martedì 12 ottobre 2010

Un racconto per il corso: Nel giardino tra i guard rail

Vi propongo questo racconto: "Nel giardino tra i guard rail". Il documento word si può scaricare qui: http://bencotto.files.wordpress.com/2010/10/brazil.doc

Questo è l'inizio:

Sedici ore di viaggio e film ingoiati interi. Classe economica. Non gli era rimasto quasi nulla. Ripensò alla serie di falli d'oro, che riposavano nella sala registrazione. Svettavano.

Atterrato. Spiegò le pieghe del corpo, in coda alla dogana brasiliana, incastrato in un gruppo di russi minacciosi e apparentemente privi di tutto. L’agente ai visti, quasi cortese – giovane, carina. Guardando meglio, qui tutti gli agenti sono ragazzini.

Schiera di tassisti con cartelli, per il pianeta gassoso di San Paolo Brazil. A misura d'uomo impazzito.

Questi alcuni link a materiali che mi hanno ispirato:
http://www.wallpaper.com/video/travel/city-short-so-paulo/207544211001
http://www.favelapainting.com/
http://literal.terra.com.br/rubem_fonseca/nasruas/nasruas.shtml?nasruas

Saluti,

Pietro Polsinelli

Primo capitolo del romanzo "Ombra tra due fuochi" di Sauro Bartolozzi

SAURO BARTOLOZZI

Dal Romanzo OMBRA TRA DUE FUOCHI


Capitolo primo


"Quel sabato, al primo calare delle tenebre, mentre attraversava l’androne semibuio del pianterreno, dalla feritoia della torre le arrivò il movimento sonoro intonato al suo stato d’animo. Per salutare la fine dell’ estate, nel vicino paese di San Bavello, il comitato delle feste aveva organizzato una notte di baldoria: ballo, musica in piazza, vino e tortelli. Già dal pomeriggio, passeggiando solitaria tra le querce e i castagni, Eleonora aveva trovato nel cinguettio dei fringuelli e nelle luminescenze del bosco l’ antidoto provvisorio alla malinconia. Un presagio l’ aveva colpita alla vista della vecchia cascina, ma subito si era difesa lasciandosi ammaliare dalle promesse del tramonto. Ora, svagata e leggera, risaliva il consunto scalone indirizzando precisi passetti verso l’ ala nord del castello dove accanto al torrione si era ritagliato un rifugio. Desiderava godere da sola il brillio della festa. Al piano nobile, sotto il frontone di pietra, strinse gli occhi per non vedere la ragnatela di cretti sul bassorilievo. Rapida, si lasciò alle spalle la doppia fila di arazzi sfrangiati. Tuttavia, giunta agli stemmi dorati, fu costretta a trattenere il respiro per l’ odore di rancido che filtrava nel corridoio. Confinata nella stanza di fronte vegetava sua madre. Fu tentata di passare oltre per non scalfire il buonumore. Forse per abitudine, o forse immaginando che non sarebbe stata tranquilla, accomodò il sorriso. Strinse la maniglia disponendosi a compiere il sacrificio serale.
La contessa Maria Gloria Del Colletto era sveglia. Rigida come un baccalà sporgeva scomposta. Legata col busto allo schienale della sedia a rotelle, aveva abbandonato il decoro del suo lignaggio. Sbavava mugolando e puntava le dita rattrappite al soffitto. Rimasta inferma a causa di un ictus, sopravviveva con l’aiuto di una giovane donna straniera che, all’ aprirsi della porta, spense il cellulare e lo nascose nella tasca della vestaglia.
- Stasera non vuole mettersi a letto, spiegò Anila
La ragazza era di origine albanese.
Eleonora avanzò accomodante. Finse di interessarsi soltanto ai lamenti della madre immaginando perfettamente con chi la badante fosse a colloquio. Anila si vedeva con un giovane di origine marocchina. Quasi ogni sera, dopo aver dato all’ inferma le gocce per aiutarla a dormire, spente le luci, lo faceva salire nella camera attigua. Lei aveva intravisto il giovanotto, scuro di pelle, uscire con passo felino dalla porta sul parco, più volte alle sei del mattino. Era rimasta indecisa se farlo presente al guardiacaccia. Per adesso preferiva sorvegliare e chiudere un occhio Una mosca cominciò a volare dal lampadario alla vetrata, le fece tornare in mente il brusio delle stanze nell’ infanzia lontana. Soprappensiero accarezzò la chioma materna. La contessa non capì la natura del gesto. Ebbe un sussulto e si liberò di un catarro. Eleonora indietreggiò imbarazzata. Ricompose il sorriso e dette la buonanotte, contenta di tornare nel corridoio. Fece quasi di corsa l’ androne che immetteva al ballatoio, passò la strettoia del tramezzo e, dopo aver inciampato nello scalino della porta chiodata, entrò nel rifugio
Lo stanzone squadrato, requisito dagli alleati nei giorni del passaggio del fronte, aveva il soffitto affrescato. Era una scena rupestre poco in linea con il tipo di mobili che si era scelta. Una fanciulla rosea e celeste precipitava da un dirupo atterrando tra le braccia di un fauno molto peloso. Lei aveva voluto arredare questo spazio in maniera spartana: letto basso, libreria laccata, portatile ed altri oggetti acquistati in un negozio di modernariato. Non che la sistemazione fosse agevole, tuttavia qui non sentiva il declino degli anni e del ceto. Qui incontrava il guardiacaccia.
Senza aver bisogno di fare luce, si orientò al chiarore che entrava dalla finestra. Nel semibuio scansò mobili e suppellettili vedendosi passare nella specchiera. Da un cassetto tirò fuori un copri spalle leggero e si affacciò al luccichio della festa.
La luna piena era ancora bassa. Di colpo le arrivò un rintocco dal santuario. Anche la valle ebbe un movimento leggero prima di calmarsi nel debole lume. Eleonora allungò lo sguardo verso la pendice del monte, individuò le chiome dei castagni sparse per la Selva. In basso, abituandosi al buio, cominciò a distinguere il tremito delle vigne da quello degli olivi. Nonostante lo strombettare della banda, le giunse il concertino dei grilli.
La distrasse il rumore di un mezzo che saliva. La strada piena di curve costeggiava un lato del castello. L’auto passò veloce e la fece tornare all’ assurda scena del promotore finanziario. Quella mattina, senza esitare, si era presentato un tipo abbronzato che, nonostante il divieto, era entrato in cortile con una golf metallizzata, parcheggiandola a fianco del pozzo.
Lei, abituata alle buone maniere, aveva fatto buon viso facendolo accomodare nello studio. Lui, faccia di bronzo, quasi l’ aveva aggredita, incitandola a disinvestire il capitale che teneva alla posta.
- Mi creda, adesso che la borsa ha toccato il fondo, chi non è fesso si muove. Si compra a poco, aveva garantito.
Parlava come se conoscesse le sue finanze. Ogni tanto le faceva l’ occhiolino. Accalorato dalle sue stesse parole avrebbe voluto farle firmare un’ assicurazione sulla vita che, a suo dire, dava la certezza di fruttare molto. Ma lei, sconcertata da quei modi, e spaventata dalla crisi dei mercati, era stata risoluta.
- Per quest’anno ho già perso abbastanza, non mi fido più dei vostri investimenti, gli aveva risposto.
Accostandosi alla porta lo aveva liquidato.
- Non ho figli, né nipoti, né altri parenti. In questo momento non mi va di pensare al futuro.
Il tipo aveva incassato senza curarsi di nascondere il disappunto. Si era sgonfiato e aveva spento la bocca. Risistemando la valigetta gli era scappata una bestemmia, se n’era andato senza chiedere scusa.
Intenerita dalla calma notturna, adesso, lei provava pena per la rozza arroganza dello sconosciuto che si era molto ingegnato per strapparle una firma. Tra l’ altro le aveva confidato di lavorare per una finanziaria vicina al governo… Però, come sapeva dei soldi che teneva alla posta?
Una farfalla notturna la costrinse a ritrarsi. Pensosa si aggiustò lo scialle. Consigliata dal fattore, per quest’ anno, aveva deciso di risparmiare sulla manodopera, lo imponeva la situazione. Di sicuro il vino non sarebbe stato tutto venduto.
Sentì qualcosa avvicinarsi. La porta cominciò a cigolare, piano. Non si scompose perché conosceva quel modo di arrivare. Rimase alla finestra fingendo di essere intenta ad osservare i cipressi ed il fitto lampeggio delle lucciole..."

