lunedì 15 ottobre 2012

LA TITTI - di Paola Castellani



   L’orologio della chiesa stava per battere mezzogiorno e tutti i negozianti della piazza del paese cominciarono a sbirciare dalle vetrine in attesa che passasse lei, la Titti.
   E,  puntualmente, non venivano delusi; con la fedele Fuffi al guinzaglio, la donna percorreva con passi lenti e solenni la distanza che frapponeva la sua abitazione alla chiesa, certa di avere tutti gli sguardi maschili su di sé, come carezze indecenti. Eh sì, perché la Titti aveva degli attributi, sul davanti che non passavano inosservati. Benché fosse vicina alla quarantina, i suoi seni erano rimasti tali e quali a quando aveva vent’anni; alti e sodi, assolutamente perfetti, sfacciati, modellati da madre natura e non dal chirurgo. Sopra di essi, un viso bello e interessante, dai tratti squisitamente mediterranei con occhi grandi e scuri e uno sguardo che lasciava il segno. Emanava una sorta di magnetismo animale.
    La Titti Tettona, così venne presto ribattezzata, aveva seppellito due mariti e in paese si mormorava che li avesse uccisi con lo sguardo.
    Avrebbe potuto permettersi di vivere di rendita perché entrambi i suoi ex erano benestanti. Lei però, che non aveva avuto figli, non amava stare con le mani in mano tutto il santo giorno: in casa, c’era una donna che faceva le pulizie al posto suo e a lei non rimaneva molto da fare. Il suo unico impegno quotidiano era recarsi alla Messa a pregare per i defunti mariti e andare al cimitero con cadenza settimanale affinché entrambe le tombe fossero sempre curate e adornate con fiori freschi. Non voleva che qualcuno potesse pensare che si fosse sposata per interesse. Era stata innamorata in entrambi i casi e voleva dimostrarlo con la sua perseveranza e abnegazione.
    La Titti non aveva amiche: tutte le donne del paese erano gelose di lei e del potere che sapeva esercitare sui loro uomini. La guardavano di sottecchi ogni qualvolta se la trovavano davanti, rivolgendole un sorriso acido e forzato. Molte provarono ad imitarla nello stile, ma i vestiti addosso a loro facevano tutt’altra figura. Non c’era niente da fare, anche le donne capivano che la Titti era il vero prototipo della femmina da letto.
   Per scongiurare la noia, la donna si inventò due attività: ricamava a piccolo punto e sottoponeva i suoi lavori a un antiquario in città che li acquistava puntualmente, conquistato più dalla ricamatrice che dai centrini
   . La seconda consisteva nell’accettare scommesse con chiunque volesse cimentarsi a batterla nella gara di sguardi: vinceva chi abbassava gli occhi per ultimo.
    Le sfide si tenevano nell’osteria del paese il sabato sera quando gli uomini si prendevano un paio d’ore di svago lasciando mogli e compagne a casa a badare ai bambini.
    In un primo tempo, tutti pensarono che quella fosse una gara sciocca con difficoltà zero perché una donna timorata di Dio qual’era la Titti non solo sarebbe arrossita di fronte alle occhiate di cupidigia degli uomini, ma sarebbe stata costretta a distogliere lo sguardo per non provare imbarazzo.
    Ed invece si sbagliavano di grosso. La Titti andava a diritto come uno schiacciasassi senza battere  ciglio. Come era possibile? Facile. Succedeva che gli uomini, guardandola negli occhi, non potevano fare a meno di pensare ai suoi seni e, sebbene tutti li avessero presenti nei minimi particolari, la tentazione di buttare un occhio a distanza ravvicinata si rivelava loro fatale.
    Alcuni provavano e riprovavano più volte per sera, certi che con l’allenamento avrebbero potuto farcela, ma inutilmente: la Titti vinceva sempre e comunque.  Il suo conto in banca lievitava e lei usava quel denaro per diventare sempre più bella e desiderabile. Per le cure di bellezza si recava presso un centro estetico della vicina città; l’unico salone di bellezza del paese era gestito da due delle donne più invidiose e mal disposte nei suoi confronti. Una volta là, si faceva fare i massaggi al corpo con tecniche sempre diverse, drenanti, rilassanti, rassodanti. Si lasciava cospargere di miele, di cioccolata oppure di fango, faceva bagni nel latte o nel fieno.
