lunedì 15 ottobre 2012

UNO STRANO CASO - di Paola Castellani




    Pasquale era nato settimino, esile e chiaro di pelle quasi come un albino con due occhietti talmente piccoli da sembrare capocchie di spillo. I suoi tre fratelli avevano occhi di grandezza normale e la pelle ambrata di chi vive in campagna, per cui sua madre, per quanto si sforzasse, non seppe trovare una somiglianza tra il neonato ed il resto della famiglia.
    La levatrice pensò che il bimbo fosse cieco perchè non aveva mai visto in tutta la sua lunga carriera degli occhi così minuscoli con pupille, se possibile, ancora più piccole e allora passò un dito davanti a quel visino rugoso e si accorse che lui lo seguiva così come chiuse prontamente gli occhi quando gli avvicinò una candela accesa al volto.
    Sua madre pregò tanto perché il figlio potesse avere, crescendo, un aspetto normale e fu esaudita: i suoi occhi crescevano un po’ ogni anno e cambiarono persino colore, passando da un comune marrone a un azzurro intenso. Quando il bambino compì cinque anni, il difetto era pressoché scomparso, con immenso sollievo di sua madre che non solo non aveva più di che preoccuparsi, ma ebbe la certezza che la Madonna alla quale si era rivolta, esiste e ascolta i cuori disperati.
    I suoi quattro figli, tre maschi e una femmina, giocavano nell’aia fra polli e galline mentre lei e il marito lavoravano nei campi. La loro vita scorreva serenamente anche se doveva fare i conti con le ristrettezze economiche.
    La frutta e la verdura che producevano veniva acquistata dai grossisti ad un prezzo risibile. Ma per fortuna avevano almeno di che sfamarsi. Mamma Giuseppina preparava, con la frutta rimasta invenduta, delle ottime confetture che vendeva la domenica davanti alla chiesa, aiutata dai bambini.
    Passò qualche mese e gli occhi di Pasquale ricominciarono a crescere, diventando talmente grandi che quasi si toccavano l’un con l’altro. Il suo aspetto diventò buffo ma faceva tenerezza: nei suoi occhioni azzurri poteva rispecchiarsi tutta la famiglia.
    Arrivò l’autunno e per Pasquale e i suoi fratelli, l’ora di tornare a scuola. Sua madre rattoppò alla bene e meglio il grembiule del terzo figlio per passarlo all’ultimo e infornò una bella pagnotta per poter preparare, l’indomani,  la merenda per la scuola.
    Lo scuolabus passava alle otto in punto per cui alle sette e mezza, Giuseppina cominciò a tirare giù dal letto i figli assonnati  uno ad uno e, quando arrivò al letto del figlio più piccolo, emise un urlo agghiacciante: la faccia di Pasquale era sparita; al suo posto campeggiava un unico, enorme occhio blu con ciglia lunghissime, su un collo ancor più esile e biancastro.
    Fu presa dal panico, suo marito era andato in paese a sbrigare alcune faccende, gli altri figli erano rimasti senza parole, a bocca aperta, sbigottiti davanti al malcapitato.  Non riuscivano a muoversi, impietriti dallo sguardo di quest’ultimo. La povera donna pensò che forse avrebbe potuto rimediare con un berretto di lana ma le ciglia folte e dure come una spazzola, le impedirono di calzarglielo. Si sedette allora su una sedia, affranta, rivolgendo una rapida preghiera alla Madonna perché le indicasse ciò che doveva fare, ma non ebbe nessuna risposta.
    Decise quindi di mandare ugualmente a scuola i figli più grandi facendosi prima giurare che non avrebbero parlato della cosa ad anima viva poi tornò in camera da letto nella recondita speranza che fosse stato solo un brutto sogno. Non lo era. Pasquale era lì, piccolo e indifeso, nonostante avesse otto anni e mezzo. Seduto sul letto, con le mani in grembo, la guardava dritto negli occhi; non avendo più la bocca non poté rivolgerle quel sorriso che sentiva crescere in petto, allora abbassò un po’ le ciglia, cercando di risultare grazioso, ma sua madre indietreggiò ed il bambino lesse orrore nei suoi occhi.
    Ma lui che colpa ne aveva se si era risvegliato in quel modo?
    Seguì sua madre con lo sguardo mentre usciva dalla stanza, piangendo, e la sentì chiudere la porta a chiave, con doppia mandata.