- Alt Bachir, mi fermò il professore. - Le lucciole fanno atmosfera ma a settembre è da un pezzo che hanno smesso di lampeggiare.
- E’ vero! Le lucciole ci sono col grano, dissi mortificato.
Allungai il quaderno sul tavolino di ferro.
Entrò in giardino la signora Emma, madre del professore.
- Lucciole o non lucciole, questo ragazzo deve fare merenda, è secco e allampanato come un uscio, disse.
Spinse davanti a me un bicchiere con del succo di frutta ed una fetta di pane traboccante di marmellata. Rivolta al figlio chiese: - Ne vuoi una anche tu?
Il professore fece cenno di no.
- Ti va la marmellata di more, Bachir? Il professore mi trattava sempre con cortesia e quando si rivolgeva a me addolciva la voce.
Volevo rispondere che a sedici anni non si è più dei bambini. Da un pezzo avevo smesso di fare merenda. Però mi comportai come se mia madre Fatna fosse presente.
- Grazie signora, dissi.
Presi a mordere la fetta lucida che era buona.
Il professore sorrise ed alzò gli occhi per farmi capire che con sua madre dovevo avere pazienza. Quella donna non dimostrava gli ottantacinque anni che portava. Sembrava una cavalletta ed era sempre in azione per tenere in ordine il giardino. Però aveva il volto pieno di rughe ed i capelli radi, forse se li tingeva.
- A parte le lucciole, mi sembra che l’inizio prometta bene, affermò il professore facendomi inorgoglire.
- Guarda di non mettergli tanti grilli per la testa!... Accidenti alle zanzare, quest’anno il sindaco non ha fatto ancora disinfettare le fogne... Ciaff… Intanto questa non morde più!
- Forse dovresti togliere il ristagno dai sottovasi, brontolò il professore. - Ad ogni modo è bene che Bachir coltivi i suoi sogni.
- Con queste trappola del computer, oggi s’ impara solo a sognare, invece ci vorrebbero anche dei contadini per la terra che il Signore ci ha dato.
A dire il vero discorsi simili li sentivo anche da Rachi, mio padre, tutte le volte che discuteva con mio fratello maggiore, Hamid. Dal giorno che aveva trovato un lavoro fisso, lui, si era abbonato ad internet e nel tempo libero non aiutava più in casa. Stava sempre al computer, quando non correva da Anila di cui era innamorato.
Finii di bere il succo.
- Vuoi una salvietta? mi domandò il professore.
A volte mi dava fastidio la sua premura. Senza rispondere mi pulii la bocca con il dorso della mano.
- Spesso non mi viene la giusta espressione, perdo tempo sul vocabolario. So di non essere padrone della lingua, dissi.
- Non farti nessuno scrupolo, vai avanti così. Del resto quale altra lingua conosci?
- Solo un po’ d’inglese, quello che ci insegnano a scuola.
- Ti assicuro che anche i miei studenti non erano capaci di scrivere senza strafalcioni.
- Accidenti a questo scrivere! bofonchiò la signora Emma che intanto si era messa i guanti e zappettava le fioriture in fondo al giardino.
- E’ bene che lui impari un mestiere. Hai visto che fine ha fatto il tuo libro di poesie? continuò ostile.
- Professore! esclamai ammirato. - Lei ha scritto un libro di poesie? E glielo hanno pubblicato?
- Macchè!... Se lo è pagato. Si e no, lo avranno letto in dieci… Oddio un rospo tra le begonie!
Il professore che di solito la ignorava, si alzò.
- Lascialo stare, mangia le zanzare! le urlò.
Poi abbassò la voce.
- Io ho smesso di sognare, ma probabilmente ho sbagliato. Tu hai già in mente lo sviluppo del tuo racconto?
- Per adesso ho solo il finale.
- Quello lo conosciamo tutti. Anzi bisognerà trovare un nome diverso al paese. Che ne diresti di Santa... qualche cosa? Soprattutto non puoi chiamare Eleonora col suo vero nome.
- Ma io scrivo perché mi diverte, scrivo per fare esercizio.
- Humm, ci metti troppo impegno. Tu sei ambizioso, Baschir
- Io non so nulla dei castelli italiani.
- Consulta internet, un castello originale lo puoi vedere anche da casa tua.
Il professore mi sfiorò la mano. Quello che diceva era vero, del resto lui mi capiva. Invece di andare agli allenamenti, io passavo molto tempo seduto al tavolino. L’ allenatore mi aveva messo fuori squadra e non m’ importava. Quello che mi dava soddisfazione era capire come usare le parole. Volevo diventare scrittore.
- Bachir, sei giovane. Ti senti in grado di raccontare la complessità del legame tra il guardiacaccia ed Eleonora?
- Come narrativa straniera quest’ anno ho portato L’amante di Lady Chatterley...
- L’ amante di Lady Chatterley?!
- Tanto la prof non interroga mai sui libri scelti da noi.
- Non parlo di John Thomas e di Lady Jane... A proposito, attento a non stuzzicare il prurito a chi eventualmente ti legga, non è elegante, ridacchiò.
