giovedì 19 gennaio 2012

IL SIGNOR LORENZO di Tania Maffei




Il dolore sta prendendo sempre più corpo dentro di lei. Guarda l’uomo che ha davanti; non lo riconosce. Una cannula attaccata alla bocca, collegata a un respiratore artificiale, gli fanno muovere il petto con un’andatura ritmica come quella di un corridore dopo una lunga corsa. Gli occhi sgranati sono grigi, dello stesso colore dei capelli; quello non è un vero sguardo, non proietta nulla. La gamba destra sobbalza da sola. Reazione automatica del sistema nervoso, dicono i medici. Il cuore batte con regolarità, si vede dal monitor. La donna vorrebbe accucciarsi lì con lui ma è impossibile. A un tratto le cose cambiano. I monitor sembrano impazziti. Del muco verde e marrone d'un tratto esce dalla bocca dell'uomo. Uno spettacolo orribile. La donna viene invitata a uscire. Dopo un lasso di tempo indefinito, con le mani ridotte a un ammasso di carne infuocata, la donna è avvicinata da un medico che le dice: «Signora Tiziana suo padre è morto. Ora del decesso: 11 del mattino del 27 gennaio dell'anno 2000.»

Il Signor Lorenzo è seduto come tutti i giorni al solito bar, sospeso fra mille e nessun pensiero. Quel modo di essere lo fa sentire…leggero. La gente attorno a lui è, come dire, gentile ma in nessun caso invadente. Ha l'impressione di non incontrare mai le stesse persone o forse non se le ricorda. In fondo è convinto che quella totale mancanza di memoria non lo disturbi affatto. Ha una bella camera tutta per sé, mangia solo ciò che vuole e il suo stato di salute è ottimo. Non c’è nulla che si aspetti, che non abbia già.
«Il Signor Lorenzo è desiderato dal Capo supremo.» Sì, c'è un capo supremo che ogni tanto incontra, anche se non ricorda nulla di quello che si dicono. Una fanciulla lo prende per un braccio invitandolo a seguirla. In breve, senza sapere come, si trova seduto su una comoda poltrona che sembra abbracciarlo. «Ebbene», dice una voce sonora che riempie la stanza «lo sa che oggi sono dieci anni che lei è qui con noi?» L'uomo rimane sconcertato. È  rimasto in quel posto tutto quel tempo e non se ne è accorto, come è possibile?
«Ora le faremo tornare la memoria o meglio, spetterà a lei scegliere cosa ricordare. Sarà un processo doloroso alla fine del quale potrà esprimere un piccolo desiderio, sempre che lo voglia, si intende.»
«Ma… non so… fate voi.» Dice disorientato Lorenzo.
«Bene allora cominciamo.»

Prima fase:
…volo, confusione, dolore fortissimo al petto. Non respiro. Una sirena.
Un colpo. Uno sguardo di donna. Sento ogni cosa ma non posso
muovermi. Sto allungando un braccio. No, non è vero. Vorrei correre
lontano, lasciare tutto. Mi ricordo quando ero piccolo. C’era la guerra.
Gli americani mi dicevano 'un giro in bici in cambio di una stecca di
sigarette'. Io mi accordavo con loro e dopo, senza dire nulla a nessuno,
compravo cioccolata e coca cola. Nel sud la guerra si è sentita poco.
L'occupazione americana, per chi ne ha saputo approfittare, è stata un
tocca sana. Quel dolore ora è alla testa. Vedo del sangue scorrere, delle
persone mi stanno attorno. Mi hanno tolto la dentiera, l'hanno gettata via.
Ho ben presente il momento in cui l’ho messa la prima volta. La dentista
mi guardava 'Vedrà che bel sorriso'. Da bambino chi conosceva i dentisti.
Nella mia bocca i denti, ammonticchiati gli uni sugli altri, sembravano
lottare fra loro. Nell'angolo rivedo la stessa donna di prima. La conosco,
si chiama Tiziana. Ho in mente quando è nata. Un parto facile di poco più
di un'ora. Sono arrivato e me l'hanno messa in braccio. Aveva la testina
rosa, pelosa come una pesca, gli occhi chiusi e allungati. Chissà perché i
bambini appena nati si assomigliano tutti. Forse sono suo padre. Spostatevi,
fatemi guardare. Mi hanno intubato. I suoi occhi sono
un mare in tempesta. Ricordo che da piccola era testarda, cocciuta. A otto
anni volle la bicicletta e non ebbe pace finché non imparò ad andarci. I
ricordi si annacquano, tutto sta scomparendo sento solo un grande
dolore…

