sabato 13 novembre 2010

Poesie in versi martelliani

Quattro poesie di Leonardo Magnani



LA GIUSTA VICINANZA

Nella stanza s'impone la giusta Santità,
e scopre e svela il fiore giardini d'apparire
per ciò che giace in cuore: vino fermo e passione.
Piaccia o non piaccia fremere lo si fa poi gelare.
Sedendo a un tavolino scostante è il destino
che lascia azzannare quel tanto che gli pare;
non posso stare inerme, aquilotto a fissare:
in cerca mi precipito a stringer conoscenze,
a contendere il tempo, che val forse di più
d'ogni realizzazione mai soltanto sognata.
E sento inclinarmi alla voce degli umili:
avverto dentro premere la giusta vicinanza.




IL CALZOLAIO

Il calzolaio suola, e fin qui tutto serve.
Ma vuoi mettere cosa fa dentro il calzolaio?
Ma vuoi mettere cosa fa con le mani in guaio,
a ricucire invano lezze scarpe aperte?
Ed al cliente appaiato non sa poi cosa dire:
"Aspetti sol mezz'ora... non la farò avvizzire...
…e prendo ai miei clienti un prezzo di favore...".
Così prosegue in canto vivace a lavorare.
La suola è il cammino, è il presto mattutino
che l'uomo deve esprimere d'impetuoso Divino.
La suola è il verbo di ciascuna religione
che cuce d'ogni torto la sua consolazione.




L'OTTICO

Gli occhi usati non vedono che pochissimi lustri;
certi piangono lustri al girare dei nastri
che ne fanno l'età, ne spengono il colore
di giovanili ruote: perdute hanno le piume.
E l'ottico ripone le lenti come il pane
con la delicatezza lettrice delle pene.
E l'ottico risponde con una docilezza
che sembra una carezza alle guance dei più.
Così, vario, martella Dio nel profondo varco,
mettendo in fondo al sacco delle lenti a contatto;
perché Lui sempre c'è, occorre sol vederlo,
guardarlo alle primiere sue lenti di cospetto.




LA SARTA

La sarta guida il manto col suo significato
dell'apparire autentico e non molto traslato.
Conduce l'alto rango o l'inerzia atroce,
sempre in grazia coprendo i lati con la luce;
non dimentica mai i suoi mille gendarmi,
le loro feste vane, le briciole agli stormi.
Certo non cambierà il modo che produce:
è sempre lei con l'ago, è sempre lei che cuce.
Così Dio ci riveste del suo glorioso aspetto:
il povero morente, il nato benestante.
E pure ci abbottona la sorte all'occhiello;
non deve essere fredda, sarà un altro cappello.

I Will - racconto di Alessandra Greco

I Will


La città è una grande anatra che ha smesso di volare. Asfaltano, salto, ambulanti, resettano, corrono nel ritardo di un gran rumore, tutto è cominciato nel respiro che stenta. Un angelo soffiato a ritroso nel tempo ha preso per mano la mia vita, per imprecisione nel calcolo della posizione, degli effetti sulla simulazione, per lo schema a blocchi del sistema, mi ha mostrato gli errori di calcolo dovuti alla relazione tra risparmio ed errore, perché quando una persona ha risparmiato tutta la vita, al momento di scegliere, sbaglierà inevitabilmente, ed è già tardi per prestare attenzione. O non andavamo noi al nord a vendere accendini nel ’50? Mormorare qualcosa al respiro, suggerirgli di stare zitto. I nostri uomini sono bambini vecchi. Mettermi nel bunker, sovrastare il movimento. L’operaio cola bitume, lo stende colla scopa e la ramazza fumiganti. E guardare il cielo. Nel ritaglio della finestra. Inquadrando il corpo, solo nello spazio fuori, occhi-bulbi e aria. C’è una distesa di nuvole bianche che sembra una montagna, morbido solo fuori, la cima dell’Everest si è spostata nel mio settore. E prima di rientrare, di riprecipitare negli iridi, vedere volare gli uccelli. Sfiorano il vetro con le dita, pensieri tenuti nell’aria chiara. Inventare una serie, seguire l’intelletto impastarsi nella cima, gonfiarsi e sfumare nella nuvola. L’ultimo pugno di terra. Fiato che opacizza il vetro, nello schermo soffiato, lo sguardo immobile reprime, si distende congiunto alla pelle. Ai lati, nella casa conosciuta, c’è il mio guscio vuoto. È un arancio o un melograno? Un melograno. Anche se i frutti anneriti sono seccati si riconoscono. Allora forse è seccato anche l’arancio, era forse lì accanto. La linfa torna nella terra quando una pianta secca, sembra ancora viva. Vedi sempre le cose ingenuamente. Facevo per dire, l’occhio vede sempre prima, parlando è difficile tenere, l’anima tarpata ha parole secche. Vuoi rinverdire l’arancio? Ho poco da vivere, non mi resta che questo. Quando il mio amore ha saputo che ho un cancro, mi ha lasciato. Ho trovato l’e-mail stamattina: "Sono un guscio vuoto che non ti contiene", è stato facile dissolvere, vedere le cose per quello che sono. Quello che sono oggi, ha preso tutto l’angelo.



