mercoledì 6 ottobre 2010

LUOGHI DI CONFINE di Roberto Mosi - seconda parte

II. Via del Purgatorio



Prologo

Nella Sala d’Attesa
l’odore dell’alcol
il battito del tamburo
la pelle secca della lingua.
Folla nella Sala d’Attesa
la porta aperta sull’Ospedale,
il gioco degli scacchi,
per pedine: la vita e la morte.
Il convoglio snodato
scala lento le montagne
rimane immobile sulla cima,
precipita folle nel fondo.
Passi sulla sabbia
tra miraggi evanescenti
il Tumore tesse il tempo
di sette Stazioni d’Attesa.


Geografie

I pini sfiancati del viale
la grigia siepe assetata
annunciano lo squallore
del Reparto ospedaliero.
Risuona il mio nome nella Sala
tra vassoi di pasti consumati
carte per gli spuntini, giornali
facce gelide, di cartapecora.
Le pareti sono carte geografiche
disegnate dal gemito di tubi
dal gorgoglio di docce intasate
dal lavoro del muratore.
Nell’Attesa ho costruito strade
la foce di fiumi sconosciuti
la corsa di un teodoforo
le forme di una donna discinta.


Sette flaconi

La poltrona alta da parrucchiere
mi accoglie al pomeriggio
le gambe sfiorano la finestra
aperta su colline di case ed olivi.
La mano cerca la vena, l’ago
il cerotto, le gocce si rincorrono
accelerano, il braccio si gonfia
suona, gracida il campanello.
Sette flaconi, sette liquidi di luce
si mescolano al mio sangue
infondono ebrezze diverse
tepore, caldo, fiamme di fuoco.
Il dolore invade la mano.
Le colline sono illuminate
dallo sguardo indifferente del sole.
E avanza la Chemio terapia.


La corazza

La mattina, la tuta da lavoro
il pomeriggio, la corazza.
Una mano è inchiodata dall’ago
l’altra sfoglia le pagine del libro.
Il vicino indossa vesti diverse
a volte del rivale, del nemico.
Nella sala solo facce maschili
lontana la leggerezza delle donne.
"E’ solo un effetto placebo
non si ferma mai il Tumore.
Solo il chirurgo spunta
gli artigli al male."


Gabriella

Gabriella dirige il Reparto
la sera quando l’Ospedale
è abitato da infermiere
e macchine per le pulizie.
Ad occhi ansiosi mostra,
lo sguardo fisso negli occhi,
il passo della Chemio terapia,
le carte da gioco della partita.
Per ultima lascia il Reparto.
L’edificio galleggia sugli aghi
dei pini che sfiorano il cielo
scuro, in attesa della notte.


Il ragno

Il ragno si affaccia dal soffitto
tesse la tela, scende veloce
per il filo, osserva i pazienti
gli aghi infilati nelle vene.
Mi guarda con simpatia.
Risale svelto, scompare
oltre il tubo del riscaldamento.
L’aspetto, l’Attesa è lunga.
Penso ai tesori del ripostiglio
resti di mosche, di moscerini.
"Cosa si ricorderà di me,
del mio passaggio nella stanza?"


Pensieri

Chiudo gli occhi, sulla poltrona.
Suona il telefono, squilla
corro a perdifiato per strade
scale, corridoi infiniti.
La camera è nell’ombra
il letto al centro della stanza
il lenzuolo bianco copre
lo sguardo fisso, di gelo.
La mia mano si allunga
chiudo gli occhi di Bruno.
La sedia a dondolo si alza
si abbassa, cigola di dolore.


La collina

Guardo disteso, dalla finestra.
La collina si è imbiancata di neve
un vecchio ha voltato la terra.
Passano i mesi, semina l’orto
intreccia le canne per i pomodori.
Alle cinque il bus della scuola
attraversa le strade della collina.
Un cane abbaia, forsennato.
Giorni di pioggia, giorni di sole
intrecciano depressione ed euforia.


Epilogo

L’ultima flebo. Si chiude
la sala della Chemio terapia.
Il corridoio è invaso di nuovi
arrivati. Gabriella esile
al centro della Sala d’Attesa.
Lascio l’Ospedale, corro
nella strada in discesa, l’aria
accarezza la pelle arrossata,
pedalo leggero per la città,
la nuova Sala d’Attesa.

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