Seconda fase:
… la sua passione ora sono i pattini, le rotelle che girano per interi
pomeriggi. Sono di nuovo un ragazzo che corre. Faccio atletica leggera
all'università. La mia specialità è il salto con gli ostacoli. Ho vinto delle
medaglie. Ricordo gli amici, le donne, le prime macchine. Mio padre
aveva una fabbrica di mobili. Io non volevo prendere il suo posto e lui si
arrabbiava; stette giorni senza rivolgermi la parola. La vita della fabbrica mi
opprimeva e poi come avrei potuto comandare a quegli operai con i quali
da ragazzo avevo giocato a pallone tutti i giorni? Faccio l'università senza
alcuna voglia. Dopo la guerra qualcosa sarebbe accaduto. Sento di nuovo
le fitte, ora, al cuore. Mi accorgo che il mio sguardo è vuoto; posso
osservare la luce fortissima che ho davanti agli occhi senza abbagliarmi,
sono diventato cieco. Vedo Tiziana. Ha smesso di piangere, mi guarda
con tenerezza. Che donna sia io non lo so, la memoria non mi aiuta. Mi
deve amare molto e la mia perdita la distruggerà. Le mando delle lunghe
carezze che credo non riesca a sentire. Tutto sta svanendo di nuovo la
perdo, la perdo…

Il Capo Supremo.
«Prima della terza fase devo dirle alcune cose: lei è riuscito a ricordare solo sua figlia. Ora potrà interagire e fare qualcosa per lei. Sappia però che Tiziana non si accorgerà di nulla.»
«Come, cosa significa?»
«Sentirà dei dolori. Quando questi saranno insopportabili vorrà dire che il tempo a sua disposizione è finito. È d'accordo ad andare avanti?»
«Si vi prego.»

Terza fase:
… buio totale. Terra appena smossa da strani individui vestiti di bianco.
Odore disgustoso. Mi stanno seppellendo. Posso vedere il mio corpo,
anche se ne sono del tutto fuori. Un raggio di sole, una folata di vento, la
gente che mi circonda. Il mondo per me è incomprensibile. Ho un
fortissimo dolore dentro che non so spiegare. Non ho forma, odore, peso.
Posso diventare qualunque cosa. Sono un uccello che vola, la borsa della
spesa di una signora che passa indaffarata, il libro di un ragazzo che
legge, il peluche di un bambino in carrozzina, le scarpe di un uomo che
corre veloce, le labbra carnose di una bella donna. Devo trovare Tiziana.
E’ lì, nel suo giardino. Ha sempre desiderato vivere in campagna. La vedo
mentre accarezza un gatto. Vorrei provare amore per le cose reali ma non
ci riesco. Entro dentro quel gatto che fa le fusa; mia figlia mi tiene in
braccio e mi accarezza. Per un attimo tutto è diverso.
Sta parlando col marito. Deve andare in clinica per una lunga cura.
Domani andrò con lei.
Partiti. Eccoci arrivati. Oddio! Nell'uscire dalla macchina le è caduto il
pass che le permette di entrare in clinica. Devo risolvere questo
problema. Vedo un vecchio che passa ne rubo la voce e le sembianze ed
entro da un giornalaio. «Scusi, ho trovato questo pass per terra. Glielo
lascio, se qualcuno dovesse cercarlo, d'accordo?»
I dolori sono sempre più forti. Con la forza che mi resta compongo il
numero di un cellulare che non conosco. «Pronto Signora il suo pass si
trova dal giornalaio qui di fronte.»
«Chi parla? Come fa a conoscere il mio numero?» Riattacco. Il dolore è
ormai insopportabile.

