sabato 31 dicembre 2011
Quella sera al PalaMandela
“Io e il direttore arriviamo verso le 21, tienici il posto”
La risposta è pronta
“è la notte di Leonard e voi ve ne state tranquillamente con le gambe sotto la tavola, vergognatevi”
Corrado che è un tipo sveglio, prontamente risponde
“mica è nostra la notte, è di Leonard”
Io controbatto
“okkei ti lascio il posto all’angolo di Leo, girato verso il pubblico quando combatte, girato verso di lui quando sputa l’acqua”
“sei un tesoro” chiosa Corrado.
La telefonata del babbo arriva alle 19.25:
“Massimo c’è già gente quando arrivi”
“fra 10 minuti sono lì”
Sono davanti al PalaMandela, faccio la fila per il pass e poi appendo quel cartoncino al collo come fosse una medaglia, il babbo ha il posto assegnato nelle vicinanze del bordo ring, io sulla sopraelevata, dobbiamo dividerci, lo facciamo con un abbraccio. La stampa che conta è giù, hanno postazioni con gli wireless e i portatili accesi. Io tiro fuori il blocco per gli appunti e mi preparo anche se mancano ancora 2 ore al match di Leonard. Al Mandela non si può fumare ed una vera disdetta perché per gli incontri fumo come un dannato, raggiungo l’uscita di servizio e vado a fumare. Al ritorno faccio un giro, appena vedo un cartello con scritto “buffet sala stampa” mi fiondo sull’obbiettivo, ma vengo respinto, il mio pass non vale. Forse hanno paura che mi sbronzi e poi faccia casino, ma nessun pericolo non bevo mai prima dei match.
Il direttore e il fotografo arrivano con aria compassata, si sistemano e si guardano in giro, non manca molto al match, io sono intento a scrivere qualcosa degli altri match che precedono quello di Leonard. Dopo un po’ loro se ne vanno giù, il servizio di sicurezza è un po’ lasco e volendo si arriva nei pressi del bordo ring che ora è pieno. Mi chiamano invitandomi a raggiungerli, ma non riesco a passare, sembra che non mi riesca nulla in questa serata, ma sono solo teso. Decido di restarmene in sopraelevata, anche se so che i match si vedono bene a bordo ring, dal basso si notano meglio i pugni che incontrano l’avversario, dall’alto è un po’ più difficile, comunque vedo bene e poi c’è lo schermo che mi può aiutare con i replay, scrivere di pugilato con i pugni che saettano a serie e cosa ben difficile.
I pugili fanno il lorio ingresso sul ring è il momento che gli appassionati aspettano da 44 anni, sbucano dagli spogliatoi adiacenti alla nuova palestra che sono sotto al Mandela, la vecchia palestra era dall’altro lato, quando sono andato ad intervistare Leonard ho guardato il tappeto del vecchio ring, coperto di macchie rosse e scure, il sangue dei pugili che per 25 anni si sono allenati all’Accademia Pugilistica Fiorentina, lì in mezzo, da qualche parte, ci sono anche le mie.
Il match inizia, di solito prendo appunti così: mi segno le iniziali dei pugili, e scrivo le abbreviazioni dei colpi più significativi, i conteggi, i richiami, e poi alla fine del round esprimo il giudizio. Cercando di stare con gli occhi sul foglio il meno possibile, altrimenti come faccio a vedere il match.
Il match è finito, finalmente recupero il fotografo e il Direttore, fumiamo una cicca fuori dal Mandela e poi stabiliamo l’ora per mandare il pezzo e le foto on line. Le 1.30.
Rientro a casa a 10 alle 1, accendo il computer e vado a baciare la Giorgi che è a letto, prendo il blocco con gli appunti e inizio. Ho riempito tre paginate di roba, ma non ci capisco nulla, ho scritto in una specie di trance, l’unica cosa che riesco a leggere chiaramente è “vince ai punti ed è il nuovo campione europeo dei pesi welter Leonard Bundu”. Inizio il pezzo così.
lunedì 26 dicembre 2011
mercoledì 7 dicembre 2011
Mica saranno tutti sordi
Ho lavorato per qualche tempo in un magazzino enorme, lì arrivavano tutti i prodotti della Toscana che da lì ripartivano ai vari negozi, compito mio e dei miei compagni, mettere i prodotti sui camion, o meglio vicino ai camion, il lavoro di carico era destinato ad altri. Fra questi compagni di ventura c’erano vari personaggi, ognuno meriterebbe un racconto, fra questi c’era Osvaldo, più volte l’ho sentito ripetere: “da questi – inteso la catena per cui lavoravamo – non ci compro nulla, vado dalla concorrenza io, per colpa mia nessuno di noi deve prendere in mano neanche uno stuzzicadenti” .
La prima volta che sono andato a Pisa era il 1987, c’era Pisa – Fiorentina, in tutte le città che andavo in quegli anni subito dopo il loro nome c’era Fiorentina. Era la prima trasferta cattiva della mia carriera da Ultras ed essendo ancora minorenne prometteva bene, in treno mi si era appiccicato il Ricci, avevamo fatto le scuole medie assieme, poi lui era andato a geometri e ora si vantava di essere diventato una sorta di Gabriel Pontello, mentre io che avevo scelto agraria ero finito nella sezione solo uomini e per giunta più dura della scuola, poi, dopo essere bocciato in prima avevo ripiegato sull’altra sezione, ignaro che per quell’anno ci fosse stato un’inversione di tendenza che aveva portato le ragazze dall’altra parte, insomma in poche parole nisba, ma a me fregava poco, io volevo solo raggiungere gli altri che avevano preso posto nella carrozza dei capi Ultras. Loro erano i ragazzi del Collettivo che, in attesa di raggiungere gli onori degli anni ’90 erano andati a lezione a Verona dalle Brigate gialloblu, gruppo storico italiano di cui non vi dico nulla perché sono sicuro che già sapete tutto, il vagone era pieno di Ultras, il treno stava rallentando.Ci siamo ormai, si alza il coro: “STIAMO ARRIVANDO, APRITE STIAMO ARRIVANDO…..” seguito dal fischio del freno di emergenza che blocca il treno.
Alla stazione di Pisa risuona forte un altro coro dei 3000 fiorentini “SON TORNATI GLI ULTRA’” al termine del quale risuonano anche i vetri del tabaccaio e delle porte centrali. Mica faranno tutti i vetrai.Il corteo si snodava per le vie della città, alcuni bar erano già chiusi, altri lo facevano sul momento abbassando i bandoni in tutta fretta, quelli aperti avrebbero chiuso dopo il nostro passaggio, per inventario.
Finì 2 a 1 per il Pisa al goal iniziale della squadra di casa ripose Roby Baggio su punizione, al nuovo vantaggio non rispose nessuno. Alla fine della partita c’era un intero stadio che ci gridava contro, ed io, oltre a non essere abituato mica lo capivo il perché. Quelli più vicini a noi e che potevo vedere in faccia erano tutti vecchi, che avrebbero fatto meglio a sentire le partite con Sandro Ciotti e compagnia bella, mentre quelli della curva opposta mi ripromettevo di vederli fuori. Dopo un paio di cori compatti, in balaustra salì il capo Ultras, chiamò il silenzio a gesti, poi, con la curva muta disse:”all’uscita rimaniamo compatti, se i pisani si fanno vedere li carichiamo, ma nessuno tocchi le macchine, non deve ripetersi Cesena”. A Cesena avevano distrutto una città, un treno e anche gli accordi con il presidente della fiorentina, io non c’ero andato, ma gli amici, gli articoli di giornale, le foto e i filmati, erano arrivati a me come a tutta Italia.
