domenica 28 novembre 2010

L'Ombra

Quel ventiquattro Settembre avrei dovuto abbandonare la mia ombra. Per sempre.
Non mi ero mai veramente accorto di lei finché non ho percepito la sua imminente perdita.
Ma le sarebbe dispiaciuto? Mi chiesi ruotando in senso orario il cucchiaino nel caffè.
Io, tutto sommato, mi sarei amato.
Fuori iniziò timidamente a piovere, senza troppe pretese. Portai alle labbra la tazzina e ne trangugiai il contenuto senza neanche assaporarlo.
Ma come sarebbe avvenuto il distacco? Mi domandai perplesso. E restai così, a pensare, appoggiato con i gomiti sul tavolo.
Si può tagliare un’ombra? Ruotai gli occhi, e la guardai.
Ebbi quel coraggio.
E, solo allora, mi accorsi che fosse stato veramente un atto di coraggio.
Stava là, esanime, moribonda, a guardarmi.
Era delusa. Profondamente delusa.
Ne guardai i contorni, così sfumati e indefiniti. Aveva solo l’eco della sua vecchia gloria. Era semplicemente una macchia nera sperduta tra gli altri colori.
Accidenti.
Non poteva certamente ritenermi il migliore dei padroni.
D’altronde l’avevo venduta senza pensarci un secondo.
Tornai a fissare la tazzina vuota, vergognandomi. E divenni improvvisamente rosso. Mi vergognai anche del rossore delle mie guance, a dispetto del monotono scuro della mia ombra. Ero così fottutamente sfacciato che mi domandavo come potesse volermi bene, la povera ombra!
No, io mi sarei odiato. Senza ombra di dubbio.

Erano le 14:30 ma ancora nessuno arrivava all’orizzonte. Ero seduto su quella panchina da troppo tempo e mi facevano male le natiche. Odiavo stare troppo nella stessa posizione.
Con me avevo solo una sciarpa autunnale e la mia ombra. Così la consideravo, al pari di una sciarpina. Si era nascosta sotto la panchina, penetrando attraverso le fessure della stessa.
La sera prima avevo provato a ricordare qualcosa di bello provato insieme a lei. Nonostante una vita trascorsa fianco a fianco non avevo alcun bel ricordo. Che tristezza.
Forse allora avevo fatto la scelta giusta. Potevo barattarla con qualsiasi altra cosa, anche solo un pacchetto di caramelle. In fondo era un peso inutile, incollato al mio corpo.
Provai una certa soddisfazione nell’aver elaborato questo pensiero. Mi sentivo un po’ meno responsabile. E poi non volevo vedere il sangue, di nessuno. E l’ombra, il sangue, non ce l’ha…
Forse…
Ricordo che da bambino mi tagliai con un coltello da cucina. Versai talmente tanto sangue che avevo ricoperto tutto lo spazio intorno a me. Quando accorse mia madre svenne immediatamente. E restai mezzora, da solo, nel sangue, con mia madre svenuta.
No, no, il sangue lo detesto proprio.
Il giardino faceva uno strano rumore, fatto di foglie e di vento, e di uno speciale gioco tra di loro. Guardavo tutto ma in realtà non osservavo niente. Un po’ come ho sempre fatto nella mia vita.
Spuntò in lontananza, con un passo sicuro. Lo riconobbi subito, nonostante potesse essere chiunque altro.
Mi misi in tasca le mani, perché provai un freddo improvviso. La mia ombra? Era sempre sotto la panchina, ma la sentivo più distante.
In una quarantina di passi fu vicino a me. Aveva un’aria curata, spaventosa. Mi ricordava qualcosa che vedi per la prima volta e che senti lontano, ma da cui sei attratto.
“Buongiorno, perdoni il mio ritardo”, disse con un lontano accento parigino.
“Si figuri”, risposi con poca voce.
“Posso sedermi?”, mi domandò accennando un sorriso beffardo.
Mi spostai leggermente, facendogli intendere di sì.
Si sistemò sulla panchina, in una posizione al tempo stesso sinuosa e rigida. Che uomo strano.
“Si sente pronto?”, chiese togliendosi i guanti neri, di pelle.
Non ero pronto a questa domanda, a questo no.
“Beh, immagino di sì, ma volevo chiederle come funziona”
L’uomo sorrise, solo con l’angolo sinistro della bocca.
“Lei non proverà dolore, stia tranquillo”
No, tranquillo non lo ero affatto.
Volevo fargli altre domande, ma quell’uomo aveva la capacità di seccarmi le parole in bocca.
Tacqui, lo guardai finire, impotente. Prese tra le braccia una valigetta di pelle nera. Ne estrasse con meticolosa gentilezza un foglio di carta. Lo osservò, come per controllare che tutti i caratteri fossero ancora al loro posto. Poi me lo mostrò.
Era un contratto. Scritto in caratteri piccoli e chiari.
“Con questo regolarizzeremo l’affare”, disse lui con l’espressione di prima sul viso. “Con questo foglio lei diventa il proprietario unico della residenza di Rue Lafayette, mentre con quest’altro” disse sfilando un secondo foglio “avrà il totale possesso dell’autovettura Maserati Granturismo”.
Guardai inerme quell’inchiostro scritto, come se fosse un sogno.
“Ovviamente gli atti testamentari sono già stati depositati anche in sede notarile. Le ho allegato il nome e il contatto del signor notaio Norbert Livin, potrà recarsi presso il suo studio già da domani mattina e firmare le varie scartoffie”.
Una persona era morta e mi aveva lasciato beni che non avrei potuto guadagnare in tre vite di lavoro.
E tutto ciò al prezzo di un’ombra.
Che affarone.
“La valigetta con i due milioni di euro è depositata all’interno della residenza nella cassaforte nascosta dietro il quadro in camera da letto. Il codice di sicurezza è scritto qua”, disse indicando una serie di cifre in grassetto in fondo al terzo foglio.
Due milioni di euro?!? E questa da dove salta fuori?
“Pensavo che l’accordo si interrompesse alla macchina”, esordii incredulo.
“Il mio capo voleva essere sicuro che l’accordo fosse di suo gradimento”.
Poi divenne serio, facendo scomparire quel suo strano sorriso dalle labbra.
Come un fulmine a ciel sereno, mi spaventò.
Si accesero i suoi occhi, che mi fissarono profondamente.
“Come d’accordo l’eredità che le è stata lasciata ha un costo. Ma lei non dovrà mai e per nessuna ragione parlare di questo con nessuno. A chiunque glielo chieda dovrà assumere un ruolo responsabile, sostenendo di aver avuto un rapporto amicale con la Signora Pauline Laroche. E non provi a mettersi sulle tracce della sua storia, per nessun motivo. Se seguirà alla lettera le mie indicazioni lei non avrà alcun problema.”
Mi domandai quali loschi traffici ci fossero dietro.
Cos’altro avrei potuto fare? Non mi sembrava ben disposto a rispondere alle mie domande. E tutto quel ben di Dio mi avrebbe risolto la vita, per sempre.
“Va bene” sussurrai “cos’altro devo fare?”.
All’uomo tornò il suo sorriso di scherno.
“Resta solo l’ultima cosa. Il pareggiamento del contratto. La sua ombra”
La cercai con la coda dell’occhio. Era ancora sotto la panchina? Non ne scorgevo gli angoli. Forse era diventata trasparente, o era sparita.
“Cosa…” provai a dire.
“Non mi domandi cose a cui non posso rispondere, Monsieur Le Blanche.” Esordì con un tono rassicurante nella sua voce distante. “So che mi vorrebbe chiedere cosa le verrà fatto. Ma io le ho già detto prima che non sentirà dolore, cos’altro le importa?”
Si affrettò a mettersi i guanti e io sentii un alito di vento ferirmi il volto.
“Adesso mi segua”, dettò freddo.
Mi alzai come condotto da fili invisibili. Un suo passo era due miei, e faticavo a stargli dietro.
Così la vidi.
Confusa, triste, sommessa. La mia ombra si trascinava mestamente dietro di me. Sapeva tutto, capiva ogni cosa.
Neanche mi guardava. Era già andata via.
Camminammo dieci minuti. Io vagavo senza sapere dove fossi destinato. Stavo per essere privato della mia ombra e neanche ne conoscevo la natura.
Cosa le sarebbe accaduto? Me lo domandai solo adesso. Prima avevo solo paura del suo giudizio. Adesso mi preoccupavo per la sua sorte.
Ci passarono accanto due donne sulla trentina. Una delle due era estremamente sensuale. L’altra aveva occhi troppo grandi. Ci scrutarono smettendo di parlare. Erano attratte dalla nostra presenza. All’uomo riservarono uno sguardo strano, mai visto. Un misto di paura e di reverenza. Una forte eccitazione aleggiava nell’aria. Poi passarono, portandosi dietro le loro gentili ombre.