Quella sera Tiziana ripensa a quanto è accaduto. Mentre lo fa, la mente va al padre che perdeva tutto ma ritrovava sempre ogni cosa. Dentro una vetrina del salotto, tutto a un tratto, si rompe una tazzina, così, da sola, senza che nessuno abbia fatto nulla.

Il Signor Lorenzo è seduto come tutti i giorni al solito bar sospeso fra mille e nessun pensiero. Quel modo di essere lo fa sentire leggero, soddisfatto…

“PROPRIO CON UN FRANCESE DOVEVO CORRERE?” di Tania Maffei


Il famoso Rally di Montecarlo che quest'anno compie 80 anni, svolge la sua tappa più importante di notte sul famoso Col de Turini, solitamente contraddistinto da un manto ghiacciato o innevato. Il Col de Turini è la tappa più attesa anche dagli spettatori  che spesso gettano neve sulla strada per aumentare lo spettacolo; tale condizione ha penalizzato molti corridori che, vi hanno anche perso la vita.



Proprio con un francese dovevo correre ?


Marcello era già in macchina pronto per la partenza con il suo  navigatore francese seduto di fianco. Si chiamava Claude. Correre i Rally è come per il matrimonio: pilota e navigatore sono uniti per la vita, fino a che morte non li separi. Sei costretto a convivere in pochi metri quadrati.  Se non c'è intesa diventa una tortura.
Fuori la neve scendeva lenta. Più in alto sarebbe stato l’inferno.
Il Direttore di gara, un altro francese, incappucciato e con una pesante giacca a vento dei colori dello sponsor, avrebbe mostrato fra poco la mano aperta con le cinque dita. Poi, abbassando un dito alla volta, avrebbe scandito gli ultimi cinque secondi fino al segnale di partenza: uno schiaffo secco sul tetto della macchina.
 “Ma dimmi tu”, pensava Marcello, mentre le idee gli si confondevano in testa guardando l’orologio digitale “correre la frazione decisiva del Rally di Montecarlo sul famoso Col de Turinì, al volante di un’auto italiana, in lotta contro una marca francese e con un navigatore francese. Bastardo, pure”
Dopo l’ultima prova speciale, durante la quale i due non si erano intesi, erano quasi venuti alle mani.
“Tu est con ou quoi ? (Sei stronzo o che)” – l’aveva apostrofato il francese sbattendogli contro il blocco con le note del percorso, appena tagliato il traguardo.
Si erano slacciati le cinture ed erano schizzati fuori dalla macchina. Marcello l’aveva agguantato per la tuta,  e a dividerli, erano arrivati  i meccanici e il Direttore Sportivo. 
“Marcello, vuoi farti squalificare? Sei al comando. Giuro che se fai una delle tue stronzate sul Turinì stavolta ti sparo quant’è vero Dio”, lo aveva apostrofato in malo modo il Direttore Sportivo. Diceva di non aver sentito le indicazioni. In realtà l’orecchio destro, nonostante l’intercomunicante nel casco, dopo l’incidente, non funzionava più come prima, e a volte Marcello non capiva le parole e faceva degli errori. 
Nevicava sempre  di più.
I due si guardavano in cagnesco “Mi guardi eh, maledetto francese. Devi aiutarmi a vincere il Rally di Montecarlo. Mi odi lo so, ma mai quanto ti odio io.”
“Abbiamo cambiato i fari, li abbiamo montati gialli come le auto francesi così nella notte quei simpaticoni dei tuoi connazionali non potranno buttarci montagne di neve mentre passiamo.” Gli aveva detto Marcello con tono molto seccato. Già, come quella notte, tre anni fa, quando aveva avuto l’incidente andando a sbattere contro un muro a causa dell'eccessiva neve gettata dagli spettatori.  Lui ci aveva quasi rimesso l’orecchio e Gianni la vita.
Al posto di Gianni gli avevano mandato Claude, con quell’aria saccente, le note precise e la sua stramaledetta erre moscia.
La gara era  iniziata. L'adrenalina era a mille.
Un colpo secco, giù il gas, il motore saliva di giri, su la frizione, la macchina si ribellava, cercava di mettersi di traverso in un turbine di neve sporca.
“Allez! Plus plus, droite, deux” (Più. Più. Destra due)”
“Certo che accelero…”