Il corteo del ritorno passò fra la città senza troppo incidenti, i Pisani non si vedevano, se non su un ponte, ma c’è la celere e non successe niente. La nostra marcia, nonostante le raccomandazioni, era scandita di tanto in tanto in tanto dai rumori delle lamiere, che si piegano sotto le suole degli anfibi fiorentini. Alla stazione qualcuno ricordò che c’era lo sciopero nazionale delle ferrovie dello stato, altri ridendo rispondevano: “vuoi che lasciano 3000 fiorentini a giro per Pisa”. Gli ultras poi viaggiavano sui treni speciali e di speciale c’è anche che al massimo pagano il viaggio di andata, mai quello di ritorno. Appena partiti, neanche usciti dalla stazione, si affaccia un ragazzino dietro un cespuglio, avrà 12 anni e lanciando il sasso che hai in mano rischia di andargli dietro, la gente ride, ma tutti sono convinti che fra qualche anno il ragazzino sarà un Ultras fatto, peccato non rincontrarlo visto che il Pisa farà presto a tornare in serie B.
Il mio treno per Pisa parte fra 10 minuti, rigiro il biglietto finché non vedo la scritta lasciata dalla macchina obliteratrice 22.10.2011, sabato aggiungo io. Salgo a bordo assieme ad alcuni ragazzi seguiti dai loro trolley, altri in vettura hanno gli Ipad, trovo posto a sedere, dalla mia sacca tiro fuori un libro, si tratta di Franny e Zooey di Salinger, non riesco a leggerlo prima di dormire, perché mi addormento prima, il treno è perfetto per leggere, quasi ti costringe a farlo, ma poi, soprattutto quando il tragitto è breve e il libro interessante quasi ti dispiace smettere.
Sono all’entrata principale della stazione di Pisa, l’ufficio informazioni è saturo, preferisco fare la piccola coda che si è formata davanti al tabaccaio, per comprare sigarette e informazioni. Il tabaccaio è giovane e scattante, vicino alla mano destra gli spiccioli, accanto all’altra i biglietti per autobus, per prendere le sigarette si gira sulla sedia girevole e arriva così alle marche più fumate, mi risponde al volo senza creare intralci alla coda. È giovane chissà se i suoi genitori avevano quella bottega negli anni ‘80. Mica tutti fanno il lavoro dei genitori.
Ancora non vi ho detto cosa mi rispinge a Pisa, un anno fa siamo stati scelti da un editore – all’epoca lavoravo in coppia – che ci propose di pubblicare, “sempre se non avevamo altri impegni”, un libro con la sua casa editrice, be’ non ci crederete, ma forse sì, che dopo un anno e dopo varie mail, non ci ha fatto sapere più nulla, neanche una risposta di rito, nisba insomma.
Il salone del book festival è un calderone cotto a fuoco alto dai termosifoni al massimo. Nonostante il caldo decide di lasciarmi in testa il cappello. Eccolo, pur senza preavviso ero sicuro di beccarlo lì, si sta intrattenendo con due aspiranti scrittrici, io me ne sto a un paio metri da loro, distrattamente guardo il libri in esposizione, attentamente aspetto il congedo delle aspiranti per farmi avanti.
Decido, dopo tutto, di festeggiare con un pizza e una birra, il locale scelto è una schifezza. Il gestore ha i baffi radi tipo topo, le orecchie tipiche dei ratti, e una coda che gli spunta fuori da un’apertura nei pantaloni. Entro e dico:
- buongiorno
- la cucina chiude tra 30 minuti
- allora vediamo di sbrigarci.
Passo i primi 10 minuti a guardare gli altri sfortunati commensali, quasi tutti di stranieri di passaggio, il servizio latita, c’è una cameriera che sorride a tutti, e a tutti ripete just a moment, alla parete è appesa una bandiera del Pisa, il vertice destro è evidentemente abbassato, pende insomma. I quadretti appesi hanno la stessa inclinazione, mi giro verso il bancone, anche il gestore pende accarezzandosi la coda.
Si avvicina la cameriera mi porge il menù, vado per esclusione visto che non ci sono: primi e secondi ma solo pizze, senza funghi e prosciutto però. Sto per risponderle, ma lei mi fredda con just a moment. Finalmente riesco ad ordinare una margherita, una birra e un ananas al maraschino, lei ripete just a moment e se ne va.
Ho finito finalmente, l’ananas al maraschino ovviamente non c’era, controllo che non spunti sul conto del topo, pago e me ne vado.
In treno riprendo il libro, ma poi lo rimetto nella sacca quasi infastidito, ripenso a tutte le volte che sono andato a giro con la mia sacca, sorbendomi serate noiose solo per far vedere a qualcuno i miei racconti, che forse sarebbero stati proposti a qualchedun altro, che forse sarebbe stato interessato. Alle diverse bocciature espresse per l’uno o l’altro motivo, a come per ottenere anche solo quelle mi sono dovuto sbattere e magari prendere un treno di sabato mattina per sorbirmi le lamentele sulla crisi e farmi dire quello che sapevo e quello che non volevo sentirmi dire cioè, che dopo inizio valido il testo perdeva di interesse e che insomma non lo sentiva.
Ripenso anche agli elogi, agli inviti a continuare che troppo spesso dimentico, alle pubblicazioni, ma soprattutto a come la scrittura mi abbia messo in contatto con mondi nuovi, o mondi antichi, come il pugilato, in cui sono rientrato senza guantoni ma con la penna in mano. A tutte le volte che mi sono alzato di notte per scrivere e alle volte che ero troppo stanco e infreddolito per farlo e allora la mattina, rubando tempo qua e là, lo facevo comunque.
A conti fatti - e smetto di ripensare e mi metto a pensare - rinunciare a scrivere sarebbe più difficile, quasi impossibile.
Il bigliettaio mi desta dai miei pensieri, lo guardo mentre gli porgo il biglietto, sembra parente del gestore del ristorante, quando mi restituisce il biglietto gli chiedo quanto manca, poi guardo dietro se ha la coda, niente coda, probabile che trenitalia gliela abbia fatta tagliare.
Sono a casa e sono a pezzi, devo scrivere un articolo per il giornale, raduno i miei appunti e le mie idee, non faccio niente di diverso dal solito, registro ciò che succede intorno, solo che ora lo batto su un foglio. Io continua a battere per me e per gli altri, mica saranno tutti sordi.
domenica 4 dicembre 2011
NEL GIARDINO
Assurdo che per rivedervi insieme
si è dovuto aspettare
il vento fintoquieto delle cinque
sul cerchio dei cipressi,
l'inchino di colline marezzate,
il tempo del tacere.
E pietre strette a pietre come mani,
di marmo le giunture
tra le semplici sculture di saluto
a guardarsi negli occhi
saltando ogni senso, muro o confine
nel tenersi - per sempre.
La casella agrodolce delle ceneri
forzatamente accanto
vi ha prescritto una rinnovata pace,
ferma come il respiro.
Ma ora è quasi un Eden, nel giardino.
Se ci credete – ancora.
(Ai miei nonni)
sabato 3 dicembre 2011
Connessioni
Parole fragili
Fili invisibili tra noi
Che intrecciano una tela ignota
Dalla trama discontinua
Percorsa in equilibrio
Affacciandosi sul vuoto
Che solo essa colma.
mercoledì 30 novembre 2011
LA SINFONIA - di Tania Maffei
Senza saper come, si ritrovò in salotto dove lo aspettavano due poltrone ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che fa pensare alle vecchie sale di teatro. Si sedette allungò la mano verso lo stereo dove erano ancora infilate le cuffie che mise sulle orecchie. In quel periodo solo la musica gli dava sollievo. Accese il compact disk.