 Si faceva calare olio caldo sulla fronte, il seno, la pancia. Provò anche con pietre piatte riscaldate che venivano posizionate nei punti del chakra, secondo  un’antica tecnica orientale.  
   Poi passava alla cura del viso con maschere, ultrasuoni, il trucco all’ultima moda. Per finire, faceva una seduta dal parrucchiere perché, per i suoi capelli, aveva una sorta di ossessione, naturalmente mossi, scuri e folti, avevano bisogno di cure meticolose, unguenti e shampoo alle erbe per mantenerli lucenti e scongiurare le doppie punte.
    In fatto di abbigliamento la Titti non seguiva particolarmente la moda, indossava solo ciò che le stava bene ed il suo era un gusto molto femminile, da gattina. Adorava le gonne strette, i maglioncini attillati, i tacchi a spillo, le calze di pizzo e gli scolli a V che mettevano in evidenza le sue grazie, le borsette da tenere al braccio. Se indossava dei vestiti meno attillati, usava il reggicalze con le calze di seta e la riga dietro il polpaccio oppure la guepière con reggiseno a balconcino. Amava anche i cappelli invernali,  di feltro e foggia maschile che su di lei non facevano altro che aumentarne la femminilità, per contrasto. D’estate, prediligeva cappelli da cow-boy,  che indossava con spregiudicata disinvoltura.
    Faceva tutto questo soprattutto per sé perché la Titti amava piacere, sconvolgere gli animi, saggiare il suo potere. Era seria, a dispetto dell’immagine provocante e sensuale che dava di sé. Si era data soltanto a due uomini in vita sua, i suoi legittimi consorti, preferiva amoreggiare con se stessa rimirando l’immagine che le rimandavano gli specchi, disseminati ovunque nel suo appartamento, piuttosto che farsi degli amanti.
    La Titti era bella anche al naturale come sapeva bene il postino che suonava alla sua porta di tanto in tanto, al mattino, per recapitarle lettere raccomandate e pacchi postali. Lei gli apriva in vestaglia di seta, in pantofoline di raso col tacco basso, gli occhi struccati ma ugualmente grandi e profondi, le labbra carnose del colore delle fragole sebbene prive di rossetto, i capelli scarmigliati sciolti sulle spalle come dopo una folle notte di amplessi.
    Le donne del paese, per consolarsi, si ripetevano che quel pericolo non sarebbe durato in eterno e si auguravano che il tempo passasse in fretta affinché anche lei potesse sfiorire.
    Un sabato sera arrivò in paese uno straniero che prese alloggio all’ Hotel Centrale, nella piazza della cattedrale.
    Era un promotore finanziario e il suo doveva essere un lavoro molto ben retribuito a giudicare dal macchinone con il quale era arrivato e dai vestiti di sartoria che indossava. Lo Straniero, in realtà era italiano e veniva da Milano ma per gli abitanti del paese chiunque non fosse nato là, tra quelle montagne, era uno straniero, ossia estraneo al posto.
    Prenotò un posto all’Osteria. Lui era abituato a Milano dove in molti andavano a cena fuori il sabato sera e se non si prenotava si rischiava di non mangiare. In quel paese, no, era diverso ma lui non lo sapeva e l’oste, che si era visto arrivare una prenotazione per la prima volta in vita sua, rispolverò un vecchio cartello ingiallito con su scritto: RISERVATO e lo posizionò, con gesto solenne, nel bel mezzo del tavolo migliore, quello d’angolo, accanto alla finestra.
    A cena ultimata (solo tre tavoli erano stati occupati), l’uomo notò un certo fermento; i tavolini vennero spostati al lato della sala, un attempato signore con un berretto di lana in testa prese posto a un tavolo rettangolare al centro della sala, munito di carta e penna, affiancato da due compari.
    Il Milanese chiese delucidazioni e fu così che venne a sapere di quella gara originale e delle scommesse ad essa correlate. Si dichiarò subito pronto a provare, sarebbe stato un gioco da ragazzi, era un uomo di successo, sicuro di sé, lui.
    I presenti confabularono un po’ tra di loro e tra ammiccamenti e mezze parole, e decisero che quella sera avrebbe gareggiato solo lo Straniero e loro, per la prima volta, avrebbero fatto il tifo per la Titti.
