lunedì 25 ottobre 2010
La Danza del Salomè - prima parte - di Odisseoaitaca
Dal diario di viaggio di "Odisseoaitaca"
diario di viaggio...!?!
... volendo essere immortale, il Salomè decise di ballare per il re. Ed il re era Cronos.
Camminò molto, buche su buche, l'asfalto era finito, l'oasi sulla destra, occupata da due tribù: dai flamingo bianchi (detti gli alti) e dai flamingo rosa (detti i bassini) era già passata, ora diritti verso quell'orizzonte tagliato, interruptus ed allo stesso tempo apertissimo, chiarore di pietre che si separano dal cielo sempre più azzurro chiaro quando tocca terra, come la linea di separazione del ying-yang.
A destra a riparo di una delle poche colline stratificate, aguzze e pungenti finché non si sbriciolano impercettibilmente, quattro tombe bianche circondate da sabbia beige chiara, ma bianche come ossi di seppia dal sole.
E via il Salomè ha fretta. Incontra le velvetias, ed ha la prova che è sulla buona strada, più avanti troverà il Tempo. La velvetia con quei ritorcimenti delle sue foglie verdi e lisce sul tronco che sembra un grande fungo femminile scuro e screpolato ricordano il tempo che passa. Eppoi ora sono in fiore. Fiori maschi fini ed aguzzi con piccole sfere a batuffolo gialle di polline e fiori femmina ovaleggianti in attesa del Cupido ventoso.
Ed il tempo che non passa nei fiori secchi dell'anno precedente, secchi ma giammai putrefatti.
Ed il tempo che non passa nelle rughe chiare su cui appoggia il verde della foglia.
Ma invece no, il tempo passa. Corri Salomè, corri, che il verde delle foglie già diventa rosseggiante, rosso vermiglio e poi scheletro sfilacciato color cenere.
L'accidente può sempre accadere. Come a quella gazzella che passa ora dentro un pick-up di cacciatori "furtivi" come dicono qua, specie molto diversa dal nostro dolce Jordi impiccato da una corda d'oro per i cervi di Henry the senventh.
Corri Salomè, corri!
E via giù per la pista. avvicinandosi sempre più a quelle montagne là in fondo, nella penombra del calore e della foschia.
Azzurro, azzurro intenso, quanto l’ora passata in auto, con toni di verde smeraldo sulla fanghiglia della riva. "Pedivia": laghetto fra arena e pietroni ed il Curoca, fiume stagionale ora quasi in secca. Salomè vuole sentirsi vivo, e si immerge pensando che la bilarziosi non dovrebbe reggere quel calore dannato. La sua pelle sarà più elastica e danzerà con più sensualità. Fagocita con gli occhi quei colori che risplendono anche dalle pietre argento chiaro opaco per rubargli quello che hanno di vita.
e via di nuovo.
Ed ecco, anzi eccoli. quasi tutti a dorso d'asino, ma che strano, anche le lei hanno il diritto di cavalcare, (peculiarità dei Mwcuroca), vanno a prendere acqua.
Poveretti pensa Salomè… loro sono destinati a morire yo a vivere.
e via di nuovo, Cronos è lontano, con la segreta paura che non mi voglia ricevere, ed allora resterei Mwcuroca come finora sono.
ora ci addentriamo in un enorme campo di quelle collinette fatte di monoliti raggruppati. Sempre più grandi, sempre più vicino, fino ad entrare in un grande circolo e fermarsi. Ed è notte, ed è gintonic, si scherza si ride ci si conosce, Salome prova danze, senza che gli altri non vedano solo che un salace ma conquistatore umore toscano.
A tavola un fatto strano 12 persone. Il tredicesimo su di un altro tavolo. Il figlio del capo. ma alla destra del capo stempiato, grigio-bianco con piazzetta. Lei. teenager angolana dagli occhi bellissimi. Strano, non lo facevo così democratico.
Salutiamo le stelle che sopravvivono alla luna crescente dell'impero di Solimano e via a riparo di un monolite più enorme degli altri con Morfeo, con il respiro pesante per l'affanno di ripartire e di riuscire.
...stop, finita la gasolina per questa elucubrazione d’oggi. Già stanno chiudendo le cellette foderate di materassi di San Salvi.
NdT: per non scoraggiarvi vi dirò che avete percorso circa 300 km ed un dia su 4 è passato.