Una dolce melodia lo portò lontano. La sesta sinfonia di Beethoven, La pastorale. Sì, ricordava bene quando quel cd era stato comprato. Il negozio era pieno di gente e loro volevano quella famosa edizione in cui Herbert Von Karajan dirigeva i Berliner Philarmoniker. Loro, all’epoca esisteva ancora un "Loro". La musica , un tema dolce, senza contrasti, capace di produrre emozioni piacevoli, fluiva lentamente dentro la sua testa come una flebo rassicurante e al tempo stesso straziante. Quel cd era stato per mesi in macchina. Quale macchina? La sua no, l’altra. Quella che non c’era più. Forse anche il cd non sarebbe più esistito se non avessero litigato quella sera e Lei… Aveva detto "Lei".
Intanto l’orchestra l’aveva inondato. Sul tappeto irreale degli archi, scintillava il suono dell’oboe, del flauto, del clarinetto che svanivano poi nel nulla lasciandolo senza respiro. La musica: un fiume in piena, un posto rassicurante dove riporre i ricordi per poi lasciarli andare via. Si guardò intorno: le foto, gli oggetti comprati durante i viaggi, i mobili antichi che erano a casa della nonna ormai morta. Morta… quel verbo divenuto per lui un sostantivo indeclinabile "La morte".
La sinfonia proseguiva noncurante del suo dolore. Suoni gravi riprodotti da violoncelli e contrabbassi che facevano da contrappunto ai flauti e alle trombe su cui si innescavano i timpani. Loro …Morta…
Ricordava quando l’aveva conosciuta. Un ombrello in un ristorante. Il primo litigio, uno dei tanti che si sarebbero succeduti nel tempo. Lui sosteneva che Lei gli aveva preso l’ombrello, Lei si irrigidiva e, voltata la schiena, se ne andava. Lui non sopportava la cosa e chiedeva al proprietario del locale chi fosse quella donna così impudente. Il proprietario all’inizio aveva alzato le spalle. Non era abituato a dare informazioni sui clienti, era una persona riservata. Lui aveva insistito e allora l’uomo gli aveva indicato il palazzo di fronte, alto, elegante su cui c’era un’insegna. "Provi lì dentro" aveva detto a mezza voce. Lui non aveva voglia di andarci e si era dimenticato della cosa.
La sinfonia era arrivata alla fine: un allegro maestoso a cui prendeva parte tutta l’orchestra e che lasciava senza fiato.
Andava spesso a mangiare in quel locale e un giorno l’aveva vista entrare. Alta, elegante come il palazzo in cui lavorava. Si era avvicinato al suo tavolo con fare ironico "Spero che il mio ombrello le sia servito". Lei gli aveva risposto "Vuole sedersi? In fondo glielo devo, il suo ombrello mi è stato molto utile, Mi chiamo…". Faceva sempre così, litigavano e poi Lei ammetteva le sue colpe. Era insopportabile. Maledettamente bella e insopportabile.
Il cd era finito. Altro verbo che si era trasformato in una parola anch’essa indeclinabile "La Fine". Fine di cosa? Di tutto. Presente, passato futuro. Loro…Morte…Fine.
Inchiodato su quella poltrona non riusciva a fare un solo movimento. La mente ripercorreva i passi più importanti della sinfonia e li mescolava ai ricordi, alla sua vita, a ciò che avevano significato quei lunghi e brevi anni. Due per l’esattezza.
Ecco. Un impercettibile movimento delle gambe. Lo sentiva. Forse sarebbe riuscito a muoversi. Tutto era stato così repentino. L’ennesimo litigio. Le urla che tanto lo infastidivano e che ora rimpiangeva. Lo sbattere di una porta. Le chiavi che giravano, lei che tornava per chiedergli scusa con in mano quel cd che poi aveva lasciato sul tavolo. Lui che le diceva "Non ne posso più. Lo capisci? Mi stai uccidendo". Lei che se ne andava di nuovo lasciando dietro di sé una lunga ombra sottile su cui era stampata una frase "Quando torno devo dirti una cosa importante". Poi più nulla.
Dopo avevano suonato il campanello per dirgli… No,. era impossibile. Non poteva essere vero. La macchina non c’era più. "Potrebbe venire a identificare il corpo?". Lei era diventata solo un corpo, due in uno senza che lui lo sapesse. Loro…Morte…Fine…Corpo.
Con la poca forza che gli rimaneva fece ripartire il cd.. La sua mente cominciò a distorcere i suoni. I violini stridevano, i flauti gracchiavano, le trombe urlavano, i contrabbassi gemevano. Un mostro. Quella sinfonia era diventata un mostro che si era avventato contro di lui per divorarlo. Era colpa sua. Se solo avesse accettato le sue scuse. Lo aveva fatto tante altre volte. Non poteva continuare a vivere con quel senso di colpa : una coperta che ogni giorno diventava più pesante. Voleva pace, serenità. Solo così l’avrebbe ritrovata.
La sorella sapeva che Guido stava passando un periodo molto difficile. Dopo la morte della sua compagna avvenuta in un incidente stradale il fratello non era stato più lo stesso. All’obitorio gli avevano detto che Claudia era incinta. "Non lo sapevo, non mi aveva detto nulla". Guido sembrava aver incassato bene il colpo. Poi tutto era cambiato. Non voleva vedere più nessuno e si era asserragliato in casa.
Non sempre rispondeva al telefono, ma non era mai capitato che l’apparecchio restasse muto per tutta la giornata. La sorella entrata in casa fu colpita da un odore pesante che la prese allo stomaco. Lo trovò in salotto. Lo stereo era acceso. Un colpo preciso alla tempia. "Guido, Guido cosa hai fatto?". Gridò.
Trovò sul tavolo un foglietto scritto con una grafia tremolante. Lei…Loro…Ricordi…Corpo…Fine…Morte.
martedì 22 novembre 2011
Rispolverando versi nel cassetto. Mi sto facendo traviare dalla poesia ;-)
MAIANO
Luce
Sole
Calore
Tu
La scoperta di un “tu” virtuale dietro a cui poteva esserci chiunque
Il mio imbarazzo e la mia curiosità
La sfida con me stessa per sapere che effetto mi avresti fatto
Il mio corpo che ti ha accettato subito
La mia mente che non avrebbe più potuto rinnegarti
(agosto 2010)
domenica 20 novembre 2011
Le più severe lettere di rifiuto di scrittori famosi
http://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2011/11/famous-authors-harshest-rejection-letters/248705/
Ovviamente del recensore confuso non si ricorda più nessuno, invece i libri ben scritti sono rimasti.
martedì 25 ottobre 2011
Da "Vite sgarrupate" di Renata Galasso
Seduta impettita nella prima fila in chiesa , si aggrappava con tutte le sue forze alla borsetta poggiata dritta sulle ginocchia: era una vecchia borsetta di coccodrillo nero che aveva conosciuto tempi migliori, ma lei ci teneva a dire che quello della sua borsetta era il vero coccodrillo,ne faceva fede quell’impercettibile forellino al centro della squama rettangolare. Quello era il marchio di qualità e ce l’aveva solo il suo.
La borsetta nera accessoriava un ampio cappotto che la difendeva dalla fredda aria invernale.