- ... Non voglio stuzzicare nessuno, io.
- ... Sicuramente Duilio era riuscito a plagiare Eleonora... Tuttavia restano due personaggi al di fuori della nostra mentalità.
- Qualcosa ho in testa. Anch’ io un poco sono straniero.
- Questo può essere un vantaggio. Comunque, anche senza radici, ti sai muovere. Credi che ti verrebbe più naturale ambientare questa storia a Marrakech?
Volevo dirgli che mio padre Rachi trovava sconveniente la nostra amicizia, ma in quell’ istante uno strido lamentoso arrivò dalla strada.
- Emmaaa, non viene alla funzione, staseraa?
La risposta arrivò con un urlaccio che percosse il giardino intimando alla visitatrice di aspettare. La signora Emma gettò la zappa ed entrò in casa furiosa inveendo contro il prete che non aveva suonato le campane. Tornò subito fuori con la corona, gridando al figlio di andare a spengere il gas.
Il professore la seguì con lo sguardo.
- Vai avanti, Bachir. Le correzioni le faremo a storia finita, disse . Dal tono di voce compresi che mi voleva congedare.
Intanto il mio telefonino trillò. Fatna, mia madre urlava in arabo cose incomprensibili. Capii che Rachi mio padre era arrabbiato con me.
Salutai, presi il quaderno ed inforcai la bici.
Dopo le prime pedalate scorsi un tizio che non avevo mai visto prima in paese. Era vestito elegante e si guardava intorno. Il professore mise il capo fuori dal cancello e lui sgusciò in giardino.
A casa, mia madre stava tagliando zucche e peperoni in cucina. Mi fece cenno di non fiatare perché Rachi aveva disteso il tappeto per recitare la preghiera. Dalla stanzetta con il televisore, infatti, usciva una cantilena fervorosa. Non dissi nulla, anzi fui contento di poter salire in camera. Trovai mio fratello che si era fatto la doccia e se ne stava in mutande a guardare un sito porno.
- Fanculo, Bachir, vieni a rompere proprio mentre mi sto divertendo, disse.
- Fammi vedere, lo scongiurai.
- La fica non è per te.
- Fanculo, Hamid, fammi guardare.
Mi dette il cinque. - Non provarti ad entrare qua dentro quando non ci sono io!.
Giurai... - Però avrei bisogno di internet per una ricerca sui castelli, dissi.
- Si, i castelli!
Non era la prima volta che vedevo le donne nude. Però appena cominciai a immaginare di essere in mezzo a loro dovetti chiudermi in bagno.
- Lo dicevo io che è troppo per te... E’ troppo per tee..!. mi sfotteva Hamid mentre io smanettavo davanti allo specchio.
- Le seghe te le fai anche te, gli ricordai dopo.
- Me le facevo... corresse.
- Si lo so... Ora ti scopi Anila.
Mi guardò duro.
- Sciacquati la bocca prima di nominarla, disse. Si alzò e spense il computer.
- Scusa, non sapevo che ti offendevi.
- ... Certo, se continui a frequentare quel trippone, le donne non le avrai mai.
- Quel trippone è un professore. Mi aiuta gratis.
- Professore?! In cosa?
- Lo so quello che dicono di lui. Eppure giuro che con me sta al suo posto.
- Se quel grassone ci prova, il culo glielo faccio io, all’ istante!
Mi sentii fiero di avere un fratello così.
- Hamid… però, se puoi farmelo, da te vorrei un piacere.
- Ti serve un preservativo?
Non mi aspettavo questa premura.
- No, ci penso da me, risposi.
Hamid scoppiò a ridere.
- Se qui non avessero chiuso i casini, quando fai diciotto anni, ti ci portavo per regalo... Mi afferrò per le spalle e mi scaraventò sul letto.
Cominciammo a far volare i guanciali ed a tirarci pugni, per finta Per un attimo ce la feci a metterlo sotto, ma con un guizzo lui subito riebbe il sopravvento. Il tramestio fece accorrere nostra madre perché la preghiera di Rachi non era ancora terminata.
- Hamid, tu, qualche volta preghi?
- Ringrazio il cielo ogni volta che esco dal castello, rispose.
- Codesto non è pregare.
- Lo so, ma io sono ottimista. Credo che la misericordia ci sarà per tutti, mussulmani, cristiani, eccetera… Bachir, cosa volevi?
Respirai.
- Vorrei che tu convincessi Anila a frugare tra le carte della contessa. Mi piacerebbe conoscere qualche documento del suo passato, comunque ogni tipo d’ informazione che riguarda la loro storia mi va bene.
- Guarda che non è semplice, Anila mi ha detto di sentirsi spiata dalla nuova infermiera.
- Dai, Hamid...
- Glielo chiederò, promise. - Ma qui in paese non c’è una ragazza a cui potresti chiedere di uscire?
- Alzai le spalle.
Mi rasentò con un gancio per dirmi che ero un pivello, però mi stimava.
- Caso mai ti servissero, i preservativi sono in questo cassetto, disse. - Ti accorgerai che stare con una ragazza è meglio che scrivere.
Fatna ci chiamò per la cena.

