martedì 25 ottobre 2011

Da "Vite sgarrupate" di Renata Galasso

L'ANIMA BUONA 
Seduta impettita nella prima fila in chiesa , si aggrappava con tutte le sue forze alla borsetta poggiata dritta sulle ginocchia: era una vecchia borsetta di coccodrillo nero che aveva conosciuto tempi migliori, ma lei ci teneva a dire che quello della sua borsetta era il vero coccodrillo,ne faceva fede quell’impercettibile forellino al centro della squama rettangolare. Quello era il marchio di qualità e ce l’aveva solo il suo.
La borsetta nera accessoriava un ampio cappotto che la difendeva dalla fredda aria invernale.
Era fuori moda, ma a Ersilia andava bene, lo aveva corredato di tasche interne, piccole, tali da poter accogliere pochi spiccioli ciascuna: cinque in fila nel lato destro e cinque in quello sinistro.
Usciva di casa un bel po’di tempo prima della messa delle 12, per arrivare in chiesa aveva un suo itinerario prestabilito:usciva di casa, attraversava la strada e proprio all’incrocio c’era il primo della lista, un questuante di colore, giovane, con un berrettino tenuto per la visiera in cui raccogliere gli spiccioli, era lui che le dava un saluto festoso:"Buona domenica, mama bianca!" Ersilia, Infilando la mano nella prima taschina interna del cappotto, prendeva una monetina e la deponeva nel cappello.
Più avanti, davanti al supermercato in piazza, c’era la giovane rom con la bambina che l’aspettava: a lei toccava il contenuto della seconda taschina, un poco più consistente e così via fino ad arrivare alla porta della chiesa dove c’erano gli ultimi suoi beneficati: a destra un venditore di calzini di seconda mano (scompagnati), a cui lei ne acquistava uno per volta, e a sinistra quello che vendeva i mozziconi delle candele rubate in chiesa quando erano consumate a metà.
Una volta lei lo aveva ammonito sulle conseguenze del suo gesto, citando i Padri della Chiesa e il catechismo del Concilio di Trento, ma lui le aveva replicato:"Signo’, che devo fare, devo andare a rubare? Almeno qui rubo candele che sono consumate a metà, il mio è un peccato veniale, se andassi a scippare sarebbe peggio".
Al che Ersilia non ci aveva riprovato più.
Tutto filava liscio: dieci tasche,dieci beneficati. Al ritorno dalla messa il percorso era più veloce, i beneficati la riconoscevano e la salutavano senza niente altro a pretendere.
Una domenica di primavera, il giovane di colore la salutò:"Ciao,mama, ti saluto, torno a casa. Ho venduto il mio posto, ce l’ho fatta a comprare una casa in Senegal. Grazie per il tuo aiuto."
Ersilia lo abbracciò commossa e proseguì il suo giro.

