con del succo di frutta ed una fetta di pane traboccante di marmellata. Rivolta al figlio chiese: - Ne vuoi una anche tu?
Il professore fece cenno di no.
- Ti va la marmellata di more, Bachir? Il professore mi trattava sempre con cortesia e quando si rivolgeva a me addolciva la voce.
Volevo rispondere che a sedici anni non si è più dei bambini. Da un pezzo avevo smesso di fare merenda. Però mi comportai come se mia madre Fatna fosse presente.
- Grazie signora, dissi.
Presi a mordere la fetta lucida che era buona.
Il professore sorrise ed alzò gli occhi per farmi capire che con sua madre dovevo avere pazienza. Quella donna non dimostrava gli ottantacinque anni che portava. Sembrava una cavalletta ed era sempre in azione per tenere in ordine il giardino. Però aveva il volto pieno di rughe ed i capelli radi, forse se li tingeva.
- A parte le lucciole, mi sembra che l’inizio prometta bene, affermò il professore facendomi inorgoglire.
- Guarda di non mettergli tanti grilli per la testa!... Accidenti alle zanzare, quest’anno il sindaco non ha fatto ancora disinfettare le fogne... Ciaff… Intanto questa non morde più!
- Forse dovresti togliere il ristagno dai sottovasi, brontolò il professore. - Ad ogni modo è bene che Bachir coltivi i suoi sogni.
- Con queste trappola del computer, oggi s’ impara solo a sognare, invece ci vorrebbero anche dei contadini per la terra che il Signore ci ha dato.
A dire il vero discorsi simili li sentivo anche da Rachi, mio padre, tutte le volte che discuteva con mio fratello maggiore, Hamid. Dal giorno che aveva trovato un lavoro fisso, lui, si era abbonato ad internet e nel tempo libero non aiutava più in casa. Stava sempre al computer, quando non correva da Anila di cui era innamorato.
Finii di bere il succo.
- Vuoi una salvietta? mi domandò il professore.
A volte mi dava fastidio la sua premura. Senza rispondere mi pulii la bocca con il dorso della mano.
- Spesso non mi viene la giusta espressione, perdo tempo sul vocabolario. So di non essere padrone della lingua, dissi.
- Non farti nessuno scrupolo, vai avanti così. Del resto quale altra lingua conosci?
- Solo un po’ d’inglese, quello che ci insegnano a scuola.
- Ti assicuro che anche i miei studenti non erano capaci di scrivere senza strafalcioni.
- Accidenti a questo scrivere! bofonchiò la signora Emma che intanto si era messa i guanti e zappettava le fioriture in fondo al giardino.
- E’ bene che lui impari un mestiere. Hai visto che fine ha fatto il tuo libro di poesie? continuò ostile.
- Professore! esclamai ammirato. - Lei ha scritto un libro di poesie? E glielo hanno pubblicato?
- Macchè!... Se lo è pagato. Si e no, lo avranno letto in dieci… Oddio un rospo tra le begonie!
Il professore che di solito la ignorava, si alzò.
- Lascialo stare, mangia le zanzare! le urlò.
Poi abbassò la voce.
- Io ho smesso di sognare, ma probabilmente ho sbagliato. Tu hai già in mente lo sviluppo del tuo racconto?
- Per adesso ho solo il finale.
- Quello lo conosciamo tutti. Anzi bisognerà trovare un nome diverso al paese. Che ne diresti di Santa... qualche cosa? Soprattutto non puoi chiamare Eleonora col suo vero nome.
- Ma io scrivo perché mi diverte, scrivo per fare esercizio.
- Humm, ci metti troppo impegno. Tu sei ambizioso, Baschir
- Io non so nulla dei castelli italiani.
- Consulta internet, un castello originale lo puoi vedere anche da casa tua.
Il professore mi sfiorò la mano. Quello che diceva era vero, del resto lui mi capiva. Invece di andare agli allenamenti, io passavo molto tempo seduto al tavolino. L’ allenatore mi aveva messo fuori squadra e non m’ importava. Quello che mi dava soddisfazione era capire come usare le parole. Volevo diventare scrittore.
- Bachir, sei giovane. Ti senti in grado di raccontare la complessità del legame tra il guardiacaccia ed Eleonora?
- Come narrativa straniera quest’ anno ho portato L’amante di Lady Chatterley...
- L’ amante di Lady Chatterley?!
- Tanto la prof non interroga mai sui libri scelti da noi.
- Non parlo di John Thomas e di Lady Jane... A proposito, attento a non stuzzicare il prurito a chi eventualmente ti legga, non è elegante, ridacchiò.
- ... Non voglio stuzzicare nessuno, io.
- ... Sicuramente Duilio era riuscito a plagiare Eleonora... Tuttavia restano due personaggi al di fuori della nostra mentalità.
- Qualcosa ho in testa. Anch’ io un poco sono straniero.
- Questo può essere un vantaggio. Comunque, anche senza radici, ti sai muovere. Credi che ti verrebbe più naturale ambientare questa storia a Marrakech?
Volevo dirgli che mio padre Rachi trovava sconveniente la nostra amicizia, ma in quell’ istante uno strido lamentoso arrivò dalla strada.
- Emmaaa, non viene alla funzione, staseraa?
La risposta arrivò con un urlaccio che percosse il giardino intimando alla visitatrice di aspettare. La signora Emma gettò la zappa ed entrò in casa furiosa inveendo contro il prete che non aveva suonato le campane. Tornò subito fuori con la corona, gridando al figlio di andare a spengere il gas.
Il professore la seguì con lo sguardo.
- Vai avanti, Bachir. Le correzioni le faremo a storia finita, disse . Dal tono di voce compresi che mi voleva congedare.
Intanto il mio telefonino trillò. Fatna, mia madre urlava in arabo cose incomprensibili. Capii che Rachi mio padre era arrabbiato con me.
Salutai, presi il quaderno ed inforcai la bici.
Dopo le prime pedalate scorsi un tizio che non avevo mai visto prima in paese. Era vestito elegante e si guardava intorno. Il professore mise il capo fuori dal cancello e lui sgusciò in giardino.
A casa, mia madre stava tagliando zucche e peperoni in cucina. Mi fece cenno di non fiatare perché Rachi aveva disteso il tappeto per recitare la preghiera. Dalla stanzetta con il televisore, infatti, usciva una cantilena fervorosa. Non dissi nulla, anzi fui contento di poter salire in camera. Trovai mio fratello che si era fatto la doccia e se ne stava in mutande a guardare un sito porno.
- Fanculo, Bachir, vieni a rompere proprio mentre mi sto divertendo, disse.
- Fammi vedere, lo scongiurai.
- La fica non è per te.
- Fanculo, Hamid, fammi guardare.
Mi dette il cinque. - Non provarti ad entrare qua dentro quando non ci sono io!.
Giurai... - Però avrei bisogno di internet per una ricerca sui castelli, dissi.
- Si, i castelli!
Non era la prima volta che vedevo le donne nude. Però appena cominciai a immaginare di essere in mezzo a loro dovetti chiudermi in bagno.
- Lo dicevo io che è troppo per te... E’ troppo per tee..!. mi sfotteva Hamid mentre io smanettavo davanti allo specchio.
- Le seghe te le fai anche te, gli ricordai dopo.
- Me le facevo... corresse.
- Si lo so... Ora ti scopi Anila.
Mi guardò duro.
- Sciacquati la bocca prima di nominarla, disse. Si alzò e spense il computer.
- Scusa, non sapevo che ti offendevi.
- ... Certo, se continui a frequentare quel trippone, le donne non le avrai mai.
- Quel trippone è un professore. Mi aiuta gratis.
- Professore?! In cosa?
- Lo so quello che dicono di lui. Eppure giuro che con me sta al suo posto.
- Se quel grassone ci prova, il culo glielo faccio io, all’ istante!
Mi sentii fiero di avere un fratello così.
- Hamid… però, se puoi farmelo, da te vorrei un piacere.
- Ti serve un preservativo?
Non mi aspettavo questa premura.
- No, ci penso da me, risposi.
Hamid scoppiò a ridere.