“Tais toi! C’est moi qui je parle! Plus, plus , gauche troi!” (Sta zitto, sono io che parlo, Più più. Sinistra tre.)
“Ascolta francese del…”
“Tais toi! gauche, ouverte deux puis quatre, avant gauche…” (Sinistra, Aperta due, poi quattro avanti sinistra). 
“Ti pagano per parlare italiano, lo sai?”
“Mi pagano per farti vincere, e sono soldi bien gagné, come si dice en italien, ben guadagnati.”
Il fondo stradale luccicava sotto i fari antinebbia, la neve era compatta. Si saliva bene, non c’era ghiaccio, né cumuli di neve sulla carreggiata. 
“Andiamo forte davvero ora che ci scambiamo solo le indicazioni strettamente necessarie”. Diceva 
il francese parlando a scatti.  La sua voce nell’intercomunicante era chiara, le note precise. Marcello lo seguiva bene ma in una curva faceva a modo suo. Azzardava un po’, andava via veloce. “Lui lo sa, ma non dice nulla. E' come se approvasse la mia correzione” pensava Marcello. 
Claude intanto gli segnalava con precisione una serie di tre curve senza soluzione di continuità. Marcello le affrontava scalando le marcie e aprendo il gas come Claude gli suggeriva. La macchina sbandava leggermente ma, infilata la traiettoria, andava giù perfetta. 
“Secondi guadagnati.” Diceva Claude con aria soddisfatta mostrando il pollice alzato in segno di  approvazione.
Marcello e Claude andavano avanti alla grande. Non una sbavatura, nulla che li rallentasse. Le note del francese erano stringate, concise, nitide, in una parola: perfette.  
La voce di Claude disegnava la strada un attimo prima che Marcello la dovesse affrontare. ''Non mi ero mai accorto di quanto fosse bravo.” Pensava Marcello ormai rilassato e sicuro nella guida.
“Helàs les gars ! (Ragazzi) Cet italien, questo italiano, il marche vite ! Va forte ! Peut etre que je vais gagner le Rally de Montecarlo avec une equipe italienne, con una macchina italiana e con un pilota italiano, c’est drole, è strana la vita…” diceva Claude facendo finta di ignorare Marcello dopo aver sistemato le note che teneva appoggiate sulle ginocchia.    
Stavano andando fortissimo. Mancava ormai poco alla fine della prova speciale e a vincere il Rally di Montecarlo.
I fanali sciabolavano il buio. La voce di Claude risuonava chiara nell’intercomunicante, sembrava parlare italiano. No, stava parlando italiano.
“E’ la sera dei miracoli” diceva a Claude “anche l’orecchio mal messo stasera funziona alla grande.” 
All’improvviso tutto era cambiato: il motore aveva cominciato a ululare a vuoto. Marcello premeva la frizione in tempo per evitare il fuori giri ma il cambio era già andato O forse la frizione. Marcello era stato  costretto ad accostare sulla destra davanti a un gruppo di tifosi francesi che quando videro che si trattava di una macchina italiana avevano mostrato loro il dito medio.
“Non, c’est pas possible” – urlava  Claude, sbattendo sul cruscotto il blocco con i fogli.
“Invece sì, è saltato il cambio. In questo modello succede. Raramente, ma succede.”
“Maledetta guigne, come dite voi, sfortuna?” 
“Sfiga. No, devo aver sbagliato io…” 
“Mais non, Marcello. Stanotte eri perfetto. Non avevo mai visto nessuno prima scalare il Col de Turinì come te.”
“Eh sì, andavo bene, stasera...
“Sì, abbastanza...
“Cos’è, Claude ricominci a fare il bastardo?” 
“Mais non, mon ami, a me vai  bene così…”
“Hai ragione, scusa. E’ che voi francesi…” 
“Senti allonsanfan, c’è un chilometro e mezzo da fare a piedi sotto la neve io vado.”
“Vengo anch’io, si non peut etre  que tu n’arrive pas.” 
“Ti pagano per parlare italiano.” 
“E toi pour gagner, pas pour casser le debrayage, con que tu es con.” (e a te per vincere non per spaccare la frizione, stronzo di uno stronzo) 
“Brutto figlio di puttana.” 
“Allora lo vedi che capisci il francese, pourquoi je dois parler italien, alors ?” 
“Parce que tu es payé pour ça.”
“Va bene allora al Tour de Corse parlerò italiano. A proposito non nevica più guarda che cielo stellato.” 

