lunedì 19 agosto 2013

Solidarietà per la LibreriaCafè La Citè

 

Contro la chiusura della LibreriaCafè


Incontrarsi a La Citè

(Corteo di protesta per la chiusura della LibreriaCafè

 

Silenzio e ombre sedute

sugli scaffali de La Citè

nelle pagine del Cafè

Libreria, sul pianoforte

fra divani e abat-jour.

Salva la pubblica quiete.

 

Il proclama del giudice:

“Locale chiuso dalle nove

alle sette del mattino.

Disturbo alla quiete.”

Buonanotte Firenze!

Un colpo basso alla cultura.

 

La cultura viaggia nell’aria

suono delle voci, note

della musica, fruscio delle idee,

non porta degrado,

confonde le facce di pietra

le teste devote agli schermi.

 

Che viva nel cuore

di Firenze per la passione,

gli occhi dei giovani.

Oggi si spalanca la porta:

si va in corteo, si parla

dell’essere alla città dell’avere.

 

Rabbia, lavoro che muore.

Sepolto il progetto di anni

fuori dal senso oggi vincente

della vita, senza vetture

Ferrari da mostrare

sul Ponte Vecchio.

 

Sul sagrato del Carmine

s’inchiodano cartelli

nell’afa della sera di luglio:

“No alla città vetrina del lusso”

“La noia modella la normalità”

“Adotta un libraio senza lavoro”.

 

Si muove il corteo avvolto

dalla musica: l’altoparlante

dal furgone suona Brazil Brazil.

Il corteo ondeggia al ritmo

della samba, le carrozzine

avanzano a tratti, a zig zag.

 

Riprende il ritmo la ragazza

sul tetto dell’Ape rossa,

il trampoliere sulla bici,

i cani al guinzaglio.

Si distende l’orchestra

dixieland, cappelli di paglia.

 

Al centro la tromba

si muove da una parte, dall’altra,

teste, braccia, cartelli

seguono il movimento.

Alla fine il risciò a pedali

vestito di nappe e bandiere.

 

San Frediano alle finestre,

si muovono donne discinte

ragazzi a torso nudo

al ritmo dell’orchestra,

si sbracciano in saluti,

i pollici delle mani in alto.

 

Piazze, vie tra ali di folla,

blocca il traffico la polizia

ronzano le radio collegate.

Piazza della Passera:

due ragazze in costume

sul tavolo del ristorante.

 

Le parole della denuncia

al giudice: “Escono nella notte

da La Citè, parlano, ridono.

Che ridono a quell’ora?

Chiudano alle ventidue

e musica di Bach e Mozart!”

 

Urla, fischi sempre più alti:

“La vita fa rumore, fa rumore!”

Il corteo avanza, compare

Santo Spirito: “La piazza

dove si vive, del degrado”,

ironia dall’altoparlante.

 

Sara al centro, bella,

una figura del Botticelli,

parla di libri, di musica,

di incontri, di concerti.

Ferrari al Ponte Vecchio?

No a un caffè libreria?

 

Due gitane, vestiti rossi,

battono forte le mani,

musica del flamenco

sul sagrato della Chiesa.

La facciata apre le ali

nell’armonia delle volute.

 

Roberto Mosi, 10 agosto 2013


mercoledì 31 ottobre 2012

CENERANTOLA (favola cinica) - di Francesco Mancini



1
C'era una volta una ragazza di periferia, di nome Lamberta. Voleva far la modella. Il nome non l'aiutava, d'accordo, ma nemmeno il resto: bassa, grassa, nera nera, piena di complessi, depressa, autostima sotto ai tacchi. E anche quando provava a diventare anoressica come le sue donne da sogno non mangiando quasi niente per settimane, riusciva  a ingrassare lo stesso. Aveva anche un po' di baffi che non riusciva a rimuovere nemmeno coi petardi.
Sarebbe andata volentieri in analisi o da uno straccio di terapeuta di qualche sorta per stare meglio, ma -quando si dice una fortunella- era povera come un pidocchio.

2
Lamberta però, un bel giorno, in un impeto d'euforia della sua depressione bipolare, acquistò libri d'esoterismi e magie e oscure arti (in edizione economica) nella biblioteca "Razzi e Mazzi" del centro storico della sua città: se il destino l'aveva resa un brutto anatroccolo, ci avrebbe pensato da sé a trasformarsi in cigno, con la magia: bianca o nera o turchina che fosse, costasse quel che doveva costare. Uno provò a rubarlo, di libri, ma fu beccata subito e ramanzinata. Il negoziante la voleva denunciare, ma il poliziotto accorso fece notare ai presenti che la natura si era accanita sulla sventurata già abbondantemente. Gli astanti annuirono tutti assieme, per poi ridere come dei pazzi. Lamberta era livida.
Ben presto si trovò ogni notte a studiare avidamente la magia, anche se leggendo alla luce del lampione fuori dalla sua finestra per risparmiare, finì per perdere pure diversi decimi di vista (una delle poche cose buone che aveva). Ora sfoggiava anche due occhiali da nonnina un po' storti trovati sull'autobus. Bene, pensò, fa molto Harry Potter. Tanto, a quel punto, giusto un miracolo ci voleva.

3
Finalmente giunse il giorno dell'azione: con tanto di vesti nere e bacchette rimediate da mestoli rotti, tra chiari di luna, chiare d'uovo e viscere di bestie da fogna, provò ad evocare il principe delle tenebre. Gli avrebbe chiesto seduta stante di diventare alta, bionda, magrissima e con un'aria irresistibilmente trendy. E bella, ma proprio bella. E se il sulfureo caprone gli avesse porto la sudicia pergamena per stipulare il classico patto non avrebbe esitato un momento: dell'anima Lamberta non sapeva che farne. Non sapeva nemmeno se ce l'aveva.
E allora: pentagramma, candele, formule. Avrebbe dovuto scrivere le formule su della pergamena vergine, ma tutto quello che riuscì a rimediare fu una decina di A4  rubati alla copisteria all'angolo. Sperò che l'oscuro signore apprezzasse il gesto. Gli sacrificò anche il suo pesce rosso, che trafisse con uno stecchino da denti.
Ma non solo non si presentò l'oscuro signore, non arrivò neppure il garzone del sottocuoco (delle tenebre).

3
E intanto la poverina soffriva, la povera Lambertina. Che faceva tutto il giorno? Lavava e stirava e ramazzava, poverina (non troppo, a dire il vero, perché stava in un buco di monolocale e aveva un maglione, due camicette, due paia di jeans e qualche shirt nelle quali ormai rischiava di esploderci dentro tipo l'incredibile Hulk. Lo poteva indossare, il suo monolocale). Guardava ogni programma televisivo che poteva regalarle uno scorcio di immagine delle sue dee in passerella e poi provava a imitarle nei suoi quattro metri quadri di cucina, dando più che altro l'impressione di una trottola. E piangeva, piangeva, perché si guardava nello specchio e si rendeva  conto dolorosamente che nessuno stilista avrebbe messo su di lei nemmeno il copertone di una ruota di camion.
E piangeva, piangeva, Lamberta. E per anestetizzarsi si riempiva di sambuca e di fumo a buon mercato (tagliato tale che si poteva usare come lucido da scarpe). E in pieno delirio masochistico da autostima a -30, si faceva delle gran sbafate di dolci (a buon mercato). Grassi animali, vegetali, minerali, colorati, idrogenati, ossigenati, transgenici, traslucidi: i grassi che si mangiava Lamberta li potevi mandare a battere sui viali.
Per Lamberta solo torte (a buon mercato), mai tortini come le top-models.

4
Ma nel frattempo, sfruttando le ondate euforico-energetiche della sua bipolare, continuava disperatamente con le evocazioni, le annunciazioni, le meditazioni, con tanto di training autogeno e pensiero creativo-costruttivo. Ripeteva 300 volte al giorno la seguente frase: "Io sono magra. Io sono bella. Io farò la modella."
Poi giù a divorar torte.

