venerdì 8 ottobre 2010

DUE SANTI - racconto di Manuela Palchetti

DUE SANTI



Ancora una volta avevo detto sì. Avevo detto sì e pensato no. Ma lei riusciva sempre a farmi capitolare, con le sue richieste improvvise che preannunciava abbassando la voce con tono greve ‘Senti, avrei da chiederti una cosa..’ e contemporaneamente assumendo un’espressione preoccupata e trasmettendomi un’ansia che mi stringeva la gola ogni volta. Forse avevo detto sì ancora prima delle altre volte, sollevata perché la richiesta non era la risoluzione di qualche quesito medico a cui seguiva la ricerca dell’ennesimo specialista adatto per una delle sue innumerevoli e ormai irreparabili malattie, ma un’ invito per una cena fuori, esteso a mio marito e mio figlio. Sicuramente avevo detto immediatamente di sì anche perché ero curiosa di vedere cosa faceva muovere questa donna di 83 anni che da tempo declinava inviti a cena a casa mia e non andava più neppure da suo fratello per Natale, perché ‘tanto oramai siamo vecchi e alla nostra età si sta bene solo a casa nostra’. Una cena con finalità benefiche, ovviamente, organizzata per finanziare le missioni di quel Sant’Uomo di Don Franco ma pur sempre una cena fuori, una cosa abbastanza allegra e insolita per una come lei.
Arrivata sul posto era facile rendersi subito conto che si trattava di una kermesse di larga portata. I posti a tavola erano più di 500 , in mezzo ai quali si muovevano i volontari che – mi spiegava lei – lavorano sempre gratis e riescono a trovare negozi disposti a rifornire di tutto a costo zero; la fama di Don Franco era molto estesa e tutte le domeniche mattina partivano numerosi autobus da Prato e da Firenze per portare i pellegrini a messa da lui, in quella parrocchia sull’appennino Tosco- Emiliano a cui era stato assegnato dopo aver lasciato Campi e dove si radunavano anche 1000 o più fedeli per volta. Sai- continuava- le sue benedizioni hanno qualcosa di speciale, qualcuno si sviene, lui riconosce quelli che hanno più bisogno, ha doti particolari - Esorcismi ? Mi morsi la lingua . Non volevo fare polemica su un argomento che con lei non si poteva trattare. Lo avevo capito tanti anni fa, quando ancora quattordicenne avevo annunciato che non sarei più andata a messa perché mi sembrava una perdita di tempo e lei per due mesi aveva smesso di parlarmi. Ma prima c’erano stati lunghi pomeriggi della mia infanzia alla scuola di ricamo delle suore, i rosari con la nonna che non finivano mai, la rabbia per i fioretti e le buone azioni che non volevo fare. Mentre recitavo la parte della brava figlia, sorridevo alle due amiche che lei mi presentava "quelle che vengono sempre con me quando andiamo la domenica da Don Franco", osservavo intorno a me famiglie piene di allegria, gente che rideva e scherzava e provavo una punta di invidia e nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere e non era stato, ricordando come in casa nostra non avevamo mai potuto fare battute che coinvolgevano religiosi, né raccontare barzellette su Dio perché ‘sulla religione non si scherza’ e in generale tutto quello che era divertente veniva catalogato con un lapidario ‘stupidaggini’: a mia madre solo la sofferenza interessava perché ‘ci avvicina a Dio’ oppure se riguardava gli altri era una possibilità di redenzione, rendendosi utili e guadagnandosi il paradiso o giù di lì. Ma io non ero portata per il martirio e la sofferenza quando possibile preferivo evitarla; e anche quella sera ero arrivata ben decisa a non perdere il sorriso. Però avevo lasciato gli occhiali in auto e il mio astigmatismo mi impediva di mettere bene a fuoco tutto, mentre la mia curiosità aumentava : ‘Cos’è quel libro che distribuiscono all’ingresso?’ – ‘Ecco guarda’ e lei mi porgeva una specie di spesso catalogo con foto a colori in cui si vedeva Don Franco in mezzo a famiglie africane, o accanto a dei bimbi indiani, insomma nei quattro angoli del mondo assieme a moltitudini di persone. "Deve essergli costato un’occhio e ora lo distribuisce gratis, strano" pensai a voce alta, non sempre riuscivo a trattenermi. "Certo, ha dovuto farlo per dimostrare tutte le opere di bene portate a termine: gente invidiosa lo aveva accusato di aver intascato soldi per sé, e lo hanno anche trascinato in tribunale, pensa un po’!" Ancora una volta capii che era meglio tacere. Osservare e non farsi troppe domande, che tanto non avrei trovato certo risposte lì.E allora sedersi a tavola, apprezzare il cibo, ascoltare le persone che salivano sul palco a parlare della grande lotteria che si sarebbe tenuta di lì a poco (i volontari tra i tavoli stavano già vendendo i biglietti). Solo mio figlio era ancora capace di entusiasmarsi per certi giochi a premi e di buon grado acquistavo la mia dose di biglietti. In attesa dell’estrazione, e in attesa del dessert, si proiettavano delle diapositive sulla scuola nell’India del Sud che sarebbe stata ristrutturata con i proventi di quella cena. Senza occhiali riuscivo a cogliere quel tanto che mi bastava per immaginarmi la natura rigogliosa e un destino avaro con quei bambini che apparivano felici di stringere tra le mani penne e quaderni in quella che era molto distante, non solo geograficamente, da una scuola delle nostre città. E mentre le immagini scorrevano un brusio che diventava sempre più insistente percorse tutta la sala. ‘Eccoli – Sono loro – Attenzione stanno arrivando’ Anche gli altoparlanti annunciavano il loro arrivo. Ma di chi? Voltandomi verso l’ingresso riuscivo a vedere una coppia che stava entrando e man mano che loro si muovevano la gente si alzava, alcuni si avvicinavano, altri tiravano fuori i cellulari per fotografarli. Non riuscivo a metterli a fuoco ma la mia mente viaggiava. Immaginavo che provenissero da quella comunità indiana e che fossero sicuramente molto popolari tra la ‘gente di Don Franco’ visto il rumore e l’entusiasmo che accompagnava ogni loro passo. Erano giovani, sembravano belli, lei piccola e vestita con abiti sgargianti, forse un sari rosa fucsia e rosso (mi sembrava un po’ corto però) i capelli raccolti, occhi truccati di scuro, lui con jeans e camicia bianca, pelle scura e una barba stile Kabir Bedi di ‘Sandokan’..sì sembravano proprio due divinità indiane, balzate giù da quei templi delle diapositive e scesi nel nostro mondo occidentale. E mentre salivano sul palco era lui a prendere il microfono ‘Sono venuto qui per Franco! Ho passato tante domeniche da lui e lo penso spesso, così appena siamo tornati dalle vacanze e ho saputo di questa cena ci siamo precipitati qui, non potevamo assolutamente mancare’ diceva in un italiano perfetto, quasi con accento romano. Anche il Sant’Uomo si avvicinava a loro e li abbracciava (a me sembrava che abbracciasse lei con particolare insistenza, ma forse era solo la mia vena anticlericale che diceva la sua) . In quel momento avevo deciso che la mia curiosità valeva una corsa al parcheggio a recuperare gli occhiali. Ma al mio rientro i due erano sempre più presi d’assalto dalla gente. Le diapositive ormai spente, più a nessuno interessavano. Domandavo a madre e alle sue amiche notizie dei due misteriosi ospiti, ma mi rispondevano scuotendo la testa. L’unica cosa che i miei occhiali mi svelavano era che non erano affatto indiani, i loro tratti somatici erano tipicamente italiani, ben abbronzati di ritorno da vacanze esotiche, belli, appariscenti e venerati da questa gente come divinità. Dalle parti più remote della sala altre persone arrivavano in pellegrinaggio per venire a vederli da vicino, alcuni arrivavano a toccarli. A lei mettevano in braccio i bimbi piccoli, forse – mi domandavo- avrà avuto qualche potere di guarigione in cui questa gente credeva.
Senti, scusa – fermavo un ragazzo che avrà avuto sì e no diciotto anni- ma tu sai chi sono?’ – avrei voluto non avere gli occhiali per non vedere lo sguardo di disprezzo che lui mi consegnava per tanta ignoranza ‘ Certo che lo so. Sono John e Concetta!!!’
‘Sì ma scusa ancora.. – lo trattenevo mentre si avviava verso i due idoli – John e Concetta chi?’ E lo sguardo di disprezzo si era trasformato nello sguardo che si può avere trovandosi davanti a qualcuno proveniente da un altro pianeta – John e Concetta del Grande Fratello’
Anche Don Franco adesso era in disparte. Erano loro gli unici al centro dell’attenzione, come due Santi .
"Mi raccomando" - John aveva ripreso il microfono – "non perdetevi il programma che condurrò ad aprile su Canale 7 il mercoledì sera"