Questo è un messaggio e-mail non aggressivo, così rispondete: no grazie, ed automaticamente il nostro cervellone vi toglierà dal nostro indirizzario.
Omaggi alla signora, o viceversa Ossequi al signore.
"Odisseoaitaca"
domenica 17 ottobre 2010
Notte stellata nel Borneo
Il sole, tramontando, si è portato via i suoni diurni della giungla. E ha lasciato spazio a quelli più misteriosi, della notte.
La proprietaria filippina della guesthouse ha appena portato via le ciotole con il cibo. Lei sorride, sorride sempre. Gli altri quattro clienti si sono ritirati a dormire. Noi siamo rimasti sul pontile, sul fiume. Stiamo aspettando che il marito della proprietaria e il loro figlio ventenne siano pronti ad accompagnarci in un’avventura unica. Filippo scrive alcune cose, credo cifre. Io mi soffermo a leggere il diario delle firme degli ospiti. L’ultimo italiano risale a dieci anni prima, ed è un pisano.
L’uomo filippino appare improvvisamente alle nostre spalle, con un ingombrante impermeabile addosso. Ci fa segno di scendere sulla sponda, alla barca. Il figlio è già là che ci aspetta. Una volta arrivati ci facciamo aiutare per salire sulla barchetta. Il ragazzo si mette a prua, con in mano un telefono del due. Il padre, invece, si mette alle nostre spalle in piedi, con una grossa torcia accesa in mano.
Non fa freddo. Non fa mai freddo qui. Ma l’aria tiepida mi provoca un brivido.
Il ragazzo accende il motore dell’imbarcazione. Scivoliamo placidi lungo il fiume nero. L’unica luce proviene dalla grande torcia nelle mani dell’uomo, dietro di noi. La barca si sposta verso destra, costeggiando la sponda opposta. La foresta pluviale si erige impetuosa in ogni angolo. Sentiamo i magici movimenti della notte. L’uomo muove la torcia rapidamente, controllando attento ogni angolo della foresta. Illumina un gruppetto di nasiche addormentate su alcuni rami in alto. Ci dice, in un buon inglese, che stanno facendo la nanna. Procediamo controcorrente, col motore spento. Le mangrovie animano la giungla incantata, incorniciandola con le loro radici sinuose. Il fascio di luce della torcia sembra un’intrusione nella seduttiva giungla. Qualche uccellino colorato resta immobile, nonostante i bagliori, e si fa guardare, vanitoso. Abbiamo capito che a quest’ora della notte, eccetto qualche gufo e alcuni volatili di piccolo taglio, non vedremo molti animali. Nonostante ciò non spero di tornare indietro. Il caldo venticello, i silenziosi rumori, il magnificente buio, è un gigantesco ossimoro che vuole farmi essere lì. L’uomo inizia a sbadigliare. Nonostante i diversi riggit che ha guadagnato con la sua spedizione notturna fuori programma sta crollando dal sonno. Dice che tutti gli animali stanno dormendo. Ma và! E dice che forse è il caso di tornare indietro.
Poi fa una cosa. Che nessuno di noi si sarebbe aspettato.
Spenge la torcia. Ci eravamo abituati al suo innaturale fulgore e, una volta morto, ci voltiamo disorientati. Il ragazzotto accende il motore e fa voltare su se stessa la barchetta. La prua adesso punta obliqua all’altra sponda. Mette il motore al massimo. E partiamo.
Noi, la velocità e le stelle.
Strano che non me ne sia accorta prima: sono tantissime. Sembrano una marea di diamanti sopra un panno di velluto blu. Mai visto una cosa simile…
Un mondo di stelle, di galassie e di universi sopra di noi. Improvvisamente minuscoli nell’immensità. Penso alla mia mamma, dall’altra parte del mondo. Agli abitanti della piccola Cambogia, che non sono mai usciti dai loro esigui confini. Penso alle strade delle Keys in America, viste pochi mesi fa. A Parigi, in cui son cresciuta, con le sue magnifiche boulangerie. Penso a tutto il mondo. E penso che, nonostante la distanza, tutti stiamo guardando la stessa cosa. Quelle stelle sono mie quanto degli abitanti di tutto il resto del mondo. Penso a Dante che uscì a riveder le stelle. Penso agli achei in terra troiana, che di notte tornano all’accampamento distrutti. Penso al notturno di Chopin. A 2001 odissea nello spazio. Penso alla notte di San Lorenzo in montagna, tutti sdraiati su un pleid a guardare le stelle cadenti. Cavolo, c’è tutto là dentro. E mi sento avvolta da questa coperta che è l’unica cosa familiare, a parte Filippo, in questo angolo di mondo. E corriamo, sotto l’infinito, in mezzo alla giungla, nel Borneo.