- Se qui non avessero chiuso i casini, quando fai diciotto anni, ti ci portavo per regalo... Mi afferrò per le spalle e mi scaraventò sul letto.
Cominciammo a far volare i guanciali ed a tirarci pugni, per finta Per un attimo ce la feci a metterlo sotto, ma con un guizzo lui subito riebbe il sopravvento. Il tramestio fece accorrere nostra madre perché la preghiera di Rachi non era ancora terminata.
- Hamid, tu, qualche volta preghi?
- Ringrazio il cielo ogni volta che esco dal castello, rispose.
- Codesto non è pregare.
- Lo so, ma io sono ottimista. Credo che la misericordia ci sarà per tutti, mussulmani, cristiani, eccetera… Bachir, cosa volevi?
Respirai.
- Vorrei che tu convincessi Anila a frugare tra le carte della contessa. Mi piacerebbe conoscere qualche documento del suo passato, comunque ogni tipo d’ informazione che riguarda la loro storia mi va bene.
- Guarda che non è semplice, Anila mi ha detto di sentirsi spiata dalla nuova infermiera.
- Dai, Hamid...
- Glielo chiederò, promise. - Ma qui in paese non c’è una ragazza a cui potresti chiedere di uscire?
- Alzai le spalle.
Mi rasentò con un gancio per dirmi che ero un pivello, però mi stimava.
- Caso mai ti servissero, i preservativi sono in questo cassetto, disse. - Ti accorgerai che stare con una ragazza è meglio che scrivere.
Fatna ci chiamò per la cena.
Autotraduzione dal persiano di Nahid Norozi
di Nahid Norozi
E’ appesa una cella sospesa
nel limite tremulo
dell’esistenza della pietra.
Una cella la cui unica finestra
ogni mattina
si apre al sorgere dilatato del manifestato
e ogni sera
si chiude al tramonto contratto dell’Amore.
Una cella il cui sussurro degli esiliati venti
all’amara infatuazione di luce
funge da silenzio mobile
sul letto del pesante sonno
dei fiumi del mondo.
Una cella la cui segreta e buia melodia
s’amalgama coll’indaco della flebile poesia
e la scintilla dell’imperituro spirito s’accende
col lampo dell’empito timore reverenziale della disperanza
cadendo sulla pietra focaia della spenta reminiscenza.
Una cella appesa
nel vuoto traboccante d’amore.
Vorrei inoltre farvi leggere le poesie della mia bambina, scritte all'età di 7 anni e mezzo:
La tua voce è un suono
sopra di me
un uccello che mi canta una canzone
la tua voce è una canzone
sotto di me
una lucertola che esplora il mondo.
*************
La mia casa è piena di dipinti magnifici
il sole splende
una bimba tranquilla va in bici
mentre una fragola si fa tagliare.
*************
Il mio sorriso è un respiro profondo e contento
mentre fuori dalla finestra
c'è la luna che aspetta tranquilla il sole.
************************
Il giallo è il sole che splende
il giallo è il mattino profondo
il giallo è il limone aspro
e la luce che splende.
venerdì 8 ottobre 2010
DUE SANTI - racconto di Manuela Palchetti
Ancora una volta avevo detto sì. Avevo detto sì e pensato no. Ma lei riusciva sempre a farmi capitolare, con le sue richieste improvvise che preannunciava abbassando la voce con tono greve ‘Senti, avrei da chiederti una cosa..’ e contemporaneamente assumendo un’espressione preoccupata e trasmettendomi un’ansia che mi stringeva la gola ogni volta. Forse avevo detto sì ancora prima delle altre volte, sollevata perché la richiesta non era la risoluzione di qualche quesito medico a cui seguiva la ricerca dell’ennesimo specialista adatto per una delle sue innumerevoli e ormai irreparabili malattie, ma un’ invito per una cena fuori, esteso a mio marito e mio figlio. Sicuramente avevo detto immediatamente di sì anche perché ero curiosa di vedere cosa faceva muovere questa donna di 83 anni che da tempo declinava inviti a cena a casa mia e non andava più neppure da suo fratello per Natale, perché ‘tanto oramai siamo vecchi e alla nostra età si sta bene solo a casa nostra’. Una cena con finalità benefiche, ovviamente, organizzata per finanziare le missioni di quel Sant’Uomo di Don Franco ma pur sempre una cena fuori, una cosa abbastanza allegra e insolita per una come lei.
Arrivata sul posto era facile rendersi subito conto che si trattava di una kermesse di larga portata. I posti a tavola erano più di 500 , in mezzo ai quali si muovevano i volontari che – mi spiegava lei – lavorano sempre gratis e riescono a trovare negozi disposti a rifornire di tutto a costo zero; la fama di Don Franco era molto estesa e tutte le domeniche mattina partivano numerosi autobus da Prato e da Firenze per portare i pellegrini a messa da lui, in quella parrocchia sull’appennino Tosco- Emiliano a cui era stato assegnato dopo aver lasciato Campi e dove si radunavano anche 1000 o più fedeli per volta. Sai- continuava- le sue benedizioni hanno qualcosa di speciale, qualcuno si sviene, lui riconosce quelli che hanno più bisogno, ha doti particolari - Esorcismi ? Mi morsi la lingua . Non volevo fare polemica su un argomento che con lei non si poteva trattare. Lo avevo capito tanti anni fa, quando ancora quattordicenne avevo annunciato che non sarei più andata a messa perché mi sembrava una perdita di tempo e lei per due mesi aveva smesso di parlarmi. Ma prima c’erano stati lunghi pomeriggi della mia infanzia alla scuola di ricamo delle suore, i rosari con la nonna che non finivano mai, la rabbia per i fioretti e le buone azioni che non volevo fare. Mentre recitavo la parte della brava figlia, sorridevo alle due amiche che lei mi presentava "quelle che vengono sempre con me quando andiamo la domenica da Don Franco", osservavo intorno a me famiglie piene di allegria, gente che rideva e scherzava e provavo una punta di invidia e nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere e non era stato, ricordando come in casa nostra non avevamo mai potuto fare battute che coinvolgevano religiosi, né raccontare barzellette su Dio perché ‘sulla religione non si scherza’ e in generale tutto quello che era divertente veniva catalogato con un lapidario ‘stupidaggini’: a mia madre solo la sofferenza interessava perché ‘ci avvicina a Dio’ oppure se riguardava gli altri era una possibilità di redenzione, rendendosi utili e guadagnandosi il paradiso o giù di lì. Ma io non ero portata per il martirio e la sofferenza quando possibile preferivo evitarla; e anche quella sera ero arrivata ben decisa a non perdere il sorriso. Però avevo lasciato gli occhiali in auto e il mio astigmatismo mi impediva di mettere bene a fuoco tutto, mentre la mia curiosità aumentava : ‘Cos’è quel libro che distribuiscono all’ingresso?’ – ‘Ecco guarda’ e lei mi porgeva una specie di spesso catalogo con foto a colori in cui si vedeva Don Franco in mezzo a famiglie africane, o accanto a dei bimbi indiani, insomma nei quattro angoli del mondo assieme a moltitudini di persone. "Deve essergli costato un’occhio e ora lo distribuisce gratis, strano" pensai a voce alta, non sempre riuscivo a trattenermi. "Certo, ha dovuto farlo per dimostrare tutte le opere di bene portate a termine: gente invidiosa lo aveva accusato di aver intascato soldi per sé, e lo hanno anche trascinato in tribunale, pensa un po’!" Ancora una volta capii che era meglio tacere. Osservare e non farsi troppe domande, che tanto non avrei trovato certo risposte lì.E allora sedersi a tavola, apprezzare il cibo, ascoltare le persone che salivano sul palco a parlare della grande lotteria che si sarebbe tenuta di lì a poco (i volontari tra i tavoli stavano già vendendo i biglietti). Solo mio figlio era ancora capace di entusiasmarsi per certi giochi a premi e di buon grado acquistavo la mia dose di biglietti. In attesa dell’estrazione, e in attesa del dessert, si proiettavano delle diapositive sulla scuola nell’India del Sud che sarebbe stata ristrutturata con i proventi di quella cena. Senza occhiali riuscivo a cogliere quel tanto che mi bastava per immaginarmi la natura rigogliosa e un destino avaro con quei bambini che apparivano felici di stringere tra le mani penne e quaderni in quella che era molto distante, non solo geograficamente, da una scuola delle nostre città. E mentre le immagini scorrevano un brusio che diventava sempre più insistente percorse tutta la sala. ‘Eccoli – Sono loro – Attenzione stanno arrivando’ Anche gli altoparlanti annunciavano il loro arrivo. Ma di chi? Voltandomi verso l’ingresso riuscivo a vedere una coppia che stava entrando e man mano che loro si muovevano la gente si alzava, alcuni si avvicinavano, altri tiravano fuori i cellulari per fotografarli. Non riuscivo a metterli a fuoco ma la mia mente viaggiava. Immaginavo che provenissero da quella comunità indiana e che fossero sicuramente molto popolari tra la ‘gente di Don Franco’ visto il rumore e l’entusiasmo che accompagnava ogni loro passo. Erano giovani, sembravano belli, lei piccola e vestita con abiti sgargianti, forse un sari rosa fucsia e rosso (mi sembrava un po’ corto però) i capelli raccolti, occhi truccati di scuro, lui con jeans e camicia bianca, pelle scura e una barba stile Kabir Bedi di ‘Sandokan’..sì sembravano proprio due divinità indiane, balzate giù da quei templi delle diapositive e scesi nel nostro mondo occidentale. E mentre salivano sul palco era lui a prendere il microfono ‘Sono venuto qui per Franco! Ho passato tante domeniche da lui e lo penso spesso, così appena siamo tornati dalle vacanze e ho saputo di questa cena ci siamo precipitati qui, non potevamo assolutamente mancare’ diceva in un italiano perfetto, quasi con accento romano. Anche il Sant’Uomo si avvicinava a loro e li abbracciava (a me sembrava che abbracciasse lei con particolare insistenza, ma forse era solo la mia vena anticlericale che diceva la sua) . In quel momento avevo deciso che la mia curiosità valeva una corsa al parcheggio a recuperare gli occhiali. Ma al mio rientro i due erano sempre più presi d’assalto dalla gente. Le diapositive ormai spente, più a nessuno interessavano. Domandavo a madre e alle sue amiche notizie dei due misteriosi ospiti, ma mi rispondevano scuotendo la testa. L’unica cosa che i miei occhiali mi svelavano era che non erano affatto indiani, i loro tratti somatici erano tipicamente italiani, ben abbronzati di ritorno da vacanze esotiche, belli, appariscenti e venerati da questa gente come divinità. Dalle parti più remote della sala altre persone arrivavano in pellegrinaggio per venire a vederli da vicino, alcuni arrivavano a toccarli. A lei mettevano in braccio i bimbi piccoli, forse – mi domandavo- avrà avuto qualche potere di guarigione in cui questa gente credeva.
Senti, scusa – fermavo un ragazzo che avrà avuto sì e no diciotto anni- ma tu sai chi sono?’ – avrei voluto non avere gli occhiali per non vedere lo sguardo di disprezzo che lui mi consegnava per tanta ignoranza ‘ Certo che lo so. Sono John e Concetta!!!’
‘Sì ma scusa ancora.. – lo trattenevo mentre si avviava verso i due idoli – John e Concetta chi?’ E lo sguardo di disprezzo si era trasformato nello sguardo che si può avere trovandosi davanti a qualcuno proveniente da un altro pianeta – John e Concetta del Grande Fratello’
Anche Don Franco adesso era in disparte. Erano loro gli unici al centro dell’attenzione, come due Santi .
"Mi raccomando" - John aveva ripreso il microfono – "non perdetevi il programma che condurrò ad aprile su Canale 7 il mercoledì sera"
TURISTI - Racconto di Manuela Palchetti
- Sono liberi questi due posti?
- Certo, sedetevi pure. Anzi se Lei preferisce stare qui, più vicina al mare, Le cedo volentieri il mio posto, così apprezzerà di più il pranzo. Noi italiani abbiamo ben presente il rispetto per le signore!
- Grazie molto gentile ! Toscani anche voi?
- Sì io di Firenze, San Frediano per la precisione. Il giovane accanto a me invece è di Ferrara.
- Io e il mio fidanzato siamo qui per la prima volta, siamo arrivati ieri sera. Il mare sembra fantastico, la natura rigogliosa… il resto com’è?
(sorrisi sornioni, complici, tra i due uomini)
- Eh Eh..oltre al mare e alla natura qui c’è molto, molto di più
- Conoscete bene Koh Samui? Siete già venuti altre volte qui in Thailandia?
-Si figuri che io vengo qui ogni anno da 10 anni
- Io invece è la prima volta. C’è un gruppo di conoscenti di Ferrara che da anni viene qui. Mi è piaciuto molto quello che raccontavano di questo posto, così sono partito da solo ed eccomi qua.
- Io ogni volta sono venuto qui da solo! La famiglia la lascio a casa. Ho 53 anni e da quando ne avevo 18 lavoro al mercato centrale. Pensi, ogni mattina che Dio mette in terra mi alzo alle 5 e sto a spaccarmi la schiena tutto il giorno anche per loro. Avrò diritto pure a divertirmi due settimane all’anno! Signorina per rispetto a Lei non scendo in particolari, ma se il suo fidanzato fosse solo ne avrei di cose da raccontargli…di suggerimenti da dargli…mi capisce..
- Scusate se interrompo, cosa desiderate per pranzo?
- Prego, prima Lei signorina. Io Le consiglio riso all’ananas. Non è certo uno dei nostri risotti ma è decente
- Io calamari fritti
- Io riso all’ananas
- Anche io.
- Pure io. Ehi giovane! Portali veloce. Rapido, ok? Capito?
- Si, prego.
- Qui sembrano tutti gentili ma poi cercano sempre di fregarti! Bisogna stare attenti. L’altra sera dopo la discoteca sono andato con una ragazza. Dovevate vedere che faccino pulito e che sorriso da bambina: ma mentre mi rivestivo ho notato che sul comodino non c’era più il mio orologio!
Lei stava cercando di sgattaiolare via, ma io l’ho agguantata per un braccio e l’ho scrollata per bene, le ho tirato uno schiaffo e lei si è messa a piangere, ma io non l’ho mollata finchè l’orologio non è saltato fuori. Capito? Avrà avuto al massimo 14 anni e voleva fregare me che ne ho 40 più di lei!
- 14 anni? Ma…è una bambina!!!
- Eh signorina non bisogna farsi commuovere anche se noi italiani siamo di animo gentile: Qui si ‘svegliano’ presto, a 12 anni sono già donne e non aspettano altro che gli stranieri per racimolare un po’ di soldi; se possono cercano anche si spremerli come limoni. Se uno non sta attento gli sparisce il portafogli in men che non si dica. Io ormai in 10 anni ho imparato come si fa a divertirsi senza rimetterci le penne. Quando ho conosciuto Andrea la scorsa settimana gli ho dato io tutte le informazioni necessarie, vero Andrea?
-Mi ha istruito per bene. A me le donne non mancano neppure in Italia: uno come me, passabile scapolo 30 enne, ce ne sono che vorrebbero accalappiarlo. Ma qui è tutta un’altra cosa: niente bisogno di complicati corteggiamenti, niente estenuanti conversazioni, niente tira e molla né capricci. Qui ti fan sentire Signore, Padrone e anche un po’ benefattore.
- Certo! Altro che un po’ benefattore! Con i soldi che guadagnano con noi in due settimane mantengono anche i genitori e i fratelli per mesi! Eh, se non ci fossimo noi, specialmente noi Italiani così generosi e non attenti agli spiccioli, come farebbero a campare?