L’autunno avvolgeva il parco con i suoi intensi colori. Avevamo percorso almeno un chilometro e mezzo. Le suole delle mie scarpe strusciavano ritmicamente sul letto di foglie morte.
Arrivammo al cancello principale, che era spalancato come le fauci di un grosso predatore.
L’uomo lo varcò senza fare rumore. Io mi trascinai dietro goffamente.
Ad aspettarci una Aston Martin Dbs spaziale. L’uomo la indicò con un gesto discreto.
“Vuole accomodarsi?” impose più che chiedere.
Scorsi appena, dai vetri oscuranti, la figura di un autista. Così mi apprestai ad aprire la portiera posteriore. L’uomo mi seguì dal lato opposto.
Entrai nell’autovettura come se fosse di cristallo. Chiusi la portiera.
L’autista lo vedevo appena. Era un uomo di mezza età, portava un cappello scuro e degli occhiali da sole.
“Lui è Honorat, il mio autista personale” esordì l’uomo dal mio fianco sinistro. “Possiamo andare adesso”.
Honorat mise in moto. Il rombo dell’Aston Martin mi fece salire un brivido caldo.
Percorremmo venti minuti di strada mentre fuori le nuvole si susseguivano vertiginose. Nel veicolo regnava il silenzio e, da parte mia, anche il timore.
Stavamo uscendo da Parigi, la struttura urbana della metropoli aveva lasciato spazio prima alla periferia e poi alla campagna.
“Ecco, siamo arrivati”, esordì con voce rauca l’uomo al mio fianco.
Honorat rallentò e svoltò in una strada sterrata che si faceva spazio in una boscaglia cupa. Percorremmo la macchia ballando un po’. Dopo circa trecento metri arrivammo in uno slargo piuttosto spazioso e curato. Honorat parcheggiò meticolosamente al centro dello spiazzo.
“Può scendere”, sollecitò l’uomo al mio fianco.
Così feci e mi sgranchii le gambe senza dare troppo nell’occhio. Davanti a noi si erigeva una casa. Era una villa spaziosa e affrescata, mi ricordava alcune costruzioni rinascimentali della Provenza. Tutto intorno la boscaglia irrompeva prepotente.
“Mi segua”, irruppe l’uomo. Honorat restò in macchina, coperto dai vetri oscuranti.
L’uomo camminò a lunghi passi fino al portone dell’abitazione. Suonò al campanello e aprì dopo un secondo un maggiordomo. Un uomo biondo, di circa trentacinque anni, aitante ed enigmatico.
“Buongiorno Basile, siamo pronti”.
Basile annuì pensieroso, poi spalancò la porta e si inchinò rispettosamente indietreggiando.
Varcai la soglia e fui in grado di vedere il maestoso interno della casa. Una dimora di alto gusto estetico, piena di quadri, un grande tappeto birmano a terra, un mezzo busto alla base di un’ampia scala di marmo. Meravigliosa eppure affatto accogliente.
“Per di qua”, intimò l’uomo dallo strano sorriso.
Salimmo le scale senza parlare. Arrivammo al piano superiore e l’uomo si fece spazio tra la mobilia di un’immensa sala da pranzo per giungere, in fondo, ad una porta chiusa a chiave. Estrasse dalla tasca del suo completo una piccola chiave dorata e la girò tre volte nella serratura fino ad aprirla.
Fece strada e io lo seguii. La stanza era abbastanza grande, circa 40 metri quadri. Rispetto al resto della casa i colori erano più freddi. Molti blu, verdi e viola. C’erano due divani, uno di fronte all’altro, bianchi e molto morbidi. A terra un grande e soffice tappeto celeste e lilla. Le pareti erano completamente coperte da una libreria gremita. Una finestra sul tetto illuminava la stanza.
“Adesso si sieda” disse l’uomo, facendo un accogliente gesto con la mano.
Obbedii, come ormai facevo da un’ora a quella parte. L’uomo si tolse i guanti, come prima, nel parco. Aveva poggiato la valigetta sul divano di fronte al mio, creando un bel contrasto di colori. Mentre terminava la sua operazione entrò nella stanza Basile, con in braccio un’apparecchiatura tecnologica. Sembrava un computer, ma in forma più schiacciata e ovale. Era uno strano marchingegno mai visto prima. Attaccati penzolavano alcuni fili bianchi ed altri celesti.
L’uomo poggiò i guanti sul bracciolo del divano e prese la sua valigetta estraendone degli elettrodi collegati a dei cavi, anche questi azzurri.
“Per favore Monsieur La Blanche, si sdrai in posizione supina”
Mi guardai intorno.
Ma dove mi trovavo?
Chi erano quelle persone?
Ma, soprattutto, cosa stavano per farmi?
Osservai titubante Basile che poggiava il pesante oggetto elettronico su un piano di legno alto quanto uno sgabello.
Mi soffermai sui suoi lineamenti, sulla forma delle sopracciglia, sul movimento delle sue mani. E provai un profondo spavento. Pensai che non fosse il posto giusto in cui essere e mi sentii profondamente solo. Ma poi… ripensai immediatamente alla bellissima casa appena guadagnata, alla Maserati, ai due milioni di euro! La mia vita avrebbe avuto una rosea svolta da quel giorno in avanti… E poi, me lo aveva detto proprio l’uomo, che non avrei provato alcun tipo di dolore. Allora non c’era nulla da temere.
D’altro canto per una vita avevo desiderato essere qualcuno. Essere riconosciuto, visto, avere un peso.