Era fuori moda, ma a Ersilia andava bene, lo aveva corredato di tasche interne, piccole, tali da poter accogliere pochi spiccioli ciascuna: cinque in fila nel lato destro e cinque in quello sinistro.
Usciva di casa un bel po’di tempo prima della messa delle 12, per arrivare in chiesa aveva un suo itinerario prestabilito:usciva di casa, attraversava la strada e proprio all’incrocio c’era il primo della lista, un questuante di colore, giovane, con un berrettino tenuto per la visiera in cui raccogliere gli spiccioli, era lui che le dava un saluto festoso:"Buona domenica, mama bianca!" Ersilia, Infilando la mano nella prima taschina interna del cappotto, prendeva una monetina e la deponeva nel cappello.
Più avanti, davanti al supermercato in piazza, c’era la giovane rom con la bambina che l’aspettava: a lei toccava il contenuto della seconda taschina, un poco più consistente e così via fino ad arrivare alla porta della chiesa dove c’erano gli ultimi suoi beneficati: a destra un venditore di calzini di seconda mano (scompagnati), a cui lei ne acquistava uno per volta, e a sinistra quello che vendeva i mozziconi delle candele rubate in chiesa quando erano consumate a metà.
Una volta lei lo aveva ammonito sulle conseguenze del suo gesto, citando i Padri della Chiesa e il catechismo del Concilio di Trento, ma lui le aveva replicato:"Signo’, che devo fare, devo andare a rubare? Almeno qui rubo candele che sono consumate a metà, il mio è un peccato veniale, se andassi a scippare sarebbe peggio".
Al che Ersilia non ci aveva riprovato più.
Tutto filava liscio: dieci tasche,dieci beneficati. Al ritorno dalla messa il percorso era più veloce, i beneficati la riconoscevano e la salutavano senza niente altro a pretendere.
Una domenica di primavera, il giovane di colore la salutò:"Ciao,mama, ti saluto, torno a casa. Ho venduto il mio posto, ce l’ho fatta a comprare una casa in Senegal. Grazie per il tuo aiuto."
Ersilia lo abbracciò commossa e proseguì il suo giro.
La domenica dopo, al posto del senegalese, trovò un uomo dimesso, con spesse lenti da miope.
Si capiva che era alle prime armi, non sapeva una parola di italiano, era fuggito dall’ Ossezia del Nord saltando sul primo TIR di passaggio. Ersilia si presentò, gli diede la sua monetina e proseguì.
Al ritorno dalla messa, passò di nuovo davanti al beneficato che non la riconobbe e le tese di nuovo la mano.
Lei si bloccò,si ripresentò e scandendo bene le parole disse:" Sono sempre io buonuomo, ho già dato prima".
Lui non capì, non la riconobbe e rimase con la mano tesa e vuota.
Ersilia portava con sè sempre la stessa cifra, né un centesimo di più, né uno di meno e quindi non aveva altro da dargli.
"Sono sempre IO!" gridò agitata e passò oltre.
Che fare? Ersilia non poteva cambiare strada, non aveva alternative e non voleva dare due volte il suo obolo, ne andava del suo decoro.
Tante volte aveva detto alle amiche:"Bisogna educare le persone, non basta dare un po’ di soldi, quello è l’inizio per fare amicizia, ma alla prima occasione basta, niente sensi di colpa, non ci si può fare schiavi del prossimo."
Il suo cuore, però, non andava dietro alla ragione.
Come diceva Pascal :"Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce".
Questo imprevisto però aveva scardinato la sua tranquillità: al posto della soddisfatta e serena coscienza del dovere compiuto, frutto meritato della messa domenicale con opere buone annesse, si trovava un confuso senso di colpa che non sapeva superare e che le fece buona compagnia per tutta la settimana.
Si rincuorò al pensiero che il poveruomo avrebbe cominciato a riconoscerla e che non le avrebbe chiesto l’obolo per la seconda volta.
Arrivata alla domenica, il giro fu lo stesso: all’andata tutto bene, le dieci taschine furono vuotate del contenuto, ma il poveruomo dell’Ossezia agiva sempre allo stesso modo, porgendo la mano ad ogni passante:che Ersilia passasse una volta o dieci volte per lui non cambiava niente.
Ma per lei invece stava diventando una tragedia: per quanto si dicesse per convincersi che l’importante era la tranquillità della coscienza,non riusciva a reprimere un moto di stizza quando il poveruomo non la riconosceva.
LEI che era un faro dell’Associazione donne cattoliche, additata quale fulgido esempio per le donne di mezza età (l’altra mezza non si sa), disconosciuta così pubblicamente e caparbiamente dall’ultimo arrivato dei suoi beneficati?
Dopo la decima domenica che il poveruomo dell’Ossezia del Nord si ostinava a non riconoscere la
sua benefattrice, Ersilia esplose:" Guardi, poveruomo, sono sempre IO, quella che è passata alle 10,52, prima di andare a messa, come tutte le domeniche! Osservi bene il mio cappotto grigio fumo di Londa, il mio cappello viola quaresima, la mia borsetta di vero coccodrillo del Caspio! HO GIA’ DATO!!!"
Qualche passante che tornava dalla Messa come lei, si voltò stupito e questo fece infuriare di più la pia Ersilia.
Il poveruomo dell’Ossezia non aveva ancora capito perché quella donna si arrabbiasse tanto.
Attraverso le spesse lenti da miope intuiva solo la sagoma delle persone e non aveva ancora risparmiato tanto da potersi permettere delle lenti più adatte alla sua miopia.
All’ennesima predica declamatoria di Ersilia, ritirò velocemente la mano che aveva proteso come faceva con tutti i passanti e le sorrise stancamente, come per chiedere scusa.
Ersilia decise che doveva trovare una soluzione.
Decise di farsi stampare una tessera di colore giallo fosforescente in modo da essere vista anche nella nebbia mattutina, con cinquantadue caselle, una per ogni settimana., con una scritta in maiuscolo tutto in neretto "Tessera del Benefattore: annerire una casella ogni volta che si riceve un obolo. Controllare al ritorno".
Si procurò un pennarello nero e la domenica successiva iniziò la sua rieducazione: spiegò al poveruomo dell’Ossezia, che dopo aver ricevuto l’obolo doveva annerire la prima casella della tessera. Gliela infilò sotto il naso, gli indicò col dito la scritta e scandì :"Tessera del benefattore! IO ESSERE benefattore, io dare moneta, capito? Io non dare altro se la casella è annerita, capito?"
Il poveruomo dell’Ossezia (sempre quella del Nord) annuì e finalmente Ersilia finì il giro di andata tutta fiera di sé.
Appena lo avvistò sulla strada del ritorno, sempre al solito posto, respirò profondamente per darsi coraggio e si disse:"Questa è la volta buona" e tirò fuori la tessera con la prima casella annerita.
Ma il poveruomo dell’Ossezia (del Nord) tese di nuovo la mano: lui sapeva leggere è vero, in Ossezia l’analfabetismo era stato debellato, ma l’alfabeto che conosceva era quello cirillico.
venerdì 18 marzo 2011
La più grande balena morta della Lombardia
Il quarto libro preso in prestito alla biblioteca è stato La più grande balena morta della Lombardia. Non avevo letto niente di Aldo Nove, anzi sapevo a stento chi fosse quando Pino, un amico del corso di scrittura, non mi riferì che il mio racconto, La casa sulla pescaia, poteva stare in una raccolta di racconti curata da Aldo Nove e chiamata Gioventù cannibale.
Ieri sera ho fatto il bravo è ho fatto cartella in anticipo, oltre al dentifricio c’ho messo dentro il libro, visto che ho trasgredito alle regole di Milena e ho preso in contemporanea un altro libro.