5
Una sera, per il Calendimaggio, Lamberta si preparò per l'ennesimo rito magico. Si mise il kimono di sua nonna (strana, sua nonna) accese gli incensi, le candele. Preparò un pentagramma col sangue di un pollo del supermercato già quasi del tutto coagulato. Un pentagrammino, diciamo.
Si stava accingendo a pronunciare le formule, quando ebbe un mancamento. Un'esitazione. Gli venne la chiara sensazione che tutto quello che stava facendo non sarebbe mai servito a nulla. Era inutile insistere. Le vennero di nuovo le lacrime agli occhi.
Pensò: la faccio finita, mi ammazzo. Vuoto il conto corrente per comprare gli ingredienti, poi preparo una torta di settanta chili e me la caccio tutta in gola. Corse fuori, in un'oretta aveva tutti i mezzi che le servivano. Ma quando stava montando in una zuppiera enorme 750 uova in un allegro schizzar di chiare e tuorli, la poltiglia sotto al suo naso si mosse, si gonfiò, si agitò, poi prese la forma di un volto enorme di una anziana signora, che aprì una sorta di bocca tremolante e disse: "Salve! Sono la Fata Albumina!"
Lamberta restò a fissare la zuppiera immobile. Pensò: con cosa me l'hanno tagliato il fumo stavolta? Con l'antigelo?
La facciona si agitò ancora e disse: "Ciao cara, io sono la Fata Albumina, uno spirito ausiliario ad uso e consumo di casalinghe frustrate e giovani depresse. Ti diletti in evocazioni, vero?"
"S...si, a volte..." balbettò Lamberta.
"A volte sti mazzi, carina, le sfere astrali sono vessate ogni sera dalle tue richieste disperate. Così hanno mandato me."
"Scusate se ho insistito..."
"Prima regola: mai insistere troppo. Si rischia di rompere le sfere..."
"Il fatto è che sono disperata, Fata Albumina! Io ho sempre sognato di fare la modella, è sempre stata la mia ossessione, la mia ragione di vita... ma come vede...."
"Vedo, cara. Sei nella situazione di Danny De Vito se desiderasse diventare un campione di basket."
"Esattamente."
"Ma tu conosci la magia giusto?"
"Ci sto provando..."
"E per un mago nulla è impossibile!"
"Oh, lo spero proprio!"
"Se si attiene alle regole..."
"Oh, lo farò, Fata Albumina!"
"Allora prendi intanto queste."
La Fata Albumina protese una sorta di braccio bianchiccio alla crema di mascarpone e porse a Lamberta tre fagottini.
"Queste sono le pozioni magiche in polvere da prendere..." proseguì, "Abbiamo la Spilunghina Danese per farti diventare alta, bionda, con gli occhi azzurri. Abbiamo la Sirenaria Chiappesca per farti diventare intrigante e fascinosa. Abbiamo l'Anfetamina di Nonna Gina per farti diventare magra come un'acciuga. Le prendi tutte subito e vediamo che succede. Avanti, ingolla."
Lamberta trangugiò tutto in quattro secondi netti. Una nuvola rosa avviluppò il suo corpo e in un "puff" lento e appiccicoso divenne una donna bellissima: bionda, occhi azzurri, fascinosa, trenta chili di peso stirati su un metro e ottanta d'altezza.
Lamberta si intravide nello specchio del bagno alla sua destra e cacciò un urlo. Poi per la gioia cominciò a saltare ululando come un coyote. Volle abbracciare la Fata Albumina e si tuffò nelle uova montate.
"Stai al tuo posto cara. Per favore. Contegno." echeggiò la voce della fata nell'aria.
Lamberta si riprese, e mentre si asciugava tremando, disse: "Carissima Fata Albumina! Non so come ringraziarti! Farò tutto quello che vuoi! Vuoi la mia anima?"
"E che me ne faccio? No no, cara, io sono pagata dall'Ente Assistenziale Astrale, niente compensi. Un servizio nuovo. Siamo pari. Piuttosto, ricordati di seguire attentamente le istruzioni:  prendi le polveri -che ti lascio sul tavolo- una volta al giorno e solo una volta al giorno, la mattina. E a mezzanotte ovunque tu sia vedi di telare, perché l'effetto scompare e torni il cess... quella che eri prima. Tutto chiaro?"
"Si, carissima fata. L'ho già sentita questa di una che a mezzanotte doveva telare..."
"Per quello che paghi volevi pure una storia originale?"
"Giusto, cara fata."
"Ora devo andare. Una giovane demente magra come un chiodo che sta nel palazzo accanto sta facendo di tutto per diventare popputa e col culo a mandolino per diventare escort d'alto bordo e scrivere poi un libro di memorie per andare ai talk-show. Non siete mai contente."
"Che vuoi fare..."
"Cerca di divertirti e non esagerare. Verrò a vederti a qualche sfilata.... addio."
"Grazie, grazie, grazie! Cara Fata Albumina ti sarò sempre debitrice!"
"Fai la brava!"
"Ma la zucca che si trasforma in suv non me la dai?" chiese Lamberta.
"Certe zucche non hanno speranza! E trovati un nome d'arte!" la voce era diventata un'eco distante.
"Si!"
La fata scomparve creando un piccolo gorgo nelle uova montate.
Lamberta che prese il nome d'arte di Yasmine, saltò ululando nel suo monolocale per altri abbondanti quaranta minuti, poi stramazzò al suolo.

6
La mattina seguente Yasmine si recò in una agenzia per modelle, la presero immediatamente e la settimana dopo già sfacchinava le passerelle.
Dopo Milano fu Parigi, poi Londra, poi New York. I giornali cominciarono ad accorgersi di lei, e i rotocalchi, e le trasmissioni di gossip.
Ville, piscine, toga-party, storie con i maschiotti più appetibili del jet-set, tre matrimoni con (nell'ordine): un costruttore, un calciatore, un finanziere. Lamberta la sfigata era diventata Yasmine la pantera bionda. "Che prima ti acchiappa, poi ti sfronda" (dichiarava lo slogan della sua linea di oli essenziali).
Ma: c'era l'invidia delle altre modelle. C'era il livore degli ex sedotti e sotterrati. Un nutrito gruppo insomma che provava per lei sentimenti non proprio nobili. Inoltre, qualcuno degli ex aveva cominciato a raccontare in giro che la ragazza aveva delle abitiudini strane, il calciatore dichiarò ai rotocalchi: Yasmine? Sesso da manicomio, ma fino alle 11, 11.30 al massimo. Poi scappa e se ne va a dormire chissà dove. Sui contratti poi era scritto a lettere di fuoco (in gotico antico): Yasmine può sfilare al massimo fino alle undici di sera, non oltre. E se il fascino del mistero ipnotizzava gli uomini, le donne mica tanto. Qualcuna di loro che aveva letto le fiabe cominciò a sentire odore d'abbacchio arrosto, e con la collaborazione del gruppo livoroso di cui sopra, fu raccolta una colletta e fu ingaggiato un investigatore privato, il quale spulciò la vita, morte e miracoli di Yasmine la pantera bionda, fino a carpirne il terribile segreto.
E una sera di una sfilata importante, a Parigi, fu ordito il crudel complotto.

7
Parigi. Yasmine arriva nei camerini con il mento alzato oltre la ionosfera. Assistenti, truccatrici, allenatrici, stilisti financo, li tratta tutti come pezze da piedi. Tira il mazzo di fiori di un ammiratore in faccia al fattorino. Così. Strepita, si lamenta, fa le boccacce. Poi si concede ai preparativi, ma di malavoglia. E continua a lamentarsi delle luci, dei materiali, della stampa, dell'anno bisestile.
Beve un bicchiere d'acqua. Non sa che in quell'acqua è stato messo un sedativo da un'assistente corrotta. Cosa che tale assistente avrebbe fatto anche gratis. "Posso metterci un po' di stricnina, anche..." aveva dichiarato. Fatto sta che mentre la truccano, Yasmine s'addormenta di colpo.
Tutto il personale corrotto la chiude nel camerino, mette un cartello alla porta: "non aprire, camerino fuori uso". Intanto vengono informati gli organizzatori della sfilata che Yasmine ha fatto un altro capriccio, è fuggita via facendo sapere che non parteciperà.
La sfilata comincia comunque, le modelle sfrecciano la passerella come tigri, il bel mondo applaude con giubilo. Poco prima della mezzanotte, l'assistente corrotta apre il camerino, sveglia Yasmine dicendole: "Signora Yasmine! S'è assopita? Tocca a lei, avanti!" Yasmine trasale,  guarda l'orologio del camerino che segna le 10.55 (tutti gli orologi dei camerini sono stati spostati di un'ora indietro). 
"Bé, facciamo alla svelta!" gracchia Yasmine spingendo l'assistente al muro e uscendo a gran passi. Le assistenti (ghignando) la ritoccano, le infilano l'abito velocemente, traccheggiano per farle perdere un altro po' di tempo, poi al momento giusto la spingono in passerella. Esattamente alle 00:00. Yasmine viene accolta da un applauso fragoroso. Fa appena in tempo a fare metà passerella, poi si ferma di colpo. Qualcosa nel suo corpo comincia a ribaltarsi. Yasmine conosce benissimo quella sensazione: sta per tornare a essere Lamberta la sfigata. Non è possibile, pensa, manca ancora un'ora! Guarda disperatamente attorno a se, è assediata da una marea di volti attoniti che la fissano senza capire. C'è un grosso timer nella sala, che segna le ore 00:03, Yasmine vedendolo si rende conto di essere stata raggirata. Sulle prime pensa di tornare indietro velocemente prima che tutti si accorgono, ma è tardi. Lo capisce dal clamore che si sta levando dalla sala, dal gelo che le accappona la pelle, dal fatto che a testa china, guardandosi le gambe, non vede più due trampoli slanciati ma due cotechini. La folla rumoreggia sempre di più, Lamberta è colta da capogiri, panico, mancamento, si accascia. La vergogna la fa muovere, prova ad andarsene ma il vestito è diventato una specie di fasciatura strettissima tipo camicia di forza. Ora sta strisciando, arrancando, sbavando, qualcuno dalla sala prorompe in una grassa risata. Molti lo imitano. Yasmine-Lamberta arranca, ma è lenta, quasi non respira, guarda allucinata l'uscita davanti a se, ha l'impulrso di fiondarcisi in qualche modo per imbucarla, ma -come se le avessero letto nel pensiero- uno stuolo di modelle e di assistenti si premurano di coprirla posizionandosi come una barriera, i volti come maschere. Le risate del pubblico si mescolano a commenti prima lievemente ironici, poi marcatamente cinici, poi decisamente terribili. Qualcuno la vuol toccare, ma con un bastone. Qualcuno propone di farne sapone da vendere per la marca di cui è testimonial. Qualcuno suggerisce di rotolarla, che così fa prima a sgombrare la passerella, che se resta ancora lì rischia di disgustare i presenti per sempre. Tre giovanotti ridenti saltano su e la rotolano via come fosse un tappeto malodorante che rigurgita budella nere, tra gli applausi, i fischi e le male parole. Più delle luci, brillano gli occhi di modelle e assistenti. 
Di Yasmine la modella resta solo una sottile scia umida sulla passerella, come dopo il passaggio di una grossa lumaca. 


