SAURO BARTOLOZZI
Dal Romanzo OMBRA TRA DUE FUOCHI
Capitolo primo
"Quel sabato, al primo calare delle tenebre, mentre attraversava l’androne semibuio del pianterreno, dalla feritoia della torre le arrivò il movimento sonoro intonato al suo stato d’animo. Per salutare la fine dell’ estate, nel vicino paese di San Bavello, il comitato delle feste aveva organizzato una notte di baldoria: ballo, musica in piazza, vino e tortelli. Già dal pomeriggio, passeggiando solitaria tra le querce e i castagni, Eleonora aveva trovato nel cinguettio dei fringuelli e nelle luminescenze del bosco l’ antidoto provvisorio alla malinconia. Un presagio l’ aveva colpita alla vista della vecchia cascina, ma subito si era difesa lasciandosi ammaliare dalle promesse del tramonto. Ora, svagata e leggera, risaliva il consunto scalone indirizzando precisi passetti verso l’ ala nord del castello dove accanto al torrione si era ritagliato un rifugio. Desiderava godere da sola il brillio della festa. Al piano nobile, sotto il frontone di pietra, strinse gli occhi per non vedere la ragnatela di cretti sul bassorilievo. Rapida, si lasciò alle spalle la doppia fila di arazzi sfrangiati. Tuttavia, giunta agli stemmi dorati, fu costretta a trattenere il respiro per l’ odore di rancido che filtrava nel corridoio. Confinata nella stanza di fronte vegetava sua madre. Fu tentata di passare oltre per non scalfire il buonumore. Forse per abitudine, o forse immaginando che non sarebbe stata tranquilla, accomodò il sorriso. Strinse la maniglia disponendosi a compiere il sacrificio serale.
La contessa Maria Gloria Del Colletto era sveglia. Rigida come un baccalà sporgeva scomposta. Legata col busto allo schienale della sedia a rotelle, aveva abbandonato il decoro del suo lignaggio. Sbavava mugolando e puntava le dita rattrappite al soffitto. Rimasta inferma a causa di un ictus, sopravviveva con l’aiuto di una giovane donna straniera che, all’ aprirsi della porta, spense il cellulare e lo nascose nella tasca della vestaglia.
- Stasera non vuole mettersi a letto, spiegò Anila
La ragazza era di origine albanese.
Eleonora avanzò accomodante. Finse di interessarsi soltanto ai lamenti della madre immaginando perfettamente con chi la badante fosse a colloquio. Anila si vedeva con un giovane di origine marocchina. Quasi ogni sera, dopo aver dato all’ inferma le gocce per aiutarla a dormire, spente le luci, lo faceva salire nella camera attigua. Lei aveva intravisto il giovanotto, scuro di pelle, uscire con passo felino dalla porta sul parco, più volte alle sei del mattino. Era rimasta indecisa se farlo presente al guardiacaccia. Per adesso preferiva sorvegliare e chiudere un occhio Una mosca cominciò a volare dal lampadario alla vetrata, le fece tornare in mente il brusio delle stanze nell’ infanzia lontana. Soprappensiero accarezzò la chioma materna. La contessa non capì la natura del gesto. Ebbe un sussulto e si liberò di un catarro. Eleonora indietreggiò imbarazzata. Ricompose il sorriso e dette la buonanotte, contenta di tornare nel corridoio. Fece quasi di corsa l’ androne che immetteva al ballatoio, passò la strettoia del tramezzo e, dopo aver inciampato nello scalino della porta chiodata, entrò nel rifugio
Lo stanzone squadrato, requisito dagli alleati nei giorni del passaggio del fronte, aveva il soffitto affrescato. Era una scena rupestre poco in linea con il tipo di mobili che si era scelta. Una fanciulla rosea e celeste precipitava da un dirupo atterrando tra le braccia di un fauno molto peloso. Lei aveva voluto arredare questo spazio in maniera spartana: letto basso, libreria laccata, portatile ed altri oggetti acquistati in un negozio di modernariato. Non che la sistemazione fosse agevole, tuttavia qui non sentiva il declino degli anni e del ceto. Qui incontrava il guardiacaccia.
Senza aver bisogno di fare luce, si orientò al chiarore che entrava dalla finestra. Nel semibuio scansò mobili e suppellettili vedendosi passare nella specchiera. Da un cassetto tirò fuori un copri spalle leggero e si affacciò al luccichio della festa.