sabato 31 dicembre 2011

Quella sera al PalaMandela

Quella sera avevo trasgredito alle regole del corso di Scrittura e avevo lasciato il telefono acceso. L’sms del fotografo arriva intorno alle 19.00
“Io e il direttore arriviamo verso le 21, tienici il posto”
La risposta è pronta
“è la notte di Leonard e voi ve ne state tranquillamente con le gambe sotto la tavola, vergognatevi”
Corrado che è un tipo sveglio, prontamente risponde
“mica è nostra la notte, è di Leonard”
Io controbatto
“okkei ti lascio il posto all’angolo di Leo, girato verso il pubblico quando combatte, girato verso di lui quando sputa l’acqua”
“sei un tesoro” chiosa Corrado.

La telefonata del babbo arriva alle 19.25:
“Massimo c’è già gente quando arrivi”
“fra 10 minuti sono lì”

Sono davanti al PalaMandela, faccio la fila per il pass e poi appendo quel cartoncino al collo come fosse una medaglia, il babbo ha il posto assegnato nelle vicinanze del bordo ring, io sulla sopraelevata, dobbiamo dividerci, lo facciamo con un abbraccio. La stampa che conta è giù, hanno postazioni con gli wireless e i portatili accesi. Io tiro fuori il blocco per gli appunti e mi preparo anche se mancano ancora 2 ore al match di Leonard. Al Mandela non si può fumare ed una vera disdetta perché per gli incontri fumo come un dannato, raggiungo l’uscita di servizio e vado a fumare. Al ritorno faccio un giro, appena vedo un cartello con scritto “buffet sala stampa” mi fiondo sull’obbiettivo, ma vengo respinto, il mio pass non vale. Forse hanno paura che mi sbronzi e poi faccia casino, ma nessun pericolo non bevo mai prima dei match.

Il direttore e il fotografo arrivano con aria compassata, si sistemano e si guardano in giro, non manca molto al match, io sono intento a scrivere qualcosa degli altri match che precedono quello di Leonard. Dopo un po’ loro se ne vanno giù, il servizio di sicurezza è un po’ lasco e volendo si arriva nei pressi del bordo ring che ora è pieno. Mi chiamano invitandomi a raggiungerli, ma non riesco a passare, sembra che non mi riesca nulla in questa serata, ma sono solo teso. Decido di restarmene in sopraelevata, anche se so che i match si vedono bene a bordo ring, dal basso si notano meglio i pugni che incontrano l’avversario, dall’alto è un po’ più difficile, comunque vedo bene e poi c’è lo schermo che mi può aiutare con i replay, scrivere di pugilato con i pugni che saettano a serie e cosa ben difficile.

I pugili fanno il lorio ingresso sul ring è il momento che gli appassionati aspettano da 44 anni, sbucano dagli spogliatoi adiacenti alla nuova palestra che sono sotto al Mandela, la vecchia palestra era dall’altro lato, quando sono andato ad intervistare Leonard ho guardato il tappeto del vecchio ring, coperto di macchie rosse e scure, il sangue dei pugili che per 25 anni si sono allenati all’Accademia Pugilistica Fiorentina, lì in mezzo, da qualche parte, ci sono anche le mie.
Il match inizia, di solito prendo appunti così: mi segno le iniziali dei pugili, e scrivo le abbreviazioni dei colpi più significativi, i conteggi, i richiami, e poi alla fine del round esprimo il giudizio. Cercando di stare con gli occhi sul foglio il meno possibile, altrimenti come faccio a vedere il match.