Tramonto sul Mekong
CAMBOGIA, 28-2-2010
Il tramonto sta per contaminare con prepotenza il cielo. E io voglio vederlo dalla sponda del Mekong. Butto in malo modo il mio zaino nella stanza di una guesthouse piena di ragnatele. Chiudo. Corro verso il fiume. Ci sono poche persone che ammirano l’acqua. Sembrano tutti pieni di quel che guardano. Li imito. Il sole ha iniziato la sua discesa. Il Mekong è un grosso mostro addormentato e sinuoso. Ti trascina nell’emozione. è incendiante.
Nella mia mente serpeggiano immagini improvvise. La parola 'fiume dei profumi' accompagnata dalla tenebrosa ultima scena di “Full Metal Jacket”. La risalita del Mekong da parte dei protagonisti di “Apocalypse Now”. La guerra in Vietnam. La gente che ho visto oggi, che ho visto ieri, che vedrò domani. Immagino un piccolo rivolo di sangue in mezzo al colore screziato dell’acqua.
Così tante cose che il cervello si ingolfa. E non penso più a niente.
Per qualche momento guardo e basta.
Il paesaggio è infiammato ed il sole è diventato un’enorme arancia che si appoggia sull’orizzonte. La sponda opposta del fiume brilla tremante. Scorgo delle palme e una lunga spiaggia. Ma in modo tremendamente selvaggio.
Inizio a scrivere le mie memorie, cercando di tenere attiva l’altra me stessa affinché possa cogliere ogni cambiamento nell’aria. Così, sdoppiata, vivo il tramonto sul Mekong.
Quando rialzo lo sguardo l’arancia è sparita nell’acqua. Resta solo il pallore dell’ultimo tramonto. Tutti iniziando ad andarsene. Restiamo in pochi nostalgici. Filippo va in camera a prendere il portafoglio, ceneremo presto stasera. Rimango qua, seduta su una seggiolaccia di plastica, a fissare davanti a me. Non ci sono turisti, solo qualche cambogiano.
Si avvicinano dei poliziotti. Riconosco il loro esser poliziotti da una divisa beige, degli stivali anfibi alti e dei manganelli che portano alla cintura. Sorridono. Parlano khmer. Sghignazzano a momenti.
Alzo lo sguardo, e mi stanno osservando tutti. Sono dieci. Non ho paura. Gli sorrido, e abbasso gentilmente lo sguardo. Continuo a scrivere il mio diario. Uno di loro mi viene accanto, dietro l’incitamento burlesco degli altri. Guarda cosa sto scrivendo, avvicinandosi obliquamente. Fingo di non vederlo. Poi è inevitabile, me lo trovo appiccicato. Simpaticamente alzo il quaderno per mostrarglielo. E gli sorrido, placida. Gli altri poliziotti continuano a ridacchiare. Mi sembrano le nostre pattuglie più scapestrate. Niente di più, niente di meno.
Continua a fingersi interessato, anche se non capisce una parola della scrittura latina. Poi incrocia il mio sguardo e sorride autoritario, come a dire: tutto a posto, sei pulita. Riprendo a scrivere, ma lui non molla. “Are you alone? Do you have a boyfriend?” mi chiede in un inglese stento. Gli dico che il mio fidanzato sta arrivando. In tre secondi il plotone si dissolve. Onesti asiatici….