Mi tolsi la sciarpa poggiandola vicino a me, a terra, e mi sistemai sul divano cercando di scacciare i brutti pensieri e mi lasciai trasportare come avrebbe fatto un tappo di sughero nella corrente.
L’uomo maneggiava, con l’aiuto di Basile, il macchinario che nel giro di qualche secondo emise un suono di accensione.
Sopra di me la finestra apriva uno squarcio nel cielo. Era come stare sdraiati su un prato con la testa rivolta verso l’alto. E, per un istante, mi sentii libero. Mi ridestò un rumore meccanico squillante e la voce di Basile:
“Monsieur è pronto, vuole fare una prova?”
“No Basile, iniziamo direttamente” sentenziò l’uomo.
Mi voltai a guardarlo. Aveva in mano due elettrodi, stavolta collegati al macchinario attraverso i suoi fili azzurri.
“Monsieur La Blanche, iniziamo” disse col suo solito, irritantissimo, sorrisetto.
Mi si avvicinò e mi ordinò, con voce mansueta:
“Dove crede che risieda la sua ombra?”
Oddio, che domanda…
Dove risiede la mia ombra?
“Non credo, monsieur, che l’ombra abbia un luogo, si crea quando c’è luce” pronunciai guardandolo smarrito.
“Se dovesse collocarla, in quale parte del corpo la metterebbe?” ripeté come se non avesse sentito la mia risposta.
Lo guardai ancor più confuso. Aveva in mano quegli elettrodi lo sguardo su di me, in attesa.
Dove risiede l’ombra?
Nel cuore?
No, banale, nel cuore no. Non l’ho mai amata, non può esser nel mio cuore.
Nel cervello?
Nemmeno. Mai la penso, a malapena riesco a riconoscerla.
Il fegato no, l’intestino neppure.
“…Forse, se proprio devo dire una cosa così, forse… negli occhi”
L’uomo si voltò verso Basile. Quest’ultimo, che stava attaccando il macchinario alla corrente, cessò la sua attività e incontrò lo sguardo del suo signore. Si guardarono per un lungo istante. Poi l’uomo si girò verso di me e Basile riprese la sua faccenda.
“Provi a spiegarmi il perché, per quanto le è possibile”
“Ho detto così, a caso” risposi balbettando.
“Il caso non esiste, Monsieur La Blanche” sogghignò l’uomo. “tutto ha il proprio perché”.
E ora cosa potevo dirgli?
“Beh, forse perché l’unico contatto che ho con la mia ombra è attraverso la vista; io la vedo e so che c’è”.
L’uomo guardò in basso per qualche momento, come per raccogliere le idee.
“Molto bene”, espresse poi, con voce tuonante.
“Adesso le consiglio di chiudere gli occhi e rilassarsi che iniziamo”
Eccoci.
Decisi di non proferir favella. Ma non riuscii a chiudere gli occhi.
Vidi tutto.
“Basile accendi il dispositivo” disse l’uomo.
Basile eseguì il comando e azionò il macchinario, che produsse lo stesso suono di prima.
L’uomo posizionò sulla mia testa i due elettrodi dai fili azzurri. Nella parte a contatto con la mia pelle erano pregni di un gel conduttore profumato. Ricordava la fragranza di un negozio di profumi vicino Bordeaux.
Basile schiacciò un altro piccolo pulsante e improvvisamente gli elettrodi iniziarono a vibrare.
Il movimento era calmo e rilassante, affatto fastidioso.
“Se sente dolore me lo riferisca”, esplicò l’uomo mentre prendeva altri due elettrodi azzurri in mano, “questo massaggio psicologico in realtà dovrebbe portarle un benessere generalizzato che la accompagnerà ad uno stato di sonno”.
Già le sue parole mi sembravano più lontane, quasi un’eco.
“Lei è un uomo molto coraggioso o molto stupido, Monsieur La Blanche”, sentenziò.
Riapparve nel mio campo visivo e posizionò altri due elettrodi in due porzioni della mia testa. Basile li attivò e il massaggio si fece più diffuso e profondo.
Il tempo iniziava a dilatarsi e restringersi senza seguire delle vere e proprie regole.
“Perché dice questo?”, domandai con poche forze.
L’uomo portò un elettrodo dal cavetto bianco e lo posizionò sul mio cuore, spostando leggermente la camicia per farlo passare meglio. Basile pigiò il pulsante e l’elettrodo non fece nulla, ovvero, nulla che io potessi percepire.
“Se me lo domanda allora è veramente la stupidità che l’ha condotta qui”, sghignazzò l’uomo.
La sonnolenza mi stava cogliendo, trascinandomi altrove. A fatica tenevo gli occhi aperti. Vedevo il cielo sopra di me, che si apriva e si gonfiava. Le nuvole erano le mie ipnotiste personali.
“Cos’è l’ombra? Me lo stava dicendo prima…”, disse l’uomo.
“L’ombra… è la proiezione del nostro corpo, che genera l’ombra, e non fa passare la luce”, dissi vergognandomi della semplicità del mio pensiero, in quel momento.
“Benissimo”, disse l’uomo mentre usciva dalla mia vista. “Quindi quale corpo attraversato da una luce non fa ombra?”.
Raccolsi le poche idee che ancora avevo. Un vetro, pensai.
In un barlume di lucidità capii.
E fu tutto talmente ovvio da farmi spaventare terribilmente.
L’ombra non sarebbe più esistita perché io sarei stato trasparente.
Sarei stato perennemente invisibile agli occhi degli altri.
Era questo il vero prezzo da pagare.
L’ultima cosa che sentii furono le parole dell’uomo:
“E adesso inizi a ricordare la sua ombra”, mentre mi posizionava due grossi elettrodi neri sopra le mie palpebre.