3 commenti:

  1. Antropologia su diverse forme di fede del contemporaneo - di forma pagana entrambe. Mi è piaciuta l'osservazione sulla implicita credenza salvifica degli idoli (idoli, appunto) televisivi.

    Sulla scrittura, un po' come abbiamo appreso l'anno scorso, credo che la lettura si alleggerirebbe rendendo espliciti alcuni dei dialoghi.

    E poi il mettere gli occhiali / capire, la mamma, buffo e interessante.

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  2. Ti ringrazio perchè m'interessa molto il discorso di 'alleggerire la lettura' . Mi rendo conto che mi perdo troppo nell'introspezione e nella descrizione delle mie impressioni danneggiando così la scorrevolezza. Penso che sia importante per me lavorare su questo

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  3. Il racconto è interessante, esplicita una problematica che modernamente riguarda la fede religiosa. Io non parlerei tanto di introspezione che appesantisce, quanto di commenti dell' autore nell' agire dei personaggi che tolgono al testo ironia e leggerezza.
    Anche nel dialogo, parlo di "TURISTI", si sente troppo il pensiero dell' autore. Il lettore non ha la possibilità di fare una riflessione personale.
    Tuttavia, la storia, che è la cosa più importante, c'è in tutti i racconti presentati. Si tratta di affinare la tecnica. Corso e commenti servono a questo.

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