Al ritorno dal lavoro ero al solito binario e alla solita ora, aspettando il mio solito treno, leggendo il libro di Aldo Nove, il treno è arrivato e io ci sono salito sopra.
Ho trovato posto a sedere e ho continuato a leggerlo. Il treno filava a 100 all’ora, così che mi sono perso la fermata prima della mia, mi sono alzato per prepararmi, ma il treno ha proseguito la sua corsa passando a tutta birra la mia fermata. Mi sono preso paura e mi sono detto: va a finire che mi ferma Viggiù, - la cittadina dove si svolgono le vicende del libro - catapultandomi in una di quelle storie fantastiche che sto leggendo. Il treno continuava a correre, così come le pagine del libro.
Poi dopo un bel po’ si è deciso a fermarsi, sono sceso insieme ad una ragazza, volevo chiederle dove eravamo, ma lei aveva l’mp3 così alto che potevo sentire le note della canzone che ascoltava. Così ho deciso di guardare il cartello un po’ più in là. Ripensandoci ho riconosciuto quella ragazza, l’avevo vista sempre in treno, niente mp3, aveva una bottiglia di birra nella mano destra e nell’altra il telefono che suonava a ripetizione, ma lei si limitava a stringere la mano sinistra. Io la guardavo e, insieme agli altri che guardavano pregavo che stritolasse il cellulare.
Non ero a Viggiù ma insieme ad un gruppone di pendolari con una giornata sulle spalle e a differenza loro neanche a vicino casa. Mi sono risvegliato perché, anche se ho i capelli che vanno per i cavoli loro, il maglione talvolta con le chiazze di dentifricio e talvolta all’incontrario, non sono più un bambino e ho i miei bei problemi, anche se l’aggettivo da mettere prima di problemi sarebbe seri.
Sarà difficile separarsi da' La più grande balena morta della Lombardia, anche quando l’avrò finito, uno di quei libri da tenere sul cassetto non per fare i fighi, ma solo per ricordarsi di come i bambini vedono con i loro occhi da bambini il mondo e noi adulti.
Non mi rimane che comprare il libro all’insaputa di Milena oppure parlargliene. Credo che lei capirà.
A proposito, tornando alla stazione di partenza e controllando gli orari, mi sono reso conto di aver sbagliato binario, succede a che ha i capelli ritti in testa e legge troppi libri.
p.s.
Se a qualcuno capita d’ incontrare Aldo Nove ditegli della mia La casa sulla pescaia, magari non tutti in una volta.
domenica 6 marzo 2011
QUESTIONE DI NOMI
Che idea sciagurata, far pratica di guida di notte. E per giunta una notte senza luna. Non le riesce neanche di giorno. Figurarsi lassù, con il freddo che appanna i vetri e intirizzisce le mani, in quel parcheggio di collina, incustodito. Ma tra sei giorni lei ha l’esame di pratica e ci sono seri dubbi che possa superarlo. Parcheggiare, poi, un disastro.
Con la ‘P’ disegnata a pennarello e attaccata con lo scotch sul lunotto posteriore, pensavano di essere a posto. Hanno provato, girando in tondo in quel piazzale, prima il parcheggio a spina di pesce, poi a retromarcia, infine una gimkana e l’inversione in tre tempi rapida, troppo rapida, da una fila all’altra di auto posteggiate, con forse troppa fiducia nel servosterzo e nei freni. Più la sfiga del lampione che improvvisamente si è spento.
Mario si mette le mani nei capelli. Gli restano diverse rate da pagare e ancora non la sente mica sua, quella macchina bella e sportiva. E neanche lei è sua, la testa sempre tra le nuvole, taciturna, inafferrabile.
«Cos’è successo?»
«Ovvio che hai picchiato un’altr...»
«Oddio, dove?… non è che ti sbagli? Magari è solo un grosso sasso… un tronco d’albero…o…»
«Macché. L’hai presa in pieno. Calmati, Katia, sono cose che capitano…»
«Accidenti a me! Proprio non la controllo, questa macchina.» È scesa dalle nuvole, e quando scende dalle nuvole si dispera sempre troppo. Sempre dopo, però.
«Non dare la colpa alla macchina ora.»
«È che non ci vedo nulla…» e con un fazzoletto pulisce il parabrezza appannato e sbianca in viso. «No, non dirmi che ho beccato proprio ‘quella’…»
‘Quella’: la vecchia Panda che hanno preso in giro quando sono arrivati, per come sussultava su se stessa, i finestrini fasciati con fogli di giornale, dall’interno.
«E magari li abbiamo disturbati proprio sul più bello… eh eh.»
«Porca puttana! Fanculo a quel cazzo di lampione che non funziona! Proprio lì dovevano mettersi a scopare a fari spenti quei due str…?» Quando Katia scende dalle nuvole sceglie proprio un linguaggio da caserma, forse per consolarsi dell’impatto con la terra. Fortuna che ciò accade assai di rado.
«Be’, logico che si siano scelti un posto al buio… Dai, svelta, scambiamoci di posto ora che non ci possono vedere, dirò che a guidare ero io, meglio evitare grane, tu hai solo il foglio rosa e io mica ho la patente da almeno dieci anni. Aspettiamo che si risistemino per benino, e che escano… e poi…»
«E poi cosa? Ci denunciano? Ci chiedono soldi?»
«Ma che dici?! Sarà solo un graffio nel fianco. E comunque c’è l’assicurazione, basta che compiliamo il modulo di constatazione amichevole… non te l’hanno insegnato a teoria?»
«Ma serve in caso di sinistro… questo sarebbe un sinistro?»
«Se non lo hai fatto apposta, sì! Sinistro, incidente… sveglia!… è solo questione di nomi…»
«Uffa, ma devo proprio prenderla questa patente?»
«Certo che sì, mancano solo sei giorni… non vorrai mica che io ti faccia da autista per tutta la vita, cara!» Ma subito si accorge di aver detto una cazzata, non è mica detto che lei voglia passare tutta la vita con lui. Non gli dice mai cosa le passa per la testa, figuriamoci il resto, il futuro. Oh, quanto invidia quei due della macchina davanti, seppur ammaccati ed interrotti, almeno qualcosa prima dell’urto forse l’hanno consumata.
Katia invece pensa che l’amore in macchina lo fanno solo gli sfigati, o i cornuti, ma si vergogna e non dice nulla.
Mario vede che ha gli occhi lucidi.
«Prima o poi imparerai anche a prendere le misure e a parcheggiare, dai… fossero questi i problemi… non ti metterai mica a piangere adesso?»
«No, ma... se non ci fossi tu… sono negata per le questioni pratiche» e gli butta un bacio.
«Lo so, la conosco la mia sognatrice. Ora vado a vedere. Tu puoi restare a guardare le stelle dal finestrino, così non prendi freddo e non combini altri guai.»
Quel tono paterno la infastidisce, mica è poi tanto più vecchio e vissuto di lei.
«Allora vengo anche io, è una notte senza luna, le stelle si vedono meglio fuori.»
Escono nella notte silenziosa, ben avvolti in lunghe sciarpe. Quasi con timore, chiudono gli sportelli piano, senza sbatterli.
Dalla terrazza del parcheggio guardano lei in alto, lui verso la città.