- Ma…14 anni…potrebbero essere le sue figlie…
- Mie figlie? Mia cara signorina ma cosa crede? La mia figliola più piccola ha 15 anni e so bene come si tira su una ragazzina a modo. Studio, tanto studio, niente motorini né discoteche; uscite con le amiche solo di pomeriggio. E se qualche ragazzo ronza intorno ci penso io a controllare! Non voglio mica che frequenti cattive compagnie, ragazzacci o sciacquine. Ci pensiamo io e sua madre a tirarla su per bene, siamo gente di sani principi. Le regole morali sono ferree a casa mia!
- A casa sua…eh eh eh!
- Andrea c’è poco da ridere. Che ne sai tu cosa vuol dire avere una famiglia!
- Ecco vostro pranzo! Ecco il conto
- Non ho fame. Paghiamo subito ma…devo scappare. Oddio…
- Manu sei sbiancata…vengo con te. Stai bene?
- Andrea ma che avevano quei due? Lui non ha scambiato una parola con noi. Quella lì poi, avrà avuto vent’anni o poco più e sembrava quasi volesse dare lezioni a me sull’educazione dei figli…mah…meno male che rispetto le donne se no gliene avrei dette quattro. E poi, non hanno nemmeno salutato. Bella educazione. Caro Andrea, non tutti gli italiani sono come noi.
- Boh.. hanno lasciato due porzioni di riso intatte e già pagate!
- Dai Andrea che ce le mangiamo noi, così imparano la prossima volta la buona educazione!
RIVINCITA - Racconto di Manuela Palchetti
Lei lo sapeva. Loro due insieme. Lui con P. Ma non chiedeva niente quando lui tornava da lei, la sera, a casa. Aspettava. A volte qualcosa trapelava. Lui era cambiato. Aveva rabbia che affiorava, anche contro di lei. Talvolta le raccontava qualcosa, e anche se lei sapeva che non poteva domandare niente, le apparivano attraverso le parole di lui, rarefatte, alcuni sprazzi di quei momenti che loro passavano insieme, in cui lei non c’era.
P. con lui. Loro due soli in una stanza. Ma non era solo quello che la faceva inquietare. Era il fatto che lui raccontava tutto a quella donna, incluse cose che lei, lei che lo conosceva da più di venti anni, non avrebbe saputo mai, cose che a lei non aveva mai detto. Si immaginava P. che ascoltava e giudicava, esprimeva pareri o emetteva sentenze su cose che lei non aveva vissuto, dava consigli, lo indirizzava. Lui in quei momenti si apriva totalmente e si fidava di P. così come forse non aveva mai fatto con lei in tanti anni di convivenza. La pungeva il pensiero che lui non si era mai fidato di lei fino in fondo da aprirsi completamente, da mostrarsi per intero come era, e questo non l’aveva fatta sentire amata come lei avrebbe desiderato, questo era stato per lei il vero tradimento, insieme alle sue distrazioni, ai suoi mancati ascolti. Nonostante tanti anni di convivenza, una famiglia costruita insieme,l’amore, le risate, i pianti, le emozioni condivise; tanto e tanto altro, ancora, di tutto. Lei, ora come non mai, si poneva mille domande.
Ma lei non poteva dire niente. Solo aspettare, eventualmente ascoltare, accoglierlo. Lui con P. ancora una e molte altre volte. Soli in quella stanza, a cui lei non avrebbe mai avuto accesso se non nella fantasia. Fantasie in cui immaginava di entrare spalancando quella porta su una realtà nuova, su un uomo che non conosceva ancora davvero fino in fondo.
Ma quello che veramente non sopportava era che loro parlassero di lei, anche di lei. Ne era consapevole. Sicuramente lui le aveva raccontato qualcosa, poco o molto, dipingendole i suoi difetti, facendosi compiangere come vittima; sicuramente. P. l’avrebbe criticata, usando quegli schemi che applicava abitualmente. Lo avrebbe ascoltato parlare di lei come di tante altre cose del suo passato che dovevano cambiare, come qualcosa di sbagliato, legato alle dolorose esperienze lasciate alle spalle.
Ma cosa sapeva davvero P. di lei? Non sapeva P. e nemmeno lui di tutti gli uomini che l’avevano desiderata, di quelli che l’avevano avuta facendola sentire una Dea, mettendola al centro delle loro emozioni, mentre lui distratto perso dentro al suo ego non si accorgeva di quello che accadeva alla propria compagna, paziente ma a volte anche stanca di lui, stanca di essere data per scontata.
Cosa credeva P.? Lei era stufa!! Stufa di essere ‘buona e comprensiva’ e stufa di venire comunque giudicata cattiva, sbagliata (la moglie/madre, quella che fa i giochi di potere, la donna algida e fredda, quella che a volte si isola e via dicendo). Chi ha detto che doveva essere perfetta? Che non poteva fare sbagli? Perché non poteva semplicemente essere amata e accettata per quella che era?
Adesso lei sarebbe stata davvero cattiva e si sarebbe presa la sua rivincita.
Avrebbe scritto di P. e scritto tutto quello che le passava per la testa di lei, di quella P. che era appena uscita da un matrimonio fallito, che riversava il suo egocentrismo in quella stanza, quella P. che non aveva figli e parlava con leggerezza di famiglie che si possono disfare. Che ne sapeva quella P. brutta, grassa e presuntuosa (non l’aveva mai vista ma l’avrebbe sfregiata descrivendola così, come lei voleva immaginarla). La P. che poco professionalmente raccontava anche storie dei suoi clienti e i propri fatti personali, per appagare il proprio narcisismo, in un luogo in cui non era corretto farlo.
Forse un giorno lei se ne sarebbe andata. Tornando a casa lui avrebbe trovato solo un biglietto con scritto ‘Addio’. Lui avrebbe subito raccontato anche questo, con smarrimento o forse con sollievo, alla sua Psicologa.
Ma a suo moglie di questo non sarebbe importato più.
ALEX - racconto di Manuela Palchetti
- Inventami, dai, inventami!..Cioè... Scrivi di me, fammi diventare un personaggio delle tue storie! Ti prego!!
- Uffa Alex, ancora con questa storia! Oramai dovresti averlo capito che non ho più voglia di scrivere. E poi per quello che valevano le mie storie. Neanche fossi Camilleri!
- Ma che dici? Sempre lì a sminuirti, a commiserarti, a gettar fango su quello che fai. Due libri pubblicati e files sul computer pieni di racconti ti sembrano niente? Fin da bambino hai saputo inventare storie fantastiche . Mi ha sempre affascinato il modo in cui iniziavi a costruire i racconti. I personaggi che prendevano forma nella tua testa, e tu prima di costruire una storia attorno a loro iniziavi sempre con una specie di ‘carta d’identità’ del personaggio, quasi un rito propiziatorio a cui seguiva inevitabilmente un fiume di parole inarrestabile che scaturiva dalla tua mente. Suvvia Carlo, hai soltanto 44 anni, troppo presto per dire ‘oramai’. C’è gente che ha iniziato a scrivere molto più tardi con risultati brillanti.
- Appunto. Io invece ho cominciato presto con risultati scarsi. E’ ora di smetterla. I due libri pubblicati mi sono costati 4 stipendi di duro lavoro in banca e hanno avuto appena 1 recensione decente e vendite quasi inesistenti. Era meglio se quei soldi li avevo spesi per cambiare l’auto. Insomma l’hai capito o no che io non sono uno scrittore, sono un ragioniere, ed è inutile cullarsi in sogni, meglio restare con i piedi per terra e dedicarsi a cose concrete anziché sprecare tempo in fantasticherie. I racconti resteranno ancora nei files del computer e il mio non divulgarli non causerà sofferenze indicibili all’umanità.
- Sprecare tempo? Ma sei scemo? Ti sei dimenticato la sensazione di esaltazione, la magia di far scomparire il tempo mentre scrivi? E che mi dici della felicità provata quando hai tenuto in mano quei due libri per la prima volta? Io me lo ricordo, non puoi negarlo, avevi la faccia di beatitudine incredula che ha un padre quando gli mettono in braccio i suoi figli appena nati. Le vendite non contano per te, lo sai. Conta la gioia di poter creare qualcosa, di lasciar esprimere il vero Carlo (mettendo a tacere il meticoloso ragioniere), conta l’emozione di condividere le tue parole scritte. Vorresti forse farmi credere che hai dimenticato il senso di appartenenza nel riconoscersi nelle persone che hai incontrato grazie alla scrittura? Hai detto una volta che con alcuni di loro ti sentivi a casa, come con una vera famiglia.
