Il rumore c’è stato, e anche forte. Non possono far finta di nulla, come in uno scherzo: anche se quella è l’ultima sera di carnevale, di scherzi non ne vedono più da tempo.
Che idea sciagurata, far pratica di guida di notte. E per giunta una notte senza luna. Non le riesce neanche di giorno. Figurarsi lassù, con il freddo che appanna i vetri e intirizzisce le mani, in quel parcheggio di collina, incustodito. Ma tra sei giorni lei ha l’esame di pratica e ci sono seri dubbi che possa superarlo. Parcheggiare, poi, un disastro.
Con la ‘P’ disegnata a pennarello e attaccata con lo scotch sul lunotto posteriore, pensavano di essere a posto. Hanno provato, girando in tondo in quel piazzale, prima il parcheggio a spina di pesce, poi a retromarcia, infine una gimkana e l’inversione in tre tempi rapida, troppo rapida, da una fila all’altra di auto posteggiate, con forse troppa fiducia nel servosterzo e nei freni. Più la sfiga del lampione che improvvisamente si è spento.
Mario si mette le mani nei capelli. Gli restano diverse rate da pagare e ancora non la sente mica sua, quella macchina bella e sportiva. E neanche lei è sua, la testa sempre tra le nuvole, taciturna, inafferrabile.
«Cos’è successo?»
«Ovvio che hai picchiato un’altr...»
«Oddio, dove?… non è che ti sbagli? Magari è solo un grosso sasso… un tronco d’albero…o…»
«Macché. L’hai presa in pieno. Calmati, Katia, sono cose che capitano…»
«Accidenti a me! Proprio non la controllo, questa macchina.» È scesa dalle nuvole, e quando scende dalle nuvole si dispera sempre troppo. Sempre dopo, però.
«Non dare la colpa alla macchina ora.»
«È che non ci vedo nulla…» e con un fazzoletto pulisce il parabrezza appannato e sbianca in viso. «No, non dirmi che ho beccato proprio ‘quella’…»
‘Quella’: la vecchia Panda che hanno preso in giro quando sono arrivati, per come sussultava su se stessa, i finestrini fasciati con fogli di giornale, dall’interno.
«E magari li abbiamo disturbati proprio sul più bello… eh eh.»
«Porca puttana! Fanculo a quel cazzo di lampione che non funziona! Proprio lì dovevano mettersi a scopare a fari spenti quei due str…?» Quando Katia scende dalle nuvole sceglie proprio un linguaggio da caserma, forse per consolarsi dell’impatto con la terra. Fortuna che ciò accade assai di rado.
«Be’, logico che si siano scelti un posto al buio… Dai, svelta, scambiamoci di posto ora che non ci possono vedere, dirò che a guidare ero io, meglio evitare grane, tu hai solo il foglio rosa e io mica ho la patente da almeno dieci anni. Aspettiamo che si risistemino per benino, e che escano… e poi…»
«E poi cosa? Ci denunciano? Ci chiedono soldi?»
«Ma che dici?! Sarà solo un graffio nel fianco. E comunque c’è l’assicurazione, basta che compiliamo il modulo di constatazione amichevole… non te l’hanno insegnato a teoria?»
«Ma serve in caso di sinistro… questo sarebbe un sinistro?»
«Se non lo hai fatto apposta, sì! Sinistro, incidente… sveglia!… è solo questione di nomi…»
«Uffa, ma devo proprio prenderla questa patente?»
«Certo che sì, mancano solo sei giorni… non vorrai mica che io ti faccia da autista per tutta la vita, cara!» Ma subito si accorge di aver detto una cazzata, non è mica detto che lei voglia passare tutta la vita con lui. Non gli dice mai cosa le passa per la testa, figuriamoci il resto, il futuro. Oh, quanto invidia quei due della macchina davanti, seppur ammaccati ed interrotti, almeno qualcosa prima dell’urto forse l’hanno consumata.
Katia invece pensa che l’amore in macchina lo fanno solo gli sfigati, o i cornuti, ma si vergogna e non dice nulla.
Mario vede che ha gli occhi lucidi.
«Prima o poi imparerai anche a prendere le misure e a parcheggiare, dai… fossero questi i problemi… non ti metterai mica a piangere adesso?»
«No, ma... se non ci fossi tu… sono negata per le questioni pratiche» e gli butta un bacio.
