mercoledì 6 ottobre 2010

LUOGHI DI CONFINE di Roberto Mosi - terza e ultima parte

III. Cinema Paradiso


Prologo

Svaniscono le luci nel silenzio
sussurrano le foglie dei platani
schierati ai lati dell’arena.
Si accende l’occhio della cabina.
il fascio di luce taglia la sala
imprigionato da nubi di fumo.
Sulla tela bianca ombre,
luci vivono, sette episodi
della storia del mondo.
Seduta nella sedia vicina
Gabriella mi tiene per mano,
mi porge semi e caramelle.



Alfabeti

Compongo suoni e silenzi
cerco parole nella discarica
della memoria, nei pensieri
tra la melma del giorno
e la luce della notte.
Formo un impasto d’argilla
da penetrare a piene mani.
Leggo e rileggo, ascolto
la voce, cerco colori
saggio la scala dei suoni.
Scompongo e ricompongo.
Appare la forma ricercata
il fuoco abbraccia la forma,
mi esalta il calore del forno,
l’opera pronta per la polvere del giorno.


Alba

una piuma vola
nella stanza
leggera come un sospiro
la prendo fra le braccia
il battito tenue del cuore
la sua pelle sa di stupore
il taglio degli occhi è lungo
i pugni sono stretti
le braccia annaspano nell’aria
giocano con le mie emozioni
siamo in sintonia
da lontane stagioni della vita

* * *
Intreccio parole rubate
alla dispensa delle fate
alla fattoria di ognidove
alle canzoni del lavoro
intreccio suoni leggeri
la voce degli animali
i rumori del bosco
lo stupore dei bimbi
l’orso marrone
l’ape e il paperotto
ascoltano attenti
in cerchio nel letto
roteano i piedi di Marta
la meraviglia negli occhi
mi stringe le mani, poi
lo sguardo è lontano
sempre più lontano
nel mondo dei sogni
un leggero sorriso
le labbra socchiuse.


Amici

Amico che sei nell’ombra
oggi, insieme, ti ricordiamo.
Sul tavolo le pizze fumanti giocano
a scacchi con i boccali di birra,
e il sapore di nostalgie lontane
profumate di mare, la pelle di sale,
nelle lunghe estati indolenti.
Lievi le parole s’intrecciano,
i volti colorati di tenera birra,
le pareti si muovono a tratti,
gira la stanza con passi felpati
gira la giostra del quadro di Nico,
siamo i personaggi gonfi di luce
sui cavalli dagli occhi stupiti
inseguiti dal ritornello veloce,
veloce di un organetto lontano.
Bolle di sapone soffia il bambino,
in disparte, si alzano lievi per le pareti,
vestite di colori, in alto in alto
a cercarti , come i miei versi
per te, amico che vivi nell’ombra.

* * *
Tratti rapidi scolpiscono il foglio
forme prendono vita
il Duomo, la Torre, il Battistero
Piazza dei Miracoli nell’ora
di mezzogiorno, invasa di sole.
Silvano parla disegnando
la parola, la matita una sola cosa.
Conquista l’anima del Bello
che riluce intorno a noi.
Mi spinge a cercare nella folla
dei segni le vie dell’utopia.

* * *
All’alba ho disceso la collina
di Paola addormentata ai piedi
della torre aragonese.
Il rotolìo della valigia sull’asfalto
sorprende il sonno dei cani.
L’abbaiare mi segue alla stazione.
Ad ogni passo l’immagine
del Santo, una nuvola di parole
in ricordo della sua morte.
Alla stazione alta sul mare
gli ambulanti aspettano il treno
sulle spalle merci di ogni colore.
"È in ritardo di un’ora, fratello,
l’intercity che viene da Reggio."


Amare

Coltivi amore
ragazza dai capelli ricci,
in antichi giorni
pieni di canto e di chitarre
dei riflessi degli sguardi
e di parole non dette
fu stretta la trama verde
della tenerezza.
Coltivi amore
ragazza dai capelli ricci,
in giorni di sole
hai intrecciato
corone di baci e carezze
tessendo la trama rossa
della passione.
Coltivi amore
ragazza dai capelli ricci,
i giorni dell’attesa
passano lievi
uno splendido fiore
al centro della trama rosa
della tenerezza.