Autotraduzione dal persiano di Nahid Norozi

(Un'autotraduzione dal persiano)
di Nahid Norozi



E’ appesa una cella sospesa
nel limite tremulo
dell’esistenza della pietra.

Una cella la cui unica finestra
ogni mattina
si apre al sorgere dilatato del manifestato
e ogni sera
si chiude al tramonto contratto dell’Amore.

Una cella il cui sussurro degli esiliati venti
all’amara infatuazione di luce
funge da silenzio mobile
sul letto del pesante sonno
dei fiumi del mondo.

Una cella la cui segreta e buia melodia
s’amalgama coll’indaco della flebile poesia
e la scintilla dell’imperituro spirito s’accende
col lampo dell’empito timore reverenziale della disperanza
cadendo sulla pietra focaia della spenta reminiscenza.

Una cella appesa
nel vuoto traboccante d’amore.






Vorrei inoltre farvi leggere le poesie della mia bambina, scritte all'età di 7 anni e mezzo:



La tua voce è un suono
sopra di me
un uccello che mi canta una canzone
la tua voce è una canzone
sotto di me
una lucertola che esplora il mondo.


*************


La mia casa è piena di dipinti magnifici
il sole splende
una bimba tranquilla va in bici
mentre una fragola si fa tagliare.


*************


Il mio sorriso è un respiro profondo e contento
mentre fuori dalla finestra
c'è la luna che aspetta tranquilla il sole.


************************


Il giallo è il sole che splende
il giallo è il mattino profondo
il giallo è il limone aspro
e la luce che splende.

