Salve, mi chiamo Tobia e sono un cane. Un meticcio, per l’esattezza. Il veterinario, l’uomo dal camice bianco che mi pigia sulla pancia, mi apre la bocca a forza, mi ispeziona le orecchie e fa molte altre cose spiacevoli, afferma che sono un incrocio tra un beagle e un jack russel. Sono di bassa statura e questo posso affermarlo senza alcun dubbio perché mi è difficoltoso salire sul letto o sul divano, anche ora che sono adulto. Devo prendere la rincorsa e fare un bel salto per raggiungere il mio padrone. Se sono bello o brutto non sta a me giudicarlo però quando vengo portato a spasso, le cagnette mi scodinzolano intorno e qualche signorina si abbassa perfino per farmi una carezza. Vado forte, con le donne. Qualcuna di loro chiede se sono ancora un cucciolo. Allora alzo il muso e vedo la faccia del mio padrone che sorride sotto i baffi. Credo che in quei casi sia orgoglioso di me. Sono di colore beige con qualche macchia marrone, il pelo non è tanto lungo, le orecchie sì, di quelle che mi darebbero fastidio per mangiare se non disponessi di una bella ciotola dai bordi alti.
Sono stato prelevato da un canile quando avevo solo due mesi di vita, l’unico maschio di una cucciolata di cinque femmine. Le mie sorelle erano più graziose e vivaci rispetto a me perciò quando un signore si avvicinò alla gabbia, mi rintanai buono buono in un angolo buio, senza alcuna speranza, curioso di scoprire quale tra loro sarebbe stata adottata. Le mie dimensioni erano quasi la metà delle femminucce, sia in altezza che nel peso. L’ultimo nato e di sicuro il meno riuscito. Ed invece accadde un miracolo e quel giovane signore scelse proprio me, il bruttino. “Voglio un maschio”, lo sentii dire, deciso, al volontario del canile e in men che non si dica mi ritrovai comodamente seduto sul sedile anteriore di una macchina assai spaziosa. Ricordo che c’era un odore particolare. Allora non lo sapevo riconoscere; ora posso affermare che era odore di pino. Una volta giunti a quella che sarebbe diventata anche casa mia, ebbi la certezza che ero stato molto, ma molto fortunato. L’appartamento era enorme, specie se rapportato allo spazio angusto del canile. E c’era un buon odore, come di vento. Purtroppo per me, però, nel salone c’erano delle scale che portavano alle camere da letto, al piano superiore. Ho ancora nelle orecchie le risate del mio padrone quando provavo a salire un gradino e ricadevo all’indietro come una piccola palla. C’era anche una signora in quella casa, ma imparai presto che non abitava con noi. Veniva tutti i giorni per fare le pulizie e per portarmi a spasso. Ma che fastidio quell’aspirapolvere! Mi toccava abbaiare forte per fargliela spegnere. Se non lo faceva, per vendicarmi, mi mettevo a giocare con il cencio per i pavimenti rendendole impossibile pulire. Ma la Tata era buona e si metteva a ridere, invece di sgridarmi. D’altronde, avevo capito da un pezzo che cos’è che faceva andare gli umani in brodo di giuggiole. Bastava che mi sdraiassi in terra completamente aderente al pavimento, le zampe posteriori allargate e quelle anteriori sulle orecchie per non sentire i rimbrotti. Nessuno resisteva a quella mia sceneggiata che mi toccava ripetere ogni volta che qualcuno veniva a trovare il mio padrone. Allora lui mi sgridava (ma io capivo che era per finta) ed io lo giocavo il mio ruolo, ricevendo, come ricompensa, numerose carezze anche dai suoi ospiti e, nei casi più fortunati anche qualche buon bocconcino. Una volta è venuta una signora tutta ingioiellata, anelli e bracciali a profusione. Ma che male quando mi accarezzava! Il pelo si attorcigliava alla chincaglieria e per liberarla la donna era costretta a strapparmene mezzo. Da quella volta, quando viene a casa, me la batto in ritirata nascondendomi in un armadio. Credo che il mio comportamento si chiami “esperienza”.
