martedì 14 dicembre 2010

Perfetta per Scrivere

Il mio capo ha 55 anni, un gancio sinistro micidiale e una penna affilata.
Mi alleno con lui tutti i giovedì alla palestra del vecchio Telli. Lui, il capo, era un gran picchiatore, a volte veniva picchiato, ma molto meglio se lo dice lui scherzando.
Il vecchio Telli, dopo che abbiamo scazzottato sacco e pera e aver saltato la corda ci concede un paio di riprese sul ring. Senza forzare perché io non reggo i colpi e non è davvero uno scherzo se a dirtelo è il medico della Federazione Pugilato “i colpi presi hanno pregiudicato il tuo equilibrio, gli esami vestibolari parlano chiaro, niente che non vada a posto con il tempo, solo, prendendo un cazzotto fuori dal normale puoi diventare sordo, o perdere l’equilibrio”.
Dopo la doccia ci facciamo una pizza e una birra giù al Drunk, stavolta siamo alla seconda e non sembra l’ultima. Di solito parliamo di donne o di pugilato, stasera non è la serata adatta per parlare delle prime, finisce che parliamo di lavoro, ed è lui che parte:
- sai che a Firenze per tre volte l’anno ci sono 108 pazzi disposti a spaccarsi la faccia per conquistare una vitella bianca?
- sì ne ho sentito parlare
- secondo me ci verrebbe un bel pezzo, avevo pensato di mandarti sul posto, roba forte se ci sai fare
- posso documentarmi
- no no, voglio che vai lì e raccogli la testimonianza diretta, ho già il gancio giusto
- ok
- puoi partire domani?
- sì nessun problema
- domattina in ufficio ritira un po’ di soldi e fai un bel lavoro
- contaci.
Prende la penna dal taschino e scrive sulla tovaglina di carta:
“non ho mai incontrato un pugile senza coraggio battiti ragazzo”

Ovvio che non resisto a dare una sbirciatina negli archivi del giornale, energumeni che si picchiano dal 1400 nella culla del Rinascimento fanno un certo effetto.
Sto cercando di mettere ordine nella pila di fogli mentre sono seduto nel mio scompartimento del treno, è dall’inizio del viaggio che guardo di sbieco la mora seduta al finestrino, ma lei non vuol smettere di guardare fuori, e per vedere cosa? È un buio del cazzo fuori.
All’arrivo, lei si fionda nelle braccia del coglione del suo uomo, gli molla un bacio e poi le valigie.
Esco dalla stazione, che poi è bella ma mica tanto, comunque devo darmi un mossa, trovare da dormire e magari mangiare, ho il gancio per le 22.00. Suono al primo buco.
- Salve signora vorrei prendere una camera
- Si accomodi, terzo piano, l’ascensore è guasto
Uff pant pant, devo smettere di fumare, di bere. Devo solo arrivare in cima alle scale.
- ecco questa è la camera
- be.. bene
- non c’è il bagno, deve andare al piano, non c’è la televisione e l’acqua calda è a tratti bollente, e a tratti non è acqua calda
Guardo l’orologio, è tardi e di fare tre piani anche se in discesa proprio non mi va, deve essere una tattica
- bene la prendo
- davvero?
- mi scusi ma lei l’affitta camere o vuole solo scambiare 4 chiacchiere con qualcuno di tanto in tanto
- no no le affitto solo che è la prima volta, penso che devo chiederle i documenti, però prima le faccio una domanda
- spari uhm dica pure
- le piace la camera?
La camera? e chi l’aveva guardata?
Giro la testa intorno.
MioDio è una bellezza, i soffitti sono a cassettoni, le pareti di un giallo ocra, c’è un letto a baldacchino, un comodino dell’ottocento con piedi a cipolla, uno scrittoio della stessa epoca e un finestrone da cui non posso aspettare un solo istante ad affacciarmi.
Fuori c’è un giardino, piante enormi e arbusti crescono indisturbati, sono nel centro di Firenze, in che via non lo so.
- è bellissima signora complimenti
Lei sorride, un sorriso gengivale e dolce
- la prendo, quanto le devo?
- mica lo so? Quanto pensa che le dovrei chiedere?
- bah, a me lo chiede
- facciamo che ne parliamo domani, non si fanno gli affari quando cala il sole, ora si metta a suo agio, le porto le coperte e un bottiglia di nocino, è fatto in casa sentirà
- Vabbe’ facciamo domani.