La luna piena era ancora bassa. Di colpo le arrivò un rintocco dal santuario. Anche la valle ebbe un movimento leggero prima di calmarsi nel debole lume. Eleonora allungò lo sguardo verso la pendice del monte, individuò le chiome dei castagni sparse per la Selva. In basso, abituandosi al buio, cominciò a distinguere il tremito delle vigne da quello degli olivi. Nonostante lo strombettare della banda, le giunse il concertino dei grilli.
La distrasse il rumore di un mezzo che saliva. La strada piena di curve costeggiava un lato del castello. L’auto passò veloce e la fece tornare all’ assurda scena del promotore finanziario. Quella mattina, senza esitare, si era presentato un tipo abbronzato che, nonostante il divieto, era entrato in cortile con una golf metallizzata, parcheggiandola a fianco del pozzo.
Lei, abituata alle buone maniere, aveva fatto buon viso facendolo accomodare nello studio. Lui, faccia di bronzo, quasi l’ aveva aggredita, incitandola a disinvestire il capitale che teneva alla posta.
- Mi creda, adesso che la borsa ha toccato il fondo, chi non è fesso si muove. Si compra a poco, aveva garantito.
Parlava come se conoscesse le sue finanze. Ogni tanto le faceva l’ occhiolino. Accalorato dalle sue stesse parole avrebbe voluto farle firmare un’ assicurazione sulla vita che, a suo dire, dava la certezza di fruttare molto. Ma lei, sconcertata da quei modi, e spaventata dalla crisi dei mercati, era stata risoluta.
- Per quest’anno ho già perso abbastanza, non mi fido più dei vostri investimenti, gli aveva risposto.
Accostandosi alla porta lo aveva liquidato.
- Non ho figli, né nipoti, né altri parenti. In questo momento non mi va di pensare al futuro.
Il tipo aveva incassato senza curarsi di nascondere il disappunto. Si era sgonfiato e aveva spento la bocca. Risistemando la valigetta gli era scappata una bestemmia, se n’era andato senza chiedere scusa.
Intenerita dalla calma notturna, adesso, lei provava pena per la rozza arroganza dello sconosciuto che si era molto ingegnato per strapparle una firma. Tra l’ altro le aveva confidato di lavorare per una finanziaria vicina al governo… Però, come sapeva dei soldi che teneva alla posta?
Una farfalla notturna la costrinse a ritrarsi. Pensosa si aggiustò lo scialle. Consigliata dal fattore, per quest’ anno, aveva deciso di risparmiare sulla manodopera, lo imponeva la situazione. Di sicuro il vino non sarebbe stato tutto venduto.
Sentì qualcosa avvicinarsi. La porta cominciò a cigolare, piano. Non si scompose perché conosceva quel modo di arrivare. Rimase alla finestra fingendo di essere intenta ad osservare i cipressi ed il fitto lampeggio delle lucciole..."
- Alt Bachir, mi fermò il professore. - Le lucciole fanno atmosfera ma a settembre è da un pezzo che hanno smesso di lampeggiare.
- E’ vero! Le lucciole ci sono col grano, dissi mortificato.
Allungai il quaderno sul tavolino di ferro.
Entrò in giardino la signora Emma, madre del professore.
- Lucciole o non lucciole, questo ragazzo deve fare merenda, è secco e allampanato come un uscio, disse.
Spinse davanti a me un bicchiere con del succo di frutta ed una fetta di pane traboccante di marmellata. Rivolta al figlio chiese: - Ne vuoi una anche tu?
Il professore fece cenno di no.
- Ti va la marmellata di more, Bachir? Il professore mi trattava sempre con cortesia e quando si rivolgeva a me addolciva la voce.
Volevo rispondere che a sedici anni non si è più dei bambini. Da un pezzo avevo smesso di fare merenda. Però mi comportai come se mia madre Fatna fosse presente.
- Grazie signora, dissi.
Presi a mordere la fetta lucida che era buona.
Il professore sorrise ed alzò gli occhi per farmi capire che con sua madre dovevo avere pazienza. Quella donna non dimostrava gli ottantacinque anni che portava. Sembrava una cavalletta ed era sempre in azione per tenere in ordine il giardino. Però aveva il volto pieno di rughe ed i capelli radi, forse se li tingeva.
- A parte le lucciole, mi sembra che l’inizio prometta bene, affermò il professore facendomi inorgoglire.