lunedì 15 ottobre 2012

UNO STRANO CASO - di Paola Castellani




    Pasquale era nato settimino, esile e chiaro di pelle quasi come un albino con due occhietti talmente piccoli da sembrare capocchie di spillo. I suoi tre fratelli avevano occhi di grandezza normale e la pelle ambrata di chi vive in campagna, per cui sua madre, per quanto si sforzasse, non seppe trovare una somiglianza tra il neonato ed il resto della famiglia.
    La levatrice pensò che il bimbo fosse cieco perchè non aveva mai visto in tutta la sua lunga carriera degli occhi così minuscoli con pupille, se possibile, ancora più piccole e allora passò un dito davanti a quel visino rugoso e si accorse che lui lo seguiva così come chiuse prontamente gli occhi quando gli avvicinò una candela accesa al volto.
    Sua madre pregò tanto perché il figlio potesse avere, crescendo, un aspetto normale e fu esaudita: i suoi occhi crescevano un po’ ogni anno e cambiarono persino colore, passando da un comune marrone a un azzurro intenso. Quando il bambino compì cinque anni, il difetto era pressoché scomparso, con immenso sollievo di sua madre che non solo non aveva più di che preoccuparsi, ma ebbe la certezza che la Madonna alla quale si era rivolta, esiste e ascolta i cuori disperati.
    I suoi quattro figli, tre maschi e una femmina, giocavano nell’aia fra polli e galline mentre lei e il marito lavoravano nei campi. La loro vita scorreva serenamente anche se doveva fare i conti con le ristrettezze economiche.
    La frutta e la verdura che producevano veniva acquistata dai grossisti ad un prezzo risibile. Ma per fortuna avevano almeno di che sfamarsi. Mamma Giuseppina preparava, con la frutta rimasta invenduta, delle ottime confetture che vendeva la domenica davanti alla chiesa, aiutata dai bambini.
    Passò qualche mese e gli occhi di Pasquale ricominciarono a crescere, diventando talmente grandi che quasi si toccavano l’un con l’altro. Il suo aspetto diventò buffo ma faceva tenerezza: nei suoi occhioni azzurri poteva rispecchiarsi tutta la famiglia.
    Arrivò l’autunno e per Pasquale e i suoi fratelli, l’ora di tornare a scuola. Sua madre rattoppò alla bene e meglio il grembiule del terzo figlio per passarlo all’ultimo e infornò una bella pagnotta per poter preparare, l’indomani,  la merenda per la scuola.
    Lo scuolabus passava alle otto in punto per cui alle sette e mezza, Giuseppina cominciò a tirare giù dal letto i figli assonnati  uno ad uno e, quando arrivò al letto del figlio più piccolo, emise un urlo agghiacciante: la faccia di Pasquale era sparita; al suo posto campeggiava un unico, enorme occhio blu con ciglia lunghissime, su un collo ancor più esile e biancastro.
    Fu presa dal panico, suo marito era andato in paese a sbrigare alcune faccende, gli altri figli erano rimasti senza parole, a bocca aperta, sbigottiti davanti al malcapitato.  Non riuscivano a muoversi, impietriti dallo sguardo di quest’ultimo. La povera donna pensò che forse avrebbe potuto rimediare con un berretto di lana ma le ciglia folte e dure come una spazzola, le impedirono di calzarglielo. Si sedette allora su una sedia, affranta, rivolgendo una rapida preghiera alla Madonna perché le indicasse ciò che doveva fare, ma non ebbe nessuna risposta.
    Decise quindi di mandare ugualmente a scuola i figli più grandi facendosi prima giurare che non avrebbero parlato della cosa ad anima viva poi tornò in camera da letto nella recondita speranza che fosse stato solo un brutto sogno. Non lo era. Pasquale era lì, piccolo e indifeso, nonostante avesse otto anni e mezzo. Seduto sul letto, con le mani in grembo, la guardava dritto negli occhi; non avendo più la bocca non poté rivolgerle quel sorriso che sentiva crescere in petto, allora abbassò un po’ le ciglia, cercando di risultare grazioso, ma sua madre indietreggiò ed il bambino lesse orrore nei suoi occhi.
    Ma lui che colpa ne aveva se si era risvegliato in quel modo?
    Seguì sua madre con lo sguardo mentre usciva dalla stanza, piangendo, e la sentì chiudere la porta a chiave, con doppia mandata.
    Una volta solo, il bambino si avvicinò al cassettone, salì su una sedia e si guardò, dapprima di sottecchi, poi dritto nello specchio. Dopo un primo momento di disorientamento, si osservò con attenzione. Non avendo più la bocca, come avrebbe fatto a comunicare le proprie emozioni? La risposta arrivò subito dopo: si accorse che se pensava a una cosa allegra, l’occhio diventava di un blu scuro e scintillante, se il pensiero era triste, l’occhio scoloriva quasi a diventare ceruleo. Ecco come avrebbe fatto per comunicare. Di sicuro, anche i suoi familiari se ne sarebbero accorti.
   Si guardò ancora, con più attenzione e trovò il suo aspetto quasi simpatico: se inclinava la testa, l’occhio diventava verticale, come succede per certi pesci che aveva visto su un libro preso a prestito in parrocchia. Alzò un braccio e si toccò le ciglia: mamma mia quanto erano dure! Poi andò a toccarsi la nuca: quella era uguale a prima, con capelli lisci e sottili come sempre. Forse poteva presentarsi di spalle,  ai suoi, quando sarebbero tornati a casa, così non li avrebbe spaventati.
     Scese quindi dalla seggiola, si infilò a letto, al calduccio,  riandando con la mente a quanto era accaduto quella mattina. Ripensò all’espressione terrorizzata sul volto di sua madre e considerò che se aveva fatto orrore a lei che lo aveva generato, sarebbe andata ancor peggio con suo padre,  perciò decise che non avrebbe guardato mai più niente e nessuno e abbassò la palpebra rosea dalle lunghe ciglia: se il mondo aveva orrore di lui, lui non avrebbe guardato più il mondo, o meglio, lo avrebbe fatto soltanto con gli occhi della mente. Per esercitarsi, percorse tutte le stanze della casa, una ad una, soffermandosi sui mobili, gli oggetti, le tende, le stoviglie, la tavola apparecchiata per il pranzo domenicale, la pasta fatta in casa che gli piaceva tanto e che non avrebbe potuto mangiare mai più.  Poi uscì nell’aia e vide i polli e le galline in cerca di cibo, la vecchia bicicletta arrugginita che passava di fratello in fratello secondo turni ben precisi stabiliti da suo padre.  Rivide il vecchio olmo solitario, la sentinella silenziosa della casa, e, concentrandosi sulle foglie mosse dal vento, si addormentò.
    In sogno, vide suo padre che alzava il gomito nell’osteria del paese, noncurante del fatto che quei soldi potevano essere spesi per cose più importanti; c’era il tetto da riparare, e il trattore nuovo da comprare, tanto per cominciare. Poi lo vide giocare a carte, ridere e scherzare; sembrava felice lontano dalla sua famiglia, lo vide anche accompagnarsi a prostitute di passaggio che odoravano di caramello, e che facevano venire in mente le feste di paese.
    Poi fu il turno di sua madre. Nel sogno, aveva il pancione, stava aspettando lui. Pasquale si intenerì. Subito dopo, però, vide sua madre consultare una mammana per sbarazzarsi di lui, tre figli erano più che sufficienti. La vide ingurgitare beveroni a base di prezzemolo, usare ferri da calza, la vide correre all’impazzata giù per il dirupo, senza tuttavia ottenere il risultato sperato, tranne il fatto di averlo tenuto nel suo grembo sette mesi soltanto:  l’aveva espulso due mesi prima dei suoi fratelli.
    Fu chiamato Pasquale perché avrebbe dovuto nascere per Pasqua e, anche se ciò non avvenne, il suo nome restò quello perché lo aveva scelto sua madre e lei, donna caparbia e ostinata, non cambiava mai idea.
    Vide anche lo sgomento di entrambi i genitori per i suoi occhi minuscoli al momento della nascita, le preghiere, la disperazione. Evidentemente,  lui era stato sempre e solo un problema, per tutti.
    Si svegliò tutto sudato, con l’occhio ceruleo inondato di lacrime che venivano giù talmente copiose da bagnare tutto il cuscino.
    Tutto ciò aveva visto Pasquale mentre dormiva e perciò decise di aprire il suo occhio per un’ultima volta. Si recò sull’aia munito di una corda robusta, prese la scala e si inerpicò tra i rami bassi del vecchio olmo, così come aveva fatto tante volte con i suoi fratelli, per vedere il mondo dall’alto. Trovò non poche difficoltà a passarsi la fune attorno all’esile collo, le ciglia lunghe e folte gli erano di intralcio poi capì che doveva socchiudere un po’ la palpebra.
   L’ultima cosa che vide fu il suo canestrino con la merenda: giaceva in terra, inutilizzato, tra la polvere, accanto alla bicicletta sgangherata.
   I suoi lo trovarono nel pomeriggio, con il collo arrossato e il grande occhio celeste socchiuso.
   Tra le ciglia, densa e luminosa, un’ unica, grande lacrima che non ce la faceva a venir giù.