venerdì 8 ottobre 2010

DUE SANTI - racconto di Manuela Palchetti

DUE SANTI



Ancora una volta avevo detto sì. Avevo detto sì e pensato no. Ma lei riusciva sempre a farmi capitolare, con le sue richieste improvvise che preannunciava abbassando la voce con tono greve ‘Senti, avrei da chiederti una cosa..’ e contemporaneamente assumendo un’espressione preoccupata e trasmettendomi un’ansia che mi stringeva la gola ogni volta. Forse avevo detto sì ancora prima delle altre volte, sollevata perché la richiesta non era la risoluzione di qualche quesito medico a cui seguiva la ricerca dell’ennesimo specialista adatto per una delle sue innumerevoli e ormai irreparabili malattie, ma un’ invito per una cena fuori, esteso a mio marito e mio figlio. Sicuramente avevo detto immediatamente di sì anche perché ero curiosa di vedere cosa faceva muovere questa donna di 83 anni che da tempo declinava inviti a cena a casa mia e non andava più neppure da suo fratello per Natale, perché ‘tanto oramai siamo vecchi e alla nostra età si sta bene solo a casa nostra’. Una cena con finalità benefiche, ovviamente, organizzata per finanziare le missioni di quel Sant’Uomo di Don Franco ma pur sempre una cena fuori, una cosa abbastanza allegra e insolita per una come lei.
Arrivata sul posto era facile rendersi subito conto che si trattava di una kermesse di larga portata. I posti a tavola erano più di 500 , in mezzo ai quali si muovevano i volontari che – mi spiegava lei – lavorano sempre gratis e riescono a trovare negozi disposti a rifornire di tutto a costo zero; la fama di Don Franco era molto estesa e tutte le domeniche mattina partivano numerosi autobus da Prato e da Firenze per portare i pellegrini a messa da lui, in quella parrocchia sull’appennino Tosco- Emiliano a cui era stato assegnato dopo aver lasciato Campi e dove si radunavano anche 1000 o più fedeli per volta. Sai- continuava- le sue benedizioni hanno qualcosa di speciale, qualcuno si sviene, lui riconosce quelli che hanno più bisogno, ha doti particolari - Esorcismi ? Mi morsi la lingua . Non volevo fare polemica su un argomento che con lei non si poteva trattare. Lo avevo capito tanti anni fa, quando ancora quattordicenne avevo annunciato che non sarei più andata a messa perché mi sembrava una perdita di tempo e lei per due mesi aveva smesso di parlarmi. Ma prima c’erano stati lunghi pomeriggi della mia infanzia alla scuola di ricamo delle suore, i rosari con la nonna che non finivano mai, la rabbia per i fioretti e le buone azioni che non volevo fare. Mentre recitavo la parte della brava figlia, sorridevo alle due amiche che lei mi presentava "quelle che vengono sempre con me quando andiamo la domenica da Don Franco", osservavo intorno a me famiglie piene di allegria, gente che rideva e scherzava e provavo una punta di invidia e nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere e non era stato, ricordando come in casa nostra non avevamo mai potuto fare battute che coinvolgevano religiosi, né raccontare barzellette su Dio perché ‘sulla religione non si scherza’ e in generale tutto quello che era divertente veniva catalogato con un lapidario ‘stupidaggini’: a mia madre solo la sofferenza interessava perché ‘ci avvicina a Dio’ oppure se riguardava gli altri era una possibilità di redenzione, rendendosi utili e guadagnandosi il paradiso o giù di lì. Ma io non ero portata per il martirio e la sofferenza quando possibile preferivo evitarla; e anche quella sera ero arrivata ben decisa a non perdere il sorriso. Però avevo lasciato gli occhiali in auto e il mio astigmatismo mi impediva di mettere bene a fuoco tutto, mentre la mia curiosità aumentava : ‘Cos’è quel libro che distribuiscono all’ingresso?’ – ‘Ecco guarda’ e lei mi porgeva una specie di spesso catalogo con foto a colori in cui si vedeva Don Franco in mezzo a famiglie africane, o accanto a dei bimbi indiani, insomma nei quattro angoli del mondo assieme a moltitudini di persone. "Deve essergli costato un’occhio e ora lo distribuisce gratis, strano" pensai a voce alta, non sempre riuscivo a trattenermi. "Certo, ha dovuto farlo per dimostrare tutte le opere di bene portate a termine: gente invidiosa lo aveva accusato di aver intascato soldi per sé, e lo hanno anche trascinato in tribunale, pensa un po’!" Ancora una volta capii che era meglio tacere. Osservare e non farsi troppe domande, che tanto non avrei trovato certo risposte lì.E allora sedersi a tavola, apprezzare il cibo, ascoltare le persone che salivano sul palco a parlare della grande lotteria che si sarebbe tenuta di lì a poco (i volontari tra i tavoli stavano già vendendo i biglietti). Solo mio figlio era ancora capace di entusiasmarsi per certi giochi a premi e di buon grado acquistavo la mia dose di biglietti. In attesa dell’estrazione, e in attesa del dessert, si proiettavano delle diapositive sulla scuola nell’India del Sud che sarebbe stata ristrutturata con i proventi di quella cena. Senza occhiali riuscivo a cogliere quel tanto che mi bastava per immaginarmi la natura rigogliosa e un destino avaro con quei bambini che apparivano felici di stringere tra le mani penne e quaderni in quella che era molto distante, non solo geograficamente, da una scuola delle nostre città. E mentre le immagini scorrevano un brusio che diventava sempre più insistente percorse tutta la sala. ‘Eccoli – Sono loro – Attenzione stanno arrivando’ Anche gli altoparlanti annunciavano il loro arrivo. Ma di chi? Voltandomi verso l’ingresso riuscivo a vedere una coppia che stava entrando e man mano che loro si muovevano la gente si alzava, alcuni si avvicinavano, altri tiravano fuori i cellulari per fotografarli. Non riuscivo a metterli a fuoco ma la mia mente viaggiava. Immaginavo che provenissero da quella comunità indiana e che fossero sicuramente molto popolari tra la ‘gente di Don Franco’ visto il rumore e l’entusiasmo che accompagnava ogni loro passo. Erano giovani, sembravano belli, lei piccola e vestita con abiti sgargianti, forse un sari rosa fucsia e rosso (mi sembrava un po’ corto però) i capelli raccolti, occhi truccati di scuro, lui con jeans e camicia bianca, pelle scura e una barba stile Kabir Bedi di ‘Sandokan’..sì sembravano proprio due divinità indiane, balzate giù da quei templi delle diapositive e scesi nel nostro mondo occidentale. E mentre salivano sul palco era lui a prendere il microfono ‘Sono venuto qui per Franco! Ho passato tante domeniche da lui e lo penso spesso, così appena siamo tornati dalle vacanze e ho saputo di questa cena ci siamo precipitati qui, non potevamo assolutamente mancare’ diceva in un italiano perfetto, quasi con accento romano. Anche il Sant’Uomo si avvicinava a loro e li abbracciava (a me sembrava che abbracciasse lei con particolare insistenza, ma forse era solo la mia vena anticlericale che diceva la sua) . In quel momento avevo deciso che la mia curiosità valeva una corsa al parcheggio a recuperare gli occhiali. Ma al mio rientro i due erano sempre più presi d’assalto dalla gente. Le diapositive ormai spente, più a nessuno interessavano. Domandavo a madre e alle sue amiche notizie dei due misteriosi ospiti, ma mi rispondevano scuotendo la testa. L’unica cosa che i miei occhiali mi svelavano era che non erano affatto indiani, i loro tratti somatici erano tipicamente italiani, ben abbronzati di ritorno da vacanze esotiche, belli, appariscenti e venerati da questa gente come divinità. Dalle parti più remote della sala altre persone arrivavano in pellegrinaggio per venire a vederli da vicino, alcuni arrivavano a toccarli. A lei mettevano in braccio i bimbi piccoli, forse – mi domandavo- avrà avuto qualche potere di guarigione in cui questa gente credeva.
Senti, scusa – fermavo un ragazzo che avrà avuto sì e no diciotto anni- ma tu sai chi sono?’ – avrei voluto non avere gli occhiali per non vedere lo sguardo di disprezzo che lui mi consegnava per tanta ignoranza ‘ Certo che lo so. Sono John e Concetta!!!’
‘Sì ma scusa ancora.. – lo trattenevo mentre si avviava verso i due idoli – John e Concetta chi?’ E lo sguardo di disprezzo si era trasformato nello sguardo che si può avere trovandosi davanti a qualcuno proveniente da un altro pianeta – John e Concetta del Grande Fratello’
Anche Don Franco adesso era in disparte. Erano loro gli unici al centro dell’attenzione, come due Santi .
"Mi raccomando" - John aveva ripreso il microfono – "non perdetevi il programma che condurrò ad aprile su Canale 7 il mercoledì sera"