- Guarda di non mettergli tanti grilli per la testa!... Accidenti alle zanzare, quest’anno il sindaco non ha fatto ancora disinfettare le fogne... Ciaff… Intanto questa non morde più!
- Forse dovresti togliere il ristagno dai sottovasi, brontolò il professore. - Ad ogni modo è bene che Bachir coltivi i suoi sogni.
- Con queste trappola del computer, oggi s’ impara solo a sognare, invece ci vorrebbero anche dei contadini per la terra che il Signore ci ha dato.
A dire il vero discorsi simili li sentivo anche da Rachi, mio padre, tutte le volte che discuteva con mio fratello maggiore, Hamid. Dal giorno che aveva trovato un lavoro fisso, lui, si era abbonato ad internet e nel tempo libero non aiutava più in casa. Stava sempre al computer, quando non correva da Anila di cui era innamorato.
Finii di bere il succo.
- Vuoi una salvietta? mi domandò il professore.
A volte mi dava fastidio la sua premura. Senza rispondere mi pulii la bocca con il dorso della mano.
- Spesso non mi viene la giusta espressione, perdo tempo sul vocabolario. So di non essere padrone della lingua, dissi.
- Non farti nessuno scrupolo, vai avanti così. Del resto quale altra lingua conosci?
- Solo un po’ d’inglese, quello che ci insegnano a scuola.
- Ti assicuro che anche i miei studenti non erano capaci di scrivere senza strafalcioni.
- Accidenti a questo scrivere! bofonchiò la signora Emma che intanto si era messa i guanti e zappettava le fioriture in fondo al giardino.
- E’ bene che lui impari un mestiere. Hai visto che fine ha fatto il tuo libro di poesie? continuò ostile.
- Professore! esclamai ammirato. - Lei ha scritto un libro di poesie? E glielo hanno pubblicato?
- Macchè!... Se lo è pagato. Si e no, lo avranno letto in dieci… Oddio un rospo tra le begonie!
Il professore che di solito la ignorava, si alzò.
- Lascialo stare, mangia le zanzare! le urlò.
Poi abbassò la voce.
- Io ho smesso di sognare, ma probabilmente ho sbagliato. Tu hai già in mente lo sviluppo del tuo racconto?
- Per adesso ho solo il finale.
- Quello lo conosciamo tutti. Anzi bisognerà trovare un nome diverso al paese. Che ne diresti di Santa... qualche cosa? Soprattutto non puoi chiamare Eleonora col suo vero nome.
- Ma io scrivo perché mi diverte, scrivo per fare esercizio.
- Humm, ci metti troppo impegno. Tu sei ambizioso, Baschir
- Io non so nulla dei castelli italiani.
- Consulta internet, un castello originale lo puoi vedere anche da casa tua.
Il professore mi sfiorò la mano. Quello che diceva era vero, del resto lui mi capiva. Invece di andare agli allenamenti, io passavo molto tempo seduto al tavolino. L’ allenatore mi aveva messo fuori squadra e non m’ importava. Quello che mi dava soddisfazione era capire come usare le parole. Volevo diventare scrittore.
- Bachir, sei giovane. Ti senti in grado di raccontare la complessità del legame tra il guardiacaccia ed Eleonora?
- Come narrativa straniera quest’ anno ho portato L’amante di Lady Chatterley...
- L’ amante di Lady Chatterley?!
- Tanto la prof non interroga mai sui libri scelti da noi.
- Non parlo di John Thomas e di Lady Jane... A proposito, attento a non stuzzicare il prurito a chi eventualmente ti legga, non è elegante, ridacchiò.
- ... Non voglio stuzzicare nessuno, io.
- ... Sicuramente Duilio era riuscito a plagiare Eleonora... Tuttavia restano due personaggi al di fuori della nostra mentalità.
- Qualcosa ho in testa. Anch’ io un poco sono straniero.
- Questo può essere un vantaggio. Comunque, anche senza radici, ti sai muovere. Credi che ti verrebbe più naturale ambientare questa storia a Marrakech?
Volevo dirgli che mio padre Rachi trovava sconveniente la nostra amicizia, ma in quell’ istante uno strido lamentoso arrivò dalla strada.
- Emmaaa, non viene alla funzione, staseraa?