- Si, ma adesso quel tempo è finito. Alex perché non mi lasci in pace? Invece di assillarmi faresti bene ad uscire a cercarti una ragazza così rompi le scatole un po’ a lei ed io sto tranquillo. Con quell’aria da predicatore / grillo parlante che hai stasera ti vedrei bene con un personaggio delle favole tipo Campanellino, fatina tutta aerea e svolazzante…
- Bell’amico sei. Campanellino, eh? Infatti sono qui con te Ragionier Carlo Trilli. Ti dice niente questo?
- Ehi ehi…calmo.. non ti farai mica venire strane idee? Lo sai che a me piacciono le ragazze.
- Usa pure il condizionale. Ti piacerebbero le ragazze. Perché da quando quella Miss Mondo, Miss Intelligenza, Miss Tutto, signorina Loredana, tua storica e altezzosa fidanzata ti ha mollato arcistufa due anni fa, di ragazze nella tua vita nemmeno l’ombra. Non sarebbe l’ora di darsi una mossa? Negli ultimi tempi che stava con te diceva in giro che eri una noia mortale, strutturato come un’orologio, programmavi tutto, dal calcetto con gli amici ogni mercoledì, al pranzo dai tuoi ogni domenica, dalla pizza del sabato sera e sempre le solite conversazioni…alle amiche diceva che anche a letto facevi il ragioniere , nel senso che non ti ‘sdavi’..
-Ora basta hai proprio rotto! Vorrei spiaccicarti al muro come Pinocchio col Grillo Parlante!
- Ingrato è l’aggettivo più adatto a te. Dimentichi che ti conosco da 40 anni e le cose più significative, più entusiasmanti, più intriganti della tua vita le hai realizzate seguendo i miei consigli!!
- Come no! Se avessi seguito al 100% i tuoi consigli a quest’ora non avrei niente di concreto nella vita, vivrei d’arte e dormirei le notti sotto i ponti in giro per il mondo, passando le giornate a importunare turisti nelle metropolitane, se non avessi ancora fatto qualche fine peggiore…!! Ora caro Alex per favore piantala con le tue dabbenaggini da narcisista petulante e lasciami guardare in pace Bruno Vespa.
- Già Bruno Vespa, il tuo programma preferito. Bleah…..!!! Tornando alle cose importanti vuoi un elenco di tutto quello che sei riuscito a fare grazie a me? Tanto per citarti alcuni episodi : gli scherzi alle maestre che non credevano che quel secchione del Trilli tanto bravo in matematica riuscisse a ideare quei marchingegni diabolici per farle cadere. Cercavano sempre di dare la colpa al tuo compagno di banco. Poverette. Fu lì che cominciasti a capire il senso della parola ‘divertimento sfrenato’ fino ad allora sconosciuta per te.
- Ero ancora un bambino.
- E che mi dici delle prime vacanze fuori dai circuiti organizzati, sacco a pelo, zaino in spalla e via, in giro tra Belize, Messico e Guatemala? Pochi soldi nelle tasche, grande senso di libertà, tesori di civiltà antiche che si mostravano ai tuoi occhi, quelle notti a Cozumel sotto stelle che si moltiplicavano a vista d’occhio, la disinvoltura che quei giorni lievi e intensi ti regalavano…avrai mica scordato tutto questo?
- No, ma era tanto tempo fa, Alex.
- Allora ripensa a quando ti buttai quasi a calci in culo tra le braccia di Samantah. Da mesi ti aveva messo gli occhi addosso e tu manco te ne eri accorto. Era una donna così sensuale e imprevedibile. Tu stesso hai ammesso che è stata la storia più esaltante e intensa della tua vita.
- Sì ma non è durata. Eravamo troppo diversi..
- E poi venne quel periodo in cui non riuscivi a dormire, sommerso da troppi pensieri. Io ti insegnai ad alzarti all’alba ed usare quelle ore per camminare nel bosco, sentirti tutt’uno con la natura che ti circondava come una madre protettiva e attenta. Ti insegnai a sentirti parte della meraviglia che ti circonda, ad aspirare i profumi del sottobosco, restare immerso nel presente, fermare i pensieri e godere di ogni istante come un regalo prezioso che la vita ti fa.
- eh, beh..
- Ti ricordi poi di quando ti ho trascinato a un seminario sulla creatività? Il razionale Carlo Trilli che seguiva i consigli di uno psicologo ‘sciamano’ per potenziare la propria voce interiore, per ricercare il proprio vero talento…avresti dovuto poi vedere la tua faccia quando consigliò a tutti di parlare con un ‘amico immaginario’, come fanno i bambini che sono naturalmente creativi e intelligenti, per riconnettersi con la sorgente primaria della propria creatività. Sembrava quasi che tutti potessero vedermi accanto a te, ti sei sentito scoperto come un bimbo che ruba i dolciumi.
- Basta Alex, mi hai convinto. Comincio a scrivere di te, così poi mi lasci guardare la TV, d’accordo? Dunque, cominciamo subito con la scheda del personaggio
Nome : Alex
Cognome : Pan
Vestito con tuta di panno colore verde,cappuccio a punta, magrezza eterea, viso da bambino e un paio di ali
Professione: Amico immaginario, Elfo, Folletto
Residenza: ovunque ci sia bisogno del suo intervento
Può bastare per ora? Poi domani penserò alla storia.
- Bene Carlo, per oggi va bene. Ti lascio, buonanotte, a domani
- Buona notte a te Alex.
mercoledì 6 ottobre 2010
LUOGHI DI CONFINE di Roberto Mosi - terza e ultima parte
Prologo
Svaniscono le luci nel silenzio
sussurrano le foglie dei platani
schierati ai lati dell’arena.
Si accende l’occhio della cabina.
il fascio di luce taglia la sala
imprigionato da nubi di fumo.
Sulla tela bianca ombre,
luci vivono, sette episodi
della storia del mondo.
Seduta nella sedia vicina
Gabriella mi tiene per mano,
mi porge semi e caramelle.
Alfabeti
Compongo suoni e silenzi
cerco parole nella discarica
della memoria, nei pensieri
tra la melma del giorno
e la luce della notte.
Formo un impasto d’argilla
da penetrare a piene mani.
Leggo e rileggo, ascolto
la voce, cerco colori
saggio la scala dei suoni.
Scompongo e ricompongo.
Appare la forma ricercata
il fuoco abbraccia la forma,
mi esalta il calore del forno,
l’opera pronta per la polvere del giorno.
Alba
una piuma vola
nella stanza
leggera come un sospiro
la prendo fra le braccia
il battito tenue del cuore
la sua pelle sa di stupore
il taglio degli occhi è lungo
i pugni sono stretti
le braccia annaspano nell’aria
giocano con le mie emozioni
siamo in sintonia
da lontane stagioni della vita
* * *
Intreccio parole rubate
alla dispensa delle fate
alla fattoria di ognidove
alle canzoni del lavoro
intreccio suoni leggeri
la voce degli animali
i rumori del bosco
lo stupore dei bimbi
l’orso marrone
l’ape e il paperotto
ascoltano attenti
in cerchio nel letto
roteano i piedi di Marta
la meraviglia negli occhi
mi stringe le mani, poi
lo sguardo è lontano
sempre più lontano
nel mondo dei sogni
un leggero sorriso
le labbra socchiuse.
Amici
Amico che sei nell’ombra
oggi, insieme, ti ricordiamo.
Sul tavolo le pizze fumanti giocano
a scacchi con i boccali di birra,
e il sapore di nostalgie lontane
profumate di mare, la pelle di sale,
nelle lunghe estati indolenti.
Lievi le parole s’intrecciano,
i volti colorati di tenera birra,
le pareti si muovono a tratti,
gira la stanza con passi felpati
gira la giostra del quadro di Nico,
siamo i personaggi gonfi di luce
sui cavalli dagli occhi stupiti
inseguiti dal ritornello veloce,
veloce di un organetto lontano.