    Una volta solo, il bambino si avvicinò al cassettone, salì su una sedia e si guardò, dapprima di sottecchi, poi dritto nello specchio. Dopo un primo momento di disorientamento, si osservò con attenzione. Non avendo più la bocca, come avrebbe fatto a comunicare le proprie emozioni? La risposta arrivò subito dopo: si accorse che se pensava a una cosa allegra, l’occhio diventava di un blu scuro e scintillante, se il pensiero era triste, l’occhio scoloriva quasi a diventare ceruleo. Ecco come avrebbe fatto per comunicare. Di sicuro, anche i suoi familiari se ne sarebbero accorti.
   Si guardò ancora, con più attenzione e trovò il suo aspetto quasi simpatico: se inclinava la testa, l’occhio diventava verticale, come succede per certi pesci che aveva visto su un libro preso a prestito in parrocchia. Alzò un braccio e si toccò le ciglia: mamma mia quanto erano dure! Poi andò a toccarsi la nuca: quella era uguale a prima, con capelli lisci e sottili come sempre. Forse poteva presentarsi di spalle,  ai suoi, quando sarebbero tornati a casa, così non li avrebbe spaventati.
     Scese quindi dalla seggiola, si infilò a letto, al calduccio,  riandando con la mente a quanto era accaduto quella mattina. Ripensò all’espressione terrorizzata sul volto di sua madre e considerò che se aveva fatto orrore a lei che lo aveva generato, sarebbe andata ancor peggio con suo padre,  perciò decise che non avrebbe guardato mai più niente e nessuno e abbassò la palpebra rosea dalle lunghe ciglia: se il mondo aveva orrore di lui, lui non avrebbe guardato più il mondo, o meglio, lo avrebbe fatto soltanto con gli occhi della mente. Per esercitarsi, percorse tutte le stanze della casa, una ad una, soffermandosi sui mobili, gli oggetti, le tende, le stoviglie, la tavola apparecchiata per il pranzo domenicale, la pasta fatta in casa che gli piaceva tanto e che non avrebbe potuto mangiare mai più.  Poi uscì nell’aia e vide i polli e le galline in cerca di cibo, la vecchia bicicletta arrugginita che passava di fratello in fratello secondo turni ben precisi stabiliti da suo padre.  Rivide il vecchio olmo solitario, la sentinella silenziosa della casa, e, concentrandosi sulle foglie mosse dal vento, si addormentò.
    In sogno, vide suo padre che alzava il gomito nell’osteria del paese, noncurante del fatto che quei soldi potevano essere spesi per cose più importanti; c’era il tetto da riparare, e il trattore nuovo da comprare, tanto per cominciare. Poi lo vide giocare a carte, ridere e scherzare; sembrava felice lontano dalla sua famiglia, lo vide anche accompagnarsi a prostitute di passaggio che odoravano di caramello, e che facevano venire in mente le feste di paese.
    Poi fu il turno di sua madre. Nel sogno, aveva il pancione, stava aspettando lui. Pasquale si intenerì. Subito dopo, però, vide sua madre consultare una mammana per sbarazzarsi di lui, tre figli erano più che sufficienti. La vide ingurgitare beveroni a base di prezzemolo, usare ferri da calza, la vide correre all’impazzata giù per il dirupo, senza tuttavia ottenere il risultato sperato, tranne il fatto di averlo tenuto nel suo grembo sette mesi soltanto:  l’aveva espulso due mesi prima dei suoi fratelli.
    Fu chiamato Pasquale perché avrebbe dovuto nascere per Pasqua e, anche se ciò non avvenne, il suo nome restò quello perché lo aveva scelto sua madre e lei, donna caparbia e ostinata, non cambiava mai idea.
    Vide anche lo sgomento di entrambi i genitori per i suoi occhi minuscoli al momento della nascita, le preghiere, la disperazione. Evidentemente,  lui era stato sempre e solo un problema, per tutti.
    Si svegliò tutto sudato, con l’occhio ceruleo inondato di lacrime che venivano giù talmente copiose da bagnare tutto il cuscino.
    Tutto ciò aveva visto Pasquale mentre dormiva e perciò decise di aprire il suo occhio per un’ultima volta. Si recò sull’aia munito di una corda robusta, prese la scala e si inerpicò tra i rami bassi del vecchio olmo, così come aveva fatto tante volte con i suoi fratelli, per vedere il mondo dall’alto. Trovò non poche difficoltà a passarsi la fune attorno all’esile collo, le ciglia lunghe e folte gli erano di intralcio poi capì che doveva socchiudere un po’ la palpebra.
   L’ultima cosa che vide fu il suo canestrino con la merenda: giaceva in terra, inutilizzato, tra la polvere, accanto alla bicicletta sgangherata.
   I suoi lo trovarono nel pomeriggio, con il collo arrossato e il grande occhio celeste socchiuso.
   Tra le ciglia, densa e luminosa, un’ unica, grande lacrima che non ce la faceva a venir giù.

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