TOBIA - di Paola Castellani




      Salve, mi chiamo Tobia e sono un cane. Un meticcio, per l’esattezza. Il veterinario, l’uomo dal camice bianco che mi pigia sulla pancia, mi apre la bocca a forza, mi ispeziona le orecchie e fa molte altre cose spiacevoli, afferma che sono un incrocio tra un beagle e un jack russel. Sono di bassa statura e questo posso affermarlo senza alcun dubbio perché mi è difficoltoso salire sul letto o sul divano, anche ora che sono adulto. Devo prendere la rincorsa e fare un bel salto per raggiungere il mio padrone. Se sono bello o brutto non sta a me giudicarlo però quando vengo portato a spasso, le cagnette mi scodinzolano intorno e qualche signorina si abbassa perfino per farmi una carezza. Vado forte, con le donne. Qualcuna di loro chiede se sono ancora un cucciolo. Allora alzo il muso e vedo la faccia del mio padrone che sorride sotto i baffi. Credo che in quei casi sia orgoglioso di me. Sono di colore beige con qualche macchia marrone, il pelo non è tanto lungo,  le orecchie sì, di quelle che mi darebbero fastidio per mangiare se non disponessi di una bella ciotola dai bordi alti.
      Sono stato prelevato da un canile quando avevo solo due mesi di vita, l’unico maschio di una cucciolata di cinque femmine. Le mie sorelle erano più graziose e vivaci rispetto a me perciò quando un signore si avvicinò alla gabbia, mi rintanai buono buono in un angolo buio, senza alcuna speranza, curioso di scoprire quale tra loro sarebbe stata adottata. Le mie dimensioni erano quasi  la metà delle femminucce, sia in altezza che nel peso. L’ultimo nato e di sicuro il meno riuscito. Ed invece accadde un miracolo e quel giovane signore scelse proprio me, il bruttino. “Voglio un maschio”, lo sentii dire, deciso, al volontario del canile e in men che non si dica mi ritrovai comodamente seduto sul sedile anteriore di una macchina assai spaziosa. Ricordo che c’era un  odore particolare. Allora non lo sapevo riconoscere;  ora posso affermare che era odore di pino. Una volta giunti a quella che sarebbe diventata anche casa mia, ebbi la certezza che ero stato molto, ma molto fortunato. L’appartamento era enorme, specie se rapportato allo spazio angusto del canile. E c’era  un buon odore, come di vento. Purtroppo per me, però, nel salone c’erano delle scale che portavano alle camere da letto, al piano superiore. Ho ancora nelle orecchie le risate del mio padrone quando provavo a salire un gradino e ricadevo all’indietro come una piccola palla. C’era anche una signora in quella casa, ma imparai presto che non abitava con noi. Veniva tutti i giorni per fare le pulizie e per portarmi a spasso. Ma che fastidio quell’aspirapolvere! Mi toccava abbaiare forte per fargliela spegnere. Se non lo faceva, per vendicarmi, mi mettevo a giocare con il cencio per i pavimenti  rendendole impossibile pulire. Ma la Tata era buona e si metteva a ridere, invece di sgridarmi. D’altronde, avevo capito da un pezzo che cos’è che faceva andare gli umani in brodo di giuggiole. Bastava che mi sdraiassi in terra completamente aderente al pavimento, le zampe posteriori allargate e quelle anteriori sulle orecchie per non sentire i rimbrotti. Nessuno resisteva a quella mia sceneggiata che mi toccava ripetere ogni volta che qualcuno veniva a trovare il mio padrone. Allora lui mi sgridava (ma io capivo che era per finta) ed io lo giocavo il mio ruolo, ricevendo, come ricompensa,  numerose carezze anche dai suoi ospiti e, nei casi più fortunati anche qualche buon bocconcino. Una volta è venuta una signora tutta ingioiellata, anelli e bracciali a profusione. Ma che male quando mi accarezzava! Il pelo si attorcigliava alla chincaglieria e per liberarla la donna era costretta a strapparmene mezzo. Da quella volta, quando viene a casa, me la batto in ritirata nascondendomi in un armadio. Credo che il mio comportamento si chiami “esperienza”.
      La sera è Gabriele (il mio padrone) a portarmi fuori. E allora sì che sono felice! Cammino vicino al suo ginocchio, compassato e impettito. Non mi faccio distrarre dagli altezzosi cani di razza, che si sentono i padroni del marciapiede. Non mi spavento se mi abbaiano addosso, inondandomi di goccioline di saliva;  anche se sono piccolo, sono coraggioso ed il coraggio mi viene dal ricordo indelebile dei giorni trascorsi in un canile inospitale, senza un padrone, senza le coccole. Ora che ne ho uno non voglio creargli problemi con zuffe che non si sa mai come vanno a finire. Mica voglio rimetterci il pelo o beccarmi un morso! Le mie orecchie lunghe e pendenti si prestano bene ad essere azzannate ma io ho imparato che,  se non reagisco, i rivali scambiano la mia noncuranza per una resa incondizionata e, sentendosi i capi-branco indiscussi, proseguono la loro passeggiata al guinzaglio di padroni  altrettanto snob. Che cosa avranno mai, per essere così superbi; all’interno della loro razza sono tutti uguali. Io, invece, sono unico.
    Dicono che i cani finiscano per assomigliare ai loro padroni. Magari! Il mio è un bell’uomo, alto, magro,  sempre profumato; ha una bella casa e una bella macchina. Quando non è con me, so che è al lavoro. E deve avere un ruolo importante che gli dà soddisfazione, per allontanarsi da me. Deve essere una cosa seria perché io so quanto mi ama.
     Al sabato e alla domenica mattina, Gabriele  fa una corsetta al parco ed io devo fare una bella fatica per stargli dietro. Quando passa qualche bella signorina, il mio padrone si volta sempre. Io, invece, mi volto solo per guardare lui.