Il match è finito, finalmente recupero il fotografo e il Direttore, fumiamo una cicca fuori dal Mandela e poi stabiliamo l’ora per mandare il pezzo e le foto on line. Le 1.30.
Rientro a casa a 10 alle 1, accendo il computer e vado a baciare la Giorgi che è a letto, prendo il blocco con gli appunti e inizio. Ho riempito tre paginate di roba, ma non ci capisco nulla, ho scritto in una specie di trance, l’unica cosa che riesco a leggere chiaramente è “vince ai punti ed è il nuovo campione europeo dei pesi welter Leonard Bundu”. Inizio il pezzo così.

lunedì 26 dicembre 2011

Donna - Eleonora

DONNA

Cuore

Cervello

Corpo

Non

Ideale impalpabile

Per immaginari irrealizzati

mercoledì 7 dicembre 2011

Mica saranno tutti sordi

Ho lavorato per qualche tempo in un magazzino enorme, lì arrivavano tutti i prodotti della Toscana che da lì ripartivano ai vari negozi, compito mio e dei miei compagni, mettere i prodotti sui camion, o meglio vicino ai camion, il lavoro di carico era destinato ad altri. Fra questi compagni di ventura c’erano vari personaggi, ognuno meriterebbe un racconto, fra questi c’era Osvaldo, più volte l’ho sentito ripetere: “da questi – inteso la catena per cui lavoravamo – non ci compro nulla, vado dalla concorrenza io, per colpa mia nessuno di noi deve prendere in mano neanche uno stuzzicadenti” .

La prima volta che sono andato a Pisa era il 1987, c’era Pisa – Fiorentina, in tutte le città che andavo in quegli anni subito dopo il loro nome c’era Fiorentina. Era la prima trasferta cattiva della mia carriera da Ultras ed essendo ancora minorenne prometteva bene, in treno mi si era appiccicato il Ricci, avevamo fatto le scuole medie assieme, poi lui era andato a geometri e ora si vantava di essere diventato una sorta di Gabriel Pontello, mentre io che avevo scelto agraria ero finito nella sezione solo uomini e per giunta più dura della scuola, poi, dopo essere bocciato in prima avevo ripiegato sull’altra sezione, ignaro che per quell’anno ci fosse stato un’inversione di tendenza che aveva portato le ragazze dall’altra parte, insomma in poche parole nisba, ma a me fregava poco, io volevo solo raggiungere gli altri che avevano preso posto nella carrozza dei capi Ultras. Loro erano i ragazzi del Collettivo che, in attesa di raggiungere gli onori degli anni ’90 erano andati a lezione a Verona dalle Brigate gialloblu, gruppo storico italiano di cui non vi dico nulla perché sono sicuro che già sapete tutto, il vagone era pieno di Ultras, il treno stava rallentando.Ci siamo ormai, si alza il coro: “STIAMO ARRIVANDO, APRITE STIAMO ARRIVANDO…..” seguito dal fischio del freno di emergenza che blocca il treno.

Alla stazione di Pisa risuona forte un altro coro dei 3000 fiorentini “SON TORNATI GLI ULTRA’” al termine del quale risuonano anche i vetri del tabaccaio e delle porte centrali. Mica faranno tutti i vetrai.Il corteo si snodava per le vie della città, alcuni bar erano già chiusi, altri lo facevano sul momento abbassando i bandoni in tutta fretta, quelli aperti avrebbero chiuso dopo il nostro passaggio, per inventario.