Nel cielo le stelle sono sempre le solite, sembrano aver voglia di parlare e forse brillano solo per questo, ma è un dialogo inutile, energia sprecata: lui le costellazioni non le sa leggere e l’oroscopo si limita a sentirlo alla radio, la mattina, sempre meglio che sul giornale o su internet, è gratis e poi la voce dolciastra e rassicurante dell’astrologo di turno gli tiene compagnia. All’orizzonte invece si vedono le luci cittadine degradare in lontananza formando strane figure altrettanto indecifrabili, come i tanti puntini numerati da unire con la matita nei giochi di enigmistica, anche se in quel momento non gli interesserebbe conoscere la soluzione.
Katia resta pensierosa. Se solo provasse a dire quello che ha dentro parlerebbe per ore, ma decide che è meglio di no. Non è per timidezza. È come se nessuno meritasse di ascoltare.
Allora fa un giro ricognitivo al buio intorno all’auto dalla quale è uscita.
«Si è sciupata solo la plastica del parafanghi, il faro sembra ancora intero… dai, poteva andarti peggio» constata, cercando di minimizzare.
«Aspetta a vedere la loro, quelle vecchie Panda sono fatte di burro… e tu andavi in avanti convinta come un caterpillar!»
Lui si accende una sigaretta nervoso e la butta quasi a metà. Gli scoccia che quelli pensino: ecco i soliti bambocci inesperti che provano la macchina nuova. Ma si calma perché dopotutto a loro volta i danneggiati possono essere visti come la solita coppia che rinnova la macchina vecchia con bollenti incontri clandestini. In qualche modo la vergogna resta in pareggio, conclude tra sé, mentre cerca di allungare il collo non per spiare le manovre dei due amanti interrotti, ma per stimare l’entità dell’ammaccatura nel veicolo altrui.
Perché ci mettono tanto?
Finalmente l’altra coppia esce dalla macchina, rivestiti alla bell’e meglio. Accendono la torcia e li osservano: giovani anch’essi, seppure non più ragazzini, e altissimi entrambi, tanto che c’è davvero da chiedersi come avessero fatto a entrare lì dentro, nello spazio angusto di una Panda sempre piuttosto limitato per le evoluzioni ginniche, nonostante i sedili completamente reclinabili.
L’uomo si massaggia energicamente la schiena. Deve aver battuto nel volante, pensa Mario, e trattiene a stento una risata, non è proprio il caso. Quello sembra fissarlo con rancore e faccia dura.
Allora fa due passi avanti e si mostra sicuro, fa lo splendido.
«Ragazzi, non preoccupatevi che sistemo tutto io…» con largo gesto della mano, da padrino, e comincia a compilare il modulo, gli trema la penna nella mano, poi si accorge che il foglio è al contrario. E che l’altro è in divisa. O in qualcosa che ci somiglia molto. Cazzo, questa non ci voleva.
Il forse vigile resta impassibile, mentre scandisce tra i denti: «Non c’è prezzo che ripari quel che ci avete fatto…»
«Ma se è solo un’ammaccatura…»
«Oh, il danno è più grosso di quel che vi sembra, ve lo assicuro…» rincara la compagna, più dolce, ma compunta, con gli occhi bassi. Si è riabbottonata la giacca tutta storta nella fretta. Una madonnina infilzata al muro, che antipatica, pensa Katia e a guardarla si sente un po’ meno colpevole. Così osa un: «Ma non dire cazz…»
Mario però la interrompe in tempo: «Volete una sigaretta? Parliamone…» Meglio tentare la strada della diplomazia, anche se dentro di sé sta maledicendo l’uso ed abuso di tutte le divise, di ogni foggia e colore, tanto per non sbagliare. Soprattutto quelle che mentre sono in servizio si divertono altrimenti, e mica si potrebbe.
«Ma quale sigaretta, noi vogliamo i vostri nomi.»
«Posso spiegare… Di nomi basta il mio… La macchina l'ho comprata io, l’assicurazione è intestata a me… lei meglio lasciarla fuori», sussurra lui con cavalleria. Ma no, non basta. Anzi è pure peggio. Per tutta risposta l’uomo smette di massaggiarsi la schiena sbattuta nel cruscotto, si piazza davanti a loro e gli mette le mani sulle spalle. Quasi tremano, sentendosi così bassi in confronto.
«Abbiamo visto benissimo che alla guida c’era lei… forza, diteci i vostri nomi, entrambi!»
I due imputati si guardano, smarriti. Ecco, ora anche se non è in servizio gli chiederà i documenti e verrà fuori la storia del foglio rosa, e di lui che non è certo patentato da almeno dieci anni. Pessimo istruttore, pessima allieva. Katia avrebbe gettato la spugna, dopo quella figuraccia davanti a una divisa, ci può scommettere. No, non è giusto subire così.
Ma i danneggiati perseverano ad oltranza nella loro strana ostinazione:
«Ci servono un nome maschile ed uno femminile, i cognomi non ci importano… e non mentite!»
«Ok ok… come volete… Mario e Katia…» all’unisono, ma sottovoce, quasi vergognandosi dei loro appellativi così comuni, però in fondo mica brutti.
«Umh… si potrebbe fare di meglio…»
«Noi questi abbiamo…»
«… Ma almeno non c’è bisogno di accorciarli in diminuitivi.»
«Almeno? Si può sapere a cosa vi servono?»
Quelli si trattengono, zitti. Poi rilasciano il primo sorriso, e poi un secondo, e anziché parlare scoppiano a ridere come matti, lì, alla luce della torcia, mentre Mario e Katia li guardano senza capirci un’acca.
Alla fine i due spilungoni confessano tra gli sghignazzi, e spunta chiaro quello scherzo di fine carnevale. Divisa compresa.
«Ci servono, eccome, nell’evenienza… e la colpa è tutta vostra… se tra nove mesi ci nasce un pupo, non possiamo mica chiamarlo ‘figlio del volante’!»
Gli improbabili padrino e madrina, ora soli, restano per un po’ appoggiati alla balaustra della terrazza a guardare in silenzio le auto e le moto parcheggiate in disordine. Troppo freddo anche per i vigili, quelli veri non quelli mascherati, e poi è carnevale, e allora quella sera niente multe.
Rientrano in macchina. Guida lei. Per nulla demoralizzata, anzi, ha perfino già imparato ad accendere l’autoradio e inserire un CD con una mano sola. Chi l’avrebbe mai detto.
Lui pensa con paura a quanto poco, ancora, la conosce. Quel suo modo di condurre il gioco col silenzio. Di cadere sempre in piedi. Vuoi vedere che non la bocciano?, si dice.
Ripensa allo scherzo della Panda, come se avesse solo sognato. A quella divisa male impiegata. E alla botta che invece era vera.
Poi smette di pensare. Sono quasi le quattro. Tra tre ore andrà al lavoro. E sentirà l’oroscopo del giorno, lungo il tragitto. Sempre che lei non gli sfasci l’autoradio, prima.
Ma ancora mancano tre ore. A chi tre ore, a chi sei giorni, a chi nove mesi. Manca sempre tempo, insomma.
Le stelle, ora, sparse come coriandoli si rispecchiano sul cruscotto argentato ultima moda. A Katia sembrano tante briciole di pane lasciate all’andata sulla strada del ritorno. Quasi si sente più sicura ora che quelle la guidano, anche se in realtà le stelle stanno ferme e non la portano da nessuna parte e lei deve stare attenta. Ci vorrebbe il pilota automatico, come per gli aerei.
Poi si distrae e sì, deve essere davvero elettrizzante scegliere due nomi, due in particolare tra i milioni di nomi che esistono nel firmamento. Non sa se le capiterà mai di doverlo fare, ha solo diciott’anni, ma sa che non le dispiacerebbe, nell’evenienza. Sa che sarebbero due nomi non banali, unici come due stelle cadenti.