      Sono il suo amico più fidato e senza dubbio il più fedele. Darei la vita per lui, perché da solo, ormai, non saprei più vivere; mi ha salvato da un destino crudele. Non lo dimenticherò mai. Cerco di comportarmi  bene ogni giorno. Sono educato e assai festoso. Lo lecco, scodinzolo e lo guardo con occhi innamorati. Cerco in ogni modo di esternargli la mia gratitudine, ma è dura senza poter usare le parole degli umani.
      Ho provato tante volte ad imitarlo, per esempio quando dice “no”. Mi sembrava un suono facile da riprodurre ma, per quanti sforzi facessi,  mi usciva sempre e solo un bau. Uguale a tutti gli altri. E così  ho rinunciato ad esprimermi in umanese. Però capisco tutte le parole che sento e so anche che il tono della voce può cambiare il loro significato. Ho tentato persino di sorridere, qualche volta,  ma scopro tutti i denti e così sembra più un ghigno, che un sorriso. Io, però, sorrido dentro. Comunque sono in grado di cantare, o meglio di ululare accompagnando certi generi di musica. Quando lo faccio, Gabriele si mette a ridere ed io vado avanti, tutto compreso nel mio ruolo.
     Capisco quando il mio padrone sta mentendo, Lo fa a volte quando parla al telefono, forse di lavoro. La sua voce è diversa; solo quando parla con me la sua voce e vera e sincera.
     Anche quando parla con le donne che vengono a trovarlo a casa, la sua voce è diversa, è più profonda, roca, ride spesso. A volte si schiarisce la gola. Ma è quando cambia il suo odore che il mio padrone diventa un’altra persona. Per un po’ si dimentica di me per dedicarsi solo alla “lei” del momento. Sale le scale e si chiude in camera sua. La prima volta che è successo mi sono dovuto mettere ad abbaiare. Il mio padrone mugolava, ansimava come dopo una corsa. Anche la donna emetteva suoni strani e diceva sempre e solo una parola che conoscevo bene: “sì, sì” Che stava succedendo? Qualcuno li aveva aggrediti? Mi slanciai verso la porta cercando di aprila. Sbattei il muso ma non mi diedi per vinto e mi aiutai con le zampe e le unghie per raspare. Intanto latravo e guaivo disperato. La porta finalmente si aprì ma, invece di essermi grato, Gabriele mi sgridò e alzando il braccio destro, mi disse perentoriamente:“Tobia, vai di sotto e non ti muovere!” Arrivato di sotto, misi le zampe sulle orecchie per intenerirlo ma lui mi guardò senza ridere e tornò in camera sua chiudendo la porta rumorosamente.          
     Era la prima volta che mi sgridava. Mi ci sono volute diverse ore solo per dimenticarmene un po’. Soprattutto, non avevo capito il perché del suo comportamento e temevo di sbagliare di nuovo. Dovevo stare di sotto solo quando lui saliva in camera con una signorina o dovevo starci sempre?
     Il dilemma si sciolse solo il mattino dopo quando la signorina se ne andò e Gabriele mi chiamò di sopra. Io lo seguii nel bagno per fargli compagnia mentre si preparava per andare in ufficio, ricoprendo il ruolo che mi compete.  
     Mi basta una carezza, anche se sono meglio due. Ricordo che una volta in cui il mio padrone si era addormentato sul divano con un braccio penzoloni io mi sdraiai in terra con la pancia a contatto del pavimento e strisciando avanti e indietro, mi  beccai  delle belle carezze a sua insaputa.
     Quando il mio padrone  rincasa la sera mi trova sempre dietro la porta a dargli il benvenuto con piroette e mugolii di gioia. Poi corro per la casa all’impazzata per cercare di contenere la gioia che mi fa scoppiare il cuore; infine vado a prendere le sue ciabatte, una alla volta e lui sorride, sempre. Poi mi alzo sulle zampe posteriori per arrivare  al suo viso per leccarlo, ma ogni volta devo constatare che arrivo a malapena sopra il suo ginocchio e ci rimango male; mi illudo sempre di essere cresciuto un po’, ma non è così. Questi sono i nostri riti quotidiani. Dopo lui appoggia il giornale sulla mensola del telefono, si toglie gli abiti da ufficio e si mette la tuta. Quello è il segnale, siamo pronti per uscire. Allora vado a prendere il guinzaglio ma molte volte Gabriele non me lo mette perché, come dicevo, non mi allontano mai da lui. Neppure la pioggia lo spaventa. Anche io ho un impermeabile. E’ dello stesso colore dei semafori quando non si può passare. All’inizio mi sentivo ridicolo e speravo che non mi vedesse nessuno dei miei simili. Poi mi ci sono abituato e mi piace: non mi bagno e, quando rincasiamo, basta che Gabriele mi asciughi le zampe ed io torno pulito come prima di uscire e posso accoccolarmi sul divano senza essere sgridato. Vengo portato spesso alla toelettatura. Da principio mi spaventavo e tremavo  per tutta la durata dell’operazione, ma poi ci ho fatto l’abitudine e mi faccio lavare di buon grado; d’altronde è tutta un’altra musica quando sono  pulito e profumato: Gabriele mi accarezza molto di più.
       Conosco tutti i piccoli riti quotidiani di colui che mi ha adottato. Al mattino, canta sotto la doccia poi si fa la barba davanti allo specchio con un coso che fa rumore. Io mi metto dietro di lui e gli vedo la nuca, poi guardo nello specchio e gli vedo la faccia. E’ un po’ come avere due padroni.
     Anche io se mi metto davanti allo specchio divento doppio. I primi tempi abbaiavo alla mia immagine pensando fosse un altro cane, un usurpatore dei miei spazi, poi mi accorsi che l’altro non aveva odore e capii di essere sempre io. Due padroni, due cani.
     Prima di vestirsi Gabriele sale sulla bilancia e a volte gli scappa un’imprecazione, poi si mette davanti allo specchio di profilo e tira indentro la pancia. Ho provato a farlo anche io ma a me non riesce. Infine si veste elegantemente, mi saluta con un “A presto, Tobia” e poi scende frettolosamente le scale. Ed io rimango melanconico per un po’a guardarlo dalla balaustra, con il muso incastrato tra due colonnine di legno, con le orecchie penzoloni. Anche se so che poi torna, non ce la faccio proprio ad essere allegro. E comincio il conto alla rovescia.

     Il mio padrone non mi lascia mai, neppure per le vacanze:  ha una barca a vela ed io ho imparato presto a fare il marinaio. Mi piace l’odore del mare ed il vento che mi scompiglia il pelo e mi tira le orecchie all’indietro. Molto spesso siamo solo io e lui, a bordo e quella è l’atmosfera che preferisco. Sono nato sulla terraferma, l’acqua di sicuro non è il mio elemento, però, sapete che vi dico? Dove c’è il mio padrone, c’è la mia casa.