Bolle di sapone soffia il bambino,
in disparte, si alzano lievi per le pareti,
vestite di colori, in alto in alto
a cercarti , come i miei versi
per te, amico che vivi nell’ombra.
* * *
Tratti rapidi scolpiscono il foglio
forme prendono vita
il Duomo, la Torre, il Battistero
Piazza dei Miracoli nell’ora
di mezzogiorno, invasa di sole.
Silvano parla disegnando
la parola, la matita una sola cosa.
Conquista l’anima del Bello
che riluce intorno a noi.
Mi spinge a cercare nella folla
dei segni le vie dell’utopia.
* * *
All’alba ho disceso la collina
di Paola addormentata ai piedi
della torre aragonese.
Il rotolìo della valigia sull’asfalto
sorprende il sonno dei cani.
L’abbaiare mi segue alla stazione.
Ad ogni passo l’immagine
del Santo, una nuvola di parole
in ricordo della sua morte.
Alla stazione alta sul mare
gli ambulanti aspettano il treno
sulle spalle merci di ogni colore.
"È in ritardo di un’ora, fratello,
l’intercity che viene da Reggio."
Amare
Coltivi amore
ragazza dai capelli ricci,
in antichi giorni
pieni di canto e di chitarre
dei riflessi degli sguardi
e di parole non dette
fu stretta la trama verde
della tenerezza.
Coltivi amore
ragazza dai capelli ricci,
in giorni di sole
hai intrecciato
corone di baci e carezze
tessendo la trama rossa
della passione.
Coltivi amore
ragazza dai capelli ricci,
i giorni dell’attesa
passano lievi
uno splendido fiore
al centro della trama rosa
della tenerezza.
* * *
La città si scioglie
al sole, evapora
ogni angolo d’ombra
i ventilatori ronzano
nel cervello intorno
ad opachi pensieri
ragazzi disegnano
spirali di colore
sulle pareti fresche
del sottopasso,
conditi
di tracce di poesia
un sassofono suona
davanti ad un cappello
di monete,
la tregua
della sera s’avvicina
sulla riva del fiume
chitarre si accordano
con brezze leggere
nella luce della piazza
passi di flamenco
scuotono il palco
fra la folla risate
allegre di ragazze
pesci innamorati
vaghiamo in giro
nell’acquario della città.
Andare
Case mute parlano
di storie lontane, il paese
si scioglie in sentieri solitari.
Leggeri i passi salgono
il monte tra il verde luminoso
dei castagni, le voci dei compagni
galleggiano nell’aria umida
prima del temporale.
Il gruppo è disteso in una rete
di allegre parole, per il sentiero
che da Castagno sale a La Verna.
Lo guido all’incontro
col Sacro Monte, nello zaino
il suono dei Canti Orfici.
* * *
La barca lascia il porto
la prua s’innalza
sprofonda nella voragine.
Il pilota cavalca l’onda
la supera, si getta contro
la nuova muraglia d’acqua.
Dall’alto urla di gioia.
La coda dell’onda investe
la barca, allaga il pozzetto.
Si alza grondante, pronta
per il prossimo balzo
il respiro sospeso.
Seguiamo la scia rossastra
del sole al tramonto
tra nubi strappate dal vento.
Seguiamo la scia sbiadita
della luna, segnale
per le onde in agguato.
Seguiamo la scia del faro.
Nel porto, tra squarci sonanti
di sonno, prosegue il viaggio.
* * *
Corro
incontro alle colline
sulla riva del fiume,l
le spalle alla città,
a fianco una folla
che va di corsa,
giovani allegri
cani al guinzaglio
fra amici, aironi sui massi
la nutria pensosa,
germani sospesi sul filo della pescaia.
Corro
incontro alla città.
Gli ultimi raggi del sole
coronano la Cupola di rosso
Al centro cerchi di onde:
in queste acque
abitano le figlie del fiume,
custodi dei nostri tesori.
Armonie
Geometrie evaporano
da piazza Santa Croce
linee fuggono
dalle strade affollate di case
il cerchio
dei bambini la sera
le ellissi delle rondini
in volo radente
il punto di marmo vestito
delle vesti di Dante
il quadrato dei turisti seduto
sulla scalinata
il segmento blu libero
dalla retorica della Chiesa
la linea retta della palla
calciata al centro della piazza.
* * *
La musica nasce da lontane
sorgenti, sfiora i velluti
danza tra le trame delle luci.
La musica si apre in onde distese
parlano tra loro violini ed ottoni.
Tosca, Carmen, Don Giovanni.
Sono la comparsa in costume,
servo e principe, nel fascio
di luce del palcoscenico.
Maschere si affacciano dall’alto
corrono tenendosi per mano
nel vortice delle ultime note.
Il teatro è silenzio,
applausi volano in festa.
Artisticamente
Il tram ci traghetta a Firenze
dalla campagna, le Giubbe Rosse
la cioccolata e poi l’incontro:
Masaccio a Santa Maria Novella
Beato Angelico a San Marco
Giotto a Santa Croce, Donatello
e Filippo Lippi a San Lorenzo.
Delia per la festa si toglie la tuta
si veste elegante. Mi parla
delle meraviglie del Bello.
Giotto e gli altri personaggi
ci seguono sul tram, al ritorno.
* * *
Giuliano mi guida per le stanze
annerite di polvere e fumo,
alla Fattoria di Celle.
Tavoli, vasi, scaffali di libri
stracci, quadri, scarpe appese
un violino adagiato sopra
una mensola, bottiglie
impolverate, una tavolozza
fiori secchi, legni, cerchi di ferro
vetri rotti, una lanterna, farfalle
attirate dalla luce, assi di legno.
Ogni cosa è stata rimossa.
Si alzano dal fumo forme
sopravvissute, ombre luminose
impronte di luce, immagini,
la forma fisica dell’ombra.
Lo sguardo sprofonda
nella profondità del nulla
nell’anima di luce delle cose.
Epilogo
Gli spettatori seguono felici
le ombre in movimento.
Volgo lo sguardo al cubo bianco
della cabina, all’occhio di luce
diviso in pulsanti frammenti.
Il cubo mi guarda misterioso
immerso nella nube notturna
che avvolge il Cinema Paradiso.
Mi chiedo chi abita dentro,
il perché delle ombre.
Scorrono i titoli di coda
le luci si accendono,
sullo sfondo la Cupola del Duomo.
LUOGHI DI CONFINE di Roberto Mosi - seconda parte
Prologo
Nella Sala d’Attesa
l’odore dell’alcol
il battito del tamburo
la pelle secca della lingua.
Folla nella Sala d’Attesa
la porta aperta sull’Ospedale,
il gioco degli scacchi,
per pedine: la vita e la morte.
Il convoglio snodato
scala lento le montagne
rimane immobile sulla cima,
precipita folle nel fondo.
Passi sulla sabbia
tra miraggi evanescenti
il Tumore tesse il tempo
di sette Stazioni d’Attesa.
Geografie
I pini sfiancati del viale
la grigia siepe assetata
annunciano lo squallore
del Reparto ospedaliero.
Risuona il mio nome nella Sala
tra vassoi di pasti consumati
carte per gli spuntini, giornali
facce gelide, di cartapecora.
Le pareti sono carte geografiche
disegnate dal gemito di tubi
dal gorgoglio di docce intasate
dal lavoro del muratore.
Nell’Attesa ho costruito strade
la foce di fiumi sconosciuti
la corsa di un teodoforo
le forme di una donna discinta.
Sette flaconi
La poltrona alta da parrucchiere
mi accoglie al pomeriggio
le gambe sfiorano la finestra
aperta su colline di case ed olivi.
La mano cerca la vena, l’ago
il cerotto, le gocce si rincorrono
accelerano, il braccio si gonfia
suona, gracida il campanello.
Sette flaconi, sette liquidi di luce
si mescolano al mio sangue
infondono ebrezze diverse
tepore, caldo, fiamme di fuoco.
Il dolore invade la mano.
Le colline sono illuminate
dallo sguardo indifferente del sole.
