venerdì 31 dicembre 2010

Buon natale Frank

Bisogna saper vincere, per natale era stato indetto un concorso per il miglior racconto fra i partecipanti del corso di semicerchio, Katerina ha avuto la malaugurata idea di dirmelo in anticipo, e così le ho fatto bloccare, da Pietro, tutte le mail contenenti le parole “natale concorso”. E voi non avete ricevuto un bel tubo. Poi ho messo fuori combattimento Pietro, cospargendo con tutti i bacilli influenzali mondiali l’orsacchiotto che stringe sempre prima di addormentarsi.

Ho contattato babbo natale e la befana per l’editing – ho speso una fortuna – ma oggi finalmente potete ammirare l’unico racconto di natale della rivista semicerchio. Anzi, se lo volete finire dovete andare pure sul link di bencotti

Tanti auguri

Massimo

Buon natale Frank

È sempre di questo periodo che esco con il Frank:

- vero Frank?

- vero

ma vero che ho risposto io, perché lui, il Frank, mica le capisce ste cose. Nessuno sa cosa esattamente capisce, boh. Mica è sempre stato così. Non che fosse un genio, ma da ragazzi era uno del gruppo. Non sempre.

http://bencotti.com/2010/12/31/buon-natale-frank/

martedì 14 dicembre 2010

Perfetta per Scrivere

Il mio capo ha 55 anni, un gancio sinistro micidiale e una penna affilata.
Mi alleno con lui tutti i giovedì alla palestra del vecchio Telli. Lui, il capo, era un gran picchiatore, a volte veniva picchiato, ma molto meglio se lo dice lui scherzando.
Il vecchio Telli, dopo che abbiamo scazzottato sacco e pera e aver saltato la corda ci concede un paio di riprese sul ring. Senza forzare perché io non reggo i colpi e non è davvero uno scherzo se a dirtelo è il medico della Federazione Pugilato “i colpi presi hanno pregiudicato il tuo equilibrio, gli esami vestibolari parlano chiaro, niente che non vada a posto con il tempo, solo, prendendo un cazzotto fuori dal normale puoi diventare sordo, o perdere l’equilibrio”.
Dopo la doccia ci facciamo una pizza e una birra giù al Drunk, stavolta siamo alla seconda e non sembra l’ultima. Di solito parliamo di donne o di pugilato, stasera non è la serata adatta per parlare delle prime, finisce che parliamo di lavoro, ed è lui che parte:
- sai che a Firenze per tre volte l’anno ci sono 108 pazzi disposti a spaccarsi la faccia per conquistare una vitella bianca?
- sì ne ho sentito parlare
- secondo me ci verrebbe un bel pezzo, avevo pensato di mandarti sul posto, roba forte se ci sai fare
- posso documentarmi
- no no, voglio che vai lì e raccogli la testimonianza diretta, ho già il gancio giusto
- ok
- puoi partire domani?
- sì nessun problema
- domattina in ufficio ritira un po’ di soldi e fai un bel lavoro
- contaci.
Prende la penna dal taschino e scrive sulla tovaglina di carta:
“non ho mai incontrato un pugile senza coraggio battiti ragazzo”

Ovvio che non resisto a dare una sbirciatina negli archivi del giornale, energumeni che si picchiano dal 1400 nella culla del Rinascimento fanno un certo effetto.
Sto cercando di mettere ordine nella pila di fogli mentre sono seduto nel mio scompartimento del treno, è dall’inizio del viaggio che guardo di sbieco la mora seduta al finestrino, ma lei non vuol smettere di guardare fuori, e per vedere cosa? È un buio del cazzo fuori.
All’arrivo, lei si fionda nelle braccia del coglione del suo uomo, gli molla un bacio e poi le valigie.
Esco dalla stazione, che poi è bella ma mica tanto, comunque devo darmi un mossa, trovare da dormire e magari mangiare, ho il gancio per le 22.00. Suono al primo buco.
- Salve signora vorrei prendere una camera
- Si accomodi, terzo piano, l’ascensore è guasto
Uff pant pant, devo smettere di fumare, di bere. Devo solo arrivare in cima alle scale.
- ecco questa è la camera
- be.. bene
- non c’è il bagno, deve andare al piano, non c’è la televisione e l’acqua calda è a tratti bollente, e a tratti non è acqua calda
Guardo l’orologio, è tardi e di fare tre piani anche se in discesa proprio non mi va, deve essere una tattica
- bene la prendo
- davvero?
- mi scusi ma lei l’affitta camere o vuole solo scambiare 4 chiacchiere con qualcuno di tanto in tanto
- no no le affitto solo che è la prima volta, penso che devo chiederle i documenti, però prima le faccio una domanda
- spari uhm dica pure
- le piace la camera?
La camera? e chi l’aveva guardata?
Giro la testa intorno.
MioDio è una bellezza, i soffitti sono a cassettoni, le pareti di un giallo ocra, c’è un letto a baldacchino, un comodino dell’ottocento con piedi a cipolla, uno scrittoio della stessa epoca e un finestrone da cui non posso aspettare un solo istante ad affacciarmi.
Fuori c’è un giardino, piante enormi e arbusti crescono indisturbati, sono nel centro di Firenze, in che via non lo so.
- è bellissima signora complimenti
Lei sorride, un sorriso gengivale e dolce
- la prendo, quanto le devo?
- mica lo so? Quanto pensa che le dovrei chiedere?
- bah, a me lo chiede
- facciamo che ne parliamo domani, non si fanno gli affari quando cala il sole, ora si metta a suo agio, le porto le coperte e un bottiglia di nocino, è fatto in casa sentirà
- Vabbe’ facciamo domani.

Il gancio era in zona volevo chiedere alla signora ma la trovo che ronfa sul un sedia a dondolo, accanto a lei un bicchiere mezzo di nocino la bottiglia vuota. Torno in camera, sposto lo scrittoio in direzione del finestrone, mi metto comodo e dico: “perfetta per Scrivere”. Do’ una gozzata del liquore. Mamma che botta.
Faccio un paio di giri a vuoto, alla terza richiesta d’informazioni acchiappo la via, solo che l’ho beccata all’incontrario così che devo ripercorrerla quasi tutta – non chiedete mai un indicazione a me, vi perdereste. La testa mi gira quel nocino è una bomba.
Davanti al portone del tipo ci sono tre gazzelle degli sbirri. Dopo un attimo si sentono urla e bestemmie, rumori di vetri rotti e quant’altro. L’unica luce accesa del palazzo si spenge, si sentono rumori per le scale, poi esce il gruppone. Davanti due sbirri, non hanno il cappello e il primo si tiene il naso cercando di tamponare il fiume di sangue che sgorga. Il secondo si tiene la bocca, poi mette una mano all’interno e ne cava un bell’incisivo. Dietro loro 4 sbirri in tenuta antisommossa, due di loro hanno il tipo ammanettato.
È a dorso nudo, i brandelli della maglietta gli pendono dai pantaloni, sul braccio destro un giglio tatuato, grosso quanto il suo braccio grosso.
La serata promette bene, hanno appena blindato il mio gancio e sono ospite della maga circa sdentata e ubriaca.
Ripiego in una birreria nei pressi.
Il barista è un tizio massiccio e accigliato, mi siedo sullo sgabello.
- una birra per favore
- la vuoi liscia o con un po’ di whisky
- mettici pure il whisky
- ok allora un taglio medio
- hai anche qualcosa da mangiare?
- solo patatine
- allora anche una patata
Il taglio medio ha la consistenza dell’olio multi viscoso da motori, va giù lentamente e torna su immediatamente.
Dietro al bancone ci sono delle foto raffiguranti uomini in costumi storici che si affrontano in una specie di spiaggia. Sullo sfondo non c’è il mare, ma la facciata di una chiesa. Il barista si accorge che guardo le foto ed inizia a parlare:
- non sei di Firenze
- no sono di Torino
- mica sarai gobbo?
- come?
- a strisce, per la Juve insomma
- no no, il calcio non mi piace.
Lui fa uhm, prende il grembiule che gli pende dai pantaloni e lo getta via, fa il giro del banco e mi viene incontro.
E ora che cazzo vuole
È dritto davanti a me, dice:
- alzati
Lo faccio
Troneggiando mi mette le mani sulle spalle, ci fissiamo, poi mi stringe.
Si sente un rumore strano, uno scricchiolio, non capisco cosa succede ma non mollo lo sguardo . Lui mi guarda e sorride dicendo:
- sei un pugile
- sì
Poi mi fa sentire ancora quel rumore. Sono i suoi denti che strusciano violentemente gli uni sugli altri.
Ora mi accompagna dietro al banco, spiegandomi per filo e per segno, partite, personaggi, risultati.
Prendo la mia agenda e inizio a Scrivere e a bere, non lo interrompo mai, lo fa lui quando mi spilla un altro taglio medio.
Alle tre di notte ho l’agenda piena di appunti e a forza di tagli medi mi sono ritagliato un posto nella storia di quel bar, infatti il barista mi dice:
- cazzo amico non ho mai visto nessuno bere come te. Questa la offro io. Levami una curiosità ma dove le metti tutta sta roba.
È vero non ho fatto una goccia, ho la vescica gonfia e dura come una palla da bowling.
Mi alzo a fatica, ad ogni scossone rischio di pisciarmi sotto. Il barista mi ferma:
- il bagno è rotto vai in strada
Torno al banco e finisco la mia birra,- piscerò dopo – pago, ringrazio e saluto.
Sono fuori, all’angolo della stessa strada di prima mi sono già perso, è tardi ma non riesco ad inquadrare l’ora, sotto il lampione la cerco più volte, faccio casino fra la lancetta dei minuti e quella delle ore, mi fisso che quella dei minuti è più minuta.
Mi ricordo che devo pisciare, al pensiero mi eccito e piscio sul posto, alzo gli occhi, un targhetta dice:
“il 4 novembre 1966 l’acqua d’Arno è arrivata a quest”altezza”.
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- dacci dentro Massimo.
Sono agli sgoccioli sul marciapiede opposto sento dei passi, sono un paio di ragazzi. Mi riabbottono e mi faccio loro incontro dicendo:
- sto cercando una piazza qua vicina, c’è una cattedrale e la statua di Dante
il tipo più basso fa all’altro:
- questo è proprio messo male, neanche sa’ dov’è P.za Santa Croce
- magari viene da fori, chiediglielo
- ma da’ in do’ tu vieni?
- da Torino
- allora sei un gobbo
- no no, sono solo per la juve
Il primo cazzotto mi raggiunge alla mascella levandomi il sorriso, faccio in tempo ad alzare le mani che sento il secondo allo stomaco. I tagli medi rimasti escono in fila indiana formando un unico fiotto di vomito. Questo li tiene lontani per un qualche secondo, intanto che dicono “ma che schifo guarda come c’ha ridotto sta faccia di culo”.
Si fanno ancora sotto, sono solo un po’ meno sbronzo di prima, tanto da capire che non devo prendere altri colpi alla testa . Sento lo stridio delle gomme. Le urla:
- CAZZO FATE STRONZI LEVATEVI DAI COGLIONI ALTRIMENTI VI AMMAZZO
Sono nelle mani del barista, poi nella sua macchina, mi sta parlando:
- ma che hai combinato? e cazzo volevano quelli?
- non ti offendere ma a Firenze non avete il senso dell’umorismo
Poi più nulla fino ad ora che sono seduto davanti al finestrone a Scrivere.

sabato 11 dicembre 2010

Due proposte e ringraziamenti

La parte non seminariale del corso si avvia a conclusione, e ho due proposte che riguardano la seconda parte del corso.