* * *

La città si scioglie
al sole, evapora
ogni angolo d’ombra
i ventilatori ronzano
nel cervello intorno
ad opachi pensieri
ragazzi disegnano
spirali di colore
sulle pareti fresche
del sottopasso,
conditi
di tracce di poesia
un sassofono suona
davanti ad un cappello
di monete,
la tregua
della sera s’avvicina
sulla riva del fiume
chitarre si accordano
con brezze leggere
nella luce della piazza
passi di flamenco
scuotono il palco
fra la folla risate
allegre di ragazze
pesci innamorati
vaghiamo in giro
nell’acquario della città.


Andare

Case mute parlano
di storie lontane, il paese
si scioglie in sentieri solitari.
Leggeri i passi salgono
il monte tra il verde luminoso
dei castagni, le voci dei compagni
galleggiano nell’aria umida
prima del temporale.
Il gruppo è disteso in una rete
di allegre parole, per il sentiero
che da Castagno sale a La Verna.
Lo guido all’incontro
col Sacro Monte, nello zaino
il suono dei Canti Orfici.

* * *
La barca lascia il porto
la prua s’innalza
sprofonda nella voragine.
Il pilota cavalca l’onda
la supera, si getta contro
la nuova muraglia d’acqua.
Dall’alto urla di gioia.
La coda dell’onda investe
la barca, allaga il pozzetto.
Si alza grondante, pronta
per il prossimo balzo
il respiro sospeso.
Seguiamo la scia rossastra
del sole al tramonto
tra nubi strappate dal vento.
Seguiamo la scia sbiadita
della luna, segnale
per le onde in agguato.
Seguiamo la scia del faro.
Nel porto, tra squarci sonanti
di sonno, prosegue il viaggio.

* * *
Corro
incontro alle colline
sulla riva del fiume,l
le spalle alla città,
a fianco una folla
che va di corsa,
giovani allegri
cani al guinzaglio
fra amici, aironi sui massi
la nutria pensosa,
germani sospesi sul filo della pescaia.
Corro
incontro alla città.
Gli ultimi raggi del sole
coronano la Cupola di rosso
Al centro cerchi di onde:
in queste acque
abitano le figlie del fiume,
custodi dei nostri tesori.


Armonie

Geometrie evaporano
da piazza Santa Croce
linee fuggono
dalle strade affollate di case
il cerchio
dei bambini la sera
le ellissi delle rondini
in volo radente
il punto di marmo vestito
delle vesti di Dante
il quadrato dei turisti seduto
sulla scalinata
il segmento blu libero
dalla retorica della Chiesa
la linea retta della palla
calciata al centro della piazza.

* * *
La musica nasce da lontane
sorgenti, sfiora i velluti
danza tra le trame delle luci.
La musica si apre in onde distese
parlano tra loro violini ed ottoni.
Tosca, Carmen, Don Giovanni.
Sono la comparsa in costume,
servo e principe, nel fascio
di luce del palcoscenico.
Maschere si affacciano dall’alto
corrono tenendosi per mano
nel vortice delle ultime note.
Il teatro è silenzio,
applausi volano in festa.


Artisticamente

Il tram ci traghetta a Firenze
dalla campagna, le Giubbe Rosse
la cioccolata e poi l’incontro:
Masaccio a Santa Maria Novella
Beato Angelico a San Marco
Giotto a Santa Croce, Donatello
e Filippo Lippi a San Lorenzo.
Delia per la festa si toglie la tuta
si veste elegante. Mi parla
delle meraviglie del Bello.
Giotto e gli altri personaggi
ci seguono sul tram, al ritorno.

