sabato 31 dicembre 2011
Quella sera al PalaMandela
“Io e il direttore arriviamo verso le 21, tienici il posto”
La risposta è pronta
“è la notte di Leonard e voi ve ne state tranquillamente con le gambe sotto la tavola, vergognatevi”
Corrado che è un tipo sveglio, prontamente risponde
“mica è nostra la notte, è di Leonard”
Io controbatto
“okkei ti lascio il posto all’angolo di Leo, girato verso il pubblico quando combatte, girato verso di lui quando sputa l’acqua”
“sei un tesoro” chiosa Corrado.
La telefonata del babbo arriva alle 19.25:
“Massimo c’è già gente quando arrivi”
“fra 10 minuti sono lì”
Sono davanti al PalaMandela, faccio la fila per il pass e poi appendo quel cartoncino al collo come fosse una medaglia, il babbo ha il posto assegnato nelle vicinanze del bordo ring, io sulla sopraelevata, dobbiamo dividerci, lo facciamo con un abbraccio. La stampa che conta è giù, hanno postazioni con gli wireless e i portatili accesi. Io tiro fuori il blocco per gli appunti e mi preparo anche se mancano ancora 2 ore al match di Leonard. Al Mandela non si può fumare ed una vera disdetta perché per gli incontri fumo come un dannato, raggiungo l’uscita di servizio e vado a fumare. Al ritorno faccio un giro, appena vedo un cartello con scritto “buffet sala stampa” mi fiondo sull’obbiettivo, ma vengo respinto, il mio pass non vale. Forse hanno paura che mi sbronzi e poi faccia casino, ma nessun pericolo non bevo mai prima dei match.
Il direttore e il fotografo arrivano con aria compassata, si sistemano e si guardano in giro, non manca molto al match, io sono intento a scrivere qualcosa degli altri match che precedono quello di Leonard. Dopo un po’ loro se ne vanno giù, il servizio di sicurezza è un po’ lasco e volendo si arriva nei pressi del bordo ring che ora è pieno. Mi chiamano invitandomi a raggiungerli, ma non riesco a passare, sembra che non mi riesca nulla in questa serata, ma sono solo teso. Decido di restarmene in sopraelevata, anche se so che i match si vedono bene a bordo ring, dal basso si notano meglio i pugni che incontrano l’avversario, dall’alto è un po’ più difficile, comunque vedo bene e poi c’è lo schermo che mi può aiutare con i replay, scrivere di pugilato con i pugni che saettano a serie e cosa ben difficile.
I pugili fanno il lorio ingresso sul ring è il momento che gli appassionati aspettano da 44 anni, sbucano dagli spogliatoi adiacenti alla nuova palestra che sono sotto al Mandela, la vecchia palestra era dall’altro lato, quando sono andato ad intervistare Leonard ho guardato il tappeto del vecchio ring, coperto di macchie rosse e scure, il sangue dei pugili che per 25 anni si sono allenati all’Accademia Pugilistica Fiorentina, lì in mezzo, da qualche parte, ci sono anche le mie.
Il match inizia, di solito prendo appunti così: mi segno le iniziali dei pugili, e scrivo le abbreviazioni dei colpi più significativi, i conteggi, i richiami, e poi alla fine del round esprimo il giudizio. Cercando di stare con gli occhi sul foglio il meno possibile, altrimenti come faccio a vedere il match.
Il match è finito, finalmente recupero il fotografo e il Direttore, fumiamo una cicca fuori dal Mandela e poi stabiliamo l’ora per mandare il pezzo e le foto on line. Le 1.30.
Rientro a casa a 10 alle 1, accendo il computer e vado a baciare la Giorgi che è a letto, prendo il blocco con gli appunti e inizio. Ho riempito tre paginate di roba, ma non ci capisco nulla, ho scritto in una specie di trance, l’unica cosa che riesco a leggere chiaramente è “vince ai punti ed è il nuovo campione europeo dei pesi welter Leonard Bundu”. Inizio il pezzo così.
lunedì 26 dicembre 2011
mercoledì 7 dicembre 2011
Mica saranno tutti sordi
Ho lavorato per qualche tempo in un magazzino enorme, lì arrivavano tutti i prodotti della Toscana che da lì ripartivano ai vari negozi, compito mio e dei miei compagni, mettere i prodotti sui camion, o meglio vicino ai camion, il lavoro di carico era destinato ad altri. Fra questi compagni di ventura c’erano vari personaggi, ognuno meriterebbe un racconto, fra questi c’era Osvaldo, più volte l’ho sentito ripetere: “da questi – inteso la catena per cui lavoravamo – non ci compro nulla, vado dalla concorrenza io, per colpa mia nessuno di noi deve prendere in mano neanche uno stuzzicadenti” .