sabato 27 novembre 2010

Per scrivere bene? Forse

Per "festeggiare" i primi 30 post del nostro blog di scrittura
(e, naturalmente, gliene auguriamo tanti altri, vero?… )

Sono contenta e cercando di condividere vi lascio un saluto non con un testo mio, per carità!, ma di "uno che qualcosina ci capisce" e di cui si parlava anche ieri al corso.
Lo so che sono parole celebri che conoscerete sicuramente già tutti, visto che l'autore le dedica a chi segue corsi di scrittura, e poi le regole (come ci ricordano sempre) sono fatte proprio per essere infrante e non bastano certo per scrivere bene... metterei perciò il punto interrogativo... però, chi lo sa, forse possono sempre tornare utili. Magari anche a voi, come a me, ogni volta a rileggerle strappano un sorriso e qualche riflessione (se non altro mi fa pensare a quanto sbaglio, ahimè).
Commentate, se vi va.
Saluti cari a tutti i creativi, poeti e narratori,

Caterina



SCRIVERE BENE?
LE QUARANTA REGOLE DI UMBERTO ECO

(da Umberto Eco, La Bustina di Minerva, ed. Bompiani).

"Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura. "

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando
necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare
indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare... indigestione di... puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è "fine".
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: "Odio le
citazioni. Dimmi solo quello che sai tu."
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere
è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di
qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un
serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti:
anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai
all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono "cantare": sono
come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di
parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che
inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo
discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione
che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni
inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo
nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà
sbaglia.
26. Non si apostrofa un'articolo indeterminativo prima del sostantivo
maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!!!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini
stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt,
Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi.
Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore
del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti
il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello
che vi sto dicendo).
32. Cura puntigliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una
pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque
avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle
premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero
dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati,
nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come
altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla
deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero
eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano
comunque le competente cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

domenica 14 novembre 2010

CAPITOLO SECONDO "OMBRA TRA DUE FUOCHI"

Capitolo secondo

L’ anno scolastico stava per terminare. Mi mancava solo l’ ultima interrogazione di matematica. Dopo aver fatto esercizio, e stufandomi a risolvere le equazioni di secondo grado che sono il mio punto debole, decisi di tornare nella stanza di Eleonora.

Eseguendo il rilievo del professore, cancellai dal racconto le lucciole vaganti e, provvisoriamente, pensai ad un tremolio di lumini accesi nel cimitero sopra il paese.

Mi sentivo in forma e scrissi fino all’ ora di cena.

“… L’ arrivato non chiuse la porta, avanzò silenzioso. Senza nascondere le proprie intenzioni, prese a strusciarsi. Eleonora rimase immobile perché era abituata a sentirsi sfiorare da dietro. Anche quella sera aveva cominciato a stringerle il seno ed a sbaciucchiarla sul collo. Da tempo, Duilio il guardiacaccia, aveva imparato a non fare il selvaggio. Toccandola con le sue mani robuste riusciva ad accendere il fuoco, talvolta.

- Stamani è venuto un tizio a farmi delle proposte, disse lei rompendo il silenzio.

- Proposte?...

- Niente, voleva farmi una polizza sulla vita.

- ... Una polizza, di quanto?

- Non ho chiesto. Gli ho detto subito no.

- Ah! fece lui tirandole un braccio.

Eleonora fu costretta a voltarsi.

- Sei sicura che non fosse un buon investimento?

- Non ho nessuna intenzione di morire! disse lei tornando a fissare il buio.

- Che c’entra… E perché mai la mia gattina dovrebbe morire? Non sarà che ha bisogno di un po’ di tempo per pensarci?

- Dai, non mi fare il solletico.

- ... Non ti piace più il mio solletico?

- No, stasera voglio guardare i fuochi.

- C’ è tempo per i fuochi, ora lasciati andare... Senti come si sta muovendo.

- No! strillò Eleonora.