La domenica dopo, al posto del senegalese, trovò un uomo dimesso, con spesse lenti da miope.
Si capiva che era alle prime armi, non sapeva una parola di italiano, era fuggito dall’ Ossezia del Nord saltando sul primo TIR di passaggio. Ersilia si presentò, gli diede la sua monetina e proseguì.
Al ritorno dalla messa, passò di nuovo davanti al beneficato che non la riconobbe e le tese di nuovo la mano.
Lei si bloccò,si ripresentò e scandendo bene le parole disse:" Sono sempre io buonuomo, ho già dato prima".
Lui non capì, non la riconobbe e rimase con la mano tesa e vuota.
Ersilia portava con sè sempre la stessa cifra, né un centesimo di più, né uno di meno e quindi non aveva altro da dargli.
"Sono sempre IO!" gridò agitata e passò oltre.
Che fare? Ersilia non poteva cambiare strada, non aveva alternative e non voleva dare due volte il suo obolo, ne andava del suo decoro.
Tante volte aveva detto alle amiche:"Bisogna educare le persone, non basta dare un po’ di soldi, quello è l’inizio per fare amicizia, ma alla prima occasione basta, niente sensi di colpa, non ci si può fare schiavi del prossimo."
Il suo cuore, però, non andava dietro alla ragione.
Come diceva Pascal :"Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce".
Questo imprevisto però aveva scardinato la sua tranquillità: al posto della soddisfatta e serena coscienza del dovere compiuto, frutto meritato della messa domenicale con opere buone annesse, si trovava un confuso senso di colpa che non sapeva superare e che le fece buona compagnia per tutta la settimana.
Si rincuorò al pensiero che il poveruomo avrebbe cominciato a riconoscerla e che non le avrebbe chiesto l’obolo per la seconda volta.
Arrivata alla domenica, il giro fu lo stesso: all’andata tutto bene, le dieci taschine furono vuotate del contenuto, ma il poveruomo dell’Ossezia agiva sempre allo stesso modo, porgendo la mano ad ogni passante:che Ersilia passasse una volta o dieci volte per lui non cambiava niente.
Ma per lei invece stava diventando una tragedia: per quanto si dicesse per convincersi che l’importante era la tranquillità della coscienza,non riusciva a reprimere un moto di stizza quando il poveruomo non la riconosceva.
LEI che era un faro dell’Associazione donne cattoliche, additata quale fulgido esempio per le donne di mezza età (l’altra mezza non si sa), disconosciuta così pubblicamente e caparbiamente dall’ultimo arrivato dei suoi beneficati?
Dopo la decima domenica che il poveruomo dell’Ossezia del Nord si ostinava a non riconoscere la
sua benefattrice, Ersilia esplose:" Guardi, poveruomo, sono sempre IO, quella che è passata alle 10,52, prima di andare a messa, come tutte le domeniche! Osservi bene il mio cappotto grigio fumo di Londa, il mio cappello viola quaresima, la mia borsetta di vero coccodrillo del Caspio! HO GIA’ DATO!!!"
Qualche passante che tornava dalla Messa come lei, si voltò stupito e questo fece infuriare di più la pia Ersilia.
Il poveruomo dell’Ossezia non aveva ancora capito perché quella donna si arrabbiasse tanto.
Attraverso le spesse lenti da miope intuiva solo la sagoma delle persone e non aveva ancora risparmiato tanto da potersi permettere delle lenti più adatte alla sua miopia.
All’ennesima predica declamatoria di Ersilia, ritirò velocemente la mano che aveva proteso come faceva con tutti i passanti e le sorrise stancamente, come per chiedere scusa.
Ersilia decise che doveva trovare una soluzione.
Decise di farsi stampare una tessera di colore giallo fosforescente in modo da essere vista anche nella nebbia mattutina, con cinquantadue caselle, una per ogni settimana., con una scritta in maiuscolo tutto in neretto "Tessera del Benefattore: annerire una casella ogni volta che si riceve un obolo. Controllare al ritorno".
Si procurò un pennarello nero e la domenica successiva iniziò la sua rieducazione: spiegò al poveruomo dell’Ossezia, che dopo aver ricevuto l’obolo doveva annerire la prima casella della tessera. Gliela infilò sotto il naso, gli indicò col dito la scritta e scandì :"Tessera del benefattore! IO ESSERE benefattore, io dare moneta, capito? Io non dare altro se la casella è annerita, capito?"
Il poveruomo dell’Ossezia (sempre quella del Nord) annuì e finalmente Ersilia finì il giro di andata tutta fiera di sé.
Appena lo avvistò sulla strada del ritorno, sempre al solito posto, respirò profondamente per darsi coraggio e si disse:"Questa è la volta buona" e tirò fuori la tessera con la prima casella annerita.
Ma il poveruomo dell’Ossezia (del Nord) tese di nuovo la mano: lui sapeva leggere è vero, in Ossezia l’analfabetismo era stato debellato, ma l’alfabeto che conosceva era quello cirillico.

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