venerdì 8 ottobre 2010

RIVINCITA - Racconto di Manuela Palchetti

RIVINCITA



Lei lo sapeva. Loro due insieme. Lui con P. Ma non chiedeva niente quando lui tornava da lei, la sera, a casa. Aspettava. A volte qualcosa trapelava. Lui era cambiato. Aveva rabbia che affiorava, anche contro di lei. Talvolta le raccontava qualcosa, e anche se lei sapeva che non poteva domandare niente, le apparivano attraverso le parole di lui, rarefatte, alcuni sprazzi di quei momenti che loro passavano insieme, in cui lei non c’era.
P. con lui. Loro due soli in una stanza. Ma non era solo quello che la faceva inquietare. Era il fatto che lui raccontava tutto a quella donna, incluse cose che lei, lei che lo conosceva da più di venti anni, non avrebbe saputo mai, cose che a lei non aveva mai detto. Si immaginava P. che ascoltava e giudicava, esprimeva pareri o emetteva sentenze su cose che lei non aveva vissuto, dava consigli, lo indirizzava. Lui in quei momenti si apriva totalmente e si fidava di P. così come forse non aveva mai fatto con lei in tanti anni di convivenza. La pungeva il pensiero che lui non si era mai fidato di lei fino in fondo da aprirsi completamente, da mostrarsi per intero come era, e questo non l’aveva fatta sentire amata come lei avrebbe desiderato, questo era stato per lei il vero tradimento, insieme alle sue distrazioni, ai suoi mancati ascolti. Nonostante tanti anni di convivenza, una famiglia costruita insieme,l’amore, le risate, i pianti, le emozioni condivise; tanto e tanto altro, ancora, di tutto. Lei, ora come non mai, si poneva mille domande.
Ma lei non poteva dire niente. Solo aspettare, eventualmente ascoltare, accoglierlo. Lui con P. ancora una e molte altre volte. Soli in quella stanza, a cui lei non avrebbe mai avuto accesso se non nella fantasia. Fantasie in cui immaginava di entrare spalancando quella porta su una realtà nuova, su un uomo che non conosceva ancora davvero fino in fondo.
Ma quello che veramente non sopportava era che loro parlassero di lei, anche di lei. Ne era consapevole. Sicuramente lui le aveva raccontato qualcosa, poco o molto, dipingendole i suoi difetti, facendosi compiangere come vittima; sicuramente. P. l’avrebbe criticata, usando quegli schemi che applicava abitualmente. Lo avrebbe ascoltato parlare di lei come di tante altre cose del suo passato che dovevano cambiare, come qualcosa di sbagliato, legato alle dolorose esperienze lasciate alle spalle.
Ma cosa sapeva davvero P. di lei? Non sapeva P. e nemmeno lui di tutti gli uomini che l’avevano desiderata, di quelli che l’avevano avuta facendola sentire una Dea, mettendola al centro delle loro emozioni, mentre lui distratto perso dentro al suo ego non si accorgeva di quello che accadeva alla propria compagna, paziente ma a volte anche stanca di lui, stanca di essere data per scontata.
Cosa credeva P.? Lei era stufa!! Stufa di essere ‘buona e comprensiva’ e stufa di venire comunque giudicata cattiva, sbagliata (la moglie/madre, quella che fa i giochi di potere, la donna algida e fredda, quella che a volte si isola e via dicendo). Chi ha detto che doveva essere perfetta? Che non poteva fare sbagli? Perché non poteva semplicemente essere amata e accettata per quella che era?
Adesso lei sarebbe stata davvero cattiva e si sarebbe presa la sua rivincita.
Avrebbe scritto di P. e scritto tutto quello che le passava per la testa di lei, di quella P. che era appena uscita da un matrimonio fallito, che riversava il suo egocentrismo in quella stanza, quella P. che non aveva figli e parlava con leggerezza di famiglie che si possono disfare. Che ne sapeva quella P. brutta, grassa e presuntuosa (non l’aveva mai vista ma l’avrebbe sfregiata descrivendola così, come lei voleva immaginarla). La P. che poco professionalmente raccontava anche storie dei suoi clienti e i propri fatti personali, per appagare il proprio narcisismo, in un luogo in cui non era corretto farlo.
Forse un giorno lei se ne sarebbe andata. Tornando a casa lui avrebbe trovato solo un biglietto con scritto ‘Addio’. Lui avrebbe subito raccontato anche questo, con smarrimento o forse con sollievo, alla sua Psicologa.
Ma a suo moglie di questo non sarebbe importato più.

1 commento:

  1. Una situazione sicuramente intrigante, quella tratteggiata qui, attraverso il punto di vista/monologo interiore del cogitante personaggio femminile. Mi sembra ricca di spunti e di fine analisi introspettiva, tanto che mi verrebbe voglia di sentirli parlare direttamente questi personaggi così "vivi"... Non so, un eventuale "esperimento" di lavoro sulla storia potrebbe essere forse proprio quello di arricchirla e movimentarla ulteriormente inserendo stralci di dialogo (reali, tra lui e lei - e/o anche solo "immaginati" dalla protagonista, tra lui e la p.), per mettere in scena un qualche confronto/scontro con "l'altra campana", la voce del personaggio maschile. Comunque, anche senza dialoghi, davvero una buona focalizzazione.

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