sabato 2 ottobre 2010

La sala delle voci che scrivono

Un piccolo pensiero nato di getto e dedicato a tutti gli amici, "vecchi" e "nuovi", del corso di scrittura, e a tutti coloro che scrivono, o aspirano a farlo.
Ogni commento sarà ben gradito!
Caterina



La sala delle voci che scrivono



L’uomo misurò la stanza ad ampi passi e a testa alta. Forse per cercare di nascondere quel senso di inadeguatezza e di disagio che lo aveva avvolto già all’entrata della villa.
"Tutta da rifare anche questa, vero? "
"Sì, gli ordini sono chiari, mi pare. C’è luce in questo punto, qui voglio ricostruire le mie camere, il salone... il camino, però più in grande…"
"Ma… giù anche le mura? Qui sotto, se grattiamo via lo sporco, riaffiorano affreschi piuttosto antichi… forse, si potrebbe… con un po’ di pazienza, un bravo restauratore…"
"No, no… non sono un uomo di cultura, non ne capisco molto di disegni." Rise senza grazia. Rideva, ma aveva mentito. Troppe volte rinnegava la propria cultura, quasi una vergogna.
Poi riprese: "A me basta vivere un luogo spazioso, prestigioso, arredato come si deve. Niente vecchiumi. E poi, ho una certa fretta. Non sono mica più tanto giovane, io… e comunque, decido io."
Già, decidere. Perfino lui si domandava perché. Con le sue finanze, certo, si sarebbe potuto permettere un palazzo nuovo, costruito da zero, proprio dove e come lui voleva. Rapido ed indolore. Eppure aveva comprato a un prezzo vantaggioso mura vecchie, di origine, forse, gli dicevano, rinascimentale.
"Certo. Come desidera." L’impresario edile si annotò in fretta qualcosa ed uscì, lasciando solo il nuovo proprietario dell’immobile.
Ormai il progetto della sua nuova residenza fiorentina era quasi terminato. Era lì che aveva scelto di vivere e poi morire. Lo avevano catturato, di quel rudere che secoli prima era stato una villa padronale, un edificio pubblico e qualcosa come una sede di quartiere, soprattutto il calore, la solarità. I resti della sua torre rustica e sgretolata, quell’aria tra il crocevia e la piccola oasi… E qualcos’altro che ancora non riusciva a definire.
"Ma in questa stanza, cosa succedeva un tempo?" aveva chiesto giorni prima, all’agente immobiliare, per pura curiosità.
Quello aveva sorriso sotto i baffi, sembrava che si aspettasse quella domanda.
"Sa, è un po’ il vezzo di voi stranieri, quando comprate casa, specie se vecchia, domandare chi vi abitava prima, chi vi è nato e chi vi è morto… come se…"
"Come se, cosa?" ribatté il nuovo proprietario, scettico e puntiglioso. Straniero. In quella città non gli riusciva ammetterlo. Era stato un sogno, prima, offuscato dalla lontananza. Anni di peregrinazioni, in ogni luogo si sentiva estraneo, senza radici e senza approdi. Ma ora che era arrivato, quella nostalgia… un vizio da ricacciare subito. Si era convinto che doveva diventare un uomo nuovo. Non voleva qualcosa di bello. Aveva bisogno di uno spazio vuoto, da riplasmare totalmente, che parlasse di lui, uno spazio vergine e senza fantasmi. Ma si sbagliava.
"Ok, ok, mi scusi… risponderò alla sua domanda! Qui succedeva un po’ di tutto, era la sala preferita dai cittadini questa. Riunioni consiliari, concorsi pubblici, concerti di musica classica, esposizioni d’arte, conferenze, e perfino una scuola di scrittura…"
"Cosa? Una scuola.. per imparare a scrivere?!" Aveva riso di gusto, ma stavolta con un accenno di rispetto. "E per quanto tempo sarebbe durata questa… scuola?"
"Oh, per quasi un secolo credo… poi, come tutte le belle cose, le cose che non rendono, è finita…"
Provò a immaginarsi la scena. Un gruppo variegato di persone, tutti lì, a scrivere, in quella sala, seduti a semicerchio intorno a un tavolo, tra gli affreschi, con il sole a scaldare le vene, le mani, sognando di diventare scrittori. Senza fama, senza soldi. Quello sì che era coraggio. Non c’era da ridere. Anzi, voleva capire.
Guardò meglio il soffitto a piccoli cassettoni, un tempo dai profili dorati, quasi cercasse anche lui un’ispirazione. Ma gli occhi gli erano rimasti impigliati in quegli affreschi nebulosi, che recavano qua e là tracce di insegne di guerre e battaglie, e che ora sembravano osservarlo da sotto la patina grigia.
Così, nel vuoto ospitale della sala, iniziò a scavare e scavare oltre quella pace di rovina, come si gratta la pelle di un palinsesto. Emergevano, a poco a poco, linee spezzate, accumulate lì nel corso di anni, decenni...
Pensò che tra poco anche quella sala sarebbe crollata e rinata e avrebbe portato il suo nome.
Qualcosa gli diceva che non doveva farlo.
Una voce. Impossibile! La solitudine forse gli stava facendo perdere quella lucidità che lo aveva sempre contraddistinto e di cui andava fiero.
Non una voce sola, erano più voci. Si mise in ascolto, sperando di uscire presto da quell’incubo.
Voci che proprio lì si erano date appuntamento, voci che in qualche modo lì si erano legate, un po’ fraterne e un po’ contestatrici, e che in nome di una passione comune avevano parlato di loro panche quando parlavano d’altro e di altri, perché, questo lo sapeva, ogni storia riguarda tutti, appartiene a tutti anche quando lascia un qualche segno del proprio passaggio. Scrivendo, leggendo, confrontando, criticando anche… Quelle dunque erano le battaglie realmente affrescate che ora vorticavano là in alto, tra sbiaditi stemmi nobiliari e brandelli di bandiere tricolori, poco sopra la sua testa. Parole come armi e pagine come scudi, a rinfrancarsi a vicenda dei destini creati sulla pagina. E poi, consumato veloce il tempo del ritrovo, di nuovo lasciare quegli affreschi concepiti come un cerchio che ha senso solo nell'attesa di ritorno.
Sì, sarebbero tornate…
Perché quei muri avevano l’età di quelle voci, le loro domande e le loro risposte. I loro volti sarebbero riaffiorati a poco a poco, lo sentiva… Quella stanza avrebbe sempre portato in sé quelle presenze, quei disegni affiorati dal muro, non sarebbe mai stato possibile il silenzio, il vuoto.
"Assurdo, si disse, sto impazzendo. Lo sapevo, avrei dovuto farmi una famiglia mia, invece di rincorrere stupide chimere."
Uscì sudato e barcollante. Cercò l’impresario, l’agente, l’architetto… Nessuno, tutti scomparsi. Era solo, con quelle voci che lo chiamavano, lo invitavano.
Ma erano voci vivaci, decise, gentili. Si sentiva che erano ancora vive.
Non avevano più mani, solo suono. Non potevano tenerlo prigioniero, fargli male.
Non poteva farle tacere. Dopotutto, non aveva che loro. E loro, non avevano che lui.
Doveva salvare quel disegno affiorato dal muro.
Decise di rispondere. Rientrò.
Ma cosa volevano, adesso?
Non avevano più mani… Non avevano più…
Prese un pezzo di carta, una penna, come non faceva da anni, come forse non si faceva più da tempo.
Si sedette con la luce del sole sulla fronte.
Si lasciò scaldare quel tanto che bastava.
Poi provò a scrivere.