«Lo so, la conosco la mia sognatrice. Ora vado a vedere. Tu puoi restare a guardare le stelle dal finestrino, così non prendi freddo e non combini altri guai.»
Quel tono paterno la infastidisce, mica è poi tanto più vecchio e vissuto di lei.
«Allora vengo anche io, è una notte senza luna, le stelle si vedono meglio fuori.»
Escono nella notte silenziosa, ben avvolti in lunghe sciarpe. Quasi con timore, chiudono gli sportelli piano, senza sbatterli.
Dalla terrazza del parcheggio guardano lei in alto, lui verso la città.
Nel cielo le stelle sono sempre le solite, sembrano aver voglia di parlare e forse brillano solo per questo, ma è un dialogo inutile, energia sprecata: lui le costellazioni non le sa leggere e l’oroscopo si limita a sentirlo alla radio, la mattina, sempre meglio che sul giornale o su internet, è gratis e poi la voce dolciastra e rassicurante dell’astrologo di turno gli tiene compagnia. All’orizzonte invece si vedono le luci cittadine degradare in lontananza formando strane figure altrettanto indecifrabili, come i tanti puntini numerati da unire con la matita nei giochi di enigmistica, anche se in quel momento non gli interesserebbe conoscere la soluzione.
Katia resta pensierosa. Se solo provasse a dire quello che ha dentro parlerebbe per ore, ma decide che è meglio di no. Non è per timidezza. È come se nessuno meritasse di ascoltare.
Allora fa un giro ricognitivo al buio intorno all’auto dalla quale è uscita.
«Si è sciupata solo la plastica del parafanghi, il faro sembra ancora intero… dai, poteva andarti peggio» constata, cercando di minimizzare.
«Aspetta a vedere la loro, quelle vecchie Panda sono fatte di burro… e tu andavi in avanti convinta come un caterpillar!»
Lui si accende una sigaretta nervoso e la butta quasi a metà. Gli scoccia che quelli pensino: ecco i soliti bambocci inesperti che provano la macchina nuova. Ma si calma perché dopotutto a loro volta i danneggiati possono essere visti come la solita coppia che rinnova la macchina vecchia con bollenti incontri clandestini. In qualche modo la vergogna resta in pareggio, conclude tra sé, mentre cerca di allungare il collo non per spiare le manovre dei due amanti interrotti, ma per stimare l’entità dell’ammaccatura nel veicolo altrui.
Perché ci mettono tanto?
Finalmente l’altra coppia esce dalla macchina, rivestiti alla bell’e meglio. Accendono la torcia e li osservano: giovani anch’essi, seppure non più ragazzini, e altissimi entrambi, tanto che c’è davvero da chiedersi come avessero fatto a entrare lì dentro, nello spazio angusto di una Panda sempre piuttosto limitato per le evoluzioni ginniche, nonostante i sedili completamente reclinabili.
L’uomo si massaggia energicamente la schiena. Deve aver battuto nel volante, pensa Mario, e trattiene a stento una risata, non è proprio il caso. Quello sembra fissarlo con rancore e faccia dura.
Allora fa due passi avanti e si mostra sicuro, fa lo splendido.
«Ragazzi, non preoccupatevi che sistemo tutto io…» con largo gesto della mano, da padrino, e comincia a compilare il modulo, gli trema la penna nella mano, poi si accorge che il foglio è al contrario. E che l’altro è in divisa. O in qualcosa che ci somiglia molto. Cazzo, questa non ci voleva.
Il forse vigile resta impassibile, mentre scandisce tra i denti: «Non c’è prezzo che ripari quel che ci avete fatto…»
«Ma se è solo un’ammaccatura…»
«Oh, il danno è più grosso di quel che vi sembra, ve lo assicuro…» rincara la compagna, più dolce, ma compunta, con gli occhi bassi. Si è riabbottonata la giacca tutta storta nella fretta. Una madonnina infilzata al muro, che antipatica, pensa Katia e a guardarla si sente un po’ meno colpevole. Così osa un: «Ma non dire cazz…»
Mario però la interrompe in tempo: «Volete una sigaretta? Parliamone…» Meglio tentare la strada della diplomazia, anche se dentro di sé sta maledicendo l’uso ed abuso di tutte le divise, di ogni foggia e colore, tanto per non sbagliare. Soprattutto quelle che mentre sono in servizio si divertono altrimenti, e mica si potrebbe.
«Ma quale sigaretta, noi vogliamo i vostri nomi.»