Ceniamo in uno dei quattro ristoranti della città, che sono all’aperto. L’alternativa è il mercato. Ci siamo stati poco prima, ma l’unica cibaria espressa sono piattole arrosto. Evitabili, direi. La strada non ha illuminazione. L’unica luce forte proviene da uno dei ristoranti, in chiaro stampo europeo. È gestito da cambogiani e francesi, a quanto pare. Fanno le patatine fritte e le uova alla coque. Noi preferiamo una scrausa bettola di stampo khmer. Mangiamo carne amorfa, con qualche verdura allegata. Davanti a noi, dall’altra parte della stradina, c’è un ambulatorio. È una stanza di lamiere, senza porta. Dentro ci sono sei lettighe, l’una davanti all’altra, con sei malati sopra. Ognuno ha una flebo. Una donna peserà sui venticinque chili. È un mucchietto d’ossa, accovacciate. Non so neanche come faccia ad entrarle la flebo nel braccio. Fissa il vuoto. In questa città i bambini non ci sono.
La donna si gira e mi guarda. Lo faccio anche io, non riesco a smetterla. Spalanca la bocca. Mi sorride, con solo due denti. Io le sorrido, senza farle vedere i miei. Forse non voglio che me li veda. Ho paura che me li rubi oppure ho solo voglia di piangere per i suoi venticinque chili. Lei si dimentica di me, si gira verso il vuoto e continua a puntarlo inerme.
Due poesie - Caterina
Caterina
VISITA ALL’ARBORETO
(di Vallombrosa, FI)
Mi guariscono un attimo
questi viali ordinati uguali
come i solchi che ci invecchiano
rassicuranti cartelli documenti
per piante foglie alberi
germogli ipotesi di vite
le specie finora conosciute
Sorride la guida sembra
un sole uno dei tanti
sanno di terra le sue parole
buone a crescere sequoie
catalogare i castagneti
e vorrei applicarle agli occhi
guarnirmi in tralci verdi
Ma appena ho i passi fuori
torna a covarmi il caos
la lava primordiale il cielo unto
lo spoglio dei rami la furia
contro i venti il dio cemento
e mi sento fuga di memoria
erba da falce la lama dentro
CONCERTO TERRESTRE
Sei un linguaggio che cerca con parole
la voce minerale ben nascosta nel terreno
fotografa le forme studia nel silenzio
l’anima chimica la formula astrusa
che fa crescere a tempo radici
Mentre il mio orecchio solo sa cogliere
il segno dei passi seminati sul selciato
suonare il contrasto salvare dall’ombra
il profilo più verde dell’erba
prima che il fiore l’accechi di rosso
(mani diverse sugli stessi tasti
unico fiato nella gola del suolo)
giovedì 14 ottobre 2010
Il bar di Molly - di Massimo Kapitani
Abbiamo un blog per Scrivere e cosa volete che mi ci si sieda sopra, che faccia l’ovo o che spetti maggio.No no voglio scrivere, commentare, essere commentato.Si sente di rado ormai l’espressione “aspettare maggio”. Da piccolo il babbo diceva “non mi par mill’anni di….” . L’espressione mill’anni l’ho trovata su un libro di poesie di Lorenzo il Magnifico, sì proprio quello che diceva – con un miliardo in tasca – “chi vuol essere lieto sia di domani non c’è certezza”. Dopo aver letto Celine sono diventato più aspro con i ricchi....
martedì 12 ottobre 2010
Un racconto per il corso: Nel giardino tra i guard rail
Questo è l'inizio:
Sedici ore di viaggio e film ingoiati interi. Classe economica. Non gli era rimasto quasi nulla. Ripensò alla serie di falli d'oro, che riposavano nella sala registrazione. Svettavano.
Atterrato. Spiegò le pieghe del corpo, in coda alla dogana brasiliana, incastrato in un gruppo di russi minacciosi e apparentemente privi di tutto. L’agente ai visti, quasi cortese – giovane, carina. Guardando meglio, qui tutti gli agenti sono ragazzini.
Schiera di tassisti con cartelli, per il pianeta gassoso di San Paolo Brazil. A misura d'uomo impazzito.