    L’aiuto cuoco andò ad avvertire la donna della novità di quella sera e lei, ringraziando, sfoderò un sorriso sicuro e beffardo. Si presentò all’osteria una mezz’ora dopo, con i capelli raccolti sulla nuca in modo un po’ scomposto e due ciocche di capelli bruni che le incorniciavano l’ovale perfetto. Sulla bocca, un rossetto scarlatto.
    Era vestita semplicemente: gonna nera a tubo e una casta camicia bianca con dei volants sul petto. Ma che? voleva perdere? Pensarono tutti i presenti. Come mai aveva nascosto la sua arma segreta?
    Titti intuì i pensieri dei suoi estimatori, ma li ignorò e si sedette, con il busto eretto, su una sedia impagliata di fronte allo Sconosciuto, accavallando le lunghe gambe in un gesto squisitamente femminile.
    Fu poi la volta dell’uomo che, liberandosi della cravatta che gli stringeva il collo, prese posizione, anch’egli seduto in posizione comoda.
    Ebbe inizio la gara. L’uomo, convinto che i pensieri si potessero leggere negli occhi, cominciò a fantasticare su cosa avrebbe fatto con quella sconosciuta se se la fosse trovata nel  letto. Pensava ai minimi dettagli e lo faceva con lentezza, senza fretta, sempre fissando la donna. Si sentì lui stesso avvampare sotto la barbetta incolta e un leggero velo di sudore scendergli dalla fronte.
   Ma la bella del paese non si scomponeva, sembrava assorta in chissà quali pensieri: forse usava una tecnica di meditazione, chissà.
    Passò circa mezz’ora in un silenzio ossequioso. Titti si era stancata. Quel tipo le stava dando del filo da torcere. Si stava dimostrando più combattivo e tenace dei suoi soliti sfidanti.
    Fu allora che decise di sfoderare la sua arma vincente; prima si fece vento sul viso con la mano, simulando un attacco di caldo, poi si sbottonò in un colpo solo i primi quattro bottoni automatici della camicetta, sempre senza distogliere lo sguardo dallo sfidante. Quest’ultimo, intravide con la coda dell’occhio, quel seno prepotente e non passarono più di cinque secondi che, in preda a un impulso incontrollato, abbassasse lo sguardo per rimirare quella meraviglia racchiusa in un reggiseno di pizzo nero.
    Si levò un applauso, la Titti fu dichiarata vincitrice e quella volta la posta in gioco fu davvero alta: il Milanese, sicuro di vincere, aveva scommesso ben cinquemila Euro. E quando mai da che era iniziato quel rito del sabato? In paese si scommetteva al massimo cinquanta euro, altrimenti come avrebbero potuto giustificare gli scommettitori la mancanza di quel denaro alle loro, gelosissime mogli?
    Quando l’uomo, completamente esausto come dopo aver corso una maratona, alzò nuovamente lo sguardo verso la donna pensò: vorrei che tu fossi mia per sempre.
    Lei  lesse il messaggio nei suoi occhi e fu così che i due uscirono dall’osteria mano nella mano.

    Non passò molto tempo che la Titti annunciò che avrebbe lasciato il paese alla volta di Milano dove sarebbe convolata a nuove nozze ed era la terza volta.
    I paesani, delusi e affranti vollero fare un disperato tentativo perché ciò non accadesse e misero al corrente il futuro sposo dell’alone di mistero che tutt’ora aleggiava sulla fine dei due precedenti mariti della donna, ma lui, con un alzata di spalle e uno sbuffo, fece intendere che niente e nessuno avrebbe potuto farlo recedere dalla sua decisione.
    E così la Titti mise in vendita la sua casa e partì in macchina, in una fredda mattina di gennaio portandosi via solo la cagna e svariate valigie.
    Le donne del paese emisero un sospiro di sollievo ed il sabato successivo furono loro a recarsi all’osteria per festeggiare.
     Nessuna di loro  seppe mai però, che ogni giorno, quando l’orologio del campanile batteva le dodici, i loro mariti interrompevano ciò che stavano facendo e, sospirando, secondo una consuetudine durata degli anni,  rivolgevano lo sguardo verso la cattedrale perché Titti aveva lasciato il paese, ma non i loro cuori.

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