Vedi anche:

Radio Head_I Will (traduzione italiana del testo http://www.thebends.it/testi.html)


I Will

I will
lay me down
in a bunker
under the ground

I won't let this happen to my children
meet the real one coming out of my shell
With wide eyes opened up sitting ducks
I will
rise up

Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes, eyes, eyes


Io farò

Mi
sdraierò
in un bunker
sotto terra

Non lascerò che questo accada ai miei figli
incontrare il vero mondo uscendo dal tuo guscio
??Con occhi larghi che ho schiuso su anatre sedute
Io
mi rialzerò

Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli


Un’immagine:
http://www.designerblog.it/post/7451/rewrite-la-scrivania-con-guscio-di-gamfratesi

The Division Bell - racconto di Alessandra Greco

The Division Bell


Sul tavolo fuori nel resede c’era il sacco nero con dentro i palloncini della festa gonfiati con la pompetta perché si dice la vulcanizzazione della plastica con cui sono fabbricati li rende cancerogeni, l’aria dentro ora forse è fiato cancerogeno, intorno alla bocca, sulle labbra no. Gli alcoltest al cromo si riconoscono dal reagente di colore giallo che diventa verde con l'alcol. Anche quelli sono cancerosi. Un tasso alcolemico alto, un potenziale assassino. La televisione spenta non alita più correnti malsane di pensieri, di politici atti tremendi, di film esagerati e spettacolari fatti perché ci si impasti con atti mancati un sonno malato. Amici lontani di cui non so più niente. Segnali dal futuro agitano la mano, sempre pensati prima che si avverino. L’aria gelata entra dalla finestra, la maglia mi protegge i polmoni, la gola, la sosta intorno alla sigaretta, per respirare l’idea di voler avere un’autonomia di respiro. Fuori c’è sempre il susino che quando era un ramoscello anonimo ha portato come uno spaventapasseri le nostre preghiere al vento, l’assillo che se ne andassero i nostri, come cavalli al galoppo per tutti i cieli della terra, sottili pensieri in una chioma di bisce. Ogni frutto che ha dato sono questi susini rossi. Verrà potato e perderà i suoi serpi sulla mota. Tutti in bicicletta. Niente di tutto questo è mai avvenuto o solo appena. Niente è stato detto, invalidato, effettuato. Soprattutto medusa è tanto tempo che è estinta. Sul tavolo fuori nel resede non c’è più niente. Io sulla spiaggia mentre cerco conchiglie. Un omino manovra la sua piccola barca sul tappeto di plastica. In quattro anni si è aggiudicato un paio di Nike, una vasca da bagno giocattolo e un’attrezzatura completa per hockey. Minuzzichi, cassetto con ricordi e scatti. Io sempre che nascondo gli occhi al sole. Io al telefono con un amico che non c’è più. Io con mio padre. Io che saluto. Fuori, il segnale del passaggio a livello è lo stesso delle campane in una canzone dei pink floyd. Ogni volta che lo sento attacca High Hopes.
Ora in un altro paese, in un altro spazio, Jean Claude si appresta alla potatura delle piante da frutto. Vi si arrampica come un lembo di terra. Smoccola su quei rami che fatica a raggiungere. Cadono senza rumore.
Mentre esce di casa con un plico e la scorta, Liu Xia scompare accompagnata dal fratello minore Liu Hui, condotta da un drappello di poliziotti. Una donna partorisce. A Dhaka c’è un ponte di barche sul fiume Buriganga tra i giacinti d’acqua. I pendolari attraversano il ponte galleggiante. L’attraversamento del ponte costa 2 taka (0,02 dollari americani).
Il Pacific Trash Vortex "Si divincola come un grosso animale senza guinzaglio", un celenterato piccolo che pare fiorire dal nulla quando il mare è caldo e piatto, dondola.