TURISTI - Racconto di Manuela Palchetti

TURISTI



- Sono liberi questi due posti?
- Certo, sedetevi pure. Anzi se Lei preferisce stare qui, più vicina al mare, Le cedo volentieri il mio posto, così apprezzerà di più il pranzo. Noi italiani abbiamo ben presente il rispetto per le signore!
- Grazie molto gentile ! Toscani anche voi?
- Sì io di Firenze, San Frediano per la precisione. Il giovane accanto a me invece è di Ferrara.
- Io e il mio fidanzato siamo qui per la prima volta, siamo arrivati ieri sera. Il mare sembra fantastico, la natura rigogliosa… il resto com’è?
(sorrisi sornioni, complici, tra i due uomini)
- Eh Eh..oltre al mare e alla natura qui c’è molto, molto di più
- Conoscete bene Koh Samui? Siete già venuti altre volte qui in Thailandia?
-Si figuri che io vengo qui ogni anno da 10 anni
- Io invece è la prima volta. C’è un gruppo di conoscenti di Ferrara che da anni viene qui. Mi è piaciuto molto quello che raccontavano di questo posto, così sono partito da solo ed eccomi qua.
- Io ogni volta sono venuto qui da solo! La famiglia la lascio a casa. Ho 53 anni e da quando ne avevo 18 lavoro al mercato centrale. Pensi, ogni mattina che Dio mette in terra mi alzo alle 5 e sto a spaccarmi la schiena tutto il giorno anche per loro. Avrò diritto pure a divertirmi due settimane all’anno! Signorina per rispetto a Lei non scendo in particolari, ma se il suo fidanzato fosse solo ne avrei di cose da raccontargli…di suggerimenti da dargli…mi capisce..
- Scusate se interrompo, cosa desiderate per pranzo?
- Prego, prima Lei signorina. Io Le consiglio riso all’ananas. Non è certo uno dei nostri risotti ma è decente
- Io calamari fritti
- Io riso all’ananas
- Anche io.
- Pure io. Ehi giovane! Portali veloce. Rapido, ok? Capito?
- Si, prego.
- Qui sembrano tutti gentili ma poi cercano sempre di fregarti! Bisogna stare attenti. L’altra sera dopo la discoteca sono andato con una ragazza. Dovevate vedere che faccino pulito e che sorriso da bambina: ma mentre mi rivestivo ho notato che sul comodino non c’era più il mio orologio!
Lei stava cercando di sgattaiolare via, ma io l’ho agguantata per un braccio e l’ho scrollata per bene, le ho tirato uno schiaffo e lei si è messa a piangere, ma io non l’ho mollata finchè l’orologio non è saltato fuori. Capito? Avrà avuto al massimo 14 anni e voleva fregare me che ne ho 40 più di lei!
- 14 anni? Ma…è una bambina!!!
- Eh signorina non bisogna farsi commuovere anche se noi italiani siamo di animo gentile: Qui si ‘svegliano’ presto, a 12 anni sono già donne e non aspettano altro che gli stranieri per racimolare un po’ di soldi; se possono cercano anche si spremerli come limoni. Se uno non sta attento gli sparisce il portafogli in men che non si dica. Io ormai in 10 anni ho imparato come si fa a divertirsi senza rimetterci le penne. Quando ho conosciuto Andrea la scorsa settimana gli ho dato io tutte le informazioni necessarie, vero Andrea?
-Mi ha istruito per bene. A me le donne non mancano neppure in Italia: uno come me, passabile scapolo 30 enne, ce ne sono che vorrebbero accalappiarlo. Ma qui è tutta un’altra cosa: niente bisogno di complicati corteggiamenti, niente estenuanti conversazioni, niente tira e molla né capricci. Qui ti fan sentire Signore, Padrone e anche un po’ benefattore.
- Certo! Altro che un po’ benefattore! Con i soldi che guadagnano con noi in due settimane mantengono anche i genitori e i fratelli per mesi! Eh, se non ci fossimo noi, specialmente noi Italiani così generosi e non attenti agli spiccioli, come farebbero a campare?
- Ma…14 anni…potrebbero essere le sue figlie…
- Mie figlie? Mia cara signorina ma cosa crede? La mia figliola più piccola ha 15 anni e so bene come si tira su una ragazzina a modo. Studio, tanto studio, niente motorini né discoteche; uscite con le amiche solo di pomeriggio. E se qualche ragazzo ronza intorno ci penso io a controllare! Non voglio mica che frequenti cattive compagnie, ragazzacci o sciacquine. Ci pensiamo io e sua madre a tirarla su per bene, siamo gente di sani principi. Le regole morali sono ferree a casa mia!
- A casa sua…eh eh eh!
- Andrea c’è poco da ridere. Che ne sai tu cosa vuol dire avere una famiglia!
- Ecco vostro pranzo! Ecco il conto
- Non ho fame. Paghiamo subito ma…devo scappare. Oddio…
- Manu sei sbiancata…vengo con te. Stai bene?
- Andrea ma che avevano quei due? Lui non ha scambiato una parola con noi. Quella lì poi, avrà avuto vent’anni o poco più e sembrava quasi volesse dare lezioni a me sull’educazione dei figli…mah…meno male che rispetto le donne se no gliene avrei dette quattro. E poi, non hanno nemmeno salutato. Bella educazione. Caro Andrea, non tutti gli italiani sono come noi.
- Boh.. hanno lasciato due porzioni di riso intatte e già pagate!
- Dai Andrea che ce le mangiamo noi, così imparano la prossima volta la buona educazione!