"Oggi, 1° ottobre 2210, finalmente mi sento a casa..."

Cosa ridicola, vecchiume… Ma tanto non c’era nessuno a vederlo. Nessuno tranne loro.
E c’era tutto il tempo per imparare.



Firenze, 1° ottobre 2010

3 commenti:

  1. Mi è piaciuto molto! Un futuro che assomiglia al presente. Ho una sola osservazione non di micro editing: togli "Qualcosa gli diceva che non doveva farlo.", perchè rendi l'evolversi, il cambio di passo, una scoperta per il lettore. Con quella frase preanunci la sorpresa, e mi sembra funzioni meno.

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  2. Caterina, ancora una volta i tuoi scritti mi hanno emozionato : un po' di tristezza, per un futuro sempre più senza cultura, dove le cose che non fanno guadagnare avranno sempre meno valore; un po' di serenità per quel silenzio di pace sulle rovine da cui emergono voci trascinate nei secoli dalla passione per la scrittura ; un sorriso immaginando che...siamo talmente 'rompiscatole' che nemmeno i posteri saranno lasciati in pace dalla ns voglia di scrivere !!! xx Manuela

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  3. Grazie mille per i commenti! Sì, l’idea (fugace) delle rovine e dei "posteri" era partita proprio da un "sorriso" su quanto parliamo, scriviamo, rompiamo anche… insomma, resistere ad oltranza. Finirà, ok. Non ce ne verrà nulla (probabile), ok. Ma siamo voci arzille e, chi lo sa?, magari non è solo uno scherzo di fantasmi l'ipotesi che neanche il tempo ci potrà zittire… :-)

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