Vedi anche:

Pacific Trash Vortex
http://www.disinformazione.it/mare_di_plastica.htm

Pink Floyd_ High Hopes (traduzione italiana del testo http://www.dartagnan.ch/article.php?sid=3177)


High Hopes

Beyond the horizon of the place we lived when we were young
In a world of magnets and miracles
Our thoughts strayed constantly and without boundary
The ringing of the division bell had begun

Along the Long Road and on down the Causeway
Do they still meet there by the Cut

There was a ragged band that followed in our footsteps
Running before time took our dreams away
Leaving the myriad small creatures trying to tie us to the ground
To a life consumed by slow decay

The grass was greener
The light was brighter
With friends surrounded
The nights of wonder

Looking beyond the embers of bridges glowing behind us
To a glimpse of how green it was on the other side
Steps taken forwards but sleepwalking back again
Dragged by the force of some inner tide

At a higher altitude with flag unfurled
We reached the dizzy heights of that dreamed of world

Encumbered forever by desire and ambition
There's a hunger still unsatisfied
Our weary eyes still stray to the horizon
Though down this road we've been so many times

The grass was greener
The light was brighter
The taste was sweeter
The nights of wonder
With friends surrounded
The dawn mist glowing
The water flowing
The endless river

Forever and ever


Grandi Speranze

Oltre l’orizzonte dei luoghi in cui vivevamo
quando eravamo giovani
In un mondo di magneti e miracoli
I nostri pensieri si smarrivano con sconfinata costanza
La campana della divisione già suonava
Per la Lunga Strada e giù per il Sentiero
Si incontrano ancora vicino al Canale?
C’era una banda cenciosa che seguiva i nostri passi
Correndo prima che il tempo ci portasse via i nostri sogni
Lasciando la miriade di piccole creaturea provare a legarci al suolo
A una vita consumata da una lenta decadenza
L’erba era più verde
La luce era più brillante
Circondati da amici
Le notti di meraviglia
Guardando oltre le braci dei ponti che bruciavano dietro di noi
Fino ad un’apparizione fugace del verde sull’altra sponda
Passi avanti ma da sonnambuli tornati all’indietro
Trascinati dalla forza di qualche marea interiore
Ad un’altezza maggiore a bandiere spiegate
Raggiungevamo le folli vette di quel mondo sognato
Oppressi per sempre da desiderio e ambizione
C’è una fame ancora non soddisfatta
I nostri occhi vuoti ancora vagano all’orizzonte
Sebbene per questa strada siamo scesi tante volte.
L’erba era più verde
La luce più brillante
Il gusto più dolce
Circondati da amici
Le notti di meraviglia
La rugiada lucente
L’acqua corrente
Il fiume senza fine
Per sempre e sempre


Un’immagine:

http://www.google.it/imgres?imgurl=http://www.movetico.org/wp-content/uploads/plastica.jpg&imgrefurl=http://www.movetico.org/il-settimo-continente-della-vergogna/&h=350&w=455&sz=62&tbnid=9PQF_efgU59EdM:&tbnh=98&tbnw=128&prev=/images%3Fq%3DPacific%2BTrash%2BVortex&zoom=1&q=Pacific+Trash+Vortex&hl=it&usg=__9S3VTe8IpJ5NY_7b5n0ahlifb-0=&sa=X&ei=dNXHTMfDFomWswb5urHGBg&ved=0CCEQ9QEwAg

Poesia di Nahid Norozi

Un'altra autotraduzione poetica, con la relativa trascrizione del testo originale.
a presto,
Nahid



she'r

àghàzide az hich
àràmide bar golbarghàye 'atre nargesin
baràmade az làyehàye por khame khàb
tazalzole zolàle saràb
bar àstàneye tapandeye mahtàb
sardargomiye raghighe meh
bar sathe ràme mordàb
va rosube molàyeme 'ud
bar tàr tàre gonge vojud


