mercoledì 30 novembre 2011

LA SINFONIA - di Tania Maffei

Si svegliò all’improvviso da un sonno impastato di angoscia e di tavor. Il cuore batteva forte come a volergli ricordare l’opprimente realtà in cui si trovava. Un silenzio assordante lo colpì in pieno. Si mise a sedere con le mani appoggiate sul letto mentre la testa reclinata in avanti sfiorava il pigiama. Trovò nel buio le pantofole e ci infilò i piedi uno per volta. Non aveva idea di che ora fosse ma la sua vescica reclamava il bagno. A tentoni cercò una luce. Guardò la sveglia. Erano le tre, soltanto le tre di notte.
Senza saper come, si ritrovò in salotto dove lo aspettavano due poltrone ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che fa pensare alle vecchie sale di teatro. Si sedette allungò la mano verso lo stereo dove erano ancora infilate le cuffie che mise sulle orecchie. In quel periodo solo la musica gli dava sollievo. Accese il compact disk.
Una dolce melodia lo portò lontano. La sesta sinfonia di Beethoven, La pastorale. Sì, ricordava bene quando quel cd era stato comprato. Il negozio era pieno di gente e loro volevano quella famosa edizione in cui Herbert Von Karajan dirigeva i Berliner Philarmoniker. Loro, all’epoca esisteva ancora un "Loro". La musica , un tema dolce, senza contrasti, capace di produrre emozioni piacevoli, fluiva lentamente dentro la sua testa come una flebo rassicurante e al tempo stesso straziante. Quel cd era stato per mesi in macchina. Quale macchina? La sua no, l’altra. Quella che non c’era più. Forse anche il cd non sarebbe più esistito se non avessero litigato quella sera e Lei… Aveva detto "Lei".
Intanto l’orchestra l’aveva inondato. Sul tappeto irreale degli archi, scintillava il suono dell’oboe, del flauto, del clarinetto che svanivano poi nel nulla lasciandolo senza respiro. La musica: un fiume in piena, un posto rassicurante dove riporre i ricordi per poi lasciarli andare via. Si guardò intorno: le foto, gli oggetti comprati durante i viaggi, i mobili antichi che erano a casa della nonna ormai morta. Morta… quel verbo divenuto per lui un sostantivo indeclinabile "La morte".
La sinfonia proseguiva noncurante del suo dolore. Suoni gravi riprodotti da violoncelli e contrabbassi che facevano da contrappunto ai flauti e alle trombe su cui si innescavano i timpani. Loro …Morta…
Ricordava quando l’aveva conosciuta. Un ombrello in un ristorante. Il primo litigio, uno dei tanti che si sarebbero succeduti nel tempo. Lui sosteneva che Lei gli aveva preso l’ombrello, Lei si irrigidiva e, voltata la schiena, se ne andava. Lui non sopportava la cosa e chiedeva al proprietario del locale chi fosse quella donna così impudente. Il proprietario all’inizio aveva alzato le spalle. Non era abituato a dare informazioni sui clienti, era una persona riservata. Lui aveva insistito e allora l’uomo gli aveva indicato il palazzo di fronte, alto, elegante su cui c’era un’insegna. "Provi lì dentro" aveva detto a mezza voce. Lui non aveva voglia di andarci e si era dimenticato della cosa.
La sinfonia era arrivata alla fine: un allegro maestoso a cui prendeva parte tutta l’orchestra e che lasciava senza fiato.
Andava spesso a mangiare in quel locale e un giorno l’aveva vista entrare. Alta, elegante come il palazzo in cui lavorava. Si era avvicinato al suo tavolo con fare ironico "Spero che il mio ombrello le sia servito". Lei gli aveva risposto "Vuole sedersi? In fondo glielo devo, il suo ombrello mi è stato molto utile, Mi chiamo…". Faceva sempre così, litigavano e poi Lei ammetteva le sue colpe. Era insopportabile. Maledettamente bella e insopportabile.
Il cd era finito. Altro verbo che si era trasformato in una parola anch’essa indeclinabile "La Fine". Fine di cosa? Di tutto. Presente, passato futuro. Loro…Morte…Fine.
Inchiodato su quella poltrona non riusciva a fare un solo movimento. La mente ripercorreva i passi più importanti della sinfonia e li mescolava ai ricordi, alla sua vita, a ciò che avevano significato quei lunghi e brevi anni. Due per l’esattezza.
Ecco. Un impercettibile movimento delle gambe. Lo sentiva. Forse sarebbe riuscito a muoversi. Tutto era stato così repentino. L’ennesimo litigio. Le urla che tanto lo infastidivano e che ora rimpiangeva. Lo sbattere di una porta. Le chiavi che giravano, lei che tornava per chiedergli scusa con in mano quel cd che poi aveva lasciato sul tavolo. Lui che le diceva "Non ne posso più. Lo capisci? Mi stai uccidendo". Lei che se ne andava di nuovo lasciando dietro di sé una lunga ombra sottile su cui era stampata una frase "Quando torno devo dirti una cosa importante". Poi più nulla.
Dopo avevano suonato il campanello per dirgli… No,. era impossibile. Non poteva essere vero. La macchina non c’era più. "Potrebbe venire a identificare il corpo?". Lei era diventata solo un corpo, due in uno senza che lui lo sapesse. Loro…Morte…Fine…Corpo.
Con la poca forza che gli rimaneva fece ripartire il cd.. La sua mente cominciò a distorcere i suoni. I violini stridevano, i flauti gracchiavano, le trombe urlavano, i contrabbassi gemevano. Un mostro. Quella sinfonia era diventata un mostro che si era avventato contro di lui per divorarlo. Era colpa sua. Se solo avesse accettato le sue scuse. Lo aveva fatto tante altre volte. Non poteva continuare a vivere con quel senso di colpa : una coperta che ogni giorno diventava più pesante. Voleva pace, serenità. Solo così l’avrebbe ritrovata.