Duilio si staccò. Offeso si riabbottonò i calzoni. Non capiva cosa lei volesse dire con quel no stizzito. Era la seconda volta lo diceva in quella settimana. Fino ad allora, quando non aveva voluto, si era sempre rammaricata, scusata… Aveva inventato un mal di testa, un’ infiammazione, qualcosa insomma che non fosse puro fastidio. Possibile che dopo anni d’ affiatamento si fosse stancata? Ebbe l’ impressione che volesse mollarlo.

Sbattuto dal dubbio si lasciò andare sul letto.

- Che fai, dormi? gli domandò lei, distante.

Lui non rispose.

- Su, non fare il bambino.

Il bambino?! Forse la contessa non lo considerava più il suo uomo?

Si sforzò di rassicurarsi.

- ... Maaa... ti senti bene? le chiese.

- Non si può solo scopare, ebbe come risposta.

Le sembrò meno aspra.

- E... del nostro futuro? azzardò.

- Impariamo a godere di quello che abbiamo.

Di quello che... abbiamo?! Diavolo, non ho ancora nulla io. Qui è tutto tuo!

Duilio incominciò a tremare. Paventò che sarebbe per sempre rimasto nel limbo... Sentiva che lei era in vantaggio.

- Ma... avevi detto di regolarizzare… per chiudere la bocca... alla gente.

Eleonora era ancora soprappensiero. Svagata forse dagli effetti del climaterio, non si accorse delle smorfie di lui.

- Ci ho riflettuto, sai... Non è bello restare così? gli chiese.

La domanda rimase nell’ aria. Un attimo dopo arrivò il terremoto. Duilio abbandonava il rifugio facendo rintronare la stanza. Indispettita, lei accese la luce.

- Dai, non fare il bambino, chiamò. - Perché non vuoi accontentarmi?… Dopo lo facciamo, promise.

Udendo solo qualche colpo sordo nel buio, si convinse che gli uomini sono egoisti e permalosi più delle donne. Comunque non lo avrebbe rincorso. Se proprio non poteva rimandare, doveva venire a cercarla.

Tornata ad affacciarsi sentì anche un breve scoppiettio, ma non la banda. Probabilmente gli orchestrali si erano fermati a bere. Si stava risistemando lo scialle, quando più forte dei grilli cantò la civetta. Secondo le vecchie credenze annunciava una disgrazia. Sporgendosi per capire se l’ uccello fosse dentro le piante di alloro, si sentì fissata dal santuario bianco di luna. Le tornarono in mente i familiari defunti e si trovò a mormorare qualche preghiera.

Rivide il padre, il conte che non aver retto al suicidio del figlio. Ricordò il fratello, che nel giorno della disgrazia compiva poco più di vent’ anni. Per lui disse un requie supplementare. Alberto era di otto anni più grande di lei. Sebbene fosse coetaneo del guardiacaccia, anche da ragazzi tra loro non correva buon sangue. Una mattina d’ estate Duilio si era tagliato un polpaccio con la falce fienaia, sul prato davanti al castello. Alberto aveva visto, ma per non volerlo aiutare si era chiuso nello scrittoio del sottofattore.

Si rammentò di quanto il conte fosse bisbetico, per lei niente carezze e tanta morale. Sorrideva poco e la teneva a distanza. Aveva terrore delle novità. Durante la messa per la prima comunione di Alberto si era inviperito sentendosi offeso dal lusso dei sottoposti. Era la prima volta che i figli dei contadini venivano in chiesa con scarpe di pelle bianca e vestiti cuciti su misura. Per non subire il confronto, quando era stato il turno di lei, inventandosi una scusa, aveva convinto il prete a celebrare la comunione nella cappella privata del castello riaperta per l’ occasione.

Probabilmente la civetta era volata da un’ altra parte. Eleonora non credeva al malocchio, tuttavia si sentì più tranquilla... Ripensò alle pene della confessione

Il sacerdote si era presentato al castello nel pomeriggio della vigilia. Aveva fretta. Nero e imponente le aveva chiesto i peccati faccia a faccia, esaminandola senza lo scudo del confessionale. Quando credeva che avesse finito con le domande, la gelò con la raccomandazione che più delle altre le aveva messo paura.

- Domani, quando avrai ricevuto Gesù, sentirai una vocina. E’ Lui che parla al tuo cuore. Fai molta attenzione a cosa ti chiede.

Lei aveva chinato il capo annuendo con un piccolo si. Però il timore di sentire la Voce non l’ aveva fatta dormire...”

- Davvero Bachir, anche oggi riesci a sorprendermi...

Nonostante il muso che mi teneva Rachi mio padre, avevo di nuovo suonato al cancello del professore per leggere quello che avevo scritto. Quel giorno non avevo da fare compiti perché al mattino c’era stata Assemblea.

- Ma può andare? chiesi.

- Si, si... Però sono perplesso su alcuni particolari che non possono essere farina del tuo sacco.

Non capivo di cosa mi accusasse.

- Cioè? domandai.

- Ad esempio, a proposito di Eleonora, se ho ben capito, dici che il suo restare indifferente ai tentativi del guardiacaccia poteva essere causato dal climaterio, ma tu che ne sai del climaterio?

- Ho sentito, senza volere, il mio vicino di casa che faceva delle confidenze a mio padre, Rachi. Gli diceva di invidiare i mussulmani perché possono avere più d’ una moglie. Da quando la sua era in menopausa non riusciva a soddisfarlo, per via del desiderio che più non aveva.

Mi meravigliai che il professore non lo sapesse.

- Non ho esperienza per contraddire, io ero convinto del contrario… Ma la storia della voce e della confessione come ti è venuta?

- Sono nato in Italia e frequento italiani. Non faccio come mio padre, ascolto volentieri come si pratica la religione.

Il professore accavallò le gambe, indagatore.

- E quella vicenda del vestito di Alberto e dei contadini?

- E’ vera! L’ ho imparata da un pensionato mentre ero in coda alla posta, risposi.

- Baschir, sei forte! - Io dai miei compaesani non ho mai imparato nulla.

Sentii che voleva darmi confidenza. - Per forza, dissi. - Lei si esclude! Non va mai a fare una partita alla casa del popolo.

- Alla casa del popolo! A quei tavoli non parlano che di fica e di caccia... Arrossì come avesse bestemmiato. - No, mille volte preferisco passare per scontroso, disse.