* * *
Giuliano mi guida per le stanze
annerite di polvere e fumo,
alla Fattoria di Celle.
Tavoli, vasi, scaffali di libri
stracci, quadri, scarpe appese
un violino adagiato sopra
una mensola, bottiglie
impolverate, una tavolozza
fiori secchi, legni, cerchi di ferro
vetri rotti, una lanterna, farfalle
attirate dalla luce, assi di legno.
Ogni cosa è stata rimossa.
Si alzano dal fumo forme
sopravvissute, ombre luminose
impronte di luce, immagini,
la forma fisica dell’ombra.
Lo sguardo sprofonda
nella profondità del nulla
nell’anima di luce delle cose.



Epilogo

Gli spettatori seguono felici
le ombre in movimento.
Volgo lo sguardo al cubo bianco
della cabina, all’occhio di luce
diviso in pulsanti frammenti.
Il cubo mi guarda misterioso
immerso nella nube notturna
che avvolge il Cinema Paradiso.
Mi chiedo chi abita dentro,
il perché delle ombre.
Scorrono i titoli di coda
le luci si accendono,
sullo sfondo la Cupola del Duomo.

LUOGHI DI CONFINE di Roberto Mosi - seconda parte

II. Via del Purgatorio



Prologo

Nella Sala d’Attesa
l’odore dell’alcol
il battito del tamburo
la pelle secca della lingua.
Folla nella Sala d’Attesa
la porta aperta sull’Ospedale,
il gioco degli scacchi,
per pedine: la vita e la morte.
Il convoglio snodato
scala lento le montagne
rimane immobile sulla cima,
precipita folle nel fondo.
Passi sulla sabbia
tra miraggi evanescenti
il Tumore tesse il tempo
di sette Stazioni d’Attesa.


Geografie

I pini sfiancati del viale
la grigia siepe assetata
annunciano lo squallore
del Reparto ospedaliero.
Risuona il mio nome nella Sala
tra vassoi di pasti consumati
carte per gli spuntini, giornali
facce gelide, di cartapecora.
Le pareti sono carte geografiche
disegnate dal gemito di tubi
dal gorgoglio di docce intasate
dal lavoro del muratore.
Nell’Attesa ho costruito strade
la foce di fiumi sconosciuti
la corsa di un teodoforo
le forme di una donna discinta.


Sette flaconi

La poltrona alta da parrucchiere
mi accoglie al pomeriggio
le gambe sfiorano la finestra
aperta su colline di case ed olivi.
La mano cerca la vena, l’ago
il cerotto, le gocce si rincorrono
accelerano, il braccio si gonfia
suona, gracida il campanello.
Sette flaconi, sette liquidi di luce
si mescolano al mio sangue
infondono ebrezze diverse
tepore, caldo, fiamme di fuoco.
Il dolore invade la mano.
Le colline sono illuminate
dallo sguardo indifferente del sole.
E avanza la Chemio terapia.


La corazza

La mattina, la tuta da lavoro
il pomeriggio, la corazza.
Una mano è inchiodata dall’ago
l’altra sfoglia le pagine del libro.
Il vicino indossa vesti diverse
a volte del rivale, del nemico.
Nella sala solo facce maschili
lontana la leggerezza delle donne.
"E’ solo un effetto placebo
non si ferma mai il Tumore.
Solo il chirurgo spunta
gli artigli al male."


Gabriella

Gabriella dirige il Reparto
la sera quando l’Ospedale
è abitato da infermiere
e macchine per le pulizie.
Ad occhi ansiosi mostra,
lo sguardo fisso negli occhi,
il passo della Chemio terapia,
le carte da gioco della partita.
Per ultima lascia il Reparto.
L’edificio galleggia sugli aghi
dei pini che sfiorano il cielo
scuro, in attesa della notte.


Il ragno

Il ragno si affaccia dal soffitto
tesse la tela, scende veloce
per il filo, osserva i pazienti
gli aghi infilati nelle vene.
Mi guarda con simpatia.
Risale svelto, scompare
oltre il tubo del riscaldamento.
L’aspetto, l’Attesa è lunga.
Penso ai tesori del ripostiglio
resti di mosche, di moscerini.
"Cosa si ricorderà di me,
del mio passaggio nella stanza?"