La sera è Gabriele (il mio padrone) a portarmi fuori. E allora sì che sono felice! Cammino vicino al suo ginocchio, compassato e impettito. Non mi faccio distrarre dagli altezzosi cani di razza, che si sentono i padroni del marciapiede. Non mi spavento se mi abbaiano addosso, inondandomi di goccioline di saliva; anche se sono piccolo, sono coraggioso ed il coraggio mi viene dal ricordo indelebile dei giorni trascorsi in un canile inospitale, senza un padrone, senza le coccole. Ora che ne ho uno non voglio creargli problemi con zuffe che non si sa mai come vanno a finire. Mica voglio rimetterci il pelo o beccarmi un morso! Le mie orecchie lunghe e pendenti si prestano bene ad essere azzannate ma io ho imparato che, se non reagisco, i rivali scambiano la mia noncuranza per una resa incondizionata e, sentendosi i capi-branco indiscussi, proseguono la loro passeggiata al guinzaglio di padroni altrettanto snob. Che cosa avranno mai, per essere così superbi; all’interno della loro razza sono tutti uguali. Io, invece, sono unico.
Dicono che i cani finiscano per assomigliare ai loro padroni. Magari! Il mio è un bell’uomo, alto, magro, sempre profumato; ha una bella casa e una bella macchina. Quando non è con me, so che è al lavoro. E deve avere un ruolo importante che gli dà soddisfazione, per allontanarsi da me. Deve essere una cosa seria perché io so quanto mi ama.
Al sabato e alla domenica mattina, Gabriele fa una corsetta al parco ed io devo fare una bella fatica per stargli dietro. Quando passa qualche bella signorina, il mio padrone si volta sempre. Io, invece, mi volto solo per guardare lui.
Sono il suo amico più fidato e senza dubbio il più fedele. Darei la vita per lui, perché da solo, ormai, non saprei più vivere; mi ha salvato da un destino crudele. Non lo dimenticherò mai. Cerco di comportarmi bene ogni giorno. Sono educato e assai festoso. Lo lecco, scodinzolo e lo guardo con occhi innamorati. Cerco in ogni modo di esternargli la mia gratitudine, ma è dura senza poter usare le parole degli umani.
Ho provato tante volte ad imitarlo, per esempio quando dice “no”. Mi sembrava un suono facile da riprodurre ma, per quanti sforzi facessi, mi usciva sempre e solo un bau. Uguale a tutti gli altri. E così ho rinunciato ad esprimermi in umanese. Però capisco tutte le parole che sento e so anche che il tono della voce può cambiare il loro significato. Ho tentato persino di sorridere, qualche volta, ma scopro tutti i denti e così sembra più un ghigno, che un sorriso. Io, però, sorrido dentro. Comunque sono in grado di cantare, o meglio di ululare accompagnando certi generi di musica. Quando lo faccio, Gabriele si mette a ridere ed io vado avanti, tutto compreso nel mio ruolo.
Capisco quando il mio padrone sta mentendo, Lo fa a volte quando parla al telefono, forse di lavoro. La sua voce è diversa; solo quando parla con me la sua voce e vera e sincera.
Anche quando parla con le donne che vengono a trovarlo a casa, la sua voce è diversa, è più profonda, roca, ride spesso. A volte si schiarisce la gola. Ma è quando cambia il suo odore che il mio padrone diventa un’altra persona. Per un po’ si dimentica di me per dedicarsi solo alla “lei” del momento. Sale le scale e si chiude in camera sua. La prima volta che è successo mi sono dovuto mettere ad abbaiare. Il mio padrone mugolava, ansimava come dopo una corsa. Anche la donna emetteva suoni strani e diceva sempre e solo una parola che conoscevo bene: “sì, sì” Che stava succedendo? Qualcuno li aveva aggrediti? Mi slanciai verso la porta cercando di aprila. Sbattei il muso ma non mi diedi per vinto e mi aiutai con le zampe e le unghie per raspare. Intanto latravo e guaivo disperato. La porta finalmente si aprì ma, invece di essermi grato, Gabriele mi sgridò e alzando il braccio destro, mi disse perentoriamente:“Tobia, vai di sotto e non ti muovere!” Arrivato di sotto, misi le zampe sulle orecchie per intenerirlo ma lui mi guardò senza ridere e tornò in camera sua chiudendo la porta rumorosamente.