Poesia

Iniziata dal nulla
giacente sui petali del profumo di narciso
innalzata dagli strati sinuosi di sonno
trasparente tremito di miraggio
sulla soglia palpitante di luna
rarefatto smarrimento di nebbia
sulla superficie placida di palude
e lento sedimento di liuto
sull'opaco filiforme dell'essere.

giovedì 11 novembre 2010

I luoghi comuni - che dolore

Cari, anzi, dannati colleghi,

Leggendo alcuni dei vostri testi, munito di penna feroce stile Anton Ego (tutte fantasie private) , mi imbatto ripetutamente nell'uso irriflesso di quelli che depenno come luoghi comuni, e qundi per me errori. Errori perchè l'occasione dello scrivere potrebbe essere una opportunità di riflessione, di rottura del gioco linguistico più di superficie, di uso analitico, pensato, creativo del linguaggio. L'occasione di introdurre una combinazione del tutto nuova di termini, mai usata ma, anzi, e, corretta e chiara. Non è improbabile, ci ha detto Chomsky, se non ci limitiamo a far scattare il riflesso stanco di una abitudine.

E' la sfida che porta alla rottura dei giochi linguistici, la sfida che può far scorgere un frammento di una semantica del linguaggio che non sia convenzione. O forse aveva ragione Ludwig, e anche questo contorcersi e ribellarsi è solo parte di un gioco linguistico...

Li trovate brutti anche voi? E quale è il confine tra luogo comune e non?

lunedì 8 novembre 2010

Patria potestas - di Caterina

Salve a tutti. Al motto di "meglio tardi che mai", mi fo coraggio e provo a cimentarmi anche io con il dialogo-e-solo-dialogo, rielaborando un’idea dall’esercizio con Giusti dell’anno scorso (parole che uccidono). Spero in qualche vostro commento... grazie!



PATRIA POTESTAS
(Dialogo tra S. e L.)