Pensieri

Chiudo gli occhi, sulla poltrona.
Suona il telefono, squilla
corro a perdifiato per strade
scale, corridoi infiniti.
La camera è nell’ombra
il letto al centro della stanza
il lenzuolo bianco copre
lo sguardo fisso, di gelo.
La mia mano si allunga
chiudo gli occhi di Bruno.
La sedia a dondolo si alza
si abbassa, cigola di dolore.


La collina

Guardo disteso, dalla finestra.
La collina si è imbiancata di neve
un vecchio ha voltato la terra.
Passano i mesi, semina l’orto
intreccia le canne per i pomodori.
Alle cinque il bus della scuola
attraversa le strade della collina.
Un cane abbaia, forsennato.
Giorni di pioggia, giorni di sole
intrecciano depressione ed euforia.


Epilogo

L’ultima flebo. Si chiude
la sala della Chemio terapia.
Il corridoio è invaso di nuovi
arrivati. Gabriella esile
al centro della Sala d’Attesa.
Lascio l’Ospedale, corro
nella strada in discesa, l’aria
accarezza la pelle arrossata,
pedalo leggero per la città,
la nuova Sala d’Attesa.

LUOGHI DI CONFINE di Roberto Mosi - prima parte

Roberto Mosi
Luoghi di confine



Val d’Inferno


Prologo

Un lampo illumina la Cupola,
un boato squarcia la notte.
Il Gigante sobbalza
si scuote dal sonno,
si alza vacillando in piedi.
Guarda in basso la città,
il Palazzo avvolto dal fumo.
Giunge l’eco delle sirene
delle voci che gridano:" Una bomba è esplosa
agli Uffizi, la Mafia !"
Il Gigante alza i pugni
urla, urla maledizioni.
Nella faccia di muschio
gli occhi sono accesi,
due caverne di fuoco,
la bocca schiuma di bava.
Trema ’intorno la terra.
Cerco un riparo nella grotta,
si apre un labirinto, precipito,
precipito sul fondo.



La cornacchia

Il corpo batte contro
il tronco di un castagno.
La cornacchia conta gli arrivi,
li moltiplica per i numeri primi.
Ad ogni arrivo gracida,
batte le ali contenta,
sulla lavagna il sentiero
con le sette gore d’acqua.
Sono tra le pareti della Valle,
in alto spunta il campanile
di Casetta di Tiara. Un cervo
sorpreso, scappa, sul fianco
la ferita di uno sparo.
Trema il bosco intorno
poso l’orecchio sulla terra,
il treno passa veloce
sotto le radici del bosco.

La Ragione

L’acqua canta tra il muschio
dei massi, si scompone
in correnti, si ferma in gore
sommerse da rami di arbusti.
Emerge la cima dei castagni,
lascia il passo alla vertigine
delle rocce, colonne aeree
di una cattedrale aperta
sul candeggiare del cielo.
"Mi perdo in questi boschi,
le parole di Dino, ritrovo
il centro di me stesso tra i fumi
della Follia. Casetta di Tiara
oltre i fianchi della Valle,
approdo per l’incendio d’amore,
rogo della mia Ragione."
Le rocce parlano dell’essere
le acque giocano con l’apparire.
Le piene dell’inverno trascinano
pupazzi bianchi caduti dal cielo.
Sulle camicie ricamate, i nomi
Libertà Uguaglianza Fraternità
si disfano, battono sui massi.
Immagini di pietra alle pareti
della valle, ideologie sedimentate,
ora il volo declinante del gabbiano
ora colonne archi cupole
fino alle guglie della cattedrale
attraversate da oriente a occidente
da armenti ricamati di nuvole
guidate dal fantasma della Ragione.


Il Progresso

La Ragione sposò il Progresso
bambini rossi erano nati
erano cresciuti bambini
rossi, sparsi dalla corrente.
E’ strana la sera di Mosca
suona il carillon della Piazza,
"Mezzanotte a Mosca", brilla
la stella rossa sul Cremlino,
vibrano bandiere rosse, rosse
al vento sulle mura, sventolano
all’aeroporto Shemeretyevo.
S’illumina la stella rossa sopra
la Casa del Popolo all’Impruneta.