Questi alcuni link a materiali che mi hanno ispirato:
http://www.wallpaper.com/video/travel/city-short-so-paulo/207544211001
http://www.favelapainting.com/
http://literal.terra.com.br/rubem_fonseca/nasruas/nasruas.shtml?nasruas
Saluti,
Pietro Polsinelli
Primo capitolo del romanzo "Ombra tra due fuochi" di Sauro Bartolozzi
Dal Romanzo OMBRA TRA DUE FUOCHI
Capitolo primo
"Quel sabato, al primo calare delle tenebre, mentre attraversava l’androne semibuio del pianterreno, dalla feritoia della torre le arrivò il movimento sonoro intonato al suo stato d’animo. Per salutare la fine dell’ estate, nel vicino paese di San Bavello, il comitato delle feste aveva organizzato una notte di baldoria: ballo, musica in piazza, vino e tortelli. Già dal pomeriggio, passeggiando solitaria tra le querce e i castagni, Eleonora aveva trovato nel cinguettio dei fringuelli e nelle luminescenze del bosco l’ antidoto provvisorio alla malinconia. Un presagio l’ aveva colpita alla vista della vecchia cascina, ma subito si era difesa lasciandosi ammaliare dalle promesse del tramonto. Ora, svagata e leggera, risaliva il consunto scalone indirizzando precisi passetti verso l’ ala nord del castello dove accanto al torrione si era ritagliato un rifugio. Desiderava godere da sola il brillio della festa. Al piano nobile, sotto il frontone di pietra, strinse gli occhi per non vedere la ragnatela di cretti sul bassorilievo. Rapida, si lasciò alle spalle la doppia fila di arazzi sfrangiati. Tuttavia, giunta agli stemmi dorati, fu costretta a trattenere il respiro per l’ odore di rancido che filtrava nel corridoio. Confinata nella stanza di fronte vegetava sua madre. Fu tentata di passare oltre per non scalfire il buonumore. Forse per abitudine, o forse immaginando che non sarebbe stata tranquilla, accomodò il sorriso. Strinse la maniglia disponendosi a compiere il sacrificio serale.
La contessa Maria Gloria Del Colletto era sveglia. Rigida come un baccalà sporgeva scomposta. Legata col busto allo schienale della sedia a rotelle, aveva abbandonato il decoro del suo lignaggio. Sbavava mugolando e puntava le dita rattrappite al soffitto. Rimasta inferma a causa di un ictus, sopravviveva con l’aiuto di una giovane donna straniera che, all’ aprirsi della porta, spense il cellulare e lo nascose nella tasca della vestaglia.
- Stasera non vuole mettersi a letto, spiegò Anila
La ragazza era di origine albanese.
Eleonora avanzò accomodante. Finse di interessarsi soltanto ai lamenti della madre immaginando perfettamente con chi la badante fosse a colloquio. Anila si vedeva con un giovane di origine marocchina. Quasi ogni sera, dopo aver dato all’ inferma le gocce per aiutarla a dormire, spente le luci, lo faceva salire nella camera attigua. Lei aveva intravisto il giovanotto, scuro di pelle, uscire con passo felino dalla porta sul parco, più volte alle sei del mattino. Era rimasta indecisa se farlo presente al guardiacaccia. Per adesso preferiva sorvegliare e chiudere un occhio Una mosca cominciò a volare dal lampadario alla vetrata, le fece tornare in mente il brusio delle stanze nell’ infanzia lontana. Soprappensiero accarezzò la chioma materna. La contessa non capì la natura del gesto. Ebbe un sussulto e si liberò di un catarro. Eleonora indietreggiò imbarazzata. Ricompose il sorriso e dette la buonanotte, contenta di tornare nel corridoio. Fece quasi di corsa l’ androne che immetteva al ballatoio, passò la strettoia del tramezzo e, dopo aver inciampato nello scalino della porta chiodata, entrò nel rifugio
Lo stanzone squadrato, requisito dagli alleati nei giorni del passaggio del fronte, aveva il soffitto affrescato. Era una scena rupestre poco in linea con il tipo di mobili che si era scelta. Una fanciulla rosea e celeste precipitava da un dirupo atterrando tra le braccia di un fauno molto peloso. Lei aveva voluto arredare questo spazio in maniera spartana: letto basso, libreria laccata, portatile ed altri oggetti acquistati in un negozio di modernariato. Non che la sistemazione fosse agevole, tuttavia qui non sentiva il declino degli anni e del ceto. Qui incontrava il guardiacaccia.
Senza aver bisogno di fare luce, si orientò al chiarore che entrava dalla finestra. Nel semibuio scansò mobili e suppellettili vedendosi passare nella specchiera. Da un cassetto tirò fuori un copri spalle leggero e si affacciò al luccichio della festa.