Il gancio era in zona volevo chiedere alla signora ma la trovo che ronfa sul un sedia a dondolo, accanto a lei un bicchiere mezzo di nocino la bottiglia vuota. Torno in camera, sposto lo scrittoio in direzione del finestrone, mi metto comodo e dico: “perfetta per Scrivere”. Do’ una gozzata del liquore. Mamma che botta.
Faccio un paio di giri a vuoto, alla terza richiesta d’informazioni acchiappo la via, solo che l’ho beccata all’incontrario così che devo ripercorrerla quasi tutta – non chiedete mai un indicazione a me, vi perdereste. La testa mi gira quel nocino è una bomba.
Davanti al portone del tipo ci sono tre gazzelle degli sbirri. Dopo un attimo si sentono urla e bestemmie, rumori di vetri rotti e quant’altro. L’unica luce accesa del palazzo si spenge, si sentono rumori per le scale, poi esce il gruppone. Davanti due sbirri, non hanno il cappello e il primo si tiene il naso cercando di tamponare il fiume di sangue che sgorga. Il secondo si tiene la bocca, poi mette una mano all’interno e ne cava un bell’incisivo. Dietro loro 4 sbirri in tenuta antisommossa, due di loro hanno il tipo ammanettato.
È a dorso nudo, i brandelli della maglietta gli pendono dai pantaloni, sul braccio destro un giglio tatuato, grosso quanto il suo braccio grosso.
La serata promette bene, hanno appena blindato il mio gancio e sono ospite della maga circa sdentata e ubriaca.
Ripiego in una birreria nei pressi.
Il barista è un tizio massiccio e accigliato, mi siedo sullo sgabello.
- una birra per favore
- la vuoi liscia o con un po’ di whisky
- mettici pure il whisky
- ok allora un taglio medio
- hai anche qualcosa da mangiare?
- solo patatine
- allora anche una patata
Il taglio medio ha la consistenza dell’olio multi viscoso da motori, va giù lentamente e torna su immediatamente.
Dietro al bancone ci sono delle foto raffiguranti uomini in costumi storici che si affrontano in una specie di spiaggia. Sullo sfondo non c’è il mare, ma la facciata di una chiesa. Il barista si accorge che guardo le foto ed inizia a parlare:
- non sei di Firenze
- no sono di Torino
- mica sarai gobbo?
- come?
- a strisce, per la Juve insomma
- no no, il calcio non mi piace.
Lui fa uhm, prende il grembiule che gli pende dai pantaloni e lo getta via, fa il giro del banco e mi viene incontro.
E ora che cazzo vuole
È dritto davanti a me, dice:
- alzati
Lo faccio
Troneggiando mi mette le mani sulle spalle, ci fissiamo, poi mi stringe.
Si sente un rumore strano, uno scricchiolio, non capisco cosa succede ma non mollo lo sguardo . Lui mi guarda e sorride dicendo:
- sei un pugile
- sì
Poi mi fa sentire ancora quel rumore. Sono i suoi denti che strusciano violentemente gli uni sugli altri.
Ora mi accompagna dietro al banco, spiegandomi per filo e per segno, partite, personaggi, risultati.
Prendo la mia agenda e inizio a Scrivere e a bere, non lo interrompo mai, lo fa lui quando mi spilla un altro taglio medio.
Alle tre di notte ho l’agenda piena di appunti e a forza di tagli medi mi sono ritagliato un posto nella storia di quel bar, infatti il barista mi dice:
- cazzo amico non ho mai visto nessuno bere come te. Questa la offro io. Levami una curiosità ma dove le metti tutta sta roba.
È vero non ho fatto una goccia, ho la vescica gonfia e dura come una palla da bowling.
Mi alzo a fatica, ad ogni scossone rischio di pisciarmi sotto. Il barista mi ferma:
- il bagno è rotto vai in strada
Torno al banco e finisco la mia birra,- piscerò dopo – pago, ringrazio e saluto.
Sono fuori, all’angolo della stessa strada di prima mi sono già perso, è tardi ma non riesco ad inquadrare l’ora, sotto il lampione la cerco più volte, faccio casino fra la lancetta dei minuti e quella delle ore, mi fisso che quella dei minuti è più minuta.
Mi ricordo che devo pisciare, al pensiero mi eccito e piscio sul posto, alzo gli occhi, un targhetta dice:
“il 4 novembre 1966 l’acqua d’Arno è arrivata a quest”altezza”.
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- dacci dentro Massimo.
Sono agli sgoccioli sul marciapiede opposto sento dei passi, sono un paio di ragazzi. Mi riabbottono e mi faccio loro incontro dicendo:
- sto cercando una piazza qua vicina, c’è una cattedrale e la statua di Dante
il tipo più basso fa all’altro:
- questo è proprio messo male, neanche sa’ dov’è P.za Santa Croce
- magari viene da fori, chiediglielo
- ma da’ in do’ tu vieni?
- da Torino
- allora sei un gobbo
- no no, sono solo per la juve
Il primo cazzotto mi raggiunge alla mascella levandomi il sorriso, faccio in tempo ad alzare le mani che sento il secondo allo stomaco. I tagli medi rimasti escono in fila indiana formando un unico fiotto di vomito. Questo li tiene lontani per un qualche secondo, intanto che dicono “ma che schifo guarda come c’ha ridotto sta faccia di culo”.
Si fanno ancora sotto, sono solo un po’ meno sbronzo di prima, tanto da capire che non devo prendere altri colpi alla testa . Sento lo stridio delle gomme. Le urla:
- CAZZO FATE STRONZI LEVATEVI DAI COGLIONI ALTRIMENTI VI AMMAZZO
Sono nelle mani del barista, poi nella sua macchina, mi sta parlando:
- ma che hai combinato? e cazzo volevano quelli?
- non ti offendere ma a Firenze non avete il senso dell’umorismo
Poi più nulla fino ad ora che sono seduto davanti al finestrone a Scrivere.