Si asciugò la fronte. Notai il mento che gli tremava.

- Anche a me capita di stare bene da solo, risposi per compiacerlo.

Scostò la sedia dicendomi che aveva bisogno di andare in bagno. Quando tornò mise sul tavolo una caraffa d’acqua e due bicchieri.

- Bachir, vorrei riferirti un particolare.

Per un attimo dubitai che volesse dire che gli piacevano gli uomini. Invece mi fece un’ altra rivelazione.

- Io e Alberto eravamo amici, disse. - Avevamo gli stessi gusti…

- Ho capito! risposi.

Lui sorrise intuendo il mio disagio.

- Voglio dire lo stesso interesse per la natura, precisò. - Cioè Alberto era assai più deciso di me. Era anche nobile lui, per quello che poteva contare negli anni del boom economico… Ad ogni modo io ero solo uno studente proletario.

- Allora ha fatto la rivoluzione del sessantotto!

- Quante cose sai! No, io non sopporto la violenza, neppure quella delle parole e degli striscioni. Scansavo le manifestazioni e gli scontri con la polizia... Comunque approfittai del caos per dare l’ ultimo esame senza aprire un libro.

- E Alberto?

- Allora già era in pace su al cimitero. Dopo il liceo aveva chiuso con lo studio, non credo volesse riprenderlo. La nostra conoscenza era nata da bambini perché mia madre faceva varie faccende al castello. Era a mezzo servizio e tutte le volte che andava a stirare mi portava con sé. Un giorno durante le vacanze di Natale, facevamo la prima superiore, Alberto mi convinse ad accompagnarlo nella ricerca del casino manierista. Tra le carte di suo nonno ne aveva scoperta una dove si affermava che, in un posto chiamato masso ai banditi, si trovava una burraia molto particolare… Prima non avevano i frigoriferi ed il burro lo facevano e lo conservavano in casotti di pietra vicino ad una sorgente… In quel foglio si diceva che nel settecento questo casino era un ritrovo per incontri carnali con le streghe. Io non ero convinto, lui invece era gasato. “E’ vero, alle pareti ci hanno raffigurato i giochi erotici che facevano”, mi soffiava convinto. Per non farmi considerare fifone, accettai di andargli dietro… Sebbene non fosse una bella giornata, dissi a mia madre che si partiva per fare un giro nei campi. Invece si prese un viottolo per entrare nel bosco. Dopo un bel po’ che erravamo a vuoto, in un avvallamento del terreno, coperto da un castagno, si scoprì davvero un piccolo edificio di pietra dove all’ interno si sentiva correre l’ acqua. Intanto il cielo si era coperto del tutto. Alberto volle che lo aiutassi a far saltare la serratura. Aveva preso un palo da una catasta e appena fu dentro accese la torcia. Io entrai timoroso ma per mia fortuna vidi penzolare solo lunghe catene di ragnatele. “Lo sapevo che non era questo!” si arrabbiò. Per la delusione spense la lampada. Intanto l’ uscio si era richiuso e mi sembrò di sentire anche dei passi che mi misero i brividi addosso. “Il vento!” fece Alberto. Sferrò un calcio alla porta e corremmo fuori. Nel frattempo l’ aria era diventata ancora più scura. Volevo convincerlo a lasciar perdere e dissi di aver visto un lampo. Stavamo con gli occhi al cielo quando cominciò a piovere una gragnola di sassi.

“Lo so io chi sei tu, brutto figlio di puttana!” gridava Alberto mostrando i pugni verso un cespuglio di scope.

Io non capii più niente. Cominciai a correre finché non arrivai allo scoperto. Dopo un po’ venne anche lui. “Figlio di puttana, figlio di puttana schifoso” continuava a inveire tra i denti. Era furioso.

- Ma... si riferiva a chi?

- Non me lo disse. Aveva le lacrime sotto la pelle...

Il professore rimuginò qualcosa come preso da un pensiero. Senza dirmi altro si versò un bicchiere d ’acqua indicandomi di fare altrettanto.

- Ma non cercaste di capire?

- No, e da parte mia non volevo.

- Ma se Alberto gridava figlio di puttana

- Forse sospettava, ma forse diceva a caso… Comunque in quell’ anno ci fu un altro fattaccio. Se fosse successo ora, avremmo qui un mucchio di televisioni a intervistarci.

- Cioè? Ero incuriosito.

- Una scomparsa misteriosa, te la racconterò… Senti Bachir, se vuoi parlare con cognizione del territorio che hai dintorno, perché non vieni con me? Domattina ho deciso di andare in cerca di funghi proprio in quel castagneto.

L’ invito mi piacque. - Ma, il casino manierista?domandai.

- Con me, Alberto non ne parlò più. Si sarà convinto che era una balla.

- Vengo. A che ora si parte?

Al professore brillarono gli occhi ed io ricevetti un buffetto.

Incominciai a pensare una scusa per non andare a scuola.


sabato 13 novembre 2010

Poesie in versi martelliani

Quattro poesie di Leonardo Magnani



LA GIUSTA VICINANZA

Nella stanza s'impone la giusta Santità,
e scopre e svela il fiore giardini d'apparire
per ciò che giace in cuore: vino fermo e passione.
Piaccia o non piaccia fremere lo si fa poi gelare.
Sedendo a un tavolino scostante è il destino
che lascia azzannare quel tanto che gli pare;
non posso stare inerme, aquilotto a fissare:
in cerca mi precipito a stringer conoscenze,
a contendere il tempo, che val forse di più
d'ogni realizzazione mai soltanto sognata.
E sento inclinarmi alla voce degli umili:
avverto dentro premere la giusta vicinanza.




IL CALZOLAIO

Il calzolaio suola, e fin qui tutto serve.
Ma vuoi mettere cosa fa dentro il calzolaio?
Ma vuoi mettere cosa fa con le mani in guaio,
a ricucire invano lezze scarpe aperte?
Ed al cliente appaiato non sa poi cosa dire:
"Aspetti sol mezz'ora... non la farò avvizzire...
…e prendo ai miei clienti un prezzo di favore...".
Così prosegue in canto vivace a lavorare.
La suola è il cammino, è il presto mattutino
che l'uomo deve esprimere d'impetuoso Divino.
La suola è il verbo di ciascuna religione
che cuce d'ogni torto la sua consolazione.