1. Lezione / incontro con Scaffai sulla narrativa. Qualche incontro fa ho chiesto a Scaffai se sarebbe stato disponibile a tenere una lezione di narrativa nella seconda parte del corso, e mi ha detto che sarebbe disponibile, ha anche accennato come tema agli scrittori postmoderni, che sarebbe utile, visto che non abbiamo trattato questo negli ultimi due anni e visti anche gli incontri con Saunders.

2. Un incontro di revisione testi reciproca. Credo che sarebbe utile fare un incontro in cui ognuno dei partecipanti porti le proprie annotazioni su alcuni racconti e poesie inviati dagli altri sul blog o per posta e ne discuta a tu per tu con gli autori. Credo che quasi tutti siano abbastanza “affamati” di feedback sul dettaglio della propria scrittura, da aggiungere alle (utili) lezioni sui metodi di (auto) critica. Sarebbe più efficace (nel senso semplicemente di uso del tempo) fare un pomeriggio con una serie di incontri a due invece di uno che legge a tutti e poi a turno sentire le osservazioni (che è come abbiamo fatto l’anno scorso). Non dico di fare sempre così, dico di provare una volta.

Infine vorrei ringraziare gli organizzatori di Semicerchio per la serie di incontri di quest’anno. Qualche amico a cui avevo detto “quest’anno rifaccio il corso di scrittura”, mi chiedeva perché rifare lo “stesso” corso. Credo di poter fare un corso in questa forma tipo 50 volte, e ad ogni incontro trovare gli stimoli per nuove idee, racconti, applicazioni e scrittura. Ricordando un po’ a caso, la lucidità di Cortellessa e la passione di Rondoni, la scrittura tersa di Dagmar Leupold (grazie Paolo Scotini), l’amore per lo scrivere di Marco Vichi, l’incontenibile energia di Elisa Biagini, la capacità comunicativa di Antonio Riccardi, e, lasts but not least, la didattica di Scaffai e Giusti.

mercoledì 1 dicembre 2010

Poesie di Leonardo Magnani

Di Leonardo Magnani


LE CONSISTENZE AVVILUPPANO PIANO


Le consistenze avviluppano piano
nel mio cammino sì poco sereno:
è una strada che dal bene al male
(o all'opposto) deborda nel sale
di campi incolti per il troppo sole,
pur senza limiti, senza parole.

Le consistenze del male e del bene
lente debordano e scrosciano e pèrdono,
forse perchè qualche Dio dissociato
sente che il mondo, l'intero Universo,
è troppo piccolo per starci dentro,
è troppo grande per fare il galante,
e lascia stridere le forze opposte,
come la morte fa degli esborsi
abbandonati a dibattere in vita.

Ora, suvvia, è dolce la stagione
da mettere insieme il pane con le ore;
ora, maledizione, si contorce il povero,
l'inetto d'amore... l'insetto vedovo
della ragione si ammala di cuore.

Ora, maledizione, erompe il ricco
di vita e di speranza come un picchio,
ma un picchio antisistema che conosce
la Balena e da costei è divorato;
ora, suvvia, è dolce la stagione
da mettere insieme il pane con le ore.




PAPPONI PICCOLI E NULLITA' PICCOLE


Papponi piccoli e nullità piccole
s'avvertono d'apprima quando, briciole,
a scuola con gli zaini s'accapigliano
e fuggono rincorsi in guardi vigili
di maestri sommersi dalle regole.
E i piccoli papponi sono mostri,
e prendono a pedate le femmine piangenti,
che sono pure loro dei maschietti;
perchè le nullità più grandicelle,
di pugni e calci molti dovran prendere,
financo dopo le scuole franate,
finite solo a voti contestati.
E i piccoli papponi, invece, al grido
di "fottiamo la nullità invadente",
siedono scranni e ne fanno la legge.

Ma dove cappero sono finito?
Qui non c'è modo di cambiare nulla:
il più forte divora il più debole
e nessuno muove un dito...
Davvero fatemi tornare in culla!



BUS PIENO/BUS VUOTO


Bus pieno di anime rotte,
migranti tra sbarre e segrete:
prigione è la terra d'Italia,
pericolo di greve malia.

Bus vuoto è diverso per loro,
politici alla "Bellemmeglio",
che il Paese sanno tradire...
...lo fanno con l'abito bello.

Bus vuoto per questa italiaccia
scordante l'antico tranello,
che fece partire i più umili,
rinati per altro castello.





IL TEMA DELLE FIERE


I bambini non stiano coi matti,
che poi si marchiano quali rabbiosi
cani d'abbandonare, pien di scatti,
o viscidi bambini ben boriosi.

Il mondo arresta solo chi più soffre
e non s'accorge che il male irrompe
da viscere olimpioniche e veleni
sensibili ai comandi, quelli veri.

E questo, il già narrato, è il tema delle fiere,
che ululano al vento delle condite sere,
e non sanno cos'altro raccontare.

E questo è il da narrare, la storia d'un divino redentore,
fuori di collera le antiche suore.
Saranno tutte genti i suoi cantieri.





SENTIRE TUO SENSIBILMENTE MIO
(a Caterina)


Sentire tuo sensibilmente mio,
nel trincerare di poetar gentile,
vischioso che consacri alla Via
il vivere contrario che è poi vile
tedio di meticoloso apparire
d'ombre subordinate al nostro vasto cuore.




OSSERVO LA MIA ISPIOTA
PER NON PRECIPITARE


Osservo la mia Ispiota per non precipitare,
per non precipitare, vedendo l'altra Italia,
sperando certo di poter contare
su un vero appartenere, se il resto è persa malia.

Osservo gli stradini, santi concittadini!
Asfaltano le strade originali;
muratori, braccianti e manovali,
tutti cresciamo in simili stivali.

Così io che mi colloco
tra un clown ed un guerriero
sento la differenza, contemplo il tempo intero...
Guitto di maschera vermiglia e bianca,
lotto col condor di piumaggio nero,
le ali fendenti un Cielo senza branda.

E osservo la mia Ispiota per non dimenticare.

domenica 28 novembre 2010

L'Ombra

Quel ventiquattro Settembre avrei dovuto abbandonare la mia ombra. Per sempre.
Non mi ero mai veramente accorto di lei finché non ho percepito la sua imminente perdita.
Ma le sarebbe dispiaciuto? Mi chiesi ruotando in senso orario il cucchiaino nel caffè.
Io, tutto sommato, mi sarei amato.
Fuori iniziò timidamente a piovere, senza troppe pretese. Portai alle labbra la tazzina e ne trangugiai il contenuto senza neanche assaporarlo.
Ma come sarebbe avvenuto il distacco? Mi domandai perplesso. E restai così, a pensare, appoggiato con i gomiti sul tavolo.
Si può tagliare un’ombra? Ruotai gli occhi, e la guardai.
Ebbi quel coraggio.
E, solo allora, mi accorsi che fosse stato veramente un atto di coraggio.
Stava là, esanime, moribonda, a guardarmi.
Era delusa. Profondamente delusa.
Ne guardai i contorni, così sfumati e indefiniti. Aveva solo l’eco della sua vecchia gloria. Era semplicemente una macchia nera sperduta tra gli altri colori.
Accidenti.
Non poteva certamente ritenermi il migliore dei padroni.
D’altronde l’avevo venduta senza pensarci un secondo.
Tornai a fissare la tazzina vuota, vergognandomi. E divenni improvvisamente rosso. Mi vergognai anche del rossore delle mie guance, a dispetto del monotono scuro della mia ombra. Ero così fottutamente sfacciato che mi domandavo come potesse volermi bene, la povera ombra!
No, io mi sarei odiato. Senza ombra di dubbio.