La Storia

Si spengevano serate d’inverno
i vetri, una piaga rossa languente,
brillavano al tramonto nella veglia
al suo capezzale. Il profilo aguzzo
s’illuminava, traspariva il cielo
degli occhi, specchio di altre stagioni,
dolciastro infuso di melanconia.
L’acqua ha lavato ogni traccia
la corrente ha portato via la salma,
ha disciolto il sapore della Storia.


Nonluoghi

Orchidee di benvenuto al banco
del check-in per il viaggio nello spazio
rifiuti tra i detriti dell’identità,
schiacciati dalla Comunicazione.
Orchidee di benvenuto al banco
dei Nonluoghi, passa la folla
che si muove allo stesso passo
lo sguardo in avanti. Non scorge
chi avanza piano, zoppicando.
La Bellezza nella spazzatura.
Improvvisi appaiono
gigli di plastica colorata.


Riciclo

Congestione di rifiuti urbani
nelle discariche a cielo aperto
aria puzzolente, ammorbata
i topi si tengono per la coda
fanno festa gabbiani in volo
gatti impigriti dal grasso.
Ogni rifiuto raggiunge la meta
differenziato per contenitore:
la campana destinata al vetro
da svuotare a caduta dal basso,
il cassonetto da ribaltare con forza,
i bidoni alle famiglie per la raccolta.
La coscienza sociale divide i rifiuti.
Umido Organico: scarti di cucina,
alimenti avariati, erbe del prato.
Carta e Cartone: giornali, riviste,
libri, fumetti, registri, quaderni.
Indumenti Usati: scarpe, cinture,
borse, foulard, abiti smessi puliti.
Medicinali Scaduti: punture, creme,
sciroppi, fiale, colluttori, spray.
Plastica: bottiglie d’acqua, yogurt.
Vetro: vasetti, brocche, bicchieri.
Mondo Virtuale: baci, amore,
passione, sentimento, emozione.


Automi

Il blackberry è acceso
tra il bosco di castagni.
La lucciola dallo sciame
raggiunge il led che pulsa
di luce rossa nella notte.
Ronza intorno, innamorata.
Frammenti dell’uomo digitale
nelle anse degli specchi d’acqua,
bit byte bit zero uno zero uno
individui scissi in frammenti,
tele comando centro della mente
cavi in ingresso tele guidati
immagini bloccate sul poetese.
Ordine Pulizia Sicurezza
nella gora ferma dell’acqua.


Potere

Lottano a braccio di ferro
la faccia rossa di fuoco
i muscoli tesi come corde,
gonfie le vene della gola.
Le figure brillano nello stagno,
la lotta al tavolo li rende simili.
Su quale Potere punta la Mafia?



Epilogo


La cascata sbarra la Valle
l’acqua scende fragorosa.
Salto sui massi, tra le onde
in cerca della via d’uscita.
Scopro la grotta oltre il salto
dell’acqua, Gabriella mi porge
la mano:"Dopo la Val d’Inferno
incontrerai il tempo dell’Attesa."
Esco dalle ombre della Valle,
la cornacchia cancella il mio nome.
LA SCINTILLANZA APPARE E QUINDI CORRE
La scintillanza appare e quindi corre,
e mai un attimo degna fermarsi,
come un leone che in fermezza rugge
alle gazzelle in guardo, ladro di case sparse.
Ma avide non brillano stelle solitarie,
che non donano cuori di fontane
lucenti e si disperdono malate:
quanto poco bruciore le luminanze vane!
E quante e quali quelle validamente sane!
LEONARDO MAGNANI
(detto Re Farfalla)

martedì 5 ottobre 2010

"Lo scrivere è una necessità",
certa lo dice la Vecchia Signora
che nel cuor coltivo d'angusta velleità,
e ne soggiaccio ora dopo ora.
La scrittura è un'imperiosa bimba
e rimango in attesa della sua dettatura.
LEONARDO MAGNANI
(detto RE FARFALLA)

sabato 2 ottobre 2010

La sala delle voci che scrivono

Un piccolo pensiero nato di getto e dedicato a tutti gli amici, "vecchi" e "nuovi", del corso di scrittura, e a tutti coloro che scrivono, o aspirano a farlo.
Ogni commento sarà ben gradito!
Caterina