La sorella sapeva che Guido stava passando un periodo molto difficile. Dopo la morte della sua compagna avvenuta in un incidente stradale il fratello non era stato più lo stesso. All’obitorio gli avevano detto che Claudia era incinta. "Non lo sapevo, non mi aveva detto nulla". Guido sembrava aver incassato bene il colpo. Poi tutto era cambiato. Non voleva vedere più nessuno e si era asserragliato in casa.
Non sempre rispondeva al telefono, ma non era mai capitato che l’apparecchio restasse muto per tutta la giornata. La sorella entrata in casa fu colpita da un odore pesante che la prese allo stomaco. Lo trovò in salotto. Lo stereo era acceso. Un colpo preciso alla tempia. "Guido, Guido cosa hai fatto?". Gridò.
Trovò sul tavolo un foglietto scritto con una grafia tremolante. Lei…Loro…Ricordi…Corpo…Fine…Morte.

martedì 22 novembre 2011

Rispolverando versi nel cassetto. Mi sto facendo traviare dalla poesia ;-)

MAIANO

Luce

Sole

Calore

Tu

La scoperta di un “tu” virtuale dietro a cui poteva esserci chiunque

Il mio imbarazzo e la mia curiosità

La sfida con me stessa per sapere che effetto mi avresti fatto

Il mio corpo che ti ha accettato subito

La mia mente che non avrebbe più potuto rinnegarti

(agosto 2010)

domenica 20 novembre 2011

Le più severe lettere di rifiuto di scrittori famosi

Un modo per non scoraggiarsi: alcune lettere di rifiuto da editori per proposte da scrittori come Nabokov, Kerouac, Stein... provviste di scherno e disprezzo:

http://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2011/11/famous-authors-harshest-rejection-letters/248705/

Ovviamente del recensore confuso non si ricorda più nessuno, invece i libri ben scritti sono rimasti.