Finì 2 a 1 per il Pisa al goal iniziale della squadra di casa ripose Roby Baggio su punizione, al nuovo vantaggio non rispose nessuno. Alla fine della partita c’era un intero stadio che ci gridava contro, ed io, oltre a non essere abituato mica lo capivo il perché. Quelli più vicini a noi e che potevo vedere in faccia erano tutti vecchi, che avrebbero fatto meglio a sentire le partite con Sandro Ciotti e compagnia bella, mentre quelli della curva opposta mi ripromettevo di vederli fuori. Dopo un paio di cori compatti, in balaustra salì il capo Ultras, chiamò il silenzio a gesti, poi, con la curva muta disse:”all’uscita rimaniamo compatti, se i pisani si fanno vedere li carichiamo, ma nessuno tocchi le macchine, non deve ripetersi Cesena”. A Cesena avevano distrutto una città, un treno e anche gli accordi con il presidente della fiorentina, io non c’ero andato, ma gli amici, gli articoli di giornale, le foto e i filmati, erano arrivati a me come a tutta Italia.

Il corteo del ritorno passò fra la città senza troppo incidenti, i Pisani non si vedevano, se non su un ponte, ma c’è la celere e non successe niente. La nostra marcia, nonostante le raccomandazioni, era scandita di tanto in tanto in tanto dai rumori delle lamiere, che si piegano sotto le suole degli anfibi fiorentini. Alla stazione qualcuno ricordò che c’era lo sciopero nazionale delle ferrovie dello stato, altri ridendo rispondevano: “vuoi che lasciano 3000 fiorentini a giro per Pisa”. Gli ultras poi viaggiavano sui treni speciali e di speciale c’è anche che al massimo pagano il viaggio di andata, mai quello di ritorno. Appena partiti, neanche usciti dalla stazione, si affaccia un ragazzino dietro un cespuglio, avrà 12 anni e lanciando il sasso che hai in mano rischia di andargli dietro, la gente ride, ma tutti sono convinti che fra qualche anno il ragazzino sarà un Ultras fatto, peccato non rincontrarlo visto che il Pisa farà presto a tornare in serie B.

Il mio treno per Pisa parte fra 10 minuti, rigiro il biglietto finché non vedo la scritta lasciata dalla macchina obliteratrice 22.10.2011, sabato aggiungo io. Salgo a bordo assieme ad alcuni ragazzi seguiti dai loro trolley, altri in vettura hanno gli Ipad, trovo posto a sedere, dalla mia sacca tiro fuori un libro, si tratta di Franny e Zooey di Salinger, non riesco a leggerlo prima di dormire, perché mi addormento prima, il treno è perfetto per leggere, quasi ti costringe a farlo, ma poi, soprattutto quando il tragitto è breve e il libro interessante quasi ti dispiace smettere.

Sono all’entrata principale della stazione di Pisa, l’ufficio informazioni è saturo, preferisco fare la piccola coda che si è formata davanti al tabaccaio, per comprare sigarette e informazioni. Il tabaccaio è giovane e scattante, vicino alla mano destra gli spiccioli, accanto all’altra i biglietti per autobus, per prendere le sigarette si gira sulla sedia girevole e arriva così alle marche più fumate, mi risponde al volo senza creare intralci alla coda. È giovane chissà se i suoi genitori avevano quella bottega negli anni ‘80. Mica tutti fanno il lavoro dei genitori.

Ancora non vi ho detto cosa mi rispinge a Pisa, un anno fa siamo stati scelti da un editore – all’epoca lavoravo in coppia – che ci propose di pubblicare, “sempre se non avevamo altri impegni”, un libro con la sua casa editrice, be’ non ci crederete, ma forse sì, che dopo un anno e dopo varie mail, non ci ha fatto sapere più nulla, neanche una risposta di rito, nisba insomma.

Il salone del book festival è un calderone cotto a fuoco alto dai termosifoni al massimo. Nonostante il caldo decide di lasciarmi in testa il cappello. Eccolo, pur senza preavviso ero sicuro di beccarlo lì, si sta intrattenendo con due aspiranti scrittrici, io me ne sto a un paio metri da loro, distrattamente guardo il libri in esposizione, attentamente aspetto il congedo delle aspiranti per farmi avanti.