La risposta arrivò con un urlaccio che percosse il giardino intimando alla visitatrice di aspettare. La signora Emma gettò la zappa ed entrò in casa furiosa inveendo contro il prete che non aveva suonato le campane. Tornò subito fuori con la corona, gridando al figlio di andare a spengere il gas.
Il professore la seguì con lo sguardo.
- Vai avanti, Bachir. Le correzioni le faremo a storia finita, disse . Dal tono di voce compresi che mi voleva congedare.
Intanto il mio telefonino trillò. Fatna, mia madre urlava in arabo cose incomprensibili. Capii che Rachi mio padre era arrabbiato con me.
Salutai, presi il quaderno ed inforcai la bici.
Dopo le prime pedalate scorsi un tizio che non avevo mai visto prima in paese. Era vestito elegante e si guardava intorno. Il professore mise il capo fuori dal cancello e lui sgusciò in giardino.
A casa, mia madre stava tagliando zucche e peperoni in cucina. Mi fece cenno di non fiatare perché Rachi aveva disteso il tappeto per recitare la preghiera. Dalla stanzetta con il televisore, infatti, usciva una cantilena fervorosa. Non dissi nulla, anzi fui contento di poter salire in camera. Trovai mio fratello che si era fatto la doccia e se ne stava in mutande a guardare un sito porno.
- Fanculo, Bachir, vieni a rompere proprio mentre mi sto divertendo, disse.
- Fammi vedere, lo scongiurai.
- La fica non è per te.
- Fanculo, Hamid, fammi guardare.
Mi dette il cinque. - Non provarti ad entrare qua dentro quando non ci sono io!.
Giurai... - Però avrei bisogno di internet per una ricerca sui castelli, dissi.
- Si, i castelli!
Non era la prima volta che vedevo le donne nude. Però appena cominciai a immaginare di essere in mezzo a loro dovetti chiudermi in bagno.
- Lo dicevo io che è troppo per te... E’ troppo per tee..!. mi sfotteva Hamid mentre io smanettavo davanti allo specchio.
- Le seghe te le fai anche te, gli ricordai dopo.
- Me le facevo... corresse.
- Si lo so... Ora ti scopi Anila.
Mi guardò duro.
- Sciacquati la bocca prima di nominarla, disse. Si alzò e spense il computer.
- Scusa, non sapevo che ti offendevi.
- ... Certo, se continui a frequentare quel trippone, le donne non le avrai mai.
- Quel trippone è un professore. Mi aiuta gratis.
- Professore?! In cosa?
- Lo so quello che dicono di lui. Eppure giuro che con me sta al suo posto.
- Se quel grassone ci prova, il culo glielo faccio io, all’ istante!
Mi sentii fiero di avere un fratello così.
- Hamid… però, se puoi farmelo, da te vorrei un piacere.
- Ti serve un preservativo?
Non mi aspettavo questa premura.
- No, ci penso da me, risposi.
Hamid scoppiò a ridere.
- Se qui non avessero chiuso i casini, quando fai diciotto anni, ti ci portavo per regalo... Mi afferrò per le spalle e mi scaraventò sul letto.
Cominciammo a far volare i guanciali ed a tirarci pugni, per finta Per un attimo ce la feci a metterlo sotto, ma con un guizzo lui subito riebbe il sopravvento. Il tramestio fece accorrere nostra madre perché la preghiera di Rachi non era ancora terminata.
- Hamid, tu, qualche volta preghi?
- Ringrazio il cielo ogni volta che esco dal castello, rispose.
- Codesto non è pregare.
- Lo so, ma io sono ottimista. Credo che la misericordia ci sarà per tutti, mussulmani, cristiani, eccetera… Bachir, cosa volevi?
Respirai.
- Vorrei che tu convincessi Anila a frugare tra le carte della contessa. Mi piacerebbe conoscere qualche documento del suo passato, comunque ogni tipo d’ informazione che riguarda la loro storia mi va bene.
- Guarda che non è semplice, Anila mi ha detto di sentirsi spiata dalla nuova infermiera.
- Dai, Hamid...
- Glielo chiederò, promise. - Ma qui in paese non c’è una ragazza a cui potresti chiedere di uscire?
- Alzai le spalle.
Mi rasentò con un gancio per dirmi che ero un pivello, però mi stimava.
- Caso mai ti servissero, i preservativi sono in questo cassetto, disse. - Ti accorgerai che stare con una ragazza è meglio che scrivere.
Fatna ci chiamò per la cena.