LA TITTI - di Paola Castellani



   L’orologio della chiesa stava per battere mezzogiorno e tutti i negozianti della piazza del paese cominciarono a sbirciare dalle vetrine in attesa che passasse lei, la Titti.
   E,  puntualmente, non venivano delusi; con la fedele Fuffi al guinzaglio, la donna percorreva con passi lenti e solenni la distanza che frapponeva la sua abitazione alla chiesa, certa di avere tutti gli sguardi maschili su di sé, come carezze indecenti. Eh sì, perché la Titti aveva degli attributi, sul davanti che non passavano inosservati. Benché fosse vicina alla quarantina, i suoi seni erano rimasti tali e quali a quando aveva vent’anni; alti e sodi, assolutamente perfetti, sfacciati, modellati da madre natura e non dal chirurgo. Sopra di essi, un viso bello e interessante, dai tratti squisitamente mediterranei con occhi grandi e scuri e uno sguardo che lasciava il segno. Emanava una sorta di magnetismo animale.
    La Titti Tettona, così venne presto ribattezzata, aveva seppellito due mariti e in paese si mormorava che li avesse uccisi con lo sguardo.
    Avrebbe potuto permettersi di vivere di rendita perché entrambi i suoi ex erano benestanti. Lei però, che non aveva avuto figli, non amava stare con le mani in mano tutto il santo giorno: in casa, c’era una donna che faceva le pulizie al posto suo e a lei non rimaneva molto da fare. Il suo unico impegno quotidiano era recarsi alla Messa a pregare per i defunti mariti e andare al cimitero con cadenza settimanale affinché entrambe le tombe fossero sempre curate e adornate con fiori freschi. Non voleva che qualcuno potesse pensare che si fosse sposata per interesse. Era stata innamorata in entrambi i casi e voleva dimostrarlo con la sua perseveranza e abnegazione.
    La Titti non aveva amiche: tutte le donne del paese erano gelose di lei e del potere che sapeva esercitare sui loro uomini. La guardavano di sottecchi ogni qualvolta se la trovavano davanti, rivolgendole un sorriso acido e forzato. Molte provarono ad imitarla nello stile, ma i vestiti addosso a loro facevano tutt’altra figura. Non c’era niente da fare, anche le donne capivano che la Titti era il vero prototipo della femmina da letto.
   Per scongiurare la noia, la donna si inventò due attività: ricamava a piccolo punto e sottoponeva i suoi lavori a un antiquario in città che li acquistava puntualmente, conquistato più dalla ricamatrice che dai centrini
   . La seconda consisteva nell’accettare scommesse con chiunque volesse cimentarsi a batterla nella gara di sguardi: vinceva chi abbassava gli occhi per ultimo.
    Le sfide si tenevano nell’osteria del paese il sabato sera quando gli uomini si prendevano un paio d’ore di svago lasciando mogli e compagne a casa a badare ai bambini.
    In un primo tempo, tutti pensarono che quella fosse una gara sciocca con difficoltà zero perché una donna timorata di Dio qual’era la Titti non solo sarebbe arrossita di fronte alle occhiate di cupidigia degli uomini, ma sarebbe stata costretta a distogliere lo sguardo per non provare imbarazzo.
    Ed invece si sbagliavano di grosso. La Titti andava a diritto come uno schiacciasassi senza battere  ciglio. Come era possibile? Facile. Succedeva che gli uomini, guardandola negli occhi, non potevano fare a meno di pensare ai suoi seni e, sebbene tutti li avessero presenti nei minimi particolari, la tentazione di buttare un occhio a distanza ravvicinata si rivelava loro fatale.
    Alcuni provavano e riprovavano più volte per sera, certi che con l’allenamento avrebbero potuto farcela, ma inutilmente: la Titti vinceva sempre e comunque.  Il suo conto in banca lievitava e lei usava quel denaro per diventare sempre più bella e desiderabile. Per le cure di bellezza si recava presso un centro estetico della vicina città; l’unico salone di bellezza del paese era gestito da due delle donne più invidiose e mal disposte nei suoi confronti. Una volta là, si faceva fare i massaggi al corpo con tecniche sempre diverse, drenanti, rilassanti, rassodanti. Si lasciava cospargere di miele, di cioccolata oppure di fango, faceva bagni nel latte o nel fieno.
 Si faceva calare olio caldo sulla fronte, il seno, la pancia. Provò anche con pietre piatte riscaldate che venivano posizionate nei punti del chakra, secondo  un’antica tecnica orientale.  
   Poi passava alla cura del viso con maschere, ultrasuoni, il trucco all’ultima moda. Per finire, faceva una seduta dal parrucchiere perché, per i suoi capelli, aveva una sorta di ossessione, naturalmente mossi, scuri e folti, avevano bisogno di cure meticolose, unguenti e shampoo alle erbe per mantenerli lucenti e scongiurare le doppie punte.
    In fatto di abbigliamento la Titti non seguiva particolarmente la moda, indossava solo ciò che le stava bene ed il suo era un gusto molto femminile, da gattina. Adorava le gonne strette, i maglioncini attillati, i tacchi a spillo, le calze di pizzo e gli scolli a V che mettevano in evidenza le sue grazie, le borsette da tenere al braccio. Se indossava dei vestiti meno attillati, usava il reggicalze con le calze di seta e la riga dietro il polpaccio oppure la guepière con reggiseno a balconcino. Amava anche i cappelli invernali,  di feltro e foggia maschile che su di lei non facevano altro che aumentarne la femminilità, per contrasto. D’estate, prediligeva cappelli da cow-boy,  che indossava con spregiudicata disinvoltura.
    Faceva tutto questo soprattutto per sé perché la Titti amava piacere, sconvolgere gli animi, saggiare il suo potere. Era seria, a dispetto dell’immagine provocante e sensuale che dava di sé. Si era data soltanto a due uomini in vita sua, i suoi legittimi consorti, preferiva amoreggiare con se stessa rimirando l’immagine che le rimandavano gli specchi, disseminati ovunque nel suo appartamento, piuttosto che farsi degli amanti.
    La Titti era bella anche al naturale come sapeva bene il postino che suonava alla sua porta di tanto in tanto, al mattino, per recapitarle lettere raccomandate e pacchi postali. Lei gli apriva in vestaglia di seta, in pantofoline di raso col tacco basso, gli occhi struccati ma ugualmente grandi e profondi, le labbra carnose del colore delle fragole sebbene prive di rossetto, i capelli scarmigliati sciolti sulle spalle come dopo una folle notte di amplessi.
    Le donne del paese, per consolarsi, si ripetevano che quel pericolo non sarebbe durato in eterno e si auguravano che il tempo passasse in fretta affinché anche lei potesse sfiorire.
    Un sabato sera arrivò in paese uno straniero che prese alloggio all’ Hotel Centrale, nella piazza della cattedrale.
    Era un promotore finanziario e il suo doveva essere un lavoro molto ben retribuito a giudicare dal macchinone con il quale era arrivato e dai vestiti di sartoria che indossava. Lo Straniero, in realtà era italiano e veniva da Milano ma per gli abitanti del paese chiunque non fosse nato là, tra quelle montagne, era uno straniero, ossia estraneo al posto.
    Prenotò un posto all’Osteria. Lui era abituato a Milano dove in molti andavano a cena fuori il sabato sera e se non si prenotava si rischiava di non mangiare. In quel paese, no, era diverso ma lui non lo sapeva e l’oste, che si era visto arrivare una prenotazione per la prima volta in vita sua, rispolverò un vecchio cartello ingiallito con su scritto: RISERVATO e lo posizionò, con gesto solenne, nel bel mezzo del tavolo migliore, quello d’angolo, accanto alla finestra.
    A cena ultimata (solo tre tavoli erano stati occupati), l’uomo notò un certo fermento; i tavolini vennero spostati al lato della sala, un attempato signore con un berretto di lana in testa prese posto a un tavolo rettangolare al centro della sala, munito di carta e penna, affiancato da due compari.
    Il Milanese chiese delucidazioni e fu così che venne a sapere di quella gara originale e delle scommesse ad essa correlate. Si dichiarò subito pronto a provare, sarebbe stato un gioco da ragazzi, era un uomo di successo, sicuro di sé, lui.
    I presenti confabularono un po’ tra di loro e tra ammiccamenti e mezze parole, e decisero che quella sera avrebbe gareggiato solo lo Straniero e loro, per la prima volta, avrebbero fatto il tifo per la Titti.
    L’aiuto cuoco andò ad avvertire la donna della novità di quella sera e lei, ringraziando, sfoderò un sorriso sicuro e beffardo. Si presentò all’osteria una mezz’ora dopo, con i capelli raccolti sulla nuca in modo un po’ scomposto e due ciocche di capelli bruni che le incorniciavano l’ovale perfetto. Sulla bocca, un rossetto scarlatto.
    Era vestita semplicemente: gonna nera a tubo e una casta camicia bianca con dei volants sul petto. Ma che? voleva perdere? Pensarono tutti i presenti. Come mai aveva nascosto la sua arma segreta?
    Titti intuì i pensieri dei suoi estimatori, ma li ignorò e si sedette, con il busto eretto, su una sedia impagliata di fronte allo Sconosciuto, accavallando le lunghe gambe in un gesto squisitamente femminile.
    Fu poi la volta dell’uomo che, liberandosi della cravatta che gli stringeva il collo, prese posizione, anch’egli seduto in posizione comoda.
    Ebbe inizio la gara. L’uomo, convinto che i pensieri si potessero leggere negli occhi, cominciò a fantasticare su cosa avrebbe fatto con quella sconosciuta se se la fosse trovata nel  letto. Pensava ai minimi dettagli e lo faceva con lentezza, senza fretta, sempre fissando la donna. Si sentì lui stesso avvampare sotto la barbetta incolta e un leggero velo di sudore scendergli dalla fronte.
   Ma la bella del paese non si scomponeva, sembrava assorta in chissà quali pensieri: forse usava una tecnica di meditazione, chissà.
    Passò circa mezz’ora in un silenzio ossequioso. Titti si era stancata. Quel tipo le stava dando del filo da torcere. Si stava dimostrando più combattivo e tenace dei suoi soliti sfidanti.
    Fu allora che decise di sfoderare la sua arma vincente; prima si fece vento sul viso con la mano, simulando un attacco di caldo, poi si sbottonò in un colpo solo i primi quattro bottoni automatici della camicetta, sempre senza distogliere lo sguardo dallo sfidante. Quest’ultimo, intravide con la coda dell’occhio, quel seno prepotente e non passarono più di cinque secondi che, in preda a un impulso incontrollato, abbassasse lo sguardo per rimirare quella meraviglia racchiusa in un reggiseno di pizzo nero.
    Si levò un applauso, la Titti fu dichiarata vincitrice e quella volta la posta in gioco fu davvero alta: il Milanese, sicuro di vincere, aveva scommesso ben cinquemila Euro. E quando mai da che era iniziato quel rito del sabato? In paese si scommetteva al massimo cinquanta euro, altrimenti come avrebbero potuto giustificare gli scommettitori la mancanza di quel denaro alle loro, gelosissime mogli?
    Quando l’uomo, completamente esausto come dopo aver corso una maratona, alzò nuovamente lo sguardo verso la donna pensò: vorrei che tu fossi mia per sempre.
    Lei  lesse il messaggio nei suoi occhi e fu così che i due uscirono dall’osteria mano nella mano.