S.: - Oh, lasciami, così mi fai male. Che vuoi da me?
L.: - Voglio sapere come è morta.
S.: - Perché?
L.: - Perché sì. È un mio diritto, no?
S.: - Ci tieni tanto? Neanche fosse stata la tua ragazza!
L.: - Non lo era, ma… le sue confidenze… la sentivo vicina, ecco.
S.: - Te l’ho detto, Mary è morta senza volerlo. Con una siringa nel braccio. Ti basta?
L.: - Sì, ma cosa vuol dire? Uccisa? Si drogava? Sei stato vago…
S.: - Non riesco a scendere nei particolari, perdonami.
L.: - Capisco, però io ho bisogno di certezze.
S.: - Ma cosa ti cambia. La morte è morte e basta. E lei voleva vivere.
L.: - Lo so, è questo quel che mi fa più male. Ma anche i dettagli contano, magari ci aiutano pure, a farcene una ragione.
S.: - Già. Una ragione. Deve per forza essercene una?
L.: - Io non ne vedo. Bella, giovane, ricca, fortunata. Aveva tutto. Sembrava una storia d’amore perfetta la sua. Invece si
portava dentro un ordigno buio pronto ad esplodere… e così è stato, probabilmente…
S.: - Mmh, ecco i soliti luoghi comuni. "Aveva tutto dalla vita… eppure, la droga." Che ne sai tu di cosa si portava dentro? E Ammettilo che con Mary ti bastava fermarti al "fuori"… quello sì che si vedeva!
L.: - Come puoi scherzarci sopra? Stiamo parlando di lei.
S.: - Senti, mi costa dirtelo, ma qualunque fosse il suo segreto, se l’è portato con sé nella tomba. Conta solo quello che ha lasciato trapelare, capisci? Le cose che ha detto, le cazzate che ha fatto. Nero su bianco. La sua vita. Breve, ma quella.
L.: - Ok, ok, il resto è silenzio, vabbè. Ma allora come fa uno a capire…? Tutto così improvviso, assurdo, niente e nessuno che ti metta sulle tracce... S.: - Sulle tracce? Mica è un giallo. E poi qualcosa c’è.
L.: - Cosa?
S.: - Quella siringa, no?!
L.: - Mah. Sbucata così, dal nulla…
S.: - Infatti. Dulcis in fundo.
L.: - Dolce, non direi proprio. Semmai, deus ex machina, se proprio vuoi stordirmi col latino.
S.: - Stordirti? Volevo solo suggerirti che non è affatto come sembra…
L.: - Che vuoi dire?
S.: - Prova a immaginare, e che cavolo, un piccolo sforzo!
L.: - Vediamo… Forse che è stata condannata a morte per iniezione letale? Era un’assassina? Aveva ucciso qualcuno…?
S.: - Non siamo in America, dai…
L.: - Quindi, resta un forte sospetto di overdose…
S.: - Vedo che ti fermi alle apparenze correnti, alle circostanze statistiche… mi deludi.
L.: - Cioè?
S.: - Cioè che butti lì le prime due ipotesi che sentiamo più di frequente capitare. Potrebbe anche essere altrimenti, ci hai pensato? Una siringa che anziché iniettare, aspira…
L.: - … Sangue?
S.: - Sì, sì, come i vampiri. E Mary è morta dissanguata. Per amore? O, meglio, per uno strano esperimento degli alieni… si prendono tutto il nostro sangue, ci lasciano vuoti… oppure…
L.: - Basta, smettila! Tu non sei serio. È tutto troppo irreale! Mi rifiuto. Non puoi trattarla così. Trattarci così.
S.: - Perché no? Mary non era tua, era mia.
L.: - Qui ti sbagli. Mary era anche mia.
S.: - No! Sono io suo padre!
L.: - Suo padre? Ma fammi il favore! Padre. Uno che uccide così. Sciacquati la bocca, va’.
S.: - Insomma, non sarò stato un buon genitore, lo so, ma io l’ho generata, e io decido cosa dire e cosa non dire di lei.
L.: - Eh sì, me ne hai dette di cose. Mi avevi detto che era bella. Me l’hai fatta vedere, ed avevi ragione. L’ho vista davvero, grazie a te. Sei stato bravo.
S.: - E allora… fidati di me! Era mia, e di nessun altro, chi la conosceva meglio di me.
L.: - Questo non lo puoi dire. Sei un genitore, l’hai detto tu. Che ti piaccia o no, una volta che l’hai fatta vivere, devi accettare che tua figlia sia di tutti e di nessuno, che la adottino o che la odino o che la amino, tutti. E quei tutti tu li devi rispettare. Non li puoi lasciare così, senza spiegazioni, orfani di lei. Non la puoi uccidere come e quando ti pare.
S.: - Faccio come credo… questo è il mio potere, no? Patria potestas.
L.: - Ah, rieccolo il latino.
S.: - Allora parlerò in italiano: se ti dico che è morta, è morta.
L.: - No. Non funziona così.
S.: - E dimmelo tu come funziona!
L.: - Non puoi impedirmi di affezionarmi a Mary, di sentire cosa aveva dentro. E, soprattutto, non puoi impedirmi di farti tutte le domande che voglio, quando voglio. Ecco cosa.
S.: - Ma allora… fai tutto da solo, io non conto niente?
L.: - Non quanto credi, caro. Non più.
S.: - Così sei tu che mi uccidi, ora.
L.: - Pensaci meglio, la prossima volta. La prossima volta che scrivi un racconto.

occhi aperti

Ciao a tutti

La lezione del Giusti venerdì è stata veramente efficace, il nostro prof. mi sembra un capofficina della parola, sovrintende a tutte le fasi per la costruzione della buona Scrittura. Spero lo prenda come un complimento visto che Carver era definito un artigiano della parola.

Prendete il mio caso ha scelto una pag. del mio racconto per dimostrami che il lettore poteva, dopo le prime pagine, rimanere deluso pensando che trattasse solo di una serata di biliardino al bar mentre invece è un noir con sordidi personaggi, uomini e famiglie rovinate e un efferato omicidio.

Come dire niente è per caso quando si scrive soprattutto per noi che “per caso” scriviamo.

Ringrazio Pierluigi per il suo intervento e per avermi rinnovato la sua stima e chiedo scusa ad Alessandra perché almeno un due occasioni ho banfato a cavolo sulla poesia e sui poeti.

Di seguito trovate un piccolo racconto, niente spari, sangue ecc, vuol essere un tentativo di scrivere in punta di penna.

p.s quanto sotto andrà sopra al blog di ben cotti. Potete dire anche chissenefrega.


occhi aperti

Drrrrrrrrrr, drrrrrrrrrrrrrr

Franco mise una mano fuori dal piumone e raggiunse la sveglia.