L'OTTICO

Gli occhi usati non vedono che pochissimi lustri;
certi piangono lustri al girare dei nastri
che ne fanno l'età, ne spengono il colore
di giovanili ruote: perdute hanno le piume.
E l'ottico ripone le lenti come il pane
con la delicatezza lettrice delle pene.
E l'ottico risponde con una docilezza
che sembra una carezza alle guance dei più.
Così, vario, martella Dio nel profondo varco,
mettendo in fondo al sacco delle lenti a contatto;
perché Lui sempre c'è, occorre sol vederlo,
guardarlo alle primiere sue lenti di cospetto.




LA SARTA

La sarta guida il manto col suo significato
dell'apparire autentico e non molto traslato.
Conduce l'alto rango o l'inerzia atroce,
sempre in grazia coprendo i lati con la luce;
non dimentica mai i suoi mille gendarmi,
le loro feste vane, le briciole agli stormi.
Certo non cambierà il modo che produce:
è sempre lei con l'ago, è sempre lei che cuce.
Così Dio ci riveste del suo glorioso aspetto:
il povero morente, il nato benestante.
E pure ci abbottona la sorte all'occhiello;
non deve essere fredda, sarà un altro cappello.

I Will - racconto di Alessandra Greco

I Will


La città è una grande anatra che ha smesso di volare. Asfaltano, salto, ambulanti, resettano, corrono nel ritardo di un gran rumore, tutto è cominciato nel respiro che stenta. Un angelo soffiato a ritroso nel tempo ha preso per mano la mia vita, per imprecisione nel calcolo della posizione, degli effetti sulla simulazione, per lo schema a blocchi del sistema, mi ha mostrato gli errori di calcolo dovuti alla relazione tra risparmio ed errore, perché quando una persona ha risparmiato tutta la vita, al momento di scegliere, sbaglierà inevitabilmente, ed è già tardi per prestare attenzione. O non andavamo noi al nord a vendere accendini nel ’50? Mormorare qualcosa al respiro, suggerirgli di stare zitto. I nostri uomini sono bambini vecchi. Mettermi nel bunker, sovrastare il movimento. L’operaio cola bitume, lo stende colla scopa e la ramazza fumiganti. E guardare il cielo. Nel ritaglio della finestra. Inquadrando il corpo, solo nello spazio fuori, occhi-bulbi e aria. C’è una distesa di nuvole bianche che sembra una montagna, morbido solo fuori, la cima dell’Everest si è spostata nel mio settore. E prima di rientrare, di riprecipitare negli iridi, vedere volare gli uccelli. Sfiorano il vetro con le dita, pensieri tenuti nell’aria chiara. Inventare una serie, seguire l’intelletto impastarsi nella cima, gonfiarsi e sfumare nella nuvola. L’ultimo pugno di terra. Fiato che opacizza il vetro, nello schermo soffiato, lo sguardo immobile reprime, si distende congiunto alla pelle. Ai lati, nella casa conosciuta, c’è il mio guscio vuoto. È un arancio o un melograno? Un melograno. Anche se i frutti anneriti sono seccati si riconoscono. Allora forse è seccato anche l’arancio, era forse lì accanto. La linfa torna nella terra quando una pianta secca, sembra ancora viva. Vedi sempre le cose ingenuamente. Facevo per dire, l’occhio vede sempre prima, parlando è difficile tenere, l’anima tarpata ha parole secche. Vuoi rinverdire l’arancio? Ho poco da vivere, non mi resta che questo. Quando il mio amore ha saputo che ho un cancro, mi ha lasciato. Ho trovato l’e-mail stamattina: "Sono un guscio vuoto che non ti contiene", è stato facile dissolvere, vedere le cose per quello che sono. Quello che sono oggi, ha preso tutto l’angelo.



Vedi anche:

Radio Head_I Will (traduzione italiana del testo http://www.thebends.it/testi.html)


I Will

I will
lay me down
in a bunker
under the ground

I won't let this happen to my children
meet the real one coming out of my shell
With wide eyes opened up sitting ducks
I will
rise up

Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes
Little babies' eyes, eyes, eyes, eyes, eyes, eyes


Io farò

Mi
sdraierò
in un bunker
sotto terra

Non lascerò che questo accada ai miei figli
incontrare il vero mondo uscendo dal tuo guscio
??Con occhi larghi che ho schiuso su anatre sedute
Io
mi rialzerò

Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli
Gli occhi dei bambini piccoli


Un’immagine:
http://www.designerblog.it/post/7451/rewrite-la-scrivania-con-guscio-di-gamfratesi