La luna piena era ancora bassa. Di colpo le arrivò un rintocco dal santuario. Anche la valle ebbe un movimento leggero prima di calmarsi nel debole lume. Eleonora allungò lo sguardo verso la pendice del monte, individuò le chiome dei castagni sparse per la Selva. In basso, abituandosi al buio, cominciò a distinguere il tremito delle vigne da quello degli olivi. Nonostante lo strombettare della banda, le giunse il concertino dei grilli.
La distrasse il rumore di un mezzo che saliva. La strada piena di curve costeggiava un lato del castello. L’auto passò veloce e la fece tornare all’ assurda scena del promotore finanziario. Quella mattina, senza esitare, si era presentato un tipo abbronzato che, nonostante il divieto, era entrato in cortile con una golf metallizzata, parcheggiandola a fianco del pozzo.
Lei, abituata alle buone maniere, aveva fatto buon viso facendolo accomodare nello studio. Lui, faccia di bronzo, quasi l’ aveva aggredita, incitandola a disinvestire il capitale che teneva alla posta.
- Mi creda, adesso che la borsa ha toccato il fondo, chi non è fesso si muove. Si compra a poco, aveva garantito.
Parlava come se conoscesse le sue finanze. Ogni tanto le faceva l’ occhiolino. Accalorato dalle sue stesse parole avrebbe voluto farle firmare un’ assicurazione sulla vita che, a suo dire, dava la certezza di fruttare molto. Ma lei, sconcertata da quei modi, e spaventata dalla crisi dei mercati, era stata risoluta.
- Per quest’anno ho già perso abbastanza, non mi fido più dei vostri investimenti, gli aveva risposto.
Accostandosi alla porta lo aveva liquidato.
- Non ho figli, né nipoti, né altri parenti. In questo momento non mi va di pensare al futuro.
Il tipo aveva incassato senza curarsi di nascondere il disappunto. Si era sgonfiato e aveva spento la bocca. Risistemando la valigetta gli era scappata una bestemmia, se n’era andato senza chiedere scusa.
Intenerita dalla calma notturna, adesso, lei provava pena per la rozza arroganza dello sconosciuto che si era molto ingegnato per strapparle una firma. Tra l’ altro le aveva confidato di lavorare per una finanziaria vicina al governo… Però, come sapeva dei soldi che teneva alla posta?
Una farfalla notturna la costrinse a ritrarsi. Pensosa si aggiustò lo scialle. Consigliata dal fattore, per quest’ anno, aveva deciso di risparmiare sulla manodopera, lo imponeva la situazione. Di sicuro il vino non sarebbe stato tutto venduto.
Sentì qualcosa avvicinarsi. La porta cominciò a cigolare, piano. Non si scompose perché conosceva quel modo di arrivare. Rimase alla finestra fingendo di essere intenta ad osservare i cipressi ed il fitto lampeggio delle lucciole..."
- Alt Bachir, mi fermò il professore. - Le lucciole fanno atmosfera ma a settembre è da un pezzo che hanno smesso di lampeggiare.
- E’ vero! Le lucciole ci sono col grano, dissi mortificato.
Allungai il quaderno sul tavolino di ferro.
Entrò in giardino la signora Emma, madre del professore.
- Lucciole o non lucciole, questo ragazzo deve fare merenda, è secco e allampanato come un uscio, disse.
Spinse davanti a me un bicchiere con del succo di frutta ed una fetta di pane traboccante di marmellata. Rivolta al figlio chiese: - Ne vuoi una anche tu?
Il professore fece cenno di no.
- Ti va la marmellata di more, Bachir? Il professore mi trattava sempre con cortesia e quando si rivolgeva a me addolciva la voce.
Volevo rispondere che a sedici anni non si è più dei bambini. Da un pezzo avevo smesso di fare merenda. Però mi comportai come se mia madre Fatna fosse presente.
- Grazie signora, dissi.
Presi a mordere la fetta lucida che era buona.
Il professore sorrise ed alzò gli occhi per farmi capire che con sua madre dovevo avere pazienza. Quella donna non dimostrava gli ottantacinque anni che portava. Sembrava una cavalletta ed era sempre in azione per tenere in ordine il giardino. Però aveva il volto pieno di rughe ed i capelli radi, forse se li tingeva.
- A parte le lucciole, mi sembra che l’inizio prometta bene, affermò il professore facendomi inorgoglire.
- Guarda di non mettergli tanti grilli per la testa!... Accidenti alle zanzare, quest’anno il sindaco non ha fatto ancora disinfettare le fogne... Ciaff… Intanto questa non morde più!