Era la prima volta che mi sgridava. Mi ci sono volute diverse ore solo per dimenticarmene un po’. Soprattutto, non avevo capito il perché del suo comportamento e temevo di sbagliare di nuovo. Dovevo stare di sotto solo quando lui saliva in camera con una signorina o dovevo starci sempre?
Il dilemma si sciolse solo il mattino dopo quando la signorina se ne andò e Gabriele mi chiamò di sopra. Io lo seguii nel bagno per fargli compagnia mentre si preparava per andare in ufficio, ricoprendo il ruolo che mi compete.
Mi basta una carezza, anche se sono meglio due. Ricordo che una volta in cui il mio padrone si era addormentato sul divano con un braccio penzoloni io mi sdraiai in terra con la pancia a contatto del pavimento e strisciando avanti e indietro, mi beccai delle belle carezze a sua insaputa.
Quando il mio padrone rincasa la sera mi trova sempre dietro la porta a dargli il benvenuto con piroette e mugolii di gioia. Poi corro per la casa all’impazzata per cercare di contenere la gioia che mi fa scoppiare il cuore; infine vado a prendere le sue ciabatte, una alla volta e lui sorride, sempre. Poi mi alzo sulle zampe posteriori per arrivare al suo viso per leccarlo, ma ogni volta devo constatare che arrivo a malapena sopra il suo ginocchio e ci rimango male; mi illudo sempre di essere cresciuto un po’, ma non è così. Questi sono i nostri riti quotidiani. Dopo lui appoggia il giornale sulla mensola del telefono, si toglie gli abiti da ufficio e si mette la tuta. Quello è il segnale, siamo pronti per uscire. Allora vado a prendere il guinzaglio ma molte volte Gabriele non me lo mette perché, come dicevo, non mi allontano mai da lui. Neppure la pioggia lo spaventa. Anche io ho un impermeabile. E’ dello stesso colore dei semafori quando non si può passare. All’inizio mi sentivo ridicolo e speravo che non mi vedesse nessuno dei miei simili. Poi mi ci sono abituato e mi piace: non mi bagno e, quando rincasiamo, basta che Gabriele mi asciughi le zampe ed io torno pulito come prima di uscire e posso accoccolarmi sul divano senza essere sgridato. Vengo portato spesso alla toelettatura. Da principio mi spaventavo e tremavo per tutta la durata dell’operazione, ma poi ci ho fatto l’abitudine e mi faccio lavare di buon grado; d’altronde è tutta un’altra musica quando sono pulito e profumato: Gabriele mi accarezza molto di più.
Conosco tutti i piccoli riti quotidiani di colui che mi ha adottato. Al mattino, canta sotto la doccia poi si fa la barba davanti allo specchio con un coso che fa rumore. Io mi metto dietro di lui e gli vedo la nuca, poi guardo nello specchio e gli vedo la faccia. E’ un po’ come avere due padroni.
Anche io se mi metto davanti allo specchio divento doppio. I primi tempi abbaiavo alla mia immagine pensando fosse un altro cane, un usurpatore dei miei spazi, poi mi accorsi che l’altro non aveva odore e capii di essere sempre io. Due padroni, due cani.
Prima di vestirsi Gabriele sale sulla bilancia e a volte gli scappa un’imprecazione, poi si mette davanti allo specchio di profilo e tira indentro la pancia. Ho provato a farlo anche io ma a me non riesce. Infine si veste elegantemente, mi saluta con un “A presto, Tobia” e poi scende frettolosamente le scale. Ed io rimango melanconico per un po’a guardarlo dalla balaustra, con il muso incastrato tra due colonnine di legno, con le orecchie penzoloni. Anche se so che poi torna, non ce la faccio proprio ad essere allegro. E comincio il conto alla rovescia.
Il mio padrone non mi lascia mai, neppure per le vacanze: ha una barca a vela ed io ho imparato presto a fare il marinaio. Mi piace l’odore del mare ed il vento che mi scompiglia il pelo e mi tira le orecchie all’indietro. Molto spesso siamo solo io e lui, a bordo e quella è l’atmosfera che preferisco. Sono nato sulla terraferma, l’acqua di sicuro non è il mio elemento, però, sapete che vi dico? Dove c’è il mio padrone, c’è la mia casa.
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