Decido, dopo tutto, di festeggiare con un pizza e una birra, il locale scelto è una schifezza. Il gestore ha i baffi radi tipo topo, le orecchie tipiche dei ratti, e una coda che gli spunta fuori da un’apertura nei pantaloni. Entro e dico:

- buongiorno

- la cucina chiude tra 30 minuti

- allora vediamo di sbrigarci.

Passo i primi 10 minuti a guardare gli altri sfortunati commensali, quasi tutti di stranieri di passaggio, il servizio latita, c’è una cameriera che sorride a tutti, e a tutti ripete just a moment, alla parete è appesa una bandiera del Pisa, il vertice destro è evidentemente abbassato, pende insomma. I quadretti appesi hanno la stessa inclinazione, mi giro verso il bancone, anche il gestore pende accarezzandosi la coda.

Si avvicina la cameriera mi porge il menù, vado per esclusione visto che non ci sono: primi e secondi ma solo pizze, senza funghi e prosciutto però. Sto per risponderle, ma lei mi fredda con just a moment. Finalmente riesco ad ordinare una margherita, una birra e un ananas al maraschino, lei ripete just a moment e se ne va.

Ho finito finalmente, l’ananas al maraschino ovviamente non c’era, controllo che non spunti sul conto del topo, pago e me ne vado.

In treno riprendo il libro, ma poi lo rimetto nella sacca quasi infastidito, ripenso a tutte le volte che sono andato a giro con la mia sacca, sorbendomi serate noiose solo per far vedere a qualcuno i miei racconti, che forse sarebbero stati proposti a qualchedun altro, che forse sarebbe stato interessato. Alle diverse bocciature espresse per l’uno o l’altro motivo, a come per ottenere anche solo quelle mi sono dovuto sbattere e magari prendere un treno di sabato mattina per sorbirmi le lamentele sulla crisi e farmi dire quello che sapevo e quello che non volevo sentirmi dire cioè, che dopo inizio valido il testo perdeva di interesse e che insomma non lo sentiva.

Ripenso anche agli elogi, agli inviti a continuare che troppo spesso dimentico, alle pubblicazioni, ma soprattutto a come la scrittura mi abbia messo in contatto con mondi nuovi, o mondi antichi, come il pugilato, in cui sono rientrato senza guantoni ma con la penna in mano. A tutte le volte che mi sono alzato di notte per scrivere e alle volte che ero troppo stanco e infreddolito per farlo e allora la mattina, rubando tempo qua e là, lo facevo comunque.

A conti fatti - e smetto di ripensare e mi metto a pensare - rinunciare a scrivere sarebbe più difficile, quasi impossibile.

Il bigliettaio mi desta dai miei pensieri, lo guardo mentre gli porgo il biglietto, sembra parente del gestore del ristorante, quando mi restituisce il biglietto gli chiedo quanto manca, poi guardo dietro se ha la coda, niente coda, probabile che trenitalia gliela abbia fatta tagliare.

Sono a casa e sono a pezzi, devo scrivere un articolo per il giornale, raduno i miei appunti e le mie idee, non faccio niente di diverso dal solito, registro ciò che succede intorno, solo che ora lo batto su un foglio. Io continua a battere per me e per gli altri, mica saranno tutti sordi.

domenica 4 dicembre 2011

NEL GIARDINO


Assurdo che per rivedervi insieme
si è dovuto aspettare
il vento fintoquieto delle cinque
sul cerchio dei cipressi,
l'inchino di colline marezzate,
il tempo del tacere.

E pietre strette a pietre come mani,
di marmo le giunture
tra le semplici sculture di saluto
a guardarsi negli occhi
saltando ogni senso, muro o confine
nel tenersi -  per sempre.

La casella agrodolce delle ceneri
forzatamente accanto
vi ha prescritto una rinnovata pace,
ferma come il respiro.
Ma ora è quasi un Eden, nel giardino.
Se ci credete – ancora.

(Ai miei nonni)

sabato 3 dicembre 2011

Connessioni

Parole fragili

Fili invisibili tra noi

Che intrecciano una tela ignota

Dalla trama discontinua

Percorsa in equilibrio

Affacciandosi sul vuoto

Che solo essa colma.