Erano le 14:30 ma ancora nessuno arrivava all’orizzonte. Ero seduto su quella panchina da troppo tempo e mi facevano male le natiche. Odiavo stare troppo nella stessa posizione.
Con me avevo solo una sciarpa autunnale e la mia ombra. Così la consideravo, al pari di una sciarpina. Si era nascosta sotto la panchina, penetrando attraverso le fessure della stessa.
La sera prima avevo provato a ricordare qualcosa di bello provato insieme a lei. Nonostante una vita trascorsa fianco a fianco non avevo alcun bel ricordo. Che tristezza.
Forse allora avevo fatto la scelta giusta. Potevo barattarla con qualsiasi altra cosa, anche solo un pacchetto di caramelle. In fondo era un peso inutile, incollato al mio corpo.
Provai una certa soddisfazione nell’aver elaborato questo pensiero. Mi sentivo un po’ meno responsabile. E poi non volevo vedere il sangue, di nessuno. E l’ombra, il sangue, non ce l’ha…
Forse…
Ricordo che da bambino mi tagliai con un coltello da cucina. Versai talmente tanto sangue che avevo ricoperto tutto lo spazio intorno a me. Quando accorse mia madre svenne immediatamente. E restai mezzora, da solo, nel sangue, con mia madre svenuta.
No, no, il sangue lo detesto proprio.
Il giardino faceva uno strano rumore, fatto di foglie e di vento, e di uno speciale gioco tra di loro. Guardavo tutto ma in realtà non osservavo niente. Un po’ come ho sempre fatto nella mia vita.
Spuntò in lontananza, con un passo sicuro. Lo riconobbi subito, nonostante potesse essere chiunque altro.
Mi misi in tasca le mani, perché provai un freddo improvviso. La mia ombra? Era sempre sotto la panchina, ma la sentivo più distante.
In una quarantina di passi fu vicino a me. Aveva un’aria curata, spaventosa. Mi ricordava qualcosa che vedi per la prima volta e che senti lontano, ma da cui sei attratto.
“Buongiorno, perdoni il mio ritardo”, disse con un lontano accento parigino.
“Si figuri”, risposi con poca voce.
“Posso sedermi?”, mi domandò accennando un sorriso beffardo.
Mi spostai leggermente, facendogli intendere di sì.
Si sistemò sulla panchina, in una posizione al tempo stesso sinuosa e rigida. Che uomo strano.
“Si sente pronto?”, chiese togliendosi i guanti neri, di pelle.
Non ero pronto a questa domanda, a questo no.
“Beh, immagino di sì, ma volevo chiederle come funziona”
L’uomo sorrise, solo con l’angolo sinistro della bocca.
“Lei non proverà dolore, stia tranquillo”
No, tranquillo non lo ero affatto.
Volevo fargli altre domande, ma quell’uomo aveva la capacità di seccarmi le parole in bocca.
Tacqui, lo guardai finire, impotente. Prese tra le braccia una valigetta di pelle nera. Ne estrasse con meticolosa gentilezza un foglio di carta. Lo osservò, come per controllare che tutti i caratteri fossero ancora al loro posto. Poi me lo mostrò.
Era un contratto. Scritto in caratteri piccoli e chiari.
“Con questo regolarizzeremo l’affare”, disse lui con l’espressione di prima sul viso. “Con questo foglio lei diventa il proprietario unico della residenza di Rue Lafayette, mentre con quest’altro” disse sfilando un secondo foglio “avrà il totale possesso dell’autovettura Maserati Granturismo”.
Guardai inerme quell’inchiostro scritto, come se fosse un sogno.
“Ovviamente gli atti testamentari sono già stati depositati anche in sede notarile. Le ho allegato il nome e il contatto del signor notaio Norbert Livin, potrà recarsi presso il suo studio già da domani mattina e firmare le varie scartoffie”.
Una persona era morta e mi aveva lasciato beni che non avrei potuto guadagnare in tre vite di lavoro.
E tutto ciò al prezzo di un’ombra.
Che affarone.
“La valigetta con i due milioni di euro è depositata all’interno della residenza nella cassaforte nascosta dietro il quadro in camera da letto. Il codice di sicurezza è scritto qua”, disse indicando una serie di cifre in grassetto in fondo al terzo foglio.
Due milioni di euro?!? E questa da dove salta fuori?
“Pensavo che l’accordo si interrompesse alla macchina”, esordii incredulo.
“Il mio capo voleva essere sicuro che l’accordo fosse di suo gradimento”.
Poi divenne serio, facendo scomparire quel suo strano sorriso dalle labbra.
Come un fulmine a ciel sereno, mi spaventò.
Si accesero i suoi occhi, che mi fissarono profondamente.
“Come d’accordo l’eredità che le è stata lasciata ha un costo. Ma lei non dovrà mai e per nessuna ragione parlare di questo con nessuno. A chiunque glielo chieda dovrà assumere un ruolo responsabile, sostenendo di aver avuto un rapporto amicale con la Signora Pauline Laroche. E non provi a mettersi sulle tracce della sua storia, per nessun motivo. Se seguirà alla lettera le mie indicazioni lei non avrà alcun problema.”
Mi domandai quali loschi traffici ci fossero dietro.
Cos’altro avrei potuto fare? Non mi sembrava ben disposto a rispondere alle mie domande. E tutto quel ben di Dio mi avrebbe risolto la vita, per sempre.
“Va bene” sussurrai “cos’altro devo fare?”.
All’uomo tornò il suo sorriso di scherno.
“Resta solo l’ultima cosa. Il pareggiamento del contratto. La sua ombra”
La cercai con la coda dell’occhio. Era ancora sotto la panchina? Non ne scorgevo gli angoli. Forse era diventata trasparente, o era sparita.
“Cosa…” provai a dire.
“Non mi domandi cose a cui non posso rispondere, Monsieur Le Blanche.” Esordì con un tono rassicurante nella sua voce distante. “So che mi vorrebbe chiedere cosa le verrà fatto. Ma io le ho già detto prima che non sentirà dolore, cos’altro le importa?”
Si affrettò a mettersi i guanti e io sentii un alito di vento ferirmi il volto.
“Adesso mi segua”, dettò freddo.
Mi alzai come condotto da fili invisibili. Un suo passo era due miei, e faticavo a stargli dietro.
Così la vidi.
Confusa, triste, sommessa. La mia ombra si trascinava mestamente dietro di me. Sapeva tutto, capiva ogni cosa.
Neanche mi guardava. Era già andata via.
Camminammo dieci minuti. Io vagavo senza sapere dove fossi destinato. Stavo per essere privato della mia ombra e neanche ne conoscevo la natura.
Cosa le sarebbe accaduto? Me lo domandai solo adesso. Prima avevo solo paura del suo giudizio. Adesso mi preoccupavo per la sua sorte.
Ci passarono accanto due donne sulla trentina. Una delle due era estremamente sensuale. L’altra aveva occhi troppo grandi. Ci scrutarono smettendo di parlare. Erano attratte dalla nostra presenza. All’uomo riservarono uno sguardo strano, mai visto. Un misto di paura e di reverenza. Una forte eccitazione aleggiava nell’aria. Poi passarono, portandosi dietro le loro gentili ombre.

L’autunno avvolgeva il parco con i suoi intensi colori. Avevamo percorso almeno un chilometro e mezzo. Le suole delle mie scarpe strusciavano ritmicamente sul letto di foglie morte.
Arrivammo al cancello principale, che era spalancato come le fauci di un grosso predatore.
L’uomo lo varcò senza fare rumore. Io mi trascinai dietro goffamente.
Ad aspettarci una Aston Martin Dbs spaziale. L’uomo la indicò con un gesto discreto.
“Vuole accomodarsi?” impose più che chiedere.
Scorsi appena, dai vetri oscuranti, la figura di un autista. Così mi apprestai ad aprire la portiera posteriore. L’uomo mi seguì dal lato opposto.
Entrai nell’autovettura come se fosse di cristallo. Chiusi la portiera.
L’autista lo vedevo appena. Era un uomo di mezza età, portava un cappello scuro e degli occhiali da sole.
“Lui è Honorat, il mio autista personale” esordì l’uomo dal mio fianco sinistro. “Possiamo andare adesso”.
Honorat mise in moto. Il rombo dell’Aston Martin mi fece salire un brivido caldo.
Percorremmo venti minuti di strada mentre fuori le nuvole si susseguivano vertiginose. Nel veicolo regnava il silenzio e, da parte mia, anche il timore.
Stavamo uscendo da Parigi, la struttura urbana della metropoli aveva lasciato spazio prima alla periferia e poi alla campagna.
“Ecco, siamo arrivati”, esordì con voce rauca l’uomo al mio fianco.
Honorat rallentò e svoltò in una strada sterrata che si faceva spazio in una boscaglia cupa. Percorremmo la macchia ballando un po’. Dopo circa trecento metri arrivammo in uno slargo piuttosto spazioso e curato. Honorat parcheggiò meticolosamente al centro dello spiazzo.
“Può scendere”, sollecitò l’uomo al mio fianco.
Così feci e mi sgranchii le gambe senza dare troppo nell’occhio. Davanti a noi si erigeva una casa. Era una villa spaziosa e affrescata, mi ricordava alcune costruzioni rinascimentali della Provenza. Tutto intorno la boscaglia irrompeva prepotente.
“Mi segua”, irruppe l’uomo. Honorat restò in macchina, coperto dai vetri oscuranti.
L’uomo camminò a lunghi passi fino al portone dell’abitazione. Suonò al campanello e aprì dopo un secondo un maggiordomo. Un uomo biondo, di circa trentacinque anni, aitante ed enigmatico.
“Buongiorno Basile, siamo pronti”.
Basile annuì pensieroso, poi spalancò la porta e si inchinò rispettosamente indietreggiando.
Varcai la soglia e fui in grado di vedere il maestoso interno della casa. Una dimora di alto gusto estetico, piena di quadri, un grande tappeto birmano a terra, un mezzo busto alla base di un’ampia scala di marmo. Meravigliosa eppure affatto accogliente.
“Per di qua”, intimò l’uomo dallo strano sorriso.
Salimmo le scale senza parlare. Arrivammo al piano superiore e l’uomo si fece spazio tra la mobilia di un’immensa sala da pranzo per giungere, in fondo, ad una porta chiusa a chiave. Estrasse dalla tasca del suo completo una piccola chiave dorata e la girò tre volte nella serratura fino ad aprirla.
Fece strada e io lo seguii. La stanza era abbastanza grande, circa 40 metri quadri. Rispetto al resto della casa i colori erano più freddi. Molti blu, verdi e viola. C’erano due divani, uno di fronte all’altro, bianchi e molto morbidi. A terra un grande e soffice tappeto celeste e lilla. Le pareti erano completamente coperte da una libreria gremita. Una finestra sul tetto illuminava la stanza.
“Adesso si sieda” disse l’uomo, facendo un accogliente gesto con la mano.
Obbedii, come ormai facevo da un’ora a quella parte. L’uomo si tolse i guanti, come prima, nel parco. Aveva poggiato la valigetta sul divano di fronte al mio, creando un bel contrasto di colori. Mentre terminava la sua operazione entrò nella stanza Basile, con in braccio un’apparecchiatura tecnologica. Sembrava un computer, ma in forma più schiacciata e ovale. Era uno strano marchingegno mai visto prima. Attaccati penzolavano alcuni fili bianchi ed altri celesti.
L’uomo poggiò i guanti sul bracciolo del divano e prese la sua valigetta estraendone degli elettrodi collegati a dei cavi, anche questi azzurri.
“Per favore Monsieur La Blanche, si sdrai in posizione supina”
Mi guardai intorno.
Ma dove mi trovavo?
Chi erano quelle persone?
Ma, soprattutto, cosa stavano per farmi?
Osservai titubante Basile che poggiava il pesante oggetto elettronico su un piano di legno alto quanto uno sgabello.
Mi soffermai sui suoi lineamenti, sulla forma delle sopracciglia, sul movimento delle sue mani. E provai un profondo spavento. Pensai che non fosse il posto giusto in cui essere e mi sentii profondamente solo. Ma poi… ripensai immediatamente alla bellissima casa appena guadagnata, alla Maserati, ai due milioni di euro! La mia vita avrebbe avuto una rosea svolta da quel giorno in avanti… E poi, me lo aveva detto proprio l’uomo, che non avrei provato alcun tipo di dolore. Allora non c’era nulla da temere.
D’altro canto per una vita avevo desiderato essere qualcuno. Essere riconosciuto, visto, avere un peso.
Mi tolsi la sciarpa poggiandola vicino a me, a terra, e mi sistemai sul divano cercando di scacciare i brutti pensieri e mi lasciai trasportare come avrebbe fatto un tappo di sughero nella corrente.
L’uomo maneggiava, con l’aiuto di Basile, il macchinario che nel giro di qualche secondo emise un suono di accensione.
Sopra di me la finestra apriva uno squarcio nel cielo. Era come stare sdraiati su un prato con la testa rivolta verso l’alto. E, per un istante, mi sentii libero. Mi ridestò un rumore meccanico squillante e la voce di Basile:
“Monsieur è pronto, vuole fare una prova?”
“No Basile, iniziamo direttamente” sentenziò l’uomo.
Mi voltai a guardarlo. Aveva in mano due elettrodi, stavolta collegati al macchinario attraverso i suoi fili azzurri.
“Monsieur La Blanche, iniziamo” disse col suo solito, irritantissimo, sorrisetto.
Mi si avvicinò e mi ordinò, con voce mansueta:
“Dove crede che risieda la sua ombra?”
Oddio, che domanda…
Dove risiede la mia ombra?
“Non credo, monsieur, che l’ombra abbia un luogo, si crea quando c’è luce” pronunciai guardandolo smarrito.
“Se dovesse collocarla, in quale parte del corpo la metterebbe?” ripeté come se non avesse sentito la mia risposta.
Lo guardai ancor più confuso. Aveva in mano quegli elettrodi lo sguardo su di me, in attesa.
Dove risiede l’ombra?
Nel cuore?
No, banale, nel cuore no. Non l’ho mai amata, non può esser nel mio cuore.
Nel cervello?
Nemmeno. Mai la penso, a malapena riesco a riconoscerla.
Il fegato no, l’intestino neppure.
“…Forse, se proprio devo dire una cosa così, forse… negli occhi”
L’uomo si voltò verso Basile. Quest’ultimo, che stava attaccando il macchinario alla corrente, cessò la sua attività e incontrò lo sguardo del suo signore. Si guardarono per un lungo istante. Poi l’uomo si girò verso di me e Basile riprese la sua faccenda.
“Provi a spiegarmi il perché, per quanto le è possibile”
“Ho detto così, a caso” risposi balbettando.
“Il caso non esiste, Monsieur La Blanche” sogghignò l’uomo. “tutto ha il proprio perché”.
E ora cosa potevo dirgli?
“Beh, forse perché l’unico contatto che ho con la mia ombra è attraverso la vista; io la vedo e so che c’è”.
L’uomo guardò in basso per qualche momento, come per raccogliere le idee.
“Molto bene”, espresse poi, con voce tuonante.
“Adesso le consiglio di chiudere gli occhi e rilassarsi che iniziamo”
Eccoci.
Decisi di non proferir favella. Ma non riuscii a chiudere gli occhi.
Vidi tutto.
“Basile accendi il dispositivo” disse l’uomo.
Basile eseguì il comando e azionò il macchinario, che produsse lo stesso suono di prima.
L’uomo posizionò sulla mia testa i due elettrodi dai fili azzurri. Nella parte a contatto con la mia pelle erano pregni di un gel conduttore profumato. Ricordava la fragranza di un negozio di profumi vicino Bordeaux.
Basile schiacciò un altro piccolo pulsante e improvvisamente gli elettrodi iniziarono a vibrare.
Il movimento era calmo e rilassante, affatto fastidioso.
“Se sente dolore me lo riferisca”, esplicò l’uomo mentre prendeva altri due elettrodi azzurri in mano, “questo massaggio psicologico in realtà dovrebbe portarle un benessere generalizzato che la accompagnerà ad uno stato di sonno”.
Già le sue parole mi sembravano più lontane, quasi un’eco.
“Lei è un uomo molto coraggioso o molto stupido, Monsieur La Blanche”, sentenziò.
Riapparve nel mio campo visivo e posizionò altri due elettrodi in due porzioni della mia testa. Basile li attivò e il massaggio si fece più diffuso e profondo.
Il tempo iniziava a dilatarsi e restringersi senza seguire delle vere e proprie regole.
“Perché dice questo?”, domandai con poche forze.
L’uomo portò un elettrodo dal cavetto bianco e lo posizionò sul mio cuore, spostando leggermente la camicia per farlo passare meglio. Basile pigiò il pulsante e l’elettrodo non fece nulla, ovvero, nulla che io potessi percepire.
“Se me lo domanda allora è veramente la stupidità che l’ha condotta qui”, sghignazzò l’uomo.
La sonnolenza mi stava cogliendo, trascinandomi altrove. A fatica tenevo gli occhi aperti. Vedevo il cielo sopra di me, che si apriva e si gonfiava. Le nuvole erano le mie ipnotiste personali.
“Cos’è l’ombra? Me lo stava dicendo prima…”, disse l’uomo.
“L’ombra… è la proiezione del nostro corpo, che genera l’ombra, e non fa passare la luce”, dissi vergognandomi della semplicità del mio pensiero, in quel momento.
“Benissimo”, disse l’uomo mentre usciva dalla mia vista. “Quindi quale corpo attraversato da una luce non fa ombra?”.
Raccolsi le poche idee che ancora avevo. Un vetro, pensai.
In un barlume di lucidità capii.
E fu tutto talmente ovvio da farmi spaventare terribilmente.
L’ombra non sarebbe più esistita perché io sarei stato trasparente.
Sarei stato perennemente invisibile agli occhi degli altri.
Era questo il vero prezzo da pagare.
L’ultima cosa che sentii furono le parole dell’uomo:
“E adesso inizi a ricordare la sua ombra”, mentre mi posizionava due grossi elettrodi neri sopra le mie palpebre.