- Forse dovresti togliere il ristagno dai sottovasi, brontolò il professore. - Ad ogni modo è bene che Bachir coltivi i suoi sogni.
- Con queste trappola del computer, oggi s’ impara solo a sognare, invece ci vorrebbero anche dei contadini per la terra che il Signore ci ha dato.
A dire il vero discorsi simili li sentivo anche da Rachi, mio padre, tutte le volte che discuteva con mio fratello maggiore, Hamid. Dal giorno che aveva trovato un lavoro fisso, lui, si era abbonato ad internet e nel tempo libero non aiutava più in casa. Stava sempre al computer, quando non correva da Anila di cui era innamorato.
Finii di bere il succo.
- Vuoi una salvietta? mi domandò il professore.
A volte mi dava fastidio la sua premura. Senza rispondere mi pulii la bocca con il dorso della mano.
- Spesso non mi viene la giusta espressione, perdo tempo sul vocabolario. So di non essere padrone della lingua, dissi.
- Non farti nessuno scrupolo, vai avanti così. Del resto quale altra lingua conosci?
- Solo un po’ d’inglese, quello che ci insegnano a scuola.
- Ti assicuro che anche i miei studenti non erano capaci di scrivere senza strafalcioni.
- Accidenti a questo scrivere! bofonchiò la signora Emma che intanto si era messa i guanti e zappettava le fioriture in fondo al giardino.
- E’ bene che lui impari un mestiere. Hai visto che fine ha fatto il tuo libro di poesie? continuò ostile.
- Professore! esclamai ammirato. - Lei ha scritto un libro di poesie? E glielo hanno pubblicato?
- Macchè!... Se lo è pagato. Si e no, lo avranno letto in dieci… Oddio un rospo tra le begonie!
Il professore che di solito la ignorava, si alzò.
- Lascialo stare, mangia le zanzare! le urlò.
Poi abbassò la voce.
- Io ho smesso di sognare, ma probabilmente ho sbagliato. Tu hai già in mente lo sviluppo del tuo racconto?
- Per adesso ho solo il finale.
- Quello lo conosciamo tutti. Anzi bisognerà trovare un nome diverso al paese. Che ne diresti di Santa... qualche cosa? Soprattutto non puoi chiamare Eleonora col suo vero nome.
- Ma io scrivo perché mi diverte, scrivo per fare esercizio.
- Humm, ci metti troppo impegno. Tu sei ambizioso, Baschir
- Io non so nulla dei castelli italiani.
- Consulta internet, un castello originale lo puoi vedere anche da casa tua.
Il professore mi sfiorò la mano. Quello che diceva era vero, del resto lui mi capiva. Invece di andare agli allenamenti, io passavo molto tempo seduto al tavolino. L’ allenatore mi aveva messo fuori squadra e non m’ importava. Quello che mi dava soddisfazione era capire come usare le parole. Volevo diventare scrittore.
- Bachir, sei giovane. Ti senti in grado di raccontare la complessità del legame tra il guardiacaccia ed Eleonora?
- Come narrativa straniera quest’ anno ho portato L’amante di Lady Chatterley...
- L’ amante di Lady Chatterley?!
- Tanto la prof non interroga mai sui libri scelti da noi.
- Non parlo di John Thomas e di Lady Jane... A proposito, attento a non stuzzicare il prurito a chi eventualmente ti legga, non è elegante, ridacchiò.
- ... Non voglio stuzzicare nessuno, io.
- ... Sicuramente Duilio era riuscito a plagiare Eleonora... Tuttavia restano due personaggi al di fuori della nostra mentalità.
- Qualcosa ho in testa. Anch’ io un poco sono straniero.
- Questo può essere un vantaggio. Comunque, anche senza radici, ti sai muovere. Credi che ti verrebbe più naturale ambientare questa storia a Marrakech?
Volevo dirgli che mio padre Rachi trovava sconveniente la nostra amicizia, ma in quell’ istante uno strido lamentoso arrivò dalla strada.
- Emmaaa, non viene alla funzione, staseraa?
La risposta arrivò con un urlaccio che percosse il giardino intimando alla visitatrice di aspettare. La signora Emma gettò la zappa ed entrò in casa furiosa inveendo contro il prete che non aveva suonato le campane. Tornò subito fuori con la corona, gridando al figlio di andare a spengere il gas.