martedì 25 ottobre 2011

Da "Vite sgarrupate" di Renata Galasso

L'ANIMA BUONA 
Seduta impettita nella prima fila in chiesa , si aggrappava con tutte le sue forze alla borsetta poggiata dritta sulle ginocchia: era una vecchia borsetta di coccodrillo nero che aveva conosciuto tempi migliori, ma lei ci teneva a dire che quello della sua borsetta era il vero coccodrillo,ne faceva fede quell’impercettibile forellino al centro della squama rettangolare. Quello era il marchio di qualità e ce l’aveva solo il suo.
La borsetta nera accessoriava un ampio cappotto che la difendeva dalla fredda aria invernale.
Era fuori moda, ma a Ersilia andava bene, lo aveva corredato di tasche interne, piccole, tali da poter accogliere pochi spiccioli ciascuna: cinque in fila nel lato destro e cinque in quello sinistro.
Usciva di casa un bel po’di tempo prima della messa delle 12, per arrivare in chiesa aveva un suo itinerario prestabilito:usciva di casa, attraversava la strada e proprio all’incrocio c’era il primo della lista, un questuante di colore, giovane, con un berrettino tenuto per la visiera in cui raccogliere gli spiccioli, era lui che le dava un saluto festoso:"Buona domenica, mama bianca!" Ersilia, Infilando la mano nella prima taschina interna del cappotto, prendeva una monetina e la deponeva nel cappello.
Più avanti, davanti al supermercato in piazza, c’era la giovane rom con la bambina che l’aspettava: a lei toccava il contenuto della seconda taschina, un poco più consistente e così via fino ad arrivare alla porta della chiesa dove c’erano gli ultimi suoi beneficati: a destra un venditore di calzini di seconda mano (scompagnati), a cui lei ne acquistava uno per volta, e a sinistra quello che vendeva i mozziconi delle candele rubate in chiesa quando erano consumate a metà.
Una volta lei lo aveva ammonito sulle conseguenze del suo gesto, citando i Padri della Chiesa e il catechismo del Concilio di Trento, ma lui le aveva replicato:"Signo’, che devo fare, devo andare a rubare? Almeno qui rubo candele che sono consumate a metà, il mio è un peccato veniale, se andassi a scippare sarebbe peggio".
Al che Ersilia non ci aveva riprovato più.
Tutto filava liscio: dieci tasche,dieci beneficati. Al ritorno dalla messa il percorso era più veloce, i beneficati la riconoscevano e la salutavano senza niente altro a pretendere.
Una domenica di primavera, il giovane di colore la salutò:"Ciao,mama, ti saluto, torno a casa. Ho venduto il mio posto, ce l’ho fatta a comprare una casa in Senegal. Grazie per il tuo aiuto."
Ersilia lo abbracciò commossa e proseguì il suo giro.

La domenica dopo, al posto del senegalese, trovò un uomo dimesso, con spesse lenti da miope.
Si capiva che era alle prime armi, non sapeva una parola di italiano, era fuggito dall’ Ossezia del Nord saltando sul primo TIR di passaggio. Ersilia si presentò, gli diede la sua monetina e proseguì.
Al ritorno dalla messa, passò di nuovo davanti al beneficato che non la riconobbe e le tese di nuovo la mano.
Lei si bloccò,si ripresentò e scandendo bene le parole disse:" Sono sempre io buonuomo, ho già dato prima".
Lui non capì, non la riconobbe e rimase con la mano tesa e vuota.
Ersilia portava con sè sempre la stessa cifra, né un centesimo di più, né uno di meno e quindi non aveva altro da dargli.
"Sono sempre IO!" gridò agitata e passò oltre.
Che fare? Ersilia non poteva cambiare strada, non aveva alternative e non voleva dare due volte il suo obolo, ne andava del suo decoro.
Tante volte aveva detto alle amiche:"Bisogna educare le persone, non basta dare un po’ di soldi, quello è l’inizio per fare amicizia, ma alla prima occasione basta, niente sensi di colpa, non ci si può fare schiavi del prossimo."
Il suo cuore, però, non andava dietro alla ragione.
Come diceva Pascal :"Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce".
Questo imprevisto però aveva scardinato la sua tranquillità: al posto della soddisfatta e serena coscienza del dovere compiuto, frutto meritato della messa domenicale con opere buone annesse, si trovava un confuso senso di colpa che non sapeva superare e che le fece buona compagnia per tutta la settimana.
Si rincuorò al pensiero che il poveruomo avrebbe cominciato a riconoscerla e che non le avrebbe chiesto l’obolo per la seconda volta.
Arrivata alla domenica, il giro fu lo stesso: all’andata tutto bene, le dieci taschine furono vuotate del contenuto, ma il poveruomo dell’Ossezia agiva sempre allo stesso modo, porgendo la mano ad ogni passante:che Ersilia passasse una volta o dieci volte per lui non cambiava niente.
Ma per lei invece stava diventando una tragedia: per quanto si dicesse per convincersi che l’importante era la tranquillità della coscienza,non riusciva a reprimere un moto di stizza quando il poveruomo non la riconosceva.
LEI che era un faro dell’Associazione donne cattoliche, additata quale fulgido esempio per le donne di mezza età (l’altra mezza non si sa), disconosciuta così pubblicamente e caparbiamente dall’ultimo arrivato dei suoi beneficati?
Dopo la decima domenica che il poveruomo dell’Ossezia del Nord si ostinava a non riconoscere la
sua benefattrice, Ersilia esplose:" Guardi, poveruomo, sono sempre IO, quella che è passata alle 10,52, prima di andare a messa, come tutte le domeniche! Osservi bene il mio cappotto grigio fumo di Londa, il mio cappello viola quaresima, la mia borsetta di vero coccodrillo del Caspio! HO GIA’ DATO!!!"
Qualche passante che tornava dalla Messa come lei, si voltò stupito e questo fece infuriare di più la pia Ersilia.
Il poveruomo dell’Ossezia non aveva ancora capito perché quella donna si arrabbiasse tanto.
Attraverso le spesse lenti da miope intuiva solo la sagoma delle persone e non aveva ancora risparmiato tanto da potersi permettere delle lenti più adatte alla sua miopia.
All’ennesima predica declamatoria di Ersilia, ritirò velocemente la mano che aveva proteso come faceva con tutti i passanti e le sorrise stancamente, come per chiedere scusa.
Ersilia decise che doveva trovare una soluzione.
Decise di farsi stampare una tessera di colore giallo fosforescente in modo da essere vista anche nella nebbia mattutina, con cinquantadue caselle, una per ogni settimana., con una scritta in maiuscolo tutto in neretto "Tessera del Benefattore: annerire una casella ogni volta che si riceve un obolo. Controllare al ritorno".
Si procurò un pennarello nero e la domenica successiva iniziò la sua rieducazione: spiegò al poveruomo dell’Ossezia, che dopo aver ricevuto l’obolo doveva annerire la prima casella della tessera. Gliela infilò sotto il naso, gli indicò col dito la scritta e scandì :"Tessera del benefattore! IO ESSERE benefattore, io dare moneta, capito? Io non dare altro se la casella è annerita, capito?"
Il poveruomo dell’Ossezia (sempre quella del Nord) annuì e finalmente Ersilia finì il giro di andata tutta fiera di sé.
Appena lo avvistò sulla strada del ritorno, sempre al solito posto, respirò profondamente per darsi coraggio e si disse:"Questa è la volta buona" e tirò fuori la tessera con la prima casella annerita.
Ma il poveruomo dell’Ossezia (del Nord) tese di nuovo la mano: lui sapeva leggere è vero, in Ossezia l’analfabetismo era stato debellato, ma l’alfabeto che conosceva era quello cirillico.