sabato 27 novembre 2010

Per scrivere bene? Forse

Per "festeggiare" i primi 30 post del nostro blog di scrittura
(e, naturalmente, gliene auguriamo tanti altri, vero?… )

Sono contenta e cercando di condividere vi lascio un saluto non con un testo mio, per carità!, ma di "uno che qualcosina ci capisce" e di cui si parlava anche ieri al corso.
Lo so che sono parole celebri che conoscerete sicuramente già tutti, visto che l'autore le dedica a chi segue corsi di scrittura, e poi le regole (come ci ricordano sempre) sono fatte proprio per essere infrante e non bastano certo per scrivere bene... metterei perciò il punto interrogativo... però, chi lo sa, forse possono sempre tornare utili. Magari anche a voi, come a me, ogni volta a rileggerle strappano un sorriso e qualche riflessione (se non altro mi fa pensare a quanto sbaglio, ahimè).
Commentate, se vi va.
Saluti cari a tutti i creativi, poeti e narratori,

Caterina



SCRIVERE BENE?
LE QUARANTA REGOLE DI UMBERTO ECO

(da Umberto Eco, La Bustina di Minerva, ed. Bompiani).

"Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura. "

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando
necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare
indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare... indigestione di... puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è "fine".
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: "Odio le
citazioni. Dimmi solo quello che sai tu."
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere
è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di
qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un
serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti:
anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai
all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono "cantare": sono
come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di
parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che
inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo
discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione
che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni
inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo
nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà
sbaglia.
26. Non si apostrofa un'articolo indeterminativo prima del sostantivo
maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!!!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini
stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt,
Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi.
Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore
del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti
il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello
che vi sto dicendo).
32. Cura puntigliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una
pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque
avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle
premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero
dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati,
nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come
altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla
deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero
eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano
comunque le competente cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

domenica 14 novembre 2010

CAPITOLO SECONDO "OMBRA TRA DUE FUOCHI"

Capitolo secondo

L’ anno scolastico stava per terminare. Mi mancava solo l’ ultima interrogazione di matematica. Dopo aver fatto esercizio, e stufandomi a risolvere le equazioni di secondo grado che sono il mio punto debole, decisi di tornare nella stanza di Eleonora.

Eseguendo il rilievo del professore, cancellai dal racconto le lucciole vaganti e, provvisoriamente, pensai ad un tremolio di lumini accesi nel cimitero sopra il paese.

Mi sentivo in forma e scrissi fino all’ ora di cena.

“… L’ arrivato non chiuse la porta, avanzò silenzioso. Senza nascondere le proprie intenzioni, prese a strusciarsi. Eleonora rimase immobile perché era abituata a sentirsi sfiorare da dietro. Anche quella sera aveva cominciato a stringerle il seno ed a sbaciucchiarla sul collo. Da tempo, Duilio il guardiacaccia, aveva imparato a non fare il selvaggio. Toccandola con le sue mani robuste riusciva ad accendere il fuoco, talvolta.

- Stamani è venuto un tizio a farmi delle proposte, disse lei rompendo il silenzio.

- Proposte?...

- Niente, voleva farmi una polizza sulla vita.

- ... Una polizza, di quanto?

- Non ho chiesto. Gli ho detto subito no.

- Ah! fece lui tirandole un braccio.

Eleonora fu costretta a voltarsi.

- Sei sicura che non fosse un buon investimento?

- Non ho nessuna intenzione di morire! disse lei tornando a fissare il buio.

- Che c’entra… E perché mai la mia gattina dovrebbe morire? Non sarà che ha bisogno di un po’ di tempo per pensarci?

- Dai, non mi fare il solletico.

- ... Non ti piace più il mio solletico?

- No, stasera voglio guardare i fuochi.

- C’ è tempo per i fuochi, ora lasciati andare... Senti come si sta muovendo.

- No! strillò Eleonora.

Duilio si staccò. Offeso si riabbottonò i calzoni. Non capiva cosa lei volesse dire con quel no stizzito. Era la seconda volta lo diceva in quella settimana. Fino ad allora, quando non aveva voluto, si era sempre rammaricata, scusata… Aveva inventato un mal di testa, un’ infiammazione, qualcosa insomma che non fosse puro fastidio. Possibile che dopo anni d’ affiatamento si fosse stancata? Ebbe l’ impressione che volesse mollarlo.

Sbattuto dal dubbio si lasciò andare sul letto.

- Che fai, dormi? gli domandò lei, distante.

Lui non rispose.

- Su, non fare il bambino.

Il bambino?! Forse la contessa non lo considerava più il suo uomo?

Si sforzò di rassicurarsi.

- ... Maaa... ti senti bene? le chiese.

- Non si può solo scopare, ebbe come risposta.

Le sembrò meno aspra.

- E... del nostro futuro? azzardò.

- Impariamo a godere di quello che abbiamo.

Di quello che... abbiamo?! Diavolo, non ho ancora nulla io. Qui è tutto tuo!

Duilio incominciò a tremare. Paventò che sarebbe per sempre rimasto nel limbo... Sentiva che lei era in vantaggio.

- Ma... avevi detto di regolarizzare… per chiudere la bocca... alla gente.

Eleonora era ancora soprappensiero. Svagata forse dagli effetti del climaterio, non si accorse delle smorfie di lui.

- Ci ho riflettuto, sai... Non è bello restare così? gli chiese.

La domanda rimase nell’ aria. Un attimo dopo arrivò il terremoto. Duilio abbandonava il rifugio facendo rintronare la stanza. Indispettita, lei accese la luce.

- Dai, non fare il bambino, chiamò. - Perché non vuoi accontentarmi?… Dopo lo facciamo, promise.

Udendo solo qualche colpo sordo nel buio, si convinse che gli uomini sono egoisti e permalosi più delle donne. Comunque non lo avrebbe rincorso. Se proprio non poteva rimandare, doveva venire a cercarla.