Il professore la seguì con lo sguardo.
- Vai avanti, Bachir. Le correzioni le faremo a storia finita, disse . Dal tono di voce compresi che mi voleva congedare.
Intanto il mio telefonino trillò. Fatna, mia madre urlava in arabo cose incomprensibili. Capii che Rachi mio padre era arrabbiato con me.
Salutai, presi il quaderno ed inforcai la bici.
Dopo le prime pedalate scorsi un tizio che non avevo mai visto prima in paese. Era vestito elegante e si guardava intorno. Il professore mise il capo fuori dal cancello e lui sgusciò in giardino.
A casa, mia madre stava tagliando zucche e peperoni in cucina. Mi fece cenno di non fiatare perché Rachi aveva disteso il tappeto per recitare la preghiera. Dalla stanzetta con il televisore, infatti, usciva una cantilena fervorosa. Non dissi nulla, anzi fui contento di poter salire in camera. Trovai mio fratello che si era fatto la doccia e se ne stava in mutande a guardare un sito porno.
- Fanculo, Bachir, vieni a rompere proprio mentre mi sto divertendo, disse.
- Fammi vedere, lo scongiurai.
- La fica non è per te.
- Fanculo, Hamid, fammi guardare.
Mi dette il cinque. - Non provarti ad entrare qua dentro quando non ci sono io!.
Giurai... - Però avrei bisogno di internet per una ricerca sui castelli, dissi.
- Si, i castelli!
Non era la prima volta che vedevo le donne nude. Però appena cominciai a immaginare di essere in mezzo a loro dovetti chiudermi in bagno.
- Lo dicevo io che è troppo per te... E’ troppo per tee..!. mi sfotteva Hamid mentre io smanettavo davanti allo specchio.
- Le seghe te le fai anche te, gli ricordai dopo.
- Me le facevo... corresse.
- Si lo so... Ora ti scopi Anila.
Mi guardò duro.
- Sciacquati la bocca prima di nominarla, disse. Si alzò e spense il computer.
- Scusa, non sapevo che ti offendevi.
- ... Certo, se continui a frequentare quel trippone, le donne non le avrai mai.
- Quel trippone è un professore. Mi aiuta gratis.
- Professore?! In cosa?
- Lo so quello che dicono di lui. Eppure giuro che con me sta al suo posto.
- Se quel grassone ci prova, il culo glielo faccio io, all’ istante!
Mi sentii fiero di avere un fratello così.
- Hamid… però, se puoi farmelo, da te vorrei un piacere.
- Ti serve un preservativo?
Non mi aspettavo questa premura.
- No, ci penso da me, risposi.
Hamid scoppiò a ridere.
- Se qui non avessero chiuso i casini, quando fai diciotto anni, ti ci portavo per regalo... Mi afferrò per le spalle e mi scaraventò sul letto.
Cominciammo a far volare i guanciali ed a tirarci pugni, per finta Per un attimo ce la feci a metterlo sotto, ma con un guizzo lui subito riebbe il sopravvento. Il tramestio fece accorrere nostra madre perché la preghiera di Rachi non era ancora terminata.
- Hamid, tu, qualche volta preghi?
- Ringrazio il cielo ogni volta che esco dal castello, rispose.
- Codesto non è pregare.
- Lo so, ma io sono ottimista. Credo che la misericordia ci sarà per tutti, mussulmani, cristiani, eccetera… Bachir, cosa volevi?
Respirai.
- Vorrei che tu convincessi Anila a frugare tra le carte della contessa. Mi piacerebbe conoscere qualche documento del suo passato, comunque ogni tipo d’ informazione che riguarda la loro storia mi va bene.
- Guarda che non è semplice, Anila mi ha detto di sentirsi spiata dalla nuova infermiera.
- Dai, Hamid...
- Glielo chiederò, promise. - Ma qui in paese non c’è una ragazza a cui potresti chiedere di uscire?
- Alzai le spalle.
Mi rasentò con un gancio per dirmi che ero un pivello, però mi stimava.
- Caso mai ti servissero, i preservativi sono in questo cassetto, disse. - Ti accorgerai che stare con una ragazza è meglio che scrivere.
Fatna ci chiamò per la cena.