La prima volta che sono andato a Pisa era il 1987, c’era Pisa – Fiorentina, in tutte le città che andavo in quegli anni subito dopo il loro nome c’era Fiorentina. Era la prima trasferta cattiva della mia carriera da Ultras ed essendo ancora minorenne prometteva bene, in treno mi si era appiccicato il Ricci, avevamo fatto le scuole medie assieme, poi lui era andato a geometri e ora si vantava di essere diventato una sorta di Gabriel Pontello, mentre io che avevo scelto agraria ero finito nella sezione solo uomini e per giunta più dura della scuola, poi, dopo essere bocciato in prima avevo ripiegato sull’altra sezione, ignaro che per quell’anno ci fosse stato un’inversione di tendenza che aveva portato le ragazze dall’altra parte, insomma in poche parole nisba, ma a me fregava poco, io volevo solo raggiungere gli altri che avevano preso posto nella carrozza dei capi Ultras. Loro erano i ragazzi del Collettivo che, in attesa di raggiungere gli onori degli anni ’90 erano andati a lezione a Verona dalle Brigate gialloblu, gruppo storico italiano di cui non vi dico nulla perché sono sicuro che già sapete tutto, il vagone era pieno di Ultras, il treno stava rallentando.Ci siamo ormai, si alza il coro: “STIAMO ARRIVANDO, APRITE STIAMO ARRIVANDO…..” seguito dal fischio del freno di emergenza che blocca il treno.
Alla stazione di Pisa risuona forte un altro coro dei 3000 fiorentini “SON TORNATI GLI ULTRA’” al termine del quale risuonano anche i vetri del tabaccaio e delle porte centrali. Mica faranno tutti i vetrai.Il corteo si snodava per le vie della città, alcuni bar erano già chiusi, altri lo facevano sul momento abbassando i bandoni in tutta fretta, quelli aperti avrebbero chiuso dopo il nostro passaggio, per inventario.
Finì 2 a 1 per il Pisa al goal iniziale della squadra di casa ripose Roby Baggio su punizione, al nuovo vantaggio non rispose nessuno. Alla fine della partita c’era un intero stadio che ci gridava contro, ed io, oltre a non essere abituato mica lo capivo il perché. Quelli più vicini a noi e che potevo vedere in faccia erano tutti vecchi, che avrebbero fatto meglio a sentire le partite con Sandro Ciotti e compagnia bella, mentre quelli della curva opposta mi ripromettevo di vederli fuori. Dopo un paio di cori compatti, in balaustra salì il capo Ultras, chiamò il silenzio a gesti, poi, con la curva muta disse:”all’uscita rimaniamo compatti, se i pisani si fanno vedere li carichiamo, ma nessuno tocchi le macchine, non deve ripetersi Cesena”. A Cesena avevano distrutto una città, un treno e anche gli accordi con il presidente della fiorentina, io non c’ero andato, ma gli amici, gli articoli di giornale, le foto e i filmati, erano arrivati a me come a tutta Italia.
Il corteo del ritorno passò fra la città senza troppo incidenti, i Pisani non si vedevano, se non su un ponte, ma c’è la celere e non successe niente. La nostra marcia, nonostante le raccomandazioni, era scandita di tanto in tanto in tanto dai rumori delle lamiere, che si piegano sotto le suole degli anfibi fiorentini. Alla stazione qualcuno ricordò che c’era lo sciopero nazionale delle ferrovie dello stato, altri ridendo rispondevano: “vuoi che lasciano 3000 fiorentini a giro per Pisa”. Gli ultras poi viaggiavano sui treni speciali e di speciale c’è anche che al massimo pagano il viaggio di andata, mai quello di ritorno. Appena partiti, neanche usciti dalla stazione, si affaccia un ragazzino dietro un cespuglio, avrà 12 anni e lanciando il sasso che hai in mano rischia di andargli dietro, la gente ride, ma tutti sono convinti che fra qualche anno il ragazzino sarà un Ultras fatto, peccato non rincontrarlo visto che il Pisa farà presto a tornare in serie B.
Il mio treno per Pisa parte fra 10 minuti, rigiro il biglietto finché non vedo la scritta lasciata dalla macchina obliteratrice 22.10.2011, sabato aggiungo io. Salgo a bordo assieme ad alcuni ragazzi seguiti dai loro trolley, altri in vettura hanno gli Ipad, trovo posto a sedere, dalla mia sacca tiro fuori un libro, si tratta di Franny e Zooey di Salinger, non riesco a leggerlo prima di dormire, perché mi addormento prima, il treno è perfetto per leggere, quasi ti costringe a farlo, ma poi, soprattutto quando il tragitto è breve e il libro interessante quasi ti dispiace smettere.
Sono all’entrata principale della stazione di Pisa, l’ufficio informazioni è saturo, preferisco fare la piccola coda che si è formata davanti al tabaccaio, per comprare sigarette e informazioni. Il tabaccaio è giovane e scattante, vicino alla mano destra gli spiccioli, accanto all’altra i biglietti per autobus, per prendere le sigarette si gira sulla sedia girevole e arriva così alle marche più fumate, mi risponde al volo senza creare intralci alla coda. È giovane chissà se i suoi genitori avevano quella bottega negli anni ‘80. Mica tutti fanno il lavoro dei genitori.