La sala delle voci che scrivono



L’uomo misurò la stanza ad ampi passi e a testa alta. Forse per cercare di nascondere quel senso di inadeguatezza e di disagio che lo aveva avvolto già all’entrata della villa.
"Tutta da rifare anche questa, vero? "
"Sì, gli ordini sono chiari, mi pare. C’è luce in questo punto, qui voglio ricostruire le mie camere, il salone... il camino, però più in grande…"
"Ma… giù anche le mura? Qui sotto, se grattiamo via lo sporco, riaffiorano affreschi piuttosto antichi… forse, si potrebbe… con un po’ di pazienza, un bravo restauratore…"
"No, no… non sono un uomo di cultura, non ne capisco molto di disegni." Rise senza grazia. Rideva, ma aveva mentito. Troppe volte rinnegava la propria cultura, quasi una vergogna.
Poi riprese: "A me basta vivere un luogo spazioso, prestigioso, arredato come si deve. Niente vecchiumi. E poi, ho una certa fretta. Non sono mica più tanto giovane, io… e comunque, decido io."
Già, decidere. Perfino lui si domandava perché. Con le sue finanze, certo, si sarebbe potuto permettere un palazzo nuovo, costruito da zero, proprio dove e come lui voleva. Rapido ed indolore. Eppure aveva comprato a un prezzo vantaggioso mura vecchie, di origine, forse, gli dicevano, rinascimentale.
"Certo. Come desidera." L’impresario edile si annotò in fretta qualcosa ed uscì, lasciando solo il nuovo proprietario dell’immobile.
Ormai il progetto della sua nuova residenza fiorentina era quasi terminato. Era lì che aveva scelto di vivere e poi morire. Lo avevano catturato, di quel rudere che secoli prima era stato una villa padronale, un edificio pubblico e qualcosa come una sede di quartiere, soprattutto il calore, la solarità. I resti della sua torre rustica e sgretolata, quell’aria tra il crocevia e la piccola oasi… E qualcos’altro che ancora non riusciva a definire.
"Ma in questa stanza, cosa succedeva un tempo?" aveva chiesto giorni prima, all’agente immobiliare, per pura curiosità.
Quello aveva sorriso sotto i baffi, sembrava che si aspettasse quella domanda.
"Sa, è un po’ il vezzo di voi stranieri, quando comprate casa, specie se vecchia, domandare chi vi abitava prima, chi vi è nato e chi vi è morto… come se…"
"Come se, cosa?" ribatté il nuovo proprietario, scettico e puntiglioso. Straniero. In quella città non gli riusciva ammetterlo. Era stato un sogno, prima, offuscato dalla lontananza. Anni di peregrinazioni, in ogni luogo si sentiva estraneo, senza radici e senza approdi. Ma ora che era arrivato, quella nostalgia… un vizio da ricacciare subito. Si era convinto che doveva diventare un uomo nuovo. Non voleva qualcosa di bello. Aveva bisogno di uno spazio vuoto, da riplasmare totalmente, che parlasse di lui, uno spazio vergine e senza fantasmi. Ma si sbagliava.
"Ok, ok, mi scusi… risponderò alla sua domanda! Qui succedeva un po’ di tutto, era la sala preferita dai cittadini questa. Riunioni consiliari, concorsi pubblici, concerti di musica classica, esposizioni d’arte, conferenze, e perfino una scuola di scrittura…"
"Cosa? Una scuola.. per imparare a scrivere?!" Aveva riso di gusto, ma stavolta con un accenno di rispetto. "E per quanto tempo sarebbe durata questa… scuola?"
"Oh, per quasi un secolo credo… poi, come tutte le belle cose, le cose che non rendono, è finita…"