Tornata ad affacciarsi sentì anche un breve scoppiettio, ma non la banda. Probabilmente gli orchestrali si erano fermati a bere. Si stava risistemando lo scialle, quando più forte dei grilli cantò la civetta. Secondo le vecchie credenze annunciava una disgrazia. Sporgendosi per capire se l’ uccello fosse dentro le piante di alloro, si sentì fissata dal santuario bianco di luna. Le tornarono in mente i familiari defunti e si trovò a mormorare qualche preghiera.

Rivide il padre, il conte che non aver retto al suicidio del figlio. Ricordò il fratello, che nel giorno della disgrazia compiva poco più di vent’ anni. Per lui disse un requie supplementare. Alberto era di otto anni più grande di lei. Sebbene fosse coetaneo del guardiacaccia, anche da ragazzi tra loro non correva buon sangue. Una mattina d’ estate Duilio si era tagliato un polpaccio con la falce fienaia, sul prato davanti al castello. Alberto aveva visto, ma per non volerlo aiutare si era chiuso nello scrittoio del sottofattore.

Si rammentò di quanto il conte fosse bisbetico, per lei niente carezze e tanta morale. Sorrideva poco e la teneva a distanza. Aveva terrore delle novità. Durante la messa per la prima comunione di Alberto si era inviperito sentendosi offeso dal lusso dei sottoposti. Era la prima volta che i figli dei contadini venivano in chiesa con scarpe di pelle bianca e vestiti cuciti su misura. Per non subire il confronto, quando era stato il turno di lei, inventandosi una scusa, aveva convinto il prete a celebrare la comunione nella cappella privata del castello riaperta per l’ occasione.

Probabilmente la civetta era volata da un’ altra parte. Eleonora non credeva al malocchio, tuttavia si sentì più tranquilla... Ripensò alle pene della confessione

Il sacerdote si era presentato al castello nel pomeriggio della vigilia. Aveva fretta. Nero e imponente le aveva chiesto i peccati faccia a faccia, esaminandola senza lo scudo del confessionale. Quando credeva che avesse finito con le domande, la gelò con la raccomandazione che più delle altre le aveva messo paura.

- Domani, quando avrai ricevuto Gesù, sentirai una vocina. E’ Lui che parla al tuo cuore. Fai molta attenzione a cosa ti chiede.

Lei aveva chinato il capo annuendo con un piccolo si. Però il timore di sentire la Voce non l’ aveva fatta dormire...”

- Davvero Bachir, anche oggi riesci a sorprendermi...

Nonostante il muso che mi teneva Rachi mio padre, avevo di nuovo suonato al cancello del professore per leggere quello che avevo scritto. Quel giorno non avevo da fare compiti perché al mattino c’era stata Assemblea.

- Ma può andare? chiesi.

- Si, si... Però sono perplesso su alcuni particolari che non possono essere farina del tuo sacco.

Non capivo di cosa mi accusasse.

- Cioè? domandai.

- Ad esempio, a proposito di Eleonora, se ho ben capito, dici che il suo restare indifferente ai tentativi del guardiacaccia poteva essere causato dal climaterio, ma tu che ne sai del climaterio?

- Ho sentito, senza volere, il mio vicino di casa che faceva delle confidenze a mio padre, Rachi. Gli diceva di invidiare i mussulmani perché possono avere più d’ una moglie. Da quando la sua era in menopausa non riusciva a soddisfarlo, per via del desiderio che più non aveva.

Mi meravigliai che il professore non lo sapesse.

- Non ho esperienza per contraddire, io ero convinto del contrario… Ma la storia della voce e della confessione come ti è venuta?

- Sono nato in Italia e frequento italiani. Non faccio come mio padre, ascolto volentieri come si pratica la religione.

Il professore accavallò le gambe, indagatore.

- E quella vicenda del vestito di Alberto e dei contadini?

- E’ vera! L’ ho imparata da un pensionato mentre ero in coda alla posta, risposi.

- Baschir, sei forte! - Io dai miei compaesani non ho mai imparato nulla.

Sentii che voleva darmi confidenza. - Per forza, dissi. - Lei si esclude! Non va mai a fare una partita alla casa del popolo.

- Alla casa del popolo! A quei tavoli non parlano che di fica e di caccia... Arrossì come avesse bestemmiato. - No, mille volte preferisco passare per scontroso, disse.

Si asciugò la fronte. Notai il mento che gli tremava.

- Anche a me capita di stare bene da solo, risposi per compiacerlo.

Scostò la sedia dicendomi che aveva bisogno di andare in bagno. Quando tornò mise sul tavolo una caraffa d’acqua e due bicchieri.

- Bachir, vorrei riferirti un particolare.

Per un attimo dubitai che volesse dire che gli piacevano gli uomini. Invece mi fece un’ altra rivelazione.

- Io e Alberto eravamo amici, disse. - Avevamo gli stessi gusti…

- Ho capito! risposi.

Lui sorrise intuendo il mio disagio.

- Voglio dire lo stesso interesse per la natura, precisò. - Cioè Alberto era assai più deciso di me. Era anche nobile lui, per quello che poteva contare negli anni del boom economico… Ad ogni modo io ero solo uno studente proletario.

- Allora ha fatto la rivoluzione del sessantotto!

- Quante cose sai! No, io non sopporto la violenza, neppure quella delle parole e degli striscioni. Scansavo le manifestazioni e gli scontri con la polizia... Comunque approfittai del caos per dare l’ ultimo esame senza aprire un libro.

- E Alberto?

- Allora già era in pace su al cimitero. Dopo il liceo aveva chiuso con lo studio, non credo volesse riprenderlo. La nostra conoscenza era nata da bambini perché mia madre faceva varie faccende al castello. Era a mezzo servizio e tutte le volte che andava a stirare mi portava con sé. Un giorno durante le vacanze di Natale, facevamo la prima superiore, Alberto mi convinse ad accompagnarlo nella ricerca del casino manierista. Tra le carte di suo nonno ne aveva scoperta una dove si affermava che, in un posto chiamato masso ai banditi, si trovava una burraia molto particolare… Prima non avevano i frigoriferi ed il burro lo facevano e lo conservavano in casotti di pietra vicino ad una sorgente… In quel foglio si diceva che nel settecento questo casino era un ritrovo per incontri carnali con le streghe. Io non ero convinto, lui invece era gasato. “E’ vero, alle pareti ci hanno raffigurato i giochi erotici che facevano”, mi soffiava convinto. Per non farmi considerare fifone, accettai di andargli dietro… Sebbene non fosse una bella giornata, dissi a mia madre che si partiva per fare un giro nei campi. Invece si prese un viottolo per entrare nel bosco. Dopo un bel po’ che erravamo a vuoto, in un avvallamento del terreno, coperto da un castagno, si scoprì davvero un piccolo edificio di pietra dove all’ interno si sentiva correre l’ acqua. Intanto il cielo si era coperto del tutto. Alberto volle che lo aiutassi a far saltare la serratura. Aveva preso un palo da una catasta e appena fu dentro accese la torcia. Io entrai timoroso ma per mia fortuna vidi penzolare solo lunghe catene di ragnatele. “Lo sapevo che non era questo!” si arrabbiò. Per la delusione spense la lampada. Intanto l’ uscio si era richiuso e mi sembrò di sentire anche dei passi che mi misero i brividi addosso. “Il vento!” fece Alberto. Sferrò un calcio alla porta e corremmo fuori. Nel frattempo l’ aria era diventata ancora più scura. Volevo convincerlo a lasciar perdere e dissi di aver visto un lampo. Stavamo con gli occhi al cielo quando cominciò a piovere una gragnola di sassi.

“Lo so io chi sei tu, brutto figlio di puttana!” gridava Alberto mostrando i pugni verso un cespuglio di scope.

Io non capii più niente. Cominciai a correre finché non arrivai allo scoperto. Dopo un po’ venne anche lui. “Figlio di puttana, figlio di puttana schifoso” continuava a inveire tra i denti. Era furioso.

- Ma... si riferiva a chi?

- Non me lo disse. Aveva le lacrime sotto la pelle...

Il professore rimuginò qualcosa come preso da un pensiero. Senza dirmi altro si versò un bicchiere d ’acqua indicandomi di fare altrettanto.

- Ma non cercaste di capire?

- No, e da parte mia non volevo.

- Ma se Alberto gridava figlio di puttana

- Forse sospettava, ma forse diceva a caso… Comunque in quell’ anno ci fu un altro fattaccio. Se fosse successo ora, avremmo qui un mucchio di televisioni a intervistarci.

- Cioè? Ero incuriosito.

- Una scomparsa misteriosa, te la racconterò… Senti Bachir, se vuoi parlare con cognizione del territorio che hai dintorno, perché non vieni con me? Domattina ho deciso di andare in cerca di funghi proprio in quel castagneto.

L’ invito mi piacque. - Ma, il casino manierista?domandai.

- Con me, Alberto non ne parlò più. Si sarà convinto che era una balla.

- Vengo. A che ora si parte?

Al professore brillarono gli occhi ed io ricevetti un buffetto.

Incominciai a pensare una scusa per non andare a scuola.


sabato 13 novembre 2010

Poesie in versi martelliani

Quattro poesie di Leonardo Magnani



LA GIUSTA VICINANZA

Nella stanza s'impone la giusta Santità,
e scopre e svela il fiore giardini d'apparire
per ciò che giace in cuore: vino fermo e passione.
Piaccia o non piaccia fremere lo si fa poi gelare.
Sedendo a un tavolino scostante è il destino
che lascia azzannare quel tanto che gli pare;
non posso stare inerme, aquilotto a fissare:
in cerca mi precipito a stringer conoscenze,
a contendere il tempo, che val forse di più
d'ogni realizzazione mai soltanto sognata.
E sento inclinarmi alla voce degli umili:
avverto dentro premere la giusta vicinanza.




IL CALZOLAIO

Il calzolaio suola, e fin qui tutto serve.
Ma vuoi mettere cosa fa dentro il calzolaio?
Ma vuoi mettere cosa fa con le mani in guaio,
a ricucire invano lezze scarpe aperte?
Ed al cliente appaiato non sa poi cosa dire:
"Aspetti sol mezz'ora... non la farò avvizzire...
…e prendo ai miei clienti un prezzo di favore...".
Così prosegue in canto vivace a lavorare.
La suola è il cammino, è il presto mattutino
che l'uomo deve esprimere d'impetuoso Divino.
La suola è il verbo di ciascuna religione
che cuce d'ogni torto la sua consolazione.




L'OTTICO

Gli occhi usati non vedono che pochissimi lustri;
certi piangono lustri al girare dei nastri
che ne fanno l'età, ne spengono il colore
di giovanili ruote: perdute hanno le piume.
E l'ottico ripone le lenti come il pane
con la delicatezza lettrice delle pene.
E l'ottico risponde con una docilezza
che sembra una carezza alle guance dei più.
Così, vario, martella Dio nel profondo varco,
mettendo in fondo al sacco delle lenti a contatto;
perché Lui sempre c'è, occorre sol vederlo,
guardarlo alle primiere sue lenti di cospetto.