Mentre si metteva i calzini guardò sua moglie. Russava leggermente girata si spalle.

Emise un sospiro raggiunse la sedia e finì di vestirsi. Aveva il giramento.

Al bar in piazza solita sfoglia di riso e solito caffè. Neanche una parola.

La barista nel porgergli il resto si aggiustò il colletto della camicia e gli sorrise.

Raggiunse la stazione a piedi, come sempre, davanti alla vetrina del fruttivendolo tentò di sistemarsi la cravatta.

Il treno era mezzo vuoto, troppo presto per gli studenti, si accomodò nel primo posto libero.

Davanti a lui un uomo e una donna di mezza età davano il peggio di loro, li riconobbe, quel giochino andava avanti da anni. Lui cercava in ogni modo di essere simpatico e lei di essere più giovane di quanto fosse. Entrambi gli sforzi li rendevano patetici.

Qualche posto più in là un ragazzo con l’mp3 ficcato negli orecchi se ne sbatteva del resto.

Doveva procurarsi al più presto uno di quegli aggeggi.

Comunque non era il caso di cambiare posto, il treno stava per arrivare.

Con in mano il quotidiano gratuito raggiunse l’ufficio. Era presto e ancora non c’era quasi nessuno. Gli piaceva arrivare a quell’ora, abituarsi lentamente al rumore delle cose e delle persone.

Aprì il computer e controllò la mail. Era ancora lì. Credeva di averla cancellata ma si era sbagliato. La mail con la quale il dirigente gli aveva negato di prendersi quei giorni di vacanza, motivo per cui sua moglie e lui non si erano svegliati nell’hotel quella mattina.

Franco rilesse il contenuto formale e freddo in chiave ironica. Caro geometra, nonostante il suo carattere di merda lei è l’unico che ci capisca qualcosa di progettazione per complessi residenziali, mentre io non ci capisco una mazza visto che qui mi ci hanno messo per tutt’altri meriti, e dato che domani abbiamo la riunione con la dirigenza, oggi dovrà relazionarmi e domani farmi compagnia, rimanderà il suo bel viaggetto. Non le nego che questo mi dia una grande soddisfazione.

Franco sorrise della sua versione.

C’era un’altra mail, quella mattina alle 9.30 sarebbe stato messo in atto la prova di evacuazione, i dipendenti dovevano svolgere la loro attività fino a che non avessero sentito l’allarme antincendio quindi si sarebbero diretti con sollecitudine, ma senza panico, verso l’uscita. Evitando l’ascensore e raggiungendo il parcheggio servendosi delle scale.

Alla 09.28 Franco andò in archivio. Dopo poco udì l’allarme, lo scalpiccio e le risatine dei colleghi che evacuavano. Poi quando fu sicuro che tutto fosse tranquillo tornò nella sua stanza.

Accese una sigaretta, mise i piedi sulla scrivania e si mise a scarabocchiare un foglio bianco, poi lo appallottolò finendo per fare canestro nel cestino della carta. Ci sarebbe voluto almeno una buona mezz’ora, forse un’ora. Lo stabile aveva otto piani, si trattava di salvare almeno 400 persone.

La sigaretta era finita così Franco si mise a spippolare in rete. Udì dalla stanza accanto dei rumori, ritrasse i piedi e si mise in orecchi. Non c’era alcun dubbio, qualcuno aveva fatto come lui.

Si alzò per complimentarsi con chi aveva avuto la sua stessa idea.

La porta dell’ufficio accanto era accostata, prima di entrare sbirciò dall’apertura, il dirigente si stava baciando il capo della sicurezza, quest’ultimo era di spalle rispetto a Franco. Fu un istante, il dirigente aprì gli occhi e vide Franco. I sopraccigli si alzarono a dismisura, Franco allargò le braccia, poi si mise l’indice sulla bocca. Un secondo dopo era di nuovo nella sua stanza.

La massa d’impiegati trascorsa la ricreazione tornava in ufficio. Franco li incontrò per le scale. Il dirigente scaricando la posta avrebbe trovato la mail di Franco. “una settimana di ferie a partire da oggi”.