Ancora non vi ho detto cosa mi rispinge a Pisa, un anno fa siamo stati scelti da un editore – all’epoca lavoravo in coppia – che ci propose di pubblicare, “sempre se non avevamo altri impegni”, un libro con la sua casa editrice, be’ non ci crederete, ma forse sì, che dopo un anno e dopo varie mail, non ci ha fatto sapere più nulla, neanche una risposta di rito, nisba insomma.
Il salone del book festival è un calderone cotto a fuoco alto dai termosifoni al massimo. Nonostante il caldo decide di lasciarmi in testa il cappello. Eccolo, pur senza preavviso ero sicuro di beccarlo lì, si sta intrattenendo con due aspiranti scrittrici, io me ne sto a un paio metri da loro, distrattamente guardo il libri in esposizione, attentamente aspetto il congedo delle aspiranti per farmi avanti.
Decido, dopo tutto, di festeggiare con un pizza e una birra, il locale scelto è una schifezza. Il gestore ha i baffi radi tipo topo, le orecchie tipiche dei ratti, e una coda che gli spunta fuori da un’apertura nei pantaloni. Entro e dico:
- buongiorno
- la cucina chiude tra 30 minuti
- allora vediamo di sbrigarci.
Passo i primi 10 minuti a guardare gli altri sfortunati commensali, quasi tutti di stranieri di passaggio, il servizio latita, c’è una cameriera che sorride a tutti, e a tutti ripete just a moment, alla parete è appesa una bandiera del Pisa, il vertice destro è evidentemente abbassato, pende insomma. I quadretti appesi hanno la stessa inclinazione, mi giro verso il bancone, anche il gestore pende accarezzandosi la coda.
Si avvicina la cameriera mi porge il menù, vado per esclusione visto che non ci sono: primi e secondi ma solo pizze, senza funghi e prosciutto però. Sto per risponderle, ma lei mi fredda con just a moment. Finalmente riesco ad ordinare una margherita, una birra e un ananas al maraschino, lei ripete just a moment e se ne va.
Ho finito finalmente, l’ananas al maraschino ovviamente non c’era, controllo che non spunti sul conto del topo, pago e me ne vado.
In treno riprendo il libro, ma poi lo rimetto nella sacca quasi infastidito, ripenso a tutte le volte che sono andato a giro con la mia sacca, sorbendomi serate noiose solo per far vedere a qualcuno i miei racconti, che forse sarebbero stati proposti a qualchedun altro, che forse sarebbe stato interessato. Alle diverse bocciature espresse per l’uno o l’altro motivo, a come per ottenere anche solo quelle mi sono dovuto sbattere e magari prendere un treno di sabato mattina per sorbirmi le lamentele sulla crisi e farmi dire quello che sapevo e quello che non volevo sentirmi dire cioè, che dopo inizio valido il testo perdeva di interesse e che insomma non lo sentiva.
Ripenso anche agli elogi, agli inviti a continuare che troppo spesso dimentico, alle pubblicazioni, ma soprattutto a come la scrittura mi abbia messo in contatto con mondi nuovi, o mondi antichi, come il pugilato, in cui sono rientrato senza guantoni ma con la penna in mano. A tutte le volte che mi sono alzato di notte per scrivere e alle volte che ero troppo stanco e infreddolito per farlo e allora la mattina, rubando tempo qua e là, lo facevo comunque.
A conti fatti - e smetto di ripensare e mi metto a pensare - rinunciare a scrivere sarebbe più difficile, quasi impossibile.
Il bigliettaio mi desta dai miei pensieri, lo guardo mentre gli porgo il biglietto, sembra parente del gestore del ristorante, quando mi restituisce il biglietto gli chiedo quanto manca, poi guardo dietro se ha la coda, niente coda, probabile che trenitalia gliela abbia fatta tagliare.
Sono a casa e sono a pezzi, devo scrivere un articolo per il giornale, raduno i miei appunti e le mie idee, non faccio niente di diverso dal solito, registro ciò che succede intorno, solo che ora lo batto su un foglio. Io continua a battere per me e per gli altri, mica saranno tutti sordi.
domenica 4 dicembre 2011
NEL GIARDINO
Assurdo che per rivedervi insieme
si è dovuto aspettare
il vento fintoquieto delle cinque
sul cerchio dei cipressi,
l'inchino di colline marezzate,
il tempo del tacere.
E pietre strette a pietre come mani,
di marmo le giunture
tra le semplici sculture di saluto
a guardarsi negli occhi
saltando ogni senso, muro o confine
nel tenersi - per sempre.
La casella agrodolce delle ceneri
forzatamente accanto
vi ha prescritto una rinnovata pace,
ferma come il respiro.
Ma ora è quasi un Eden, nel giardino.
Se ci credete – ancora.
(Ai miei nonni)
sabato 3 dicembre 2011
Connessioni
Parole fragili
Fili invisibili tra noi
Che intrecciano una tela ignota
Dalla trama discontinua
Percorsa in equilibrio
Affacciandosi sul vuoto
Che solo essa colma.