2 commenti:

  1. Provo a commentare in modo non sintetico anche se rapidamente…

    Ho ritrovato anche in questo racconto il piglio scorrevole e la simpatica vitalità alla quale il Kapitani “ormai” ci ha abituati. Magari una rilettura generale per raffinare forma e punteggiatura… o anche no - nel caso in cui l’autore ci pensi e decida in modo drastico e possibilmente uniforme di usare un linguaggio del tutto colloquiale (ovvero se il protagonista narra sempre scrivendo come parla e come gli viene da pensare) - ma allora forse rendere ancora più incisivi e precisi dettagli aggettivi paragoni ecc.

    Curioso questo protagonista, un po’ reporter un po’ rockybalboa, due lavori e due tipi di "ganci". Dice che non gli piace il calcio ma deve documentarsi e scrivere di quelllo storico. Sportivo ma sregolato tira a far tardi anche in trasferta e sembra calmarsi solo seduto a tavolino a scrivere, e questo è quel che preme, mica il ring. Controsensi da debole ma proprio coraggioso a dichiararsi gobbo in pieno giglio e senza esserlo neanche. Si allena tutte le settimane ma poi è buffo che faccia fatica a salire tre piani di scale arrancando neanche fosse incinto. Rischia stordimento a vita non tanto dai colpi alla testa quanto dal troppo bere, e confonde le lancette dell’orologio, le strade e altre cose. Senza troppe pretese di coerenza, però è in grado di apprezzare con spontaneità le cose belle ed artistiche fiorentine e non - giusto il tanto da lasciar emergere anche la sua seconda anima, quella giornalistica.

    Annotati anche alcuni altri spunti che mi sembrano intelligenti:
    L’autore-narratore usa la prima pers ma provando lo sguardo interno-esterno del “forestiero” nella propria città… esercizio di straniamento del punto di vista, dell’obiettivo…?
    Il personaggio della affittacamere (la maga circe? nel suo antro magico che aspetta al varco l’ignaro odisseo?), forse più delinato rispetto ad altri pers. minori e a suo modo anche acuta nel chiedere quanto è disposto a spendere il cliente (per una stanza che lo ispira a scrivere, una cosa che in realtà non ha prezzo);
    La targhetta ricordo dell’alluvione letta proprio in un momento… consono (spirito fiorentino del comico semplice sì ma colorito);
    Il finale lì per lì mi è parso restare un po’ sospeso, ma poi ritroviamo il protagonista a seduto a scrivere e quindi pensiamo sì è gobbo ma è ancora vivo – e forse l’ellissi sul resto salva dalla scontatezza del dover rendicontare troppi dettagli?, tutto è bene quel che finisce bene.

    Pignolerie:
    La riga di divisione centrale ci deve proprio stare? Un po’ fuorviante sembra pausa ma non c’è
    Scrivere con la S masiucola è voluto, per il significato?
    Il nome Massimo, tanto appare una volta sola, lo leverei, identifica troppo

    p. s. : In attesa dei prossimi commenti (utenti del forum, dove siete… già in ferie natalizie?
    :-) saluti, Caterina

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  2. La riga si può togliere tranquillamente, se c’è continuità è di troppo.

    La S. maiuscola di Scrivere è – vuol essere - significativa

    Spesso esclamavo il mio nome quando scalavo: Massimo c… di che hai paura ci sei solo te qui.
    Volevo riproporlo nel testo, visto che il protagonista si trova a compiere un’azione titanica, ma la vera azione è Scrivere. Mi rendo conto che ho giocato un po’ troppo oscuramente con la mia identità, pugilato, scrittura, strani baristi e risse. Quindi o togliamo Massimo o diamo un taglio più autobiografico al tutto.
    Ti ringrazio per i tuo prezioso commento efficace, il sintetico lasciamolo perdere, almeno sotto le feste.

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