Sa questa ed altre cose. Ma come al solito non dice niente.
martedì 8 febbraio 2011
L’amore ai tempi del computer
Da piccole ci hanno raccontato migliaia di fiabe nelle quali cavalieri senza paura affrontavano draghi e altre prove pericolosissime per avere il cuore delle loro principesse e preferivano la morte alla loro assenza, o di principi azzurri perfetti che risvegliavano con un bacio le belle addormentate per vivere da allora eternamente “felici e contenti”.
Da adolescenti ci siamo incontrate ai giardini con i ragazzi che ci piacevano per ricevere o fare una dichiarazione d’amore, abbiamo camminato mano nella mano per la strada, ci siamo scambiati baci, effusioni e piccoli pegni d’amore, da esibire come trofei ed abbiamo versato lacrime, quando, magari nel medesimo giardino, il ragazzo ci lasciava incrociando i suoi occhi improvvisamente di ghiaccio con i nostri gonfi di pianto.
Adesso, però, siamo adulte e soprattutto è arrivato il pc!
Resettate completamente racconti e esperienze giovanili, i cui modelli sono totalmente superati e obsoleti, ora funziona così e chi non si adegua resti single per sempre!
Ci si conosce su facebook, nella migliore delle ipotesi, altrimenti su siti maggiormente mirati, navigabili solo dalle più scafate.
Il grosso vantaggio è che puoi fare amicizia direttamente dal tuo cellulare collegato in rete, magari mentre ti annoi in coda alla posta, o alla cassa del discount senza perdere tempo e fatica a socializzare di persona con la gente che incontri.
Capito perché nei luoghi di aggregazione le persone, invece di comunicare tra loro, stanno fisse con lo sguardo sul monitor del cellulare e con le dita pronte a digitare velocemente parole?
La dichiarazione avviene via chat, messaggio privato o magari per i più romantici, via e.mail. Se trovi uno capace, ci sta che inserisca nel testo pure qualche immagine o effetto speciale, allora sì sarà un gran batticuore.
Non c’è più bisogno di scambiarsi pegni d’amore e presentarsi davanti agli amici per informarli timidamente che si sta insieme, d’altra parte siamo in crisi economica, il tempo è denaro ed il risparmio è importante, basta modificare lo “status” (quello con il cuoricino), così world wide si verrà a sapere del nostro fidanzamento e dei vari gradi della relazione (si passa da single a it’s complicated, in a relationship, widow, per poi tornare a single in un ciclo continuo e turbinoso). Le passeggiate sono sostituite da lunghe navigazioni in rete (mi raccomando dotatevi della tariffa flat o sentitevi in orari in cui la connessione non vi costa).
Problemi di cattivi odori da sudorazione, igiene, sesso sicuro, tediose discussioni sull’uso del profilattico e malattie sessualmente trasmissibili sono superati: c’è la web cam! Vuoi mettere la comodità di fare sesso direttamente a casa tua (questo alle poste o al supermercato è un po’ più complesso), magari mentre ti si asciuga lo smalto ai piedi. Devi solo fare delle prove per capire che parte di te viene inquadrata dalla telecamera e con quale altra puoi occuparti di altre incombenze. Da “popolo della non trombanza”, secondo la terminologia scientifica di un mio amico a cui ho rubato senza permesso l’espressione, a popolo di onanisti, ma tecnologicamente avanzati.
E quando gli siete venute a noia? D’altra parte in uno stile di vita fast food, non vi illuderete che possa durare…l’update è un must.
A scelta, sempre in base al livello di profondità, coraggio e senso di responsabilità del vostro partner, nonché alla sua collocazione fisica nel globo terrestre, il segnale di game over arriva con un sms, un messaggio privato, una e.mail, o, se siete particolarmente fortunate, una telefonata, caso in cui sentirete finalmente il vero contatto umano.
Ora ho capito perché non ho il fidanzato: il mio pc non ha la cam…;-).
sabato 5 febbraio 2011
Stephen King e il mestiere di scrivere

Ci sono molti manuali di scrittura: cercando su Amazon.com per “writing guide” si ottengono 31,845 risultati; su IBS.it, tra guide di scrittura e scrittura creativa, si trovano quasi 200 titoli (tra cui spunta anche una “Breve guida alla scrittura della prova finale di Scaffai Niccolò”). Leggerli tutti, nessuno? Siamo alla seconda parte del corso, quella in cui si dovrebbe scatenare la penna, la digitazione sui tasti o sulle superfici sensibili al tatto. Procedere a naso? Pianificando tutto prima? Seguendo labili e inafferrabili …
La guida “On Writing” di Stephen King è stata segnalata durante il corso passato e corrente sia da Caterina (Bigazzi) che da Simone Giusti, e qualche settimana mi è arrivata una copia. Non conoscevo King che tramite la trasposizione per il film The Shining, comunque in cerca di nuova ispirazione, ho iniziato a leggerlo una settimana fa. Delle sue opere ho letto qualche trama su Wikipedia, e continuerò ad evitarle con cura. Questa però mi pare una opera notevole, cerco di trasmettere alcune impressioni.
“Scrivere” è una attività dai confini indefinibili, ed ognuno la interpreta con le proprie sfumature, e analogamente ci si può ritrovare in una guida o meno. Beh, King descrive una attività e modalità che risuonano in modi molteplici su cosa vorrei fosse scrivere per me.
Una caratteristica di questa guida è di essere scritta dannatamente bene, non in senso didattico, ma proprio come testo, come racconto. La prima e l’ultima parte sono esplicitamente autobiografici, e indirettamente anche il resto.
Alcuni di voi conoscono Carver “Il mestiere di scrivere”, che non è un manuale, è una raccolta di note e esempi da lezioni (non curata da Carver). Anche la guida di/da Carver è un viaggio nei mezzi del realismo – due realismi diversi. King non è Carver: non mormora, scandisce chiaramente. L’idea di opera che vogliono aiutare a creare è diversa, e quindi diversi i mezzi, le valutazioni. Ma c’è un ampio terreno comune, sono due autori di situazioni. Carver si muove tranquillamente tra prosa e poesia, è focalizzato sulla capacità espressiva dello studente; King guarda allo scritto, al rapporto tra questo e il lettore, incluso quello “medio”.
La prima parte del libro di King, autobiografica, è anch’essa parte del manuale, nel senso che chiarisce che si scrive perché il talento straborda e di scrivere proprio non si può star senza. King non lo dice così, ma il lettore lo capisce da solo. Buttato fuori da scuola perché non riesce a non pubblicare giornali pesantemente satirici sui docenti, questo è il giovane King.
E’ un operaio della scrittura, e lo mette in chiaro più volte. Gli esempi sono buffi e tragici, da vite vissute senza troppi timori. Il conte Leopardi scriveva già da ragazzino “l’erudizione è sonno della letteratura” – beh King non corre questo pericolo. King crede fermamente nell’apprendimento, nella pratica del leggere e scrivere come strumento per la buona scrittura. E più volte esorta lo studente di scrittura a liberarsi del tutto della televisione – che gioia.
E’ una lettura che richiede un lettore che sia già stato toccato dal dubbio sulla qualità di quel che scrive – a chi è in questo stato di perdita dell’innocenza credo possa servire. Ancora più interessante se letto insieme con la guida di Carver.