E avanza la Chemio terapia.
La corazza
La mattina, la tuta da lavoro
il pomeriggio, la corazza.
Una mano è inchiodata dall’ago
l’altra sfoglia le pagine del libro.
Il vicino indossa vesti diverse
a volte del rivale, del nemico.
Nella sala solo facce maschili
lontana la leggerezza delle donne.
"E’ solo un effetto placebo
non si ferma mai il Tumore.
Solo il chirurgo spunta
gli artigli al male."
Gabriella
Gabriella dirige il Reparto
la sera quando l’Ospedale
è abitato da infermiere
e macchine per le pulizie.
Ad occhi ansiosi mostra,
lo sguardo fisso negli occhi,
il passo della Chemio terapia,
le carte da gioco della partita.
Per ultima lascia il Reparto.
L’edificio galleggia sugli aghi
dei pini che sfiorano il cielo
scuro, in attesa della notte.
Il ragno
Il ragno si affaccia dal soffitto
tesse la tela, scende veloce
per il filo, osserva i pazienti
gli aghi infilati nelle vene.
Mi guarda con simpatia.
Risale svelto, scompare
oltre il tubo del riscaldamento.
L’aspetto, l’Attesa è lunga.
Penso ai tesori del ripostiglio
resti di mosche, di moscerini.
"Cosa si ricorderà di me,
del mio passaggio nella stanza?"
Pensieri
Chiudo gli occhi, sulla poltrona.
Suona il telefono, squilla
corro a perdifiato per strade
scale, corridoi infiniti.
La camera è nell’ombra
il letto al centro della stanza
il lenzuolo bianco copre
lo sguardo fisso, di gelo.
La mia mano si allunga
chiudo gli occhi di Bruno.
La sedia a dondolo si alza
si abbassa, cigola di dolore.
La collina
Guardo disteso, dalla finestra.
La collina si è imbiancata di neve
un vecchio ha voltato la terra.
Passano i mesi, semina l’orto
intreccia le canne per i pomodori.
Alle cinque il bus della scuola
attraversa le strade della collina.
Un cane abbaia, forsennato.
Giorni di pioggia, giorni di sole
intrecciano depressione ed euforia.
Epilogo
L’ultima flebo. Si chiude
la sala della Chemio terapia.
Il corridoio è invaso di nuovi
arrivati. Gabriella esile
al centro della Sala d’Attesa.
Lascio l’Ospedale, corro
nella strada in discesa, l’aria
accarezza la pelle arrossata,
pedalo leggero per la città,
la nuova Sala d’Attesa.
LUOGHI DI CONFINE di Roberto Mosi - prima parte
Luoghi di confine
Val d’Inferno
Prologo
Un lampo illumina la Cupola,
un boato squarcia la notte.
Il Gigante sobbalza
si scuote dal sonno,
si alza vacillando in piedi.
Guarda in basso la città,
il Palazzo avvolto dal fumo.
Giunge l’eco delle sirene
delle voci che gridano:" Una bomba è esplosa
agli Uffizi, la Mafia !"
Il Gigante alza i pugni
urla, urla maledizioni.
Nella faccia di muschio
gli occhi sono accesi,
due caverne di fuoco,
la bocca schiuma di bava.
Trema ’intorno la terra.
Cerco un riparo nella grotta,
si apre un labirinto, precipito,
precipito sul fondo.
La cornacchia
Il corpo batte contro
il tronco di un castagno.
La cornacchia conta gli arrivi,
li moltiplica per i numeri primi.
Ad ogni arrivo gracida,
batte le ali contenta,
sulla lavagna il sentiero
con le sette gore d’acqua.
Sono tra le pareti della Valle,
in alto spunta il campanile
di Casetta di Tiara. Un cervo
sorpreso, scappa, sul fianco
la ferita di uno sparo.
Trema il bosco intorno
poso l’orecchio sulla terra,
il treno passa veloce
sotto le radici del bosco.
L’acqua canta tra il muschio
dei massi, si scompone
in correnti, si ferma in gore
sommerse da rami di arbusti.
Emerge la cima dei castagni,
lascia il passo alla vertigine
delle rocce, colonne aeree
di una cattedrale aperta
sul candeggiare del cielo.
"Mi perdo in questi boschi,
le parole di Dino, ritrovo
il centro di me stesso tra i fumi
della Follia. Casetta di Tiara
oltre i fianchi della Valle,
approdo per l’incendio d’amore,
rogo della mia Ragione."
Le rocce parlano dell’essere
le acque giocano con l’apparire.
Le piene dell’inverno trascinano
pupazzi bianchi caduti dal cielo.
Sulle camicie ricamate, i nomi
Libertà Uguaglianza Fraternità
si disfano, battono sui massi.
Immagini di pietra alle pareti
della valle, ideologie sedimentate,
ora il volo declinante del gabbiano
ora colonne archi cupole
fino alle guglie della cattedrale
attraversate da oriente a occidente
da armenti ricamati di nuvole
guidate dal fantasma della Ragione.
Il Progresso
La Ragione sposò il Progresso
bambini rossi erano nati
erano cresciuti bambini
rossi, sparsi dalla corrente.
E’ strana la sera di Mosca
suona il carillon della Piazza,
"Mezzanotte a Mosca", brilla
la stella rossa sul Cremlino,
vibrano bandiere rosse, rosse
al vento sulle mura, sventolano
all’aeroporto Shemeretyevo.
S’illumina la stella rossa sopra
la Casa del Popolo all’Impruneta.
La Storia
Si spengevano serate d’inverno
i vetri, una piaga rossa languente,
brillavano al tramonto nella veglia
al suo capezzale. Il profilo aguzzo
s’illuminava, traspariva il cielo
degli occhi, specchio di altre stagioni,
dolciastro infuso di melanconia.
L’acqua ha lavato ogni traccia
la corrente ha portato via la salma,
ha disciolto il sapore della Storia.
Nonluoghi
Orchidee di benvenuto al banco
del check-in per il viaggio nello spazio
rifiuti tra i detriti dell’identità,
schiacciati dalla Comunicazione.
Orchidee di benvenuto al banco
dei Nonluoghi, passa la folla
che si muove allo stesso passo
lo sguardo in avanti. Non scorge
chi avanza piano, zoppicando.
La Bellezza nella spazzatura.
Improvvisi appaiono
gigli di plastica colorata.
Riciclo
Congestione di rifiuti urbani
nelle discariche a cielo aperto
aria puzzolente, ammorbata
i topi si tengono per la coda
fanno festa gabbiani in volo
gatti impigriti dal grasso.
Ogni rifiuto raggiunge la meta
differenziato per contenitore:
la campana destinata al vetro
da svuotare a caduta dal basso,
il cassonetto da ribaltare con forza,
i bidoni alle famiglie per la raccolta.
La coscienza sociale divide i rifiuti.
Umido Organico: scarti di cucina,
alimenti avariati, erbe del prato.
Carta e Cartone: giornali, riviste,
libri, fumetti, registri, quaderni.
Indumenti Usati: scarpe, cinture,
borse, foulard, abiti smessi puliti.
Medicinali Scaduti: punture, creme,
sciroppi, fiale, colluttori, spray.
Plastica: bottiglie d’acqua, yogurt.
Vetro: vasetti, brocche, bicchieri.
Mondo Virtuale: baci, amore,
passione, sentimento, emozione.
Automi
Il blackberry è acceso
tra il bosco di castagni.
La lucciola dallo sciame
raggiunge il led che pulsa
di luce rossa nella notte.
Ronza intorno, innamorata.
Frammenti dell’uomo digitale
nelle anse degli specchi d’acqua,
bit byte bit zero uno zero uno
individui scissi in frammenti,
tele comando centro della mente
cavi in ingresso tele guidati
immagini bloccate sul poetese.
Ordine Pulizia Sicurezza
nella gora ferma dell’acqua.
Potere
Lottano a braccio di ferro
la faccia rossa di fuoco
i muscoli tesi come corde,
gonfie le vene della gola.
Le figure brillano nello stagno,
la lotta al tavolo li rende simili.
Su quale Potere punta la Mafia?