Provò a immaginarsi la scena. Un gruppo variegato di persone, tutti lì, a scrivere, in quella sala, seduti a semicerchio intorno a un tavolo, tra gli affreschi, con il sole a scaldare le vene, le mani, sognando di diventare scrittori. Senza fama, senza soldi. Quello sì che era coraggio. Non c’era da ridere. Anzi, voleva capire.
Guardò meglio il soffitto a piccoli cassettoni, un tempo dai profili dorati, quasi cercasse anche lui un’ispirazione. Ma gli occhi gli erano rimasti impigliati in quegli affreschi nebulosi, che recavano qua e là tracce di insegne di guerre e battaglie, e che ora sembravano osservarlo da sotto la patina grigia.
Così, nel vuoto ospitale della sala, iniziò a scavare e scavare oltre quella pace di rovina, come si gratta la pelle di un palinsesto. Emergevano, a poco a poco, linee spezzate, accumulate lì nel corso di anni, decenni...
Pensò che tra poco anche quella sala sarebbe crollata e rinata e avrebbe portato il suo nome.
Qualcosa gli diceva che non doveva farlo.
Una voce. Impossibile! La solitudine forse gli stava facendo perdere quella lucidità che lo aveva sempre contraddistinto e di cui andava fiero.
Non una voce sola, erano più voci. Si mise in ascolto, sperando di uscire presto da quell’incubo.
Voci che proprio lì si erano date appuntamento, voci che in qualche modo lì si erano legate, un po’ fraterne e un po’ contestatrici, e che in nome di una passione comune avevano parlato di loro panche quando parlavano d’altro e di altri, perché, questo lo sapeva, ogni storia riguarda tutti, appartiene a tutti anche quando lascia un qualche segno del proprio passaggio. Scrivendo, leggendo, confrontando, criticando anche… Quelle dunque erano le battaglie realmente affrescate che ora vorticavano là in alto, tra sbiaditi stemmi nobiliari e brandelli di bandiere tricolori, poco sopra la sua testa. Parole come armi e pagine come scudi, a rinfrancarsi a vicenda dei destini creati sulla pagina. E poi, consumato veloce il tempo del ritrovo, di nuovo lasciare quegli affreschi concepiti come un cerchio che ha senso solo nell'attesa di ritorno.
Sì, sarebbero tornate…
Perché quei muri avevano l’età di quelle voci, le loro domande e le loro risposte. I loro volti sarebbero riaffiorati a poco a poco, lo sentiva… Quella stanza avrebbe sempre portato in sé quelle presenze, quei disegni affiorati dal muro, non sarebbe mai stato possibile il silenzio, il vuoto.
"Assurdo, si disse, sto impazzendo. Lo sapevo, avrei dovuto farmi una famiglia mia, invece di rincorrere stupide chimere."
Uscì sudato e barcollante. Cercò l’impresario, l’agente, l’architetto… Nessuno, tutti scomparsi. Era solo, con quelle voci che lo chiamavano, lo invitavano.
Ma erano voci vivaci, decise, gentili. Si sentiva che erano ancora vive.
Non avevano più mani, solo suono. Non potevano tenerlo prigioniero, fargli male.
Non poteva farle tacere. Dopotutto, non aveva che loro. E loro, non avevano che lui.
Doveva salvare quel disegno affiorato dal muro.
Decise di rispondere. Rientrò.
Ma cosa volevano, adesso?
Non avevano più mani… Non avevano più…
Prese un pezzo di carta, una penna, come non faceva da anni, come forse non si faceva più da tempo.
Si sedette con la luce del sole sulla fronte.
Si lasciò scaldare quel tanto che bastava.
Poi provò a scrivere.

"Oggi, 1° ottobre 2210, finalmente mi sento a casa..."

Cosa ridicola, vecchiume… Ma tanto non c’era nessuno a vederlo. Nessuno tranne loro.
E c’era tutto il tempo per imparare.



Firenze, 1° ottobre 2010