«Posso spiegare… Di nomi basta il mio… La macchina l'ho comprata io, l’assicurazione è intestata a me… lei meglio lasciarla fuori», sussurra lui con cavalleria. Ma no, non basta. Anzi è pure peggio. Per tutta risposta l’uomo smette di massaggiarsi la schiena sbattuta nel cruscotto, si piazza davanti a loro e gli mette le mani sulle spalle. Quasi tremano, sentendosi così bassi in confronto.
«Abbiamo visto benissimo che alla guida c’era lei… forza, diteci i vostri nomi, entrambi!»
I due imputati si guardano, smarriti. Ecco, ora anche se non è in servizio gli chiederà i documenti e verrà fuori la storia del foglio rosa, e di lui che non è certo patentato da almeno dieci anni. Pessimo istruttore, pessima allieva. Katia avrebbe gettato la spugna, dopo quella figuraccia davanti a una divisa, ci può scommettere. No, non è giusto subire così.
Ma i danneggiati perseverano ad oltranza nella loro strana ostinazione:
«Ci servono un nome maschile ed uno femminile, i cognomi non ci importano… e non mentite!»
«Ok ok… come volete… Mario e Katia…» all’unisono, ma sottovoce, quasi vergognandosi dei loro appellativi così comuni, però in fondo mica brutti.
«Umh… si potrebbe fare di meglio…»
«Noi questi abbiamo…»
«… Ma almeno non c’è bisogno di accorciarli in diminuitivi.»
«Almeno? Si può sapere a cosa vi servono?»
Quelli si trattengono, zitti. Poi rilasciano il primo sorriso, e poi un secondo, e anziché parlare scoppiano a ridere come matti, lì, alla luce della torcia, mentre Mario e Katia li guardano senza capirci un’acca.
Alla fine i due spilungoni confessano tra gli sghignazzi, e spunta chiaro quello scherzo di fine carnevale. Divisa compresa.
«Ci servono, eccome, nell’evenienza… e la colpa è tutta vostra… se tra nove mesi ci nasce un pupo, non possiamo mica chiamarlo ‘figlio del volante’!»
Gli improbabili padrino e madrina, ora soli, restano per un po’ appoggiati alla balaustra della terrazza a guardare in silenzio le auto e le moto parcheggiate in disordine. Troppo freddo anche per i vigili, quelli veri non quelli mascherati, e poi è carnevale, e allora quella sera niente multe.
Rientrano in macchina. Guida lei. Per nulla demoralizzata, anzi, ha perfino già imparato ad accendere l’autoradio e inserire un CD con una mano sola. Chi l’avrebbe mai detto.
Lui pensa con paura a quanto poco, ancora, la conosce. Quel suo modo di condurre il gioco col silenzio. Di cadere sempre in piedi. Vuoi vedere che non la bocciano?, si dice.
Ripensa allo scherzo della Panda, come se avesse solo sognato. A quella divisa male impiegata. E alla botta che invece era vera.
Poi smette di pensare. Sono quasi le quattro. Tra tre ore andrà al lavoro. E sentirà l’oroscopo del giorno, lungo il tragitto. Sempre che lei non gli sfasci l’autoradio, prima.
Ma ancora mancano tre ore. A chi tre ore, a chi sei giorni, a chi nove mesi. Manca sempre tempo, insomma.
Le stelle, ora, sparse come coriandoli si rispecchiano sul cruscotto argentato ultima moda. A Katia sembrano tante briciole di pane lasciate all’andata sulla strada del ritorno. Quasi si sente più sicura ora che quelle la guidano, anche se in realtà le stelle stanno ferme e non la portano da nessuna parte e lei deve stare attenta. Ci vorrebbe il pilota automatico, come per gli aerei.
Poi si distrae e sì, deve essere davvero elettrizzante scegliere due nomi, due in particolare tra i milioni di nomi che esistono nel firmamento. Non sa se le capiterà mai di doverlo fare, ha solo diciott’anni, ma sa che non le dispiacerebbe, nell’evenienza. Sa che sarebbero due nomi non banali, unici come due stelle cadenti.
Sa questa ed altre cose. Ma come al solito non dice niente.
Katia non dice niente ma tu le fai dire tutto, veramente un bel racconto.
RispondiEliminaNon arrossire.
Massimo
da qui il detto: "Donna al volante, pericolo costante" ;-). Aspetto il prossimo. Ciao!
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