LA SARTA

La sarta guida il manto col suo significato
dell'apparire autentico e non molto traslato.
Conduce l'alto rango o l'inerzia atroce,
sempre in grazia coprendo i lati con la luce;
non dimentica mai i suoi mille gendarmi,
le loro feste vane, le briciole agli stormi.
Certo non cambierà il modo che produce:
è sempre lei con l'ago, è sempre lei che cuce.
Così Dio ci riveste del suo glorioso aspetto:
il povero morente, il nato benestante.
E pure ci abbottona la sorte all'occhiello;
non deve essere fredda, sarà un altro cappello.

I Will - racconto di Alessandra Greco

I Will


La città è una grande anatra che ha smesso di volare. Asfaltano, salto, ambulanti, resettano, corrono nel ritardo di un gran rumore, tutto è cominciato nel respiro che stenta. Un angelo soffiato a ritroso nel tempo ha preso per mano la mia vita, per imprecisione nel calcolo della posizione, degli effetti sulla simulazione, per lo schema a blocchi del sistema, mi ha mostrato gli errori di calcolo dovuti alla relazione tra risparmio ed errore, perché quando una persona ha risparmiato tutta la vita, al momento di scegliere, sbaglierà inevitabilmente, ed è già tardi per prestare attenzione. O non andavamo noi al nord a vendere accendini nel ’50? Mormorare qualcosa al respiro, suggerirgli di stare zitto. I nostri uomini sono bambini vecchi. Mettermi nel bunker, sovrastare il movimento. L’operaio cola bitume, lo stende colla scopa e la ramazza fumiganti. E guardare il cielo. Nel ritaglio della finestra. Inquadrando il corpo, solo nello spazio fuori, occhi-bulbi e aria. C’è una distesa di nuvole bianche che sembra una montagna, morbido solo fuori, la cima dell’Everest si è spostata nel mio settore. E prima di rientrare, di riprecipitare negli iridi, vedere volare gli uccelli. Sfiorano il vetro con le dita, pensieri tenuti nell’aria chiara. Inventare una serie, seguire l’intelletto impastarsi nella cima, gonfiarsi e sfumare nella nuvola. L’ultimo pugno di terra. Fiato che opacizza il vetro, nello schermo soffiato, lo sguardo immobile reprime, si distende congiunto alla pelle. Ai lati, nella casa conosciuta, c’è il mio guscio vuoto. È un arancio o un melograno? Un melograno. Anche se i frutti anneriti sono seccati si riconoscono. Allora forse è seccato anche l’arancio, era forse lì accanto. La linfa torna nella terra quando una pianta secca, sembra ancora viva. Vedi sempre le cose ingenuamente. Facevo per dire, l’occhio vede sempre prima, parlando è difficile tenere, l’anima tarpata ha parole secche. Vuoi rinverdire l’arancio? Ho poco da vivere, non mi resta che questo. Quando il mio amore ha saputo che ho un cancro, mi ha lasciato. Ho trovato l’e-mail stamattina: "Sono un guscio vuoto che non ti contiene", è stato facile dissolvere, vedere le cose per quello che sono. Quello che sono oggi, ha preso tutto l’angelo.



Vedi anche:

Radio Head_I Will (traduzione italiana del testo http://www.thebends.it/testi.html)


I Will

I will
lay me down
in a bunker
under the ground

I won't let this happen to my children
meet the real one coming out of my shell
With wide eyes opened up sitting ducks
I will
rise up

Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes, eyes, eyes


Io farò

Mi
sdraierò
in un bunker
sotto terra

Non lascerò che questo accada ai miei figli
incontrare il vero mondo uscendo dal tuo guscio
??Con occhi larghi che ho schiuso su anatre sedute
Io
mi rialzerò

Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli


Un’immagine:
http://www.designerblog.it/post/7451/rewrite-la-scrivania-con-guscio-di-gamfratesi

The Division Bell - racconto di Alessandra Greco

The Division Bell


Sul tavolo fuori nel resede c’era il sacco nero con dentro i palloncini della festa gonfiati con la pompetta perché si dice la vulcanizzazione della plastica con cui sono fabbricati li rende cancerogeni, l’aria dentro ora forse è fiato cancerogeno, intorno alla bocca, sulle labbra no. Gli alcoltest al cromo si riconoscono dal reagente di colore giallo che diventa verde con l'alcol. Anche quelli sono cancerosi. Un tasso alcolemico alto, un potenziale assassino. La televisione spenta non alita più correnti malsane di pensieri, di politici atti tremendi, di film esagerati e spettacolari fatti perché ci si impasti con atti mancati un sonno malato. Amici lontani di cui non so più niente. Segnali dal futuro agitano la mano, sempre pensati prima che si avverino. L’aria gelata entra dalla finestra, la maglia mi protegge i polmoni, la gola, la sosta intorno alla sigaretta, per respirare l’idea di voler avere un’autonomia di respiro. Fuori c’è sempre il susino che quando era un ramoscello anonimo ha portato come uno spaventapasseri le nostre preghiere al vento, l’assillo che se ne andassero i nostri, come cavalli al galoppo per tutti i cieli della terra, sottili pensieri in una chioma di bisce. Ogni frutto che ha dato sono questi susini rossi. Verrà potato e perderà i suoi serpi sulla mota. Tutti in bicicletta. Niente di tutto questo è mai avvenuto o solo appena. Niente è stato detto, invalidato, effettuato. Soprattutto medusa è tanto tempo che è estinta. Sul tavolo fuori nel resede non c’è più niente. Io sulla spiaggia mentre cerco conchiglie. Un omino manovra la sua piccola barca sul tappeto di plastica. In quattro anni si è aggiudicato un paio di Nike, una vasca da bagno giocattolo e un’attrezzatura completa per hockey. Minuzzichi, cassetto con ricordi e scatti. Io sempre che nascondo gli occhi al sole. Io al telefono con un amico che non c’è più. Io con mio padre. Io che saluto. Fuori, il segnale del passaggio a livello è lo stesso delle campane in una canzone dei pink floyd. Ogni volta che lo sento attacca High Hopes.
Ora in un altro paese, in un altro spazio, Jean Claude si appresta alla potatura delle piante da frutto. Vi si arrampica come un lembo di terra. Smoccola su quei rami che fatica a raggiungere. Cadono senza rumore.
Mentre esce di casa con un plico e la scorta, Liu Xia scompare accompagnata dal fratello minore Liu Hui, condotta da un drappello di poliziotti. Una donna partorisce. A Dhaka c’è un ponte di barche sul fiume Buriganga tra i giacinti d’acqua. I pendolari attraversano il ponte galleggiante. L’attraversamento del ponte costa 2 taka (0,02 dollari americani).
Il Pacific Trash Vortex "Si divincola come un grosso animale senza guinzaglio", un celenterato piccolo che pare fiorire dal nulla quando il mare è caldo e piatto, dondola.



Vedi anche:

Pacific Trash Vortex
http://www.disinformazione.it/mare_di_plastica.htm

Pink Floyd_ High Hopes (traduzione italiana del testo http://www.dartagnan.ch/article.php?sid=3177)


High Hopes

Beyond the horizon of the place we lived when we were young
In a world of magnets and miracles
Our thoughts strayed constantly and without boundary
The ringing of the division bell had begun

Along the Long Road and on down the Causeway
Do they still meet there by the Cut

There was a ragged band that followed in our footsteps
Running before time took our dreams away
Leaving the myriad small creatures trying to tie us to the ground
To a life consumed by slow decay

The grass was greener
The light was brighter
With friends surrounded
The nights of wonder

Looking beyond the embers of bridges glowing behind us
To a glimpse of how green it was on the other side
Steps taken forwards but sleepwalking back again
Dragged by the force of some inner tide

At a higher altitude with flag unfurled
We reached the dizzy heights of that dreamed of world

Encumbered forever by desire and ambition
There's a hunger still unsatisfied
Our weary eyes still stray to the horizon
Though down this road we've been so many times

The grass was greener
The light was brighter
The taste was sweeter
The nights of wonder
With friends surrounded
The dawn mist glowing
The water flowing
The endless river

Forever and ever


Grandi Speranze

Oltre l’orizzonte dei luoghi in cui vivevamo
quando eravamo giovani
In un mondo di magneti e miracoli
I nostri pensieri si smarrivano con sconfinata costanza
La campana della divisione già suonava
Per la Lunga Strada e giù per il Sentiero
Si incontrano ancora vicino al Canale?
C’era una banda cenciosa che seguiva i nostri passi
Correndo prima che il tempo ci portasse via i nostri sogni
Lasciando la miriade di piccole creaturea provare a legarci al suolo
A una vita consumata da una lenta decadenza
L’erba era più verde
La luce era più brillante
Circondati da amici
Le notti di meraviglia
Guardando oltre le braci dei ponti che bruciavano dietro di noi
Fino ad un’apparizione fugace del verde sull’altra sponda
Passi avanti ma da sonnambuli tornati all’indietro
Trascinati dalla forza di qualche marea interiore
Ad un’altezza maggiore a bandiere spiegate
Raggiungevamo le folli vette di quel mondo sognato
Oppressi per sempre da desiderio e ambizione
C’è una fame ancora non soddisfatta
I nostri occhi vuoti ancora vagano all’orizzonte
Sebbene per questa strada siamo scesi tante volte.
L’erba era più verde
La luce più brillante
Il gusto più dolce
Circondati da amici
Le notti di meraviglia
La rugiada lucente
L’acqua corrente
Il fiume senza fine
Per sempre e sempre


Un’immagine:

http://www.google.it/imgres?imgurl=http://www.movetico.org/wp-content/uploads/plastica.jpg&imgrefurl=http://www.movetico.org/il-settimo-continente-della-vergogna/&h=350&w=455&sz=62&tbnid=9PQF_efgU59EdM:&tbnh=98&tbnw=128&prev=/images%3Fq%3DPacific%2BTrash%2BVortex&zoom=1&q=Pacific+Trash+Vortex&hl=it&usg=__9S3VTe8IpJ5NY_7b5n0ahlifb-0=&sa=X&ei=dNXHTMfDFomWswb5urHGBg&ved=0CCEQ9QEwAg

Poesia di Nahid Norozi

Un'altra autotraduzione poetica, con la relativa trascrizione del testo originale.
a presto,
Nahid



she'r

àghàzide az hich
àràmide bar golbarghàye 'atre nargesin
baràmade az làyehàye por khame khàb
tazalzole zolàle saràb
bar àstàneye tapandeye mahtàb
sardargomiye raghighe meh
bar sathe ràme mordàb
va rosube molàyeme 'ud
bar tàr tàre gonge vojud


Poesia

Iniziata dal nulla
giacente sui petali del profumo di narciso
innalzata dagli strati sinuosi di sonno
trasparente tremito di miraggio
sulla soglia palpitante di luna
rarefatto smarrimento di nebbia
sulla superficie placida di palude
e lento sedimento di liuto
sull'opaco filiforme dell'essere.

giovedì 11 novembre 2010

I luoghi comuni - che dolore

Cari, anzi, dannati colleghi,

Leggendo alcuni dei vostri testi, munito di penna feroce stile Anton Ego (tutte fantasie private) , mi imbatto ripetutamente nell'uso irriflesso di quelli che depenno come luoghi comuni, e qundi per me errori. Errori perchè l'occasione dello scrivere potrebbe essere una opportunità di riflessione, di rottura del gioco linguistico più di superficie, di uso analitico, pensato, creativo del linguaggio. L'occasione di introdurre una combinazione del tutto nuova di termini, mai usata ma, anzi, e, corretta e chiara. Non è improbabile, ci ha detto Chomsky, se non ci limitiamo a far scattare il riflesso stanco di una abitudine.