    Non passò molto tempo che la Titti annunciò che avrebbe lasciato il paese alla volta di Milano dove sarebbe convolata a nuove nozze ed era la terza volta.
    I paesani, delusi e affranti vollero fare un disperato tentativo perché ciò non accadesse e misero al corrente il futuro sposo dell’alone di mistero che tutt’ora aleggiava sulla fine dei due precedenti mariti della donna, ma lui, con un alzata di spalle e uno sbuffo, fece intendere che niente e nessuno avrebbe potuto farlo recedere dalla sua decisione.
    E così la Titti mise in vendita la sua casa e partì in macchina, in una fredda mattina di gennaio portandosi via solo la cagna e svariate valigie.
    Le donne del paese emisero un sospiro di sollievo ed il sabato successivo furono loro a recarsi all’osteria per festeggiare.
     Nessuna di loro  seppe mai però, che ogni giorno, quando l’orologio del campanile batteva le dodici, i loro mariti interrompevano ciò che stavano facendo e, sospirando, secondo una consuetudine durata degli anni,  rivolgevano lo sguardo verso la cattedrale perché Titti aveva lasciato il paese, ma non i loro cuori.

venerdì 12 ottobre 2012

RITORNO - di Sauro Bartolozzi

Controllando l’ora si accorse che il viaggio era durato meno del previsto. Nel chiarore dei nuovi lampioni, la piazza gli apparve più piccola. Soltanto una stella punteggiava il cielo sopra gli abeti... Il bambino non si era ancora mosso, continuava a dormire rannicchiato nella sua posizione. Dalla trapunta spuntavano solo i capelli.
Prima di decidersi a partire lo aveva fissato a lungo. Vedendolo respirare tranquillo, si era sentito serrare la gola. E quando si era accorto, come le altre sere, che abbassava le palpebre, si era commosso... però era stato penoso.
Dopo il ritorno dalla tavola calda, meccanicamente, gli aveva aperto la portiera, e lui si era disteso sul sedile di dietro facendosi sfilare le scarpe. E nonostante quella novità non gli aveva fatto domande, eppure nella sua testolina dovevano essere passate delle idee pesanti... Per cominciare, dopo la colazione non lo aveva mandato all’asilo. Si era immaginato che con lui in cucina, l'Ufficiale giudiziario non potesse eseguire lo sfratto.
Con il buzzone aveva tentato una piazzata, nessuno dei vicini era sceso a dargli mano. Il fetente sventolava l’ingiunzione senza sentire le sue ragioni. Però era stata l’assistente sociale ad annientarlo, verso mezzogiorno, quando praticamente erano già sulla strada.
- Signor Carlo, adesso dove pensa di trasferirsi?
- Me lo dica lei dottoressa.
- Glielo spiego un’altra volta, l’indigenza è in aumento e il Governo ci obbliga ai tagli. Il Comune non riesce a fare i miracoli.
- Dottoressa, non le chiedo i miracoli, ho un bambino di cinque anni!
- Signor Carlo, le ricordo che il figlio le è stato affidato dal tribunale.
- E allora?
- Vuole dirmi che adesso non sa dove andare?... Se vengo a sapere che lo fa dormire nell’auto...
- Che mi succede?
- Signor Carlo, non scherzi col fuoco!
In quel momento aveva capito! Se non provvedeva subito a dargli un tetto e mandarlo a scuola, dopo aver perso il lavoro e la casa, glielo avrebbero tolto.
Cristo, non poteva pensarci!
Però aveva cominciato a prendere in considerazione l’idea che lo inquietava da qualche giorno.
Nel pomeriggio, consumato il fatto, quando era ancora stordito  e inferocito, lo aveva portato ai giardini. E prima dell’imbrunire aveva cercato nei cassonetti il cartone per tappare i finestrini. Tuttavia, la luce che entrava nell'abitacolo poteva svegliarlo.  Si era ingegnato allora a chiudere le fessure perché voleva  aspettare il giorno tra il Suv amaranto e la Panda posteggiata di fianco.
Era stato uno dei cartoni mentre si staccava del tutto, a fargli cambiare idea. In quel momento si era sfilato di tasca il portafoglio ed aveva  ricontato i soldi... Per la benzina e pagare il casello di Chiusa, bastavano.
Non ci aveva più riflettuto. Preso dalla smania di fare presto, aveva ripulito i vetri e acceso il motore.
Lungo il tragitto per l'autostrada il traffico era stato assente. Aveva passato il casello dopo le undici, e prima di mezzanotte era già sull’Appennino. Si era fermato al valico a fare benzina, e mentre lasciava le pompe della stazione, aveva intravisto il Motel dove una sera si era fermato con Cloe.
La madre di suo figlio l’aveva conosciuta nel 2005, quando ancora era maestro di sci e guida alpina. D’estate accompagnava i turisti nelle ascensioni. Cloe era di Grenoble e studiava disegno a Firenze, si era prenotata con lui per salire la Tridentina. Il desiderio era scattato tra loro sui tornanti del Passo, prima di attaccare la ferrata.
Ora, finita la tensione, sentiva la spossatezza del viaggio ma non riusciva a chiudere gli occhi... Prima di scorgere i contrafforti del Garda si era schiaffeggiato due volte, e passata Verona aveva sentito il bisogno di fare una sosta. Aveva resistito fino a Rovereto. Tuttavia, mentre chiudeva la Punto, gli era venuto un brivido al pensiero di lasciarlo da solo. Non potendo rinunciare alla toelette, aveva fatto di corsa, e poi si era trangugiato il caffè senza perdere di vista il piazzale. Tornato alla guida si era messo a controllare l'ago del contachilometri, il fischio di una volante gli aveva ricordato che il bimbo avrebbe dovuto viaggiare nel seggiolino...
Ma adesso?
Il primo rimescolamento del sangue, l’aveva sentito all’altezza di Santa Cristina, d'improvviso gli si erano gonfiati gli occhi ed aveva sbandato. Sul costone di destra, in basso, gli era apparsa la forma del castello, e sopra il bosco di larici, la vetta del Sassolungo. Poi i fari avevano illuminato il cartello stradale di Selva...
Aveva spento il motore dopo l’incrocio, davanti all’hotel Oswald tutto buio. Le insegne di fronte, invece erano illuminate, il caffè Des Alpes era rimasto come lo ricordava. L’insieme della piazza però, era cambiato.
Dal campanile della chiesa gli giunsero cinque colpi, doveva aspettare ancora tre ore. Non voleva presentarsi da loro prima che si fossero vestiti e scesi in cucina... Meno male che c’era il bambino!
Con suo padre non avrebbe avuto problemi, anche se non lo avesse abbracciato... E neppure su Gustav aveva dei dubbi... Di sicuro suo fratello gli avrebbe ammollato una pacca, promettendogli un lavoro agli impianti di risalita, o in segheria. Ma con Erika? Erano passati sei anni dalle schermaglie, ma con lei non si era chiarito...
Era stato tentato di portarsela a letto, la notte che in piazza si festeggiava l’apertura della stagione. Gustav era sulle Meisules con due tedeschi e dormiva sul Sella... Dopo nemmeno una settimana però, era comparsa Cloe, e gli sguardi della cognata si erano fatti beffardi. Una mattina sulle scale, lo aveva fermato.
- Carlo apri gli occhi, quella è un’arpia. Ti divora e poi ti abbandona!
Si era staccato senza rispondere, supponendo il risentimento della donna delusa. Invece lei aveva colto nel segno! Il bimbo non aveva compiuto l’anno che, innamorata di un altro, la francesina se n’era andata.
La sera che si era confidato col fratello, a Gustav erano scese le lacrime.
- Ma che ci fai a Firenze?
- La valle mi sta stretta!
- Carlo, le montagne non tradiscono...
Ed anche quel bestione ci aveva azzeccato! Il posto di magazziniere nella ditta di ceramiche, che poi era fallita, non valeva il lavoro all’aperto che faceva quassù.
Dopo aver disteso un'altra coperta sulla trapunta del bimbo, anche per sé indossò un secondo maglione. E continuando ad avere freddo, uscì fuori per cercare il giubbotto. Mentre apriva il portabagagli riconobbe l'acciottolio del Gardena. Alzando la testa intravide l'altopiano di roccia in fondo alla valle... Immaginandosi su quelle pareti con corde e ramponi, sentì scorrere nelle vene una gioia inattesa.
Notò che il display della cabinovia segnava: martedì 1 novembre 2011. Gli venne da sorridere, rammentandosi della cerimonia del giorno dei morti nel cimitero accanto alla chiesa...
Finché era rimasto in Valgardena ci era andato ogni anno. Il  padre intingeva il ramoscello d’abete nell'acqua benedetta e lo passava ai familiari, prima a Gustav, poi a lui che lo scuoteva sulla  tomba dei nonni e della madre...
Però non voleva tornare a casa con in corpo la fame! Appena aprivano il Des Alpes, lo avrebbe svegliato... Immaginando come ci sarebbe rimasto, di nuovo l'osservò, e si sentì intenerire. Tuttavia doveva dargli il tempo di abituarsi... E forse quelle montagne sarebbero piaciute anche a lui, compresa la valle, anche se ancora non c'era la neve.
Di sé cosa avrebbe raccontato?
Ora che aveva sofferto, si sentiva tranquillo.
Pure se fosse venuta Erika ad aprire, poteva annunciare con orgoglio:
- Sono tornato! Questo è Andrea.