The heart of the matter
Il cuore dell’apprendere a scrivere per King sta tutto in questo esempio, quando il suo primo revisore capace gli corresse il testo che segue:
Last night, in the well-loved gymnasium of Lisbon High School, partisans and Jay Hills fans alike were stunned by an athletic performance unequaled in school history: Bob Ransom, known as “Bullet” Bob for both his size and accuracy, scored thirty-seven points. He did it with grace and speed … and he did it with an odd courtesy as well, committing only two personal fouls in his knight-like quest for a record which has eluded Lisbon thinclads since the years ok Korea….
In questo:
Last night, in the Lisbon High School gymnasium, partisans and Jay Hills fans alike were stunned by an athletic performance unequaled in school history: Bob Ransom scored thirty-seven points. He did it with grace and speed … and he did it with an odd courtesy as well, committing only two personal fouls in his quest for a record which has eluded Lisbon’s basketball team since 1953….
Per King è una rivelazione:
When Gould finished marking up my copy in the manner I have indicated above, he looked up and must have seen something on my face. I think he must have thought it was horror, but it was not: it was revelation.
Portare il paragrafo alla chiarezza, dargli il ritmo, la sintesi. Questo per King è imparare a scrivere.
Opinioni o revisioni
Nella sezione 5 del capitolo “Sulla Scrittura” King dà un esercizio di lettura al lettore. Più volte King cerca di condensare e trasmettere concretamente la sua esperienza artigianale di scrittura - meraviglioso.
A pagina 232 dell’edizione inglese, King affronta anche il tema delle scuole di scrittura… ha! Questo secondo lui è la tipica reazione degli ascoltatori ad una lettura:
“Mi è piaciuto il racconto di Peter… aveva qualcosa… un senso di, non so… c’è un senso sentimentale di, sapete. “, con gli altri che annuiscono e sorridono. King qui è acido perché sa che il problema sono i dettagli; scrive ancora:
“Critiche non specifiche non aiutano alla seconda revisione – anzi, potrebbero generare più problemi.”
E, my dears, potrebbe aver ragione: la modalità “uno legge un testo a tutti gli altri i quali improvvisano una qualche reazione” può portare a risposte… improvvisate. Cosa si porta via con sé lo scrittore da queste reazioni? Magari il pubblico non ha neanche capito bene. Magari gli è squillato il telefonino. Magari parlava di altro con l’amica accanto. Magari è arrivato un sms – così importante. Quindi tornando al povero scrittore / lettore, che gli rimane?
Leggere in pubblico è ascoltarsi. E’ anche sentire i toni, fare un piccolo spettacolo , per cui serve, occasione rara e forse unica. Però le reazioni del lì per lì non possono bastare come unico “ritorno”.
Per cui anche qui secondo me King ha da insegnare, insegnare l’editing come strada di apprendimento del mestieraccio di scrivere, e dell’aprire la porta come modo per crescere. Aprire la porta (è una immagine di King: rivedere il testo con la porta aperta) significa trovare qualcuno fuori che ti aspetta, che può leggere e rileggere il testo con attenzione, sentire i punti lenti, i punti spicci, togliere, rendere lineare. Così si impara - forse. Diversamente, no di sicuro.
Stephen King “On Writing”, in italiano “On writing. Autobiografia di un mestiere”, Sperling & Kupfer.
Raymond Carver “Il mestiere di scrivere” Einaudi.
venerdì 28 gennaio 2011
Poesia d'amore - Eleonora Falchi
Amiamoci di quell'amore
Essenziale assoluto
Che non si cura dei fronzoli esterni
Lasciami bere fino all’ultima goccia
Il nettare della tua passione
Perché tu resti per sempre dentro di me
Assapora piano il mio farmi liquida per te
Per comprendermi profonda
Senza bisogno di parole
Amiamoci con quell’attrazione che fa
Di due corpi e di due menti
Un solo mondo e un solo cuore
E tutto andrà bene
(di Eleonora Falchi)
lunedì 24 gennaio 2011
Lo Zio A. era lo zio dei vizi: della cocacola, del caffè, degli orari permissivi, delle bestemmie.
Non lo conoscevo bene, come la maggior parte delle persone che conosco.
Un anno fa inizio ad andare a vedere le partite della Fiorentina con lui, perché è anche lo zio ultras che aveva visto i Viola a Torino passeggiare e poi vincere lo scudetto del ‘69.
Vado a prenderlo in macchina, lo scarico sul posto, vediamola partita e lo riaccompagno. È già malmesso, debole sulle gambe e con il fiato corto.
La Fiorentina inizia bene il campionato e anche la champions, così che io credo che alla fine vinciamo davvero qualcosa, invece nulla, una disfatta totale, perché i calciatori vanno in campo solo per sé stessi mica per chi li va a vedere. In mezzo a tanti dati sportivi lo zio c’infila anche quelli dell’emoglobina, dei globuli bianchi e delle cure in genere.
Spesso si guarda anche la motoGP, o meglio Valentino, e lui, o bene o male non tradisce mai.
È il 14 di agosto e sono a fare un lavoretto, il guadagno è per la casse delle assicurazioni e quello che avanza per le ferie. Sono con lo scalpello in mano cado, la scala via di piede e per non spaccarmi la testa mi aggrappo e tiro giù la caldaia. Sono a terra, sano e salvo la caldaia inizia a piegarsi su sé stessa, i tubi di acqua e gas cominciano perdere. Sono solo in casa. Apro le finestre. Guardo a destra e sinistra, “ma dove cazzo hanno messo i rubinetti”.
Li trovo finalmente, evitando un disastro. Domani è ferragosto, non so che a Cristo votarmi, così lo chiamo. Perché è anche lo zio trombaio.
Lavoriamo per tre giorni come bestie, come veri trombai, con pezzi di ricambio di fortuna, tubi piegati e dadi che proprio non vogliono sapere di tornare al loro posto. Bestemmiamo e facciamo il massimo, ma non serve a niente perché le cose quando devono andare male, vanno male davvero. Alla fine lui comunque mi dice “non importa ragazzo, non ti sei fatto male e io sono contento di aver dato una mano al mi’ nipote”.
Il campionato reinizia e non è proprio il caso di farsi illusioni con questa squadra e questa società. Per lo zio e per me sono tutti de’ bucaioli.
Meno male che Vale ritorna a correre rimettendosi presto dall’infortuno.
Siamo a vedere la gara di Sepang e il dottore conferma che il primario è sempre il più forte, sverniciando la concorrenza e dicendo “l’anno prossimo ci sono anch’io per il titolo”.
Con lo zio usciamo per prendere il giornale, devo camminare davanti, con lui che usa le mie spalle come sostegno, siamo sulla panchina di p.za Gualfredotto quando mi dice: “questa volta si va via, siamo belle di’ gatto”
Io borbotto in silenzio “ci vorrebbe il Valentino dei dottori”
La domenica, quella domenica, vado a trovarlo verso le 11, la motoGP ha corso all’alba, Vale è arrivato terzo. Perché, sentenzia lo zio: “ gli danno la moto peggio”. I viola giocano a Genova con la Samp. Nessuna speranza.
Lo zio è nel letto, un omone di 90 kl e passa ridotto ad un gomitolo di dolore.
Continuiamo a parlare di sport. Le parole escono a fatica, sconnesse, spesso incomprensibili, a volte speranzose “quando arrivo lassù mi darà una pacchina”. O disperate come quando mi prende per la felpa e mi dice:
” ragazzo, perché non mi porti a Genova”
Lo zio muore martedì mattina alle 3, la mia mamma troverà una chiamata persa alle 2.40. mi hanno detto che ha chiesto di me poco prima.
Sapete una cosa, mica gliel’ho mai detto che gli volevo bene.
Io intanto lo scrivo.