E' la sfida che porta alla rottura dei giochi linguistici, la sfida che può far scorgere un frammento di una semantica del linguaggio che non sia convenzione. O forse aveva ragione Ludwig, e anche questo contorcersi e ribellarsi è solo parte di un gioco linguistico...

Li trovate brutti anche voi? E quale è il confine tra luogo comune e non?

lunedì 8 novembre 2010

Patria potestas - di Caterina

Salve a tutti. Al motto di "meglio tardi che mai", mi fo coraggio e provo a cimentarmi anche io con il dialogo-e-solo-dialogo, rielaborando un’idea dall’esercizio con Giusti dell’anno scorso (parole che uccidono). Spero in qualche vostro commento... grazie!



PATRIA POTESTAS
(Dialogo tra S. e L.)

S.: - Oh, lasciami, così mi fai male. Che vuoi da me?
L.: - Voglio sapere come è morta.
S.: - Perché?
L.: - Perché sì. È un mio diritto, no?
S.: - Ci tieni tanto? Neanche fosse stata la tua ragazza!
L.: - Non lo era, ma… le sue confidenze… la sentivo vicina, ecco.
S.: - Te l’ho detto, Mary è morta senza volerlo. Con una siringa nel braccio. Ti basta?
L.: - Sì, ma cosa vuol dire? Uccisa? Si drogava? Sei stato vago…
S.: - Non riesco a scendere nei particolari, perdonami.
L.: - Capisco, però io ho bisogno di certezze.
S.: - Ma cosa ti cambia. La morte è morte e basta. E lei voleva vivere.
L.: - Lo so, è questo quel che mi fa più male. Ma anche i dettagli contano, magari ci aiutano pure, a farcene una ragione.
S.: - Già. Una ragione. Deve per forza essercene una?
L.: - Io non ne vedo. Bella, giovane, ricca, fortunata. Aveva tutto. Sembrava una storia d’amore perfetta la sua. Invece si
portava dentro un ordigno buio pronto ad esplodere… e così è stato, probabilmente…
S.: - Mmh, ecco i soliti luoghi comuni. "Aveva tutto dalla vita… eppure, la droga." Che ne sai tu di cosa si portava dentro? E Ammettilo che con Mary ti bastava fermarti al "fuori"… quello sì che si vedeva!
L.: - Come puoi scherzarci sopra? Stiamo parlando di lei.
S.: - Senti, mi costa dirtelo, ma qualunque fosse il suo segreto, se l’è portato con sé nella tomba. Conta solo quello che ha lasciato trapelare, capisci? Le cose che ha detto, le cazzate che ha fatto. Nero su bianco. La sua vita. Breve, ma quella.
L.: - Ok, ok, il resto è silenzio, vabbè. Ma allora come fa uno a capire…? Tutto così improvviso, assurdo, niente e nessuno che ti metta sulle tracce... S.: - Sulle tracce? Mica è un giallo. E poi qualcosa c’è.
L.: - Cosa?
S.: - Quella siringa, no?!
L.: - Mah. Sbucata così, dal nulla…
S.: - Infatti. Dulcis in fundo.
L.: - Dolce, non direi proprio. Semmai, deus ex machina, se proprio vuoi stordirmi col latino.
S.: - Stordirti? Volevo solo suggerirti che non è affatto come sembra…
L.: - Che vuoi dire?
S.: - Prova a immaginare, e che cavolo, un piccolo sforzo!
L.: - Vediamo… Forse che è stata condannata a morte per iniezione letale? Era un’assassina? Aveva ucciso qualcuno…?
S.: - Non siamo in America, dai…
L.: - Quindi, resta un forte sospetto di overdose…
S.: - Vedo che ti fermi alle apparenze correnti, alle circostanze statistiche… mi deludi.
L.: - Cioè?
S.: - Cioè che butti lì le prime due ipotesi che sentiamo più di frequente capitare. Potrebbe anche essere altrimenti, ci hai pensato? Una siringa che anziché iniettare, aspira…
L.: - … Sangue?
S.: - Sì, sì, come i vampiri. E Mary è morta dissanguata. Per amore? O, meglio, per uno strano esperimento degli alieni… si prendono tutto il nostro sangue, ci lasciano vuoti… oppure…
L.: - Basta, smettila! Tu non sei serio. È tutto troppo irreale! Mi rifiuto. Non puoi trattarla così. Trattarci così.
S.: - Perché no? Mary non era tua, era mia.
L.: - Qui ti sbagli. Mary era anche mia.
S.: - No! Sono io suo padre!
L.: - Suo padre? Ma fammi il favore! Padre. Uno che uccide così. Sciacquati la bocca, va’.
S.: - Insomma, non sarò stato un buon genitore, lo so, ma io l’ho generata, e io decido cosa dire e cosa non dire di lei.
L.: - Eh sì, me ne hai dette di cose. Mi avevi detto che era bella. Me l’hai fatta vedere, ed avevi ragione. L’ho vista davvero, grazie a te. Sei stato bravo.
S.: - E allora… fidati di me! Era mia, e di nessun altro, chi la conosceva meglio di me.
L.: - Questo non lo puoi dire. Sei un genitore, l’hai detto tu. Che ti piaccia o no, una volta che l’hai fatta vivere, devi accettare che tua figlia sia di tutti e di nessuno, che la adottino o che la odino o che la amino, tutti. E quei tutti tu li devi rispettare. Non li puoi lasciare così, senza spiegazioni, orfani di lei. Non la puoi uccidere come e quando ti pare.
S.: - Faccio come credo… questo è il mio potere, no? Patria potestas.
L.: - Ah, rieccolo il latino.
S.: - Allora parlerò in italiano: se ti dico che è morta, è morta.
L.: - No. Non funziona così.
S.: - E dimmelo tu come funziona!
L.: - Non puoi impedirmi di affezionarmi a Mary, di sentire cosa aveva dentro. E, soprattutto, non puoi impedirmi di farti tutte le domande che voglio, quando voglio. Ecco cosa.
S.: - Ma allora… fai tutto da solo, io non conto niente?
L.: - Non quanto credi, caro. Non più.
S.: - Così sei tu che mi uccidi, ora.
L.: - Pensaci meglio, la prossima volta. La prossima volta che scrivi un racconto.

occhi aperti

Ciao a tutti

La lezione del Giusti venerdì è stata veramente efficace, il nostro prof. mi sembra un capofficina della parola, sovrintende a tutte le fasi per la costruzione della buona Scrittura. Spero lo prenda come un complimento visto che Carver era definito un artigiano della parola.

Prendete il mio caso ha scelto una pag. del mio racconto per dimostrami che il lettore poteva, dopo le prime pagine, rimanere deluso pensando che trattasse solo di una serata di biliardino al bar mentre invece è un noir con sordidi personaggi, uomini e famiglie rovinate e un efferato omicidio.

Come dire niente è per caso quando si scrive soprattutto per noi che “per caso” scriviamo.

Ringrazio Pierluigi per il suo intervento e per avermi rinnovato la sua stima e chiedo scusa ad Alessandra perché almeno un due occasioni ho banfato a cavolo sulla poesia e sui poeti.

Di seguito trovate un piccolo racconto, niente spari, sangue ecc, vuol essere un tentativo di scrivere in punta di penna.

p.s quanto sotto andrà sopra al blog di ben cotti. Potete dire anche chissenefrega.


occhi aperti

Drrrrrrrrrr, drrrrrrrrrrrrrr

Franco mise una mano fuori dal piumone e raggiunse la sveglia.

Mentre si metteva i calzini guardò sua moglie. Russava leggermente girata si spalle.

Emise un sospiro raggiunse la sedia e finì di vestirsi. Aveva il giramento.

Al bar in piazza solita sfoglia di riso e solito caffè. Neanche una parola.

La barista nel porgergli il resto si aggiustò il colletto della camicia e gli sorrise.

Raggiunse la stazione a piedi, come sempre, davanti alla vetrina del fruttivendolo tentò di sistemarsi la cravatta.

Il treno era mezzo vuoto, troppo presto per gli studenti, si accomodò nel primo posto libero.

Davanti a lui un uomo e una donna di mezza età davano il peggio di loro, li riconobbe, quel giochino andava avanti da anni. Lui cercava in ogni modo di essere simpatico e lei di essere più giovane di quanto fosse. Entrambi gli sforzi li rendevano patetici.

Qualche posto più in là un ragazzo con l’mp3 ficcato negli orecchi se ne sbatteva del resto.

Doveva procurarsi al più presto uno di quegli aggeggi.

Comunque non era il caso di cambiare posto, il treno stava per arrivare.

Con in mano il quotidiano gratuito raggiunse l’ufficio. Era presto e ancora non c’era quasi nessuno. Gli piaceva arrivare a quell’ora, abituarsi lentamente al rumore delle cose e delle persone.

Aprì il computer e controllò la mail. Era ancora lì. Credeva di averla cancellata ma si era sbagliato. La mail con la quale il dirigente gli aveva negato di prendersi quei giorni di vacanza, motivo per cui sua moglie e lui non si erano svegliati nell’hotel quella mattina.

Franco rilesse il contenuto formale e freddo in chiave ironica. Caro geometra, nonostante il suo carattere di merda lei è l’unico che ci capisca qualcosa di progettazione per complessi residenziali, mentre io non ci capisco una mazza visto che qui mi ci hanno messo per tutt’altri meriti, e dato che domani abbiamo la riunione con la dirigenza, oggi dovrà relazionarmi e domani farmi compagnia, rimanderà il suo bel viaggetto. Non le nego che questo mi dia una grande soddisfazione.

Franco sorrise della sua versione.

C’era un’altra mail, quella mattina alle 9.30 sarebbe stato messo in atto la prova di evacuazione, i dipendenti dovevano svolgere la loro attività fino a che non avessero sentito l’allarme antincendio quindi si sarebbero diretti con sollecitudine, ma senza panico, verso l’uscita. Evitando l’ascensore e raggiungendo il parcheggio servendosi delle scale.