The Division Bell - racconto di Alessandra Greco

The Division Bell


Sul tavolo fuori nel resede c’era il sacco nero con dentro i palloncini della festa gonfiati con la pompetta perché si dice la vulcanizzazione della plastica con cui sono fabbricati li rende cancerogeni, l’aria dentro ora forse è fiato cancerogeno, intorno alla bocca, sulle labbra no. Gli alcoltest al cromo si riconoscono dal reagente di colore giallo che diventa verde con l'alcol. Anche quelli sono cancerosi. Un tasso alcolemico alto, un potenziale assassino. La televisione spenta non alita più correnti malsane di pensieri, di politici atti tremendi, di film esagerati e spettacolari fatti perché ci si impasti con atti mancati un sonno malato. Amici lontani di cui non so più niente. Segnali dal futuro agitano la mano, sempre pensati prima che si avverino. L’aria gelata entra dalla finestra, la maglia mi protegge i polmoni, la gola, la sosta intorno alla sigaretta, per respirare l’idea di voler avere un’autonomia di respiro. Fuori c’è sempre il susino che quando era un ramoscello anonimo ha portato come uno spaventapasseri le nostre preghiere al vento, l’assillo che se ne andassero i nostri, come cavalli al galoppo per tutti i cieli della terra, sottili pensieri in una chioma di bisce. Ogni frutto che ha dato sono questi susini rossi. Verrà potato e perderà i suoi serpi sulla mota. Tutti in bicicletta. Niente di tutto questo è mai avvenuto o solo appena. Niente è stato detto, invalidato, effettuato. Soprattutto medusa è tanto tempo che è estinta. Sul tavolo fuori nel resede non c’è più niente. Io sulla spiaggia mentre cerco conchiglie. Un omino manovra la sua piccola barca sul tappeto di plastica. In quattro anni si è aggiudicato un paio di Nike, una vasca da bagno giocattolo e un’attrezzatura completa per hockey. Minuzzichi, cassetto con ricordi e scatti. Io sempre che nascondo gli occhi al sole. Io al telefono con un amico che non c’è più. Io con mio padre. Io che saluto. Fuori, il segnale del passaggio a livello è lo stesso delle campane in una canzone dei pink floyd. Ogni volta che lo sento attacca High Hopes.
Ora in un altro paese, in un altro spazio, Jean Claude si appresta alla potatura delle piante da frutto. Vi si arrampica come un lembo di terra. Smoccola su quei rami che fatica a raggiungere. Cadono senza rumore.
Mentre esce di casa con un plico e la scorta, Liu Xia scompare accompagnata dal fratello minore Liu Hui, condotta da un drappello di poliziotti. Una donna partorisce. A Dhaka c’è un ponte di barche sul fiume Buriganga tra i giacinti d’acqua. I pendolari attraversano il ponte galleggiante. L’attraversamento del ponte costa 2 taka (0,02 dollari americani).
Il Pacific Trash Vortex "Si divincola come un grosso animale senza guinzaglio", un celenterato piccolo che pare fiorire dal nulla quando il mare è caldo e piatto, dondola.



Vedi anche:

Pacific Trash Vortex
http://www.disinformazione.it/mare_di_plastica.htm

Pink Floyd_ High Hopes (traduzione italiana del testo http://www.dartagnan.ch/article.php?sid=3177)


High Hopes

Beyond the horizon of the place we lived when we were young
In a world of magnets and miracles
Our thoughts strayed constantly and without boundary
The ringing of the division bell had begun

Along the Long Road and on down the Causeway
Do they still meet there by the Cut

There was a ragged band that followed in our footsteps
Running before time took our dreams away
Leaving the myriad small creatures trying to tie us to the ground
To a life consumed by slow decay

The grass was greener
The light was brighter
With friends surrounded
The nights of wonder

Looking beyond the embers of bridges glowing behind us
To a glimpse of how green it was on the other side
Steps taken forwards but sleepwalking back again
Dragged by the force of some inner tide

At a higher altitude with flag unfurled
We reached the dizzy heights of that dreamed of world

Encumbered forever by desire and ambition
There's a hunger still unsatisfied
Our weary eyes still stray to the horizon
Though down this road we've been so many times

The grass was greener
The light was brighter
The taste was sweeter
The nights of wonder
With friends surrounded
The dawn mist glowing
The water flowing
The endless river

Forever and ever


Grandi Speranze

Oltre l’orizzonte dei luoghi in cui vivevamo
quando eravamo giovani
In un mondo di magneti e miracoli
I nostri pensieri si smarrivano con sconfinata costanza
La campana della divisione già suonava
Per la Lunga Strada e giù per il Sentiero
Si incontrano ancora vicino al Canale?
C’era una banda cenciosa che seguiva i nostri passi
Correndo prima che il tempo ci portasse via i nostri sogni
Lasciando la miriade di piccole creaturea provare a legarci al suolo
A una vita consumata da una lenta decadenza
L’erba era più verde
La luce era più brillante
Circondati da amici
Le notti di meraviglia
Guardando oltre le braci dei ponti che bruciavano dietro di noi
Fino ad un’apparizione fugace del verde sull’altra sponda
Passi avanti ma da sonnambuli tornati all’indietro
Trascinati dalla forza di qualche marea interiore
Ad un’altezza maggiore a bandiere spiegate
Raggiungevamo le folli vette di quel mondo sognato
Oppressi per sempre da desiderio e ambizione
C’è una fame ancora non soddisfatta
I nostri occhi vuoti ancora vagano all’orizzonte
Sebbene per questa strada siamo scesi tante volte.
L’erba era più verde
La luce più brillante
Il gusto più dolce
Circondati da amici
Le notti di meraviglia
La rugiada lucente
L’acqua corrente
Il fiume senza fine
Per sempre e sempre


Un’immagine:

http://www.google.it/imgres?imgurl=http://www.movetico.org/wp-content/uploads/plastica.jpg&imgrefurl=http://www.movetico.org/il-settimo-continente-della-vergogna/&h=350&w=455&sz=62&tbnid=9PQF_efgU59EdM:&tbnh=98&tbnw=128&prev=/images%3Fq%3DPacific%2BTrash%2BVortex&zoom=1&q=Pacific+Trash+Vortex&hl=it&usg=__9S3VTe8IpJ5NY_7b5n0ahlifb-0=&sa=X&ei=dNXHTMfDFomWswb5urHGBg&ved=0CCEQ9QEwAg

Poesia di Nahid Norozi

Un'altra autotraduzione poetica, con la relativa trascrizione del testo originale.
a presto,
Nahid



she'r

àghàzide az hich
àràmide bar golbarghàye 'atre nargesin
baràmade az làyehàye por khame khàb
tazalzole zolàle saràb
bar àstàneye tapandeye mahtàb
sardargomiye raghighe meh
bar sathe ràme mordàb
va rosube molàyeme 'ud
bar tàr tàre gonge vojud


Poesia

Iniziata dal nulla
giacente sui petali del profumo di narciso
innalzata dagli strati sinuosi di sonno
trasparente tremito di miraggio
sulla soglia palpitante di luna
rarefatto smarrimento di nebbia
sulla superficie placida di palude
e lento sedimento di liuto
sull'opaco filiforme dell'essere.