domenica 17 ottobre 2010

Notte stellata nel Borneo

BORNEO, MARZO 2010


Il sole, tramontando, si è portato via i suoni diurni della giungla. E ha lasciato spazio a quelli più misteriosi, della notte.
La proprietaria filippina della guesthouse ha appena portato via le ciotole con il cibo. Lei sorride, sorride sempre. Gli altri quattro clienti si sono ritirati a dormire. Noi siamo rimasti sul pontile, sul fiume. Stiamo aspettando che il marito della proprietaria e il loro figlio ventenne siano pronti ad accompagnarci in un’avventura unica. Filippo scrive alcune cose, credo cifre. Io mi soffermo a leggere il diario delle firme degli ospiti. L’ultimo italiano risale a dieci anni prima, ed è un pisano.
L’uomo filippino appare improvvisamente alle nostre spalle, con un ingombrante impermeabile addosso. Ci fa segno di scendere sulla sponda, alla barca. Il figlio è già là che ci aspetta. Una volta arrivati ci facciamo aiutare per salire sulla barchetta. Il ragazzo si mette a prua, con in mano un telefono del due. Il padre, invece, si mette alle nostre spalle in piedi, con una grossa torcia accesa in mano.
Non fa freddo. Non fa mai freddo qui. Ma l’aria tiepida mi provoca un brivido.
Il ragazzo accende il motore dell’imbarcazione. Scivoliamo placidi lungo il fiume nero. L’unica luce proviene dalla grande torcia nelle mani dell’uomo, dietro di noi. La barca si sposta verso destra, costeggiando la sponda opposta. La foresta pluviale si erige impetuosa in ogni angolo. Sentiamo i magici movimenti della notte. L’uomo muove la torcia rapidamente, controllando attento ogni angolo della foresta. Illumina un gruppetto di nasiche addormentate su alcuni rami in alto. Ci dice, in un buon inglese, che stanno facendo la nanna. Procediamo controcorrente, col motore spento. Le mangrovie animano la giungla incantata, incorniciandola con le loro radici sinuose. Il fascio di luce della torcia sembra un’intrusione nella seduttiva giungla. Qualche uccellino colorato resta immobile, nonostante i bagliori, e si fa guardare, vanitoso. Abbiamo capito che a quest’ora della notte, eccetto qualche gufo e alcuni volatili di piccolo taglio, non vedremo molti animali. Nonostante ciò non spero di tornare indietro. Il caldo venticello, i silenziosi rumori, il magnificente buio, è un gigantesco ossimoro che vuole farmi essere lì. L’uomo inizia a sbadigliare. Nonostante i diversi riggit che ha guadagnato con la sua spedizione notturna fuori programma sta crollando dal sonno. Dice che tutti gli animali stanno dormendo. Ma và! E dice che forse è il caso di tornare indietro.
Poi fa una cosa. Che nessuno di noi si sarebbe aspettato.
Spenge la torcia. Ci eravamo abituati al suo innaturale fulgore e, una volta morto, ci voltiamo disorientati. Il ragazzotto accende il motore e fa voltare su se stessa la barchetta. La prua adesso punta obliqua all’altra sponda. Mette il motore al massimo. E partiamo.
Noi, la velocità e le stelle.
Strano che non me ne sia accorta prima: sono tantissime. Sembrano una marea di diamanti sopra un panno di velluto blu. Mai visto una cosa simile…
Un mondo di stelle, di galassie e di universi sopra di noi. Improvvisamente minuscoli nell’immensità. Penso alla mia mamma, dall’altra parte del mondo. Agli abitanti della piccola Cambogia, che non sono mai usciti dai loro esigui confini. Penso alle strade delle Keys in America, viste pochi mesi fa. A Parigi, in cui son cresciuta, con le sue magnifiche boulangerie. Penso a tutto il mondo. E penso che, nonostante la distanza, tutti stiamo guardando la stessa cosa. Quelle stelle sono mie quanto degli abitanti di tutto il resto del mondo. Penso a Dante che uscì a riveder le stelle. Penso agli achei in terra troiana, che di notte tornano all’accampamento distrutti. Penso al notturno di Chopin. A 2001 odissea nello spazio. Penso alla notte di San Lorenzo in montagna, tutti sdraiati su un pleid a guardare le stelle cadenti. Cavolo, c’è tutto là dentro. E mi sento avvolta da questa coperta che è l’unica cosa familiare, a parte Filippo, in questo angolo di mondo. E corriamo, sotto l’infinito, in mezzo alla giungla, nel Borneo.

3 commenti:

  1. Il tuo scritto è riuscito a farmi riprovare, come lettore, le emozioni provate nel viaggio! Mi è sembrata una buona pagina davvero, forma adatta al contenuto e al genere, chiarezza di stile, efficacia dell’espressione, controllo nell’uso della prima persona e degli aggettivi. E poi, l’incanto della volta stellata e infinita, tema “evergreen” di poesia e narrativa in tutte le epoche e in tutte le latitudini, qui reso con spontaneità e freschezza, l’ho trovato molto convincente (“Cavolo, c’è tutto là dentro”). Complimenti!

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  2. Una descrizione efficace che fa vivere al lettore la situazione esotica e notturna. ( Toglierei dallo scritto l'ultimo periodo: E corriamo...)

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  3. mi piace il tuo modo di scrivere..trasporta il lettore dentro al racconto e gli fa vivere le tue impressioni attraverso questo 'diario di viaggio' (anche parole che normalmente trovo 'pesanti' come 'giungla incantata', 'movimenti magici' in questo contesto stanno benissimo perchè compensati e ben miscelati in un insieme armonico di descrizioni e sensazioni vive)

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