Alla 09.28 Franco andò in archivio. Dopo poco udì l’allarme, lo scalpiccio e le risatine dei colleghi che evacuavano. Poi quando fu sicuro che tutto fosse tranquillo tornò nella sua stanza.

Accese una sigaretta, mise i piedi sulla scrivania e si mise a scarabocchiare un foglio bianco, poi lo appallottolò finendo per fare canestro nel cestino della carta. Ci sarebbe voluto almeno una buona mezz’ora, forse un’ora. Lo stabile aveva otto piani, si trattava di salvare almeno 400 persone.

La sigaretta era finita così Franco si mise a spippolare in rete. Udì dalla stanza accanto dei rumori, ritrasse i piedi e si mise in orecchi. Non c’era alcun dubbio, qualcuno aveva fatto come lui.

Si alzò per complimentarsi con chi aveva avuto la sua stessa idea.

La porta dell’ufficio accanto era accostata, prima di entrare sbirciò dall’apertura, il dirigente si stava baciando il capo della sicurezza, quest’ultimo era di spalle rispetto a Franco. Fu un istante, il dirigente aprì gli occhi e vide Franco. I sopraccigli si alzarono a dismisura, Franco allargò le braccia, poi si mise l’indice sulla bocca. Un secondo dopo era di nuovo nella sua stanza.

La massa d’impiegati trascorsa la ricreazione tornava in ufficio. Franco li incontrò per le scale. Il dirigente scaricando la posta avrebbe trovato la mail di Franco. “una settimana di ferie a partire da oggi”.

martedì 26 ottobre 2010

2 poesie mie di Leonardo Magnani:

NELLA CARNE
Nella carne si congratulano le unghie
combattenti di ferite, nella carne.
Non atterra un sogno né esplodono misteri,
cimentandomi nel cerchio della morte.
E coglie certezza vana il percorrere
strade maturate nella notte e nel silenzio,
in questo silenzio vago del piano vivere.
NON CI SONO COSTANTI PREZZI FISSI
Non ci sono costanti prezzi fissi
in questo mio albergo di dolore,
ammonendo chi solerte poi gode
a tramutare ciò per cui vissi:
natura interiore e poco altro,
e forse ella è meglio della via partita.
Leonardo Magnani.

lunedì 25 ottobre 2010

La Danza del Salomè continua - seconda parte - di Odisseoaitaca

LA DANZA CONTINUA (seconda parte)
dal diario di viaggio di "Odisseoaitaca"


Salomè, prima disturbato dalla voce neadertaliana di Joao,il soba di capo verde del gruppo,
in cuor suo dopo averlo maledetto alla 4 e mezzo di mattina alla fine lo ringrazio per avergli permesso di vedere tututa l' Aurora divenire Alba sulla collina di monoliti redondi (=onomatopeico) che troneggiavano nella porta della tenda, rocce grige dai colori insospettabilmente cangianti.
contento di ripartire, contento di arrivare.
e così dopo aver passato di lato dal cancello del IONA Parck, perché il guardiano angolanamente non c'era. e a vedere le condizioni del lucchetto anche ci fosse stato , mai l'avrebbe aperto senza fiamma ossidrica. Ritualmente attraversa il rio Curoca ed entra nel regno di Cronos.
e se ne accorge subito.
poco dopo, dopo una polvere statica galleggiante nell'aria e nei polmoni, finissima. ecco i guardiani
addio ai tondeggianti profili rocciosi
rapidamente si avvicinano loro.
Prima sembrano solo profili aguzzi, poi foresta pietrificata, infine
anche se ti dicono che son scisti dolci, diventano quello che sono
file di denti di squalo che si susseguono sulle collinette
e che aiutano a Salomè a ricordare quando danzò per quel giovane vecchio
che poi gli raccontò di essere il sopravvissuto compagno di Leonida
in quelle Termopili, che senza nessun obelisco sono ancora più ricordate di Ramesse II sul… Kadesh (please confermare il nome del fiume della sconfitta Ittita?)
Ed infatti c'e un piccolo passo difendibile da 5 uomini contro 1000000 immortali...
Salomè il tempo sfugge! l'immortalità è lontana, l'immortalità che non è sostituzione di persona, di corpo, di vissuto...
Salomè l'Immortalità quella vera senza tempo ed eguale nel tempo.
e via allora per savane ineguali, amplie, con "capin" giallo paglia solcate da struzzi che si muovono come le donne del Corno d'Africa, lentamente fiere.
le colline rocciose si aprono sempre a ventaglio, piccole velvetie seminate dal grande padrone, il tempo, compongono schiere, falangi macedoni in lieve bassorilievo ma vincitrici del tempo più di Alessandro.
Velvetie che a Salomè dicono che il Tempo esiste, e presto lui l'incontrerà
Salomè, è impaziente e non sa perchè, sale sul dorso del pick-up, guidato da uno stolido francese simpatico che guida come in un western all'italiana
ma lui se lo dimentica e vola come il falco dal becco giallo che sale alto nel cielo alla sua destra.
e se il jeep esce di pista e s'interra. Non fa una piega e continua a piedi, scoprendo che il "capin", l'erba secca, suona sotto i suoi piedi e che il calore non è mitigato dal vento.
Già il vento, il vento caro compagno del tempo, ti soffia al lato come un sorriso lungo kilometri e poi ti lascia lì solo come un cretino, senza portarti con lui.
Questo vento parallelo alla terra che suona nella tua bottiglia di birra vuota in mano.
Vento amico, vento messaggero di notizie sconosciute ed incomprensibili
Gazzelle ti portano a quei tondi assurdamente magici, molli, ma di arena uguale a quella attorno. dove non crecse erba. I Circoli di Attila?
Scherzo amaro, per una altra cosa incomprensibile a chi non è immortale ancora.
Scenario perfetto per danzare, ma Cronos non è là come spettatore, troppa vita attorno. ancora... camminando uno scarabeo juventino, testa nera / addome bianco ti ricorda la banale quotidianità di una fiorentina che se va bene si mangia da sola lo scudetto.
prosaico.
Ma questi circoli perfetti, delimitati da ciuffi più forti di erba che cresce fuori ma mai dentro, rispetta il circolo. Dossi interi di lunghe rughe di terra ritmate da questi circoli quasi geometricamente disegnati, quasi, ma mai euclidei.
Luoghi di riposo per zebre, per i razionalisti neo positivisti
orme di atterraggi UFO, per i visionari american-way-of-life
ombelichi del mondo, per i turisti tibetani
segni del Tempo, quando ha tempo per disegnare a suo piacimento come in questo predeserto dei più antichi del pianeta, per i Salomè
e via, si taglia un dosso lungo di traverso e giù scendiamo dove neppure gli alberelli conici che vivono di umidità e muoiono di vento e di vecchiaia, già non provano a scendere.
Tempo crudele. che a coloro che non permetti di raggiungerti, fai mirabilmente cancellare, anzi scancelli
Ed io che cosa ho da offrire al tempo? sapienza, allegria, gioventù..? nulla gli interessa, solo danza, danza Salomè, danza e non pensare
o meglio pensa che sia la ultima, quella della tua realizzazione completa.
Orix. questa grigia gazzella più che namibiana , crucca, la Ghemushbook. Regolare, con corna diritte (meno pale non uncinate) forse è Hoenzollern a cui mai è piaciuto l'imbianchino austriaco naturalizzato Bayerich. Ti sfugge di lato Salomè, ma le ricordi che il suo tempo avrà una fine quando dalla jeep non sarai tu a sporgerti, come sul ponte del tuo glorioso Flying Dutchman, ma una canna brunita come le camicie nere… canna di tuono come al Sand Creek.
E via dove il capin stenta a sopravvivere al tempo, si dirada il giallo chiaro lasci asempre più spazio al grigio azzurro di fine pietrisco.
E giù scendendo verso il solco del rio Kunene.
Non lo vedi, ma Salomè quel mare immobile, enorme con tonalità pastello beige chiaro che piega verso il solco nascosto.
Con quelle onde oceaniche asciutte, rimarcate dal sole cadente del pomeriggio inoltrato.
Quella fotografia del Tempo che vedi in lontananza, ed al cui incontro vai. Salomè il Tempo?...
Si, forse il tempo non è statico neppure nell'immortalita, perché sai che quei profili geometrici sono in movimento impercettibile
Allora neppure là è Cronos?!? ....dubbi…
e(v)viva la vita!
Kunene azzurro profondo, fanghiglia come guardia del corpo, la vita inpenetrabile presuntuosa, superiora che se ne va non curandosi dell'attorno
e pietre , dure , lisce, colorate, lanciate come semi nella grigia arena del deserto che non può, che non ce la fa a vincerti.
Hai dubbi Salomè? la vita ti chiama? sei sicuro che vuoi la immortalità?....si.. .certo...che la voglio danzerò!
Il Sole ti accompagna ormai obliquo per una obliqua discesa dolce solo nella pendenza, l'intorno grigio sempr emeno roccioso e più pietrisco fine
ti insinua il dubbio che senza morte non hay vita, tutto uguale, immutabile, eterno.
questa è l'eternità che agognavi?
Vento freddo , vento forte, uguale, stabile in forza e direzione, rumoroso anche senza frasche da penetrare.
e lì Foz de Kunene, la vita che passa fra cannetti stretti quanto l'umidità lo permette e poi desero a destra, dune inclinate sul fiume a sinistra
e lì 4 case di cemento scolorito invase da piccole dune di arena come fossero alieni che prima o poi le sommergeranno
ed al fondo un cinema dell’angola sovietica che risulta un centrale di pompaggio di acqua dolce per la Bahia delle Tigri, per i pescatori industriali di un decennio fa. Ora.
Luogo per 20 poliziotti che no si suicidano solo per tre motivi: non sono scandinavi ma sanamente angolani, cacciano gazzelle per sopravvivere e mai hanno letto il Deserto dei Tartari. Si caro Dino, qui, pensando a questo posto hai avuto, hai scoperto la necessità di scrivere quello che sentivi.
Salomè entra in crisi. Sì non ha voglia di danzare, ma di dormire. Si attorciglia al sacco a pelo in auto e non aspetta il tramonto per tramontare e scacciare i fantasmi del dubbio.
Ma non aveva fatto i conti con i sogni. Meglio non raccontarli, solo sogni sono, al fin.
Ed il calore da baracca a quota 7000 sull'Everest ma in odor di jodio oceanico della cena non basta a riscaldarti.
I 40 anni di diferrenza non servono a dividere la ragazzina (nera) dal signore (bianco). che il Tempo renda giustizia!
Salomè mangia cabrito, beve vino, fuma tabacco, saluta le stelle, saluta il rio e dorme...e purtroppo sogna di nuovo.
Ed è il secondo giorno.
Altri 300 kg, umani kilometri, sono trascorsi, ma il Tempo è ancora là fuori che ti aspetta per domani.
Il fiume scorre dentro, e domani affronteremo i dubbi di oggi.

"Odisseoaitaca"