RIVINCITA - Racconto di Manuela Palchetti

RIVINCITA



Lei lo sapeva. Loro due insieme. Lui con P. Ma non chiedeva niente quando lui tornava da lei, la sera, a casa. Aspettava. A volte qualcosa trapelava. Lui era cambiato. Aveva rabbia che affiorava, anche contro di lei. Talvolta le raccontava qualcosa, e anche se lei sapeva che non poteva domandare niente, le apparivano attraverso le parole di lui, rarefatte, alcuni sprazzi di quei momenti che loro passavano insieme, in cui lei non c’era.
P. con lui. Loro due soli in una stanza. Ma non era solo quello che la faceva inquietare. Era il fatto che lui raccontava tutto a quella donna, incluse cose che lei, lei che lo conosceva da più di venti anni, non avrebbe saputo mai, cose che a lei non aveva mai detto. Si immaginava P. che ascoltava e giudicava, esprimeva pareri o emetteva sentenze su cose che lei non aveva vissuto, dava consigli, lo indirizzava. Lui in quei momenti si apriva totalmente e si fidava di P. così come forse non aveva mai fatto con lei in tanti anni di convivenza. La pungeva il pensiero che lui non si era mai fidato di lei fino in fondo da aprirsi completamente, da mostrarsi per intero come era, e questo non l’aveva fatta sentire amata come lei avrebbe desiderato, questo era stato per lei il vero tradimento, insieme alle sue distrazioni, ai suoi mancati ascolti. Nonostante tanti anni di convivenza, una famiglia costruita insieme,l’amore, le risate, i pianti, le emozioni condivise; tanto e tanto altro, ancora, di tutto. Lei, ora come non mai, si poneva mille domande.
Ma lei non poteva dire niente. Solo aspettare, eventualmente ascoltare, accoglierlo. Lui con P. ancora una e molte altre volte. Soli in quella stanza, a cui lei non avrebbe mai avuto accesso se non nella fantasia. Fantasie in cui immaginava di entrare spalancando quella porta su una realtà nuova, su un uomo che non conosceva ancora davvero fino in fondo.
Ma quello che veramente non sopportava era che loro parlassero di lei, anche di lei. Ne era consapevole. Sicuramente lui le aveva raccontato qualcosa, poco o molto, dipingendole i suoi difetti, facendosi compiangere come vittima; sicuramente. P. l’avrebbe criticata, usando quegli schemi che applicava abitualmente. Lo avrebbe ascoltato parlare di lei come di tante altre cose del suo passato che dovevano cambiare, come qualcosa di sbagliato, legato alle dolorose esperienze lasciate alle spalle.
Ma cosa sapeva davvero P. di lei? Non sapeva P. e nemmeno lui di tutti gli uomini che l’avevano desiderata, di quelli che l’avevano avuta facendola sentire una Dea, mettendola al centro delle loro emozioni, mentre lui distratto perso dentro al suo ego non si accorgeva di quello che accadeva alla propria compagna, paziente ma a volte anche stanca di lui, stanca di essere data per scontata.
Cosa credeva P.? Lei era stufa!! Stufa di essere ‘buona e comprensiva’ e stufa di venire comunque giudicata cattiva, sbagliata (la moglie/madre, quella che fa i giochi di potere, la donna algida e fredda, quella che a volte si isola e via dicendo). Chi ha detto che doveva essere perfetta? Che non poteva fare sbagli? Perché non poteva semplicemente essere amata e accettata per quella che era?
Adesso lei sarebbe stata davvero cattiva e si sarebbe presa la sua rivincita.
Avrebbe scritto di P. e scritto tutto quello che le passava per la testa di lei, di quella P. che era appena uscita da un matrimonio fallito, che riversava il suo egocentrismo in quella stanza, quella P. che non aveva figli e parlava con leggerezza di famiglie che si possono disfare. Che ne sapeva quella P. brutta, grassa e presuntuosa (non l’aveva mai vista ma l’avrebbe sfregiata descrivendola così, come lei voleva immaginarla). La P. che poco professionalmente raccontava anche storie dei suoi clienti e i propri fatti personali, per appagare il proprio narcisismo, in un luogo in cui non era corretto farlo.
Forse un giorno lei se ne sarebbe andata. Tornando a casa lui avrebbe trovato solo un biglietto con scritto ‘Addio’. Lui avrebbe subito raccontato anche questo, con smarrimento o forse con sollievo, alla sua Psicologa.
Ma a suo moglie di questo non sarebbe importato più.