Epilogo
La cascata sbarra la Valle
l’acqua scende fragorosa.
Salto sui massi, tra le onde
in cerca della via d’uscita.
Scopro la grotta oltre il salto
dell’acqua, Gabriella mi porge
la mano:"Dopo la Val d’Inferno
incontrerai il tempo dell’Attesa."
Esco dalle ombre della Valle,
la cornacchia cancella il mio nome.
martedì 5 ottobre 2010
sabato 2 ottobre 2010
La sala delle voci che scrivono
Ogni commento sarà ben gradito!
Caterina
La sala delle voci che scrivono
L’uomo misurò la stanza ad ampi passi e a testa alta. Forse per cercare di nascondere quel senso di inadeguatezza e di disagio che lo aveva avvolto già all’entrata della villa.
"Tutta da rifare anche questa, vero? "
"Sì, gli ordini sono chiari, mi pare. C’è luce in questo punto, qui voglio ricostruire le mie camere, il salone... il camino, però più in grande…"
"Ma… giù anche le mura? Qui sotto, se grattiamo via lo sporco, riaffiorano affreschi piuttosto antichi… forse, si potrebbe… con un po’ di pazienza, un bravo restauratore…"
"No, no… non sono un uomo di cultura, non ne capisco molto di disegni." Rise senza grazia. Rideva, ma aveva mentito. Troppe volte rinnegava la propria cultura, quasi una vergogna.
Poi riprese: "A me basta vivere un luogo spazioso, prestigioso, arredato come si deve. Niente vecchiumi. E poi, ho una certa fretta. Non sono mica più tanto giovane, io… e comunque, decido io."
Già, decidere. Perfino lui si domandava perché. Con le sue finanze, certo, si sarebbe potuto permettere un palazzo nuovo, costruito da zero, proprio dove e come lui voleva. Rapido ed indolore. Eppure aveva comprato a un prezzo vantaggioso mura vecchie, di origine, forse, gli dicevano, rinascimentale.
"Certo. Come desidera." L’impresario edile si annotò in fretta qualcosa ed uscì, lasciando solo il nuovo proprietario dell’immobile.
Ormai il progetto della sua nuova residenza fiorentina era quasi terminato. Era lì che aveva scelto di vivere e poi morire. Lo avevano catturato, di quel rudere che secoli prima era stato una villa padronale, un edificio pubblico e qualcosa come una sede di quartiere, soprattutto il calore, la solarità. I resti della sua torre rustica e sgretolata, quell’aria tra il crocevia e la piccola oasi… E qualcos’altro che ancora non riusciva a definire.
"Ma in questa stanza, cosa succedeva un tempo?" aveva chiesto giorni prima, all’agente immobiliare, per pura curiosità.
Quello aveva sorriso sotto i baffi, sembrava che si aspettasse quella domanda.
"Sa, è un po’ il vezzo di voi stranieri, quando comprate casa, specie se vecchia, domandare chi vi abitava prima, chi vi è nato e chi vi è morto… come se…"
"Come se, cosa?" ribatté il nuovo proprietario, scettico e puntiglioso. Straniero. In quella città non gli riusciva ammetterlo. Era stato un sogno, prima, offuscato dalla lontananza. Anni di peregrinazioni, in ogni luogo si sentiva estraneo, senza radici e senza approdi. Ma ora che era arrivato, quella nostalgia… un vizio da ricacciare subito. Si era convinto che doveva diventare un uomo nuovo. Non voleva qualcosa di bello. Aveva bisogno di uno spazio vuoto, da riplasmare totalmente, che parlasse di lui, uno spazio vergine e senza fantasmi. Ma si sbagliava.
"Ok, ok, mi scusi… risponderò alla sua domanda! Qui succedeva un po’ di tutto, era la sala preferita dai cittadini questa. Riunioni consiliari, concorsi pubblici, concerti di musica classica, esposizioni d’arte, conferenze, e perfino una scuola di scrittura…"
"Cosa? Una scuola.. per imparare a scrivere?!" Aveva riso di gusto, ma stavolta con un accenno di rispetto. "E per quanto tempo sarebbe durata questa… scuola?"
"Oh, per quasi un secolo credo… poi, come tutte le belle cose, le cose che non rendono, è finita…"
Provò a immaginarsi la scena. Un gruppo variegato di persone, tutti lì, a scrivere, in quella sala, seduti a semicerchio intorno a un tavolo, tra gli affreschi, con il sole a scaldare le vene, le mani, sognando di diventare scrittori. Senza fama, senza soldi. Quello sì che era coraggio. Non c’era da ridere. Anzi, voleva capire.
Guardò meglio il soffitto a piccoli cassettoni, un tempo dai profili dorati, quasi cercasse anche lui un’ispirazione. Ma gli occhi gli erano rimasti impigliati in quegli affreschi nebulosi, che recavano qua e là tracce di insegne di guerre e battaglie, e che ora sembravano osservarlo da sotto la patina grigia.
Così, nel vuoto ospitale della sala, iniziò a scavare e scavare oltre quella pace di rovina, come si gratta la pelle di un palinsesto. Emergevano, a poco a poco, linee spezzate, accumulate lì nel corso di anni, decenni...
Pensò che tra poco anche quella sala sarebbe crollata e rinata e avrebbe portato il suo nome.
Qualcosa gli diceva che non doveva farlo.
Una voce. Impossibile! La solitudine forse gli stava facendo perdere quella lucidità che lo aveva sempre contraddistinto e di cui andava fiero.
Non una voce sola, erano più voci. Si mise in ascolto, sperando di uscire presto da quell’incubo.
Voci che proprio lì si erano date appuntamento, voci che in qualche modo lì si erano legate, un po’ fraterne e un po’ contestatrici, e che in nome di una passione comune avevano parlato di loro panche quando parlavano d’altro e di altri, perché, questo lo sapeva, ogni storia riguarda tutti, appartiene a tutti anche quando lascia un qualche segno del proprio passaggio. Scrivendo, leggendo, confrontando, criticando anche… Quelle dunque erano le battaglie realmente affrescate che ora vorticavano là in alto, tra sbiaditi stemmi nobiliari e brandelli di bandiere tricolori, poco sopra la sua testa. Parole come armi e pagine come scudi, a rinfrancarsi a vicenda dei destini creati sulla pagina. E poi, consumato veloce il tempo del ritrovo, di nuovo lasciare quegli affreschi concepiti come un cerchio che ha senso solo nell'attesa di ritorno.
Sì, sarebbero tornate…
Perché quei muri avevano l’età di quelle voci, le loro domande e le loro risposte. I loro volti sarebbero riaffiorati a poco a poco, lo sentiva… Quella stanza avrebbe sempre portato in sé quelle presenze, quei disegni affiorati dal muro, non sarebbe mai stato possibile il silenzio, il vuoto.
"Assurdo, si disse, sto impazzendo. Lo sapevo, avrei dovuto farmi una famiglia mia, invece di rincorrere stupide chimere."
Uscì sudato e barcollante. Cercò l’impresario, l’agente, l’architetto… Nessuno, tutti scomparsi. Era solo, con quelle voci che lo chiamavano, lo invitavano.
Ma erano voci vivaci, decise, gentili. Si sentiva che erano ancora vive.
Non avevano più mani, solo suono. Non potevano tenerlo prigioniero, fargli male.
Non poteva farle tacere. Dopotutto, non aveva che loro. E loro, non avevano che lui.
Doveva salvare quel disegno affiorato dal muro.
Decise di rispondere. Rientrò.
Ma cosa volevano, adesso?
Non avevano più mani… Non avevano più…
Prese un pezzo di carta, una penna, come non faceva da anni, come forse non si faceva più da tempo.
Si sedette con la luce del sole sulla fronte.
Si lasciò scaldare quel tanto che bastava.
Poi provò a scrivere.
"Oggi, 1° ottobre 2210, finalmente mi sento a casa..."
Cosa ridicola, vecchiume… Ma tanto non c’era nessuno a vederlo. Nessuno tranne loro.
E c’era tutto il tempo per imparare.
Firenze, 1° ottobre 2010