giovedì 19 gennaio 2012

IL SIGNOR LORENZO di Tania Maffei




Il dolore sta prendendo sempre più corpo dentro di lei. Guarda l’uomo che ha davanti; non lo riconosce. Una cannula attaccata alla bocca, collegata a un respiratore artificiale, gli fanno muovere il petto con un’andatura ritmica come quella di un corridore dopo una lunga corsa. Gli occhi sgranati sono grigi, dello stesso colore dei capelli; quello non è un vero sguardo, non proietta nulla. La gamba destra sobbalza da sola. Reazione automatica del sistema nervoso, dicono i medici. Il cuore batte con regolarità, si vede dal monitor. La donna vorrebbe accucciarsi lì con lui ma è impossibile. A un tratto le cose cambiano. I monitor sembrano impazziti. Del muco verde e marrone d'un tratto esce dalla bocca dell'uomo. Uno spettacolo orribile. La donna viene invitata a uscire. Dopo un lasso di tempo indefinito, con le mani ridotte a un ammasso di carne infuocata, la donna è avvicinata da un medico che le dice: «Signora Tiziana suo padre è morto. Ora del decesso: 11 del mattino del 27 gennaio dell'anno 2000.»

Il Signor Lorenzo è seduto come tutti i giorni al solito bar, sospeso fra mille e nessun pensiero. Quel modo di essere lo fa sentire…leggero. La gente attorno a lui è, come dire, gentile ma in nessun caso invadente. Ha l'impressione di non incontrare mai le stesse persone o forse non se le ricorda. In fondo è convinto che quella totale mancanza di memoria non lo disturbi affatto. Ha una bella camera tutta per sé, mangia solo ciò che vuole e il suo stato di salute è ottimo. Non c’è nulla che si aspetti, che non abbia già.
«Il Signor Lorenzo è desiderato dal Capo supremo.» Sì, c'è un capo supremo che ogni tanto incontra, anche se non ricorda nulla di quello che si dicono. Una fanciulla lo prende per un braccio invitandolo a seguirla. In breve, senza sapere come, si trova seduto su una comoda poltrona che sembra abbracciarlo. «Ebbene», dice una voce sonora che riempie la stanza «lo sa che oggi sono dieci anni che lei è qui con noi?» L'uomo rimane sconcertato. È  rimasto in quel posto tutto quel tempo e non se ne è accorto, come è possibile?
«Ora le faremo tornare la memoria o meglio, spetterà a lei scegliere cosa ricordare. Sarà un processo doloroso alla fine del quale potrà esprimere un piccolo desiderio, sempre che lo voglia, si intende.»
«Ma… non so… fate voi.» Dice disorientato Lorenzo.
«Bene allora cominciamo.»

Prima fase:
…volo, confusione, dolore fortissimo al petto. Non respiro. Una sirena.
Un colpo. Uno sguardo di donna. Sento ogni cosa ma non posso
muovermi. Sto allungando un braccio. No, non è vero. Vorrei correre
lontano, lasciare tutto. Mi ricordo quando ero piccolo. C’era la guerra.
Gli americani mi dicevano 'un giro in bici in cambio di una stecca di
sigarette'. Io mi accordavo con loro e dopo, senza dire nulla a nessuno,
compravo cioccolata e coca cola. Nel sud la guerra si è sentita poco.
L'occupazione americana, per chi ne ha saputo approfittare, è stata un
tocca sana. Quel dolore ora è alla testa. Vedo del sangue scorrere, delle
persone mi stanno attorno. Mi hanno tolto la dentiera, l'hanno gettata via.
Ho ben presente il momento in cui l’ho messa la prima volta. La dentista
mi guardava 'Vedrà che bel sorriso'. Da bambino chi conosceva i dentisti.
Nella mia bocca i denti, ammonticchiati gli uni sugli altri, sembravano
lottare fra loro. Nell'angolo rivedo la stessa donna di prima. La conosco,
si chiama Tiziana. Ho in mente quando è nata. Un parto facile di poco più
di un'ora. Sono arrivato e me l'hanno messa in braccio. Aveva la testina
rosa, pelosa come una pesca, gli occhi chiusi e allungati. Chissà perché i
bambini appena nati si assomigliano tutti. Forse sono suo padre. Spostatevi,
fatemi guardare. Mi hanno intubato. I suoi occhi sono
un mare in tempesta. Ricordo che da piccola era testarda, cocciuta. A otto
anni volle la bicicletta e non ebbe pace finché non imparò ad andarci. I
ricordi si annacquano, tutto sta scomparendo sento solo un grande
dolore…

Seconda fase:
… la sua passione ora sono i pattini, le rotelle che girano per interi
pomeriggi. Sono di nuovo un ragazzo che corre. Faccio atletica leggera
all'università. La mia specialità è il salto con gli ostacoli. Ho vinto delle
medaglie. Ricordo gli amici, le donne, le prime macchine. Mio padre
aveva una fabbrica di mobili. Io non volevo prendere il suo posto e lui si
arrabbiava; stette giorni senza rivolgermi la parola. La vita della fabbrica mi
opprimeva e poi come avrei potuto comandare a quegli operai con i quali
da ragazzo avevo giocato a pallone tutti i giorni? Faccio l'università senza
alcuna voglia. Dopo la guerra qualcosa sarebbe accaduto. Sento di nuovo
le fitte, ora, al cuore. Mi accorgo che il mio sguardo è vuoto; posso
osservare la luce fortissima che ho davanti agli occhi senza abbagliarmi,
sono diventato cieco. Vedo Tiziana. Ha smesso di piangere, mi guarda
con tenerezza. Che donna sia io non lo so, la memoria non mi aiuta. Mi
deve amare molto e la mia perdita la distruggerà. Le mando delle lunghe
carezze che credo non riesca a sentire. Tutto sta svanendo di nuovo la
perdo, la perdo…

Il Capo Supremo.
«Prima della terza fase devo dirle alcune cose: lei è riuscito a ricordare solo sua figlia. Ora potrà interagire e fare qualcosa per lei. Sappia però che Tiziana non si accorgerà di nulla.»
«Come, cosa significa?»
«Sentirà dei dolori. Quando questi saranno insopportabili vorrà dire che il tempo a sua disposizione è finito. È d'accordo ad andare avanti?»
«Si vi prego.»

Terza fase:
… buio totale. Terra appena smossa da strani individui vestiti di bianco.
Odore disgustoso. Mi stanno seppellendo. Posso vedere il mio corpo,
anche se ne sono del tutto fuori. Un raggio di sole, una folata di vento, la
gente che mi circonda. Il mondo per me è incomprensibile. Ho un
fortissimo dolore dentro che non so spiegare. Non ho forma, odore, peso.
Posso diventare qualunque cosa. Sono un uccello che vola, la borsa della
spesa di una signora che passa indaffarata, il libro di un ragazzo che
legge, il peluche di un bambino in carrozzina, le scarpe di un uomo che
corre veloce, le labbra carnose di una bella donna. Devo trovare Tiziana.
E’ lì, nel suo giardino. Ha sempre desiderato vivere in campagna. La vedo
mentre accarezza un gatto. Vorrei provare amore per le cose reali ma non
ci riesco. Entro dentro quel gatto che fa le fusa; mia figlia mi tiene in
braccio e mi accarezza. Per un attimo tutto è diverso.
Sta parlando col marito. Deve andare in clinica per una lunga cura.
Domani andrò con lei.
Partiti. Eccoci arrivati. Oddio! Nell'uscire dalla macchina le è caduto il
pass che le permette di entrare in clinica. Devo risolvere questo
problema. Vedo un vecchio che passa ne rubo la voce e le sembianze ed
entro da un giornalaio. «Scusi, ho trovato questo pass per terra. Glielo
lascio, se qualcuno dovesse cercarlo, d'accordo?»
I dolori sono sempre più forti. Con la forza che mi resta compongo il
numero di un cellulare che non conosco. «Pronto Signora il suo pass si
trova dal giornalaio qui di fronte.»
«Chi parla? Come fa a conoscere il mio numero?» Riattacco. Il dolore è
ormai insopportabile.

Quella sera Tiziana ripensa a quanto è accaduto. Mentre lo fa, la mente va al padre che perdeva tutto ma ritrovava sempre ogni cosa. Dentro una vetrina del salotto, tutto a un tratto, si rompe una tazzina, così, da sola, senza che nessuno abbia fatto nulla.

Il Signor Lorenzo è seduto come tutti i giorni al solito bar sospeso fra mille e nessun pensiero. Quel modo di essere lo fa sentire leggero, soddisfatto…