ALEX - racconto di Manuela Palchetti

ALEX




- Inventami, dai, inventami!..Cioè... Scrivi di me, fammi diventare un personaggio delle tue storie! Ti prego!!
- Uffa Alex, ancora con questa storia! Oramai dovresti averlo capito che non ho più voglia di scrivere. E poi per quello che valevano le mie storie. Neanche fossi Camilleri!
- Ma che dici? Sempre lì a sminuirti, a commiserarti, a gettar fango su quello che fai. Due libri pubblicati e files sul computer pieni di racconti ti sembrano niente? Fin da bambino hai saputo inventare storie fantastiche . Mi ha sempre affascinato il modo in cui iniziavi a costruire i racconti. I personaggi che prendevano forma nella tua testa, e tu prima di costruire una storia attorno a loro iniziavi sempre con una specie di ‘carta d’identità’ del personaggio, quasi un rito propiziatorio a cui seguiva inevitabilmente un fiume di parole inarrestabile che scaturiva dalla tua mente. Suvvia Carlo, hai soltanto 44 anni, troppo presto per dire ‘oramai’. C’è gente che ha iniziato a scrivere molto più tardi con risultati brillanti.
- Appunto. Io invece ho cominciato presto con risultati scarsi. E’ ora di smetterla. I due libri pubblicati mi sono costati 4 stipendi di duro lavoro in banca e hanno avuto appena 1 recensione decente e vendite quasi inesistenti. Era meglio se quei soldi li avevo spesi per cambiare l’auto. Insomma l’hai capito o no che io non sono uno scrittore, sono un ragioniere, ed è inutile cullarsi in sogni, meglio restare con i piedi per terra e dedicarsi a cose concrete anziché sprecare tempo in fantasticherie. I racconti resteranno ancora nei files del computer e il mio non divulgarli non causerà sofferenze indicibili all’umanità.
- Sprecare tempo? Ma sei scemo? Ti sei dimenticato la sensazione di esaltazione, la magia di far scomparire il tempo mentre scrivi? E che mi dici della felicità provata quando hai tenuto in mano quei due libri per la prima volta? Io me lo ricordo, non puoi negarlo, avevi la faccia di beatitudine incredula che ha un padre quando gli mettono in braccio i suoi figli appena nati. Le vendite non contano per te, lo sai. Conta la gioia di poter creare qualcosa, di lasciar esprimere il vero Carlo (mettendo a tacere il meticoloso ragioniere), conta l’emozione di condividere le tue parole scritte. Vorresti forse farmi credere che hai dimenticato il senso di appartenenza nel riconoscersi nelle persone che hai incontrato grazie alla scrittura? Hai detto una volta che con alcuni di loro ti sentivi a casa, come con una vera famiglia.
- Si, ma adesso quel tempo è finito. Alex perché non mi lasci in pace? Invece di assillarmi faresti bene ad uscire a cercarti una ragazza così rompi le scatole un po’ a lei ed io sto tranquillo. Con quell’aria da predicatore / grillo parlante che hai stasera ti vedrei bene con un personaggio delle favole tipo Campanellino, fatina tutta aerea e svolazzante…
- Bell’amico sei. Campanellino, eh? Infatti sono qui con te Ragionier Carlo Trilli. Ti dice niente questo?
- Ehi ehi…calmo.. non ti farai mica venire strane idee? Lo sai che a me piacciono le ragazze.
- Usa pure il condizionale. Ti piacerebbero le ragazze. Perché da quando quella Miss Mondo, Miss Intelligenza, Miss Tutto, signorina Loredana, tua storica e altezzosa fidanzata ti ha mollato arcistufa due anni fa, di ragazze nella tua vita nemmeno l’ombra. Non sarebbe l’ora di darsi una mossa? Negli ultimi tempi che stava con te diceva in giro che eri una noia mortale, strutturato come un’orologio, programmavi tutto, dal calcetto con gli amici ogni mercoledì, al pranzo dai tuoi ogni domenica, dalla pizza del sabato sera e sempre le solite conversazioni…alle amiche diceva che anche a letto facevi il ragioniere , nel senso che non ti ‘sdavi’..
-Ora basta hai proprio rotto! Vorrei spiaccicarti al muro come Pinocchio col Grillo Parlante!
- Ingrato è l’aggettivo più adatto a te. Dimentichi che ti conosco da 40 anni e le cose più significative, più entusiasmanti, più intriganti della tua vita le hai realizzate seguendo i miei consigli!!
- Come no! Se avessi seguito al 100% i tuoi consigli a quest’ora non avrei niente di concreto nella vita, vivrei d’arte e dormirei le notti sotto i ponti in giro per il mondo, passando le giornate a importunare turisti nelle metropolitane, se non avessi ancora fatto qualche fine peggiore…!! Ora caro Alex per favore piantala con le tue dabbenaggini da narcisista petulante e lasciami guardare in pace Bruno Vespa.
- Già Bruno Vespa, il tuo programma preferito. Bleah…..!!! Tornando alle cose importanti vuoi un elenco di tutto quello che sei riuscito a fare grazie a me? Tanto per citarti alcuni episodi : gli scherzi alle maestre che non credevano che quel secchione del Trilli tanto bravo in matematica riuscisse a ideare quei marchingegni diabolici per farle cadere. Cercavano sempre di dare la colpa al tuo compagno di banco. Poverette. Fu lì che cominciasti a capire il senso della parola ‘divertimento sfrenato’ fino ad allora sconosciuta per te.
- Ero ancora un bambino.
- E che mi dici delle prime vacanze fuori dai circuiti organizzati, sacco a pelo, zaino in spalla e via, in giro tra Belize, Messico e Guatemala? Pochi soldi nelle tasche, grande senso di libertà, tesori di civiltà antiche che si mostravano ai tuoi occhi, quelle notti a Cozumel sotto stelle che si moltiplicavano a vista d’occhio, la disinvoltura che quei giorni lievi e intensi ti regalavano…avrai mica scordato tutto questo?
- No, ma era tanto tempo fa, Alex.
- Allora ripensa a quando ti buttai quasi a calci in culo tra le braccia di Samantah. Da mesi ti aveva messo gli occhi addosso e tu manco te ne eri accorto. Era una donna così sensuale e imprevedibile. Tu stesso hai ammesso che è stata la storia più esaltante e intensa della tua vita.
- Sì ma non è durata. Eravamo troppo diversi..
- E poi venne quel periodo in cui non riuscivi a dormire, sommerso da troppi pensieri. Io ti insegnai ad alzarti all’alba ed usare quelle ore per camminare nel bosco, sentirti tutt’uno con la natura che ti circondava come una madre protettiva e attenta. Ti insegnai a sentirti parte della meraviglia che ti circonda, ad aspirare i profumi del sottobosco, restare immerso nel presente, fermare i pensieri e godere di ogni istante come un regalo prezioso che la vita ti fa.
- eh, beh..
- Ti ricordi poi di quando ti ho trascinato a un seminario sulla creatività? Il razionale Carlo Trilli che seguiva i consigli di uno psicologo ‘sciamano’ per potenziare la propria voce interiore, per ricercare il proprio vero talento…avresti dovuto poi vedere la tua faccia quando consigliò a tutti di parlare con un ‘amico immaginario’, come fanno i bambini che sono naturalmente creativi e intelligenti, per riconnettersi con la sorgente primaria della propria creatività. Sembrava quasi che tutti potessero vedermi accanto a te, ti sei sentito scoperto come un bimbo che ruba i dolciumi.
- Basta Alex, mi hai convinto. Comincio a scrivere di te, così poi mi lasci guardare la TV, d’accordo? Dunque, cominciamo subito con la scheda del personaggio

Nome : Alex
Cognome : Pan
Vestito con tuta di panno colore verde,cappuccio a punta, magrezza eterea, viso da bambino e un paio di ali
Professione: Amico immaginario, Elfo, Folletto
Residenza: ovunque ci sia bisogno del suo intervento

Può bastare per ora? Poi domani penserò alla storia.
- Bene Carlo, per oggi va bene. Ti lascio, buonanotte, a domani
- Buona notte a te Alex.