venerdì 18 marzo 2011

La più grande balena morta della Lombardia

L’altro giorno, mentre cercavo di battere tutti i record di tempo, fra l’istante in cui mi sveglio e quello in cui arrivo a prendere il treno, la mia gatta Milena mi ha parlato: senti un po’ intellettuale del cavolo, qui si è passati in breve tempo da un solo misero quotidiano settimanale ad un ammasso di libri, me li ritrovo sempre fra le zampe e, a parte La Coscienza di Zeno, gli altri hanno tutti la copertina morbida e neanche sono buoni per farmi le unghie, non è che tu, e quella pazza che ti dorme accanto non vi date una regolata e andate a prendere i libri in biblioteca, tanto poi finite per lasciarli in giro per fare i fighi con i vostri amici, sentite a me, alla vostra età un libro al mese è più che sufficiente, ora lasciami 20 euro per la zampacure e vai a lavorare che sto nervosa, stanotte l’hai russata tutta.
Il quarto libro preso in prestito alla biblioteca è stato La più grande balena morta della Lombardia. Non avevo letto niente di Aldo Nove, anzi sapevo a stento chi fosse quando Pino, un amico del corso di scrittura, non mi riferì che il mio racconto, La casa sulla pescaia, poteva stare in una raccolta di racconti curata da Aldo Nove e chiamata Gioventù cannibale.
Ieri sera ho fatto il bravo è ho fatto cartella in anticipo, oltre al dentifricio c’ho messo dentro il libro, visto che ho trasgredito alle regole di Milena e ho preso in contemporanea un altro libro.
Al ritorno dal lavoro ero al solito binario e alla solita ora, aspettando il mio solito treno, leggendo il libro di Aldo Nove, il treno è arrivato e io ci sono salito sopra.
Ho trovato posto a sedere e ho continuato a leggerlo. Il treno filava a 100 all’ora, così che mi sono perso la fermata prima della mia, mi sono alzato per prepararmi, ma il treno ha proseguito la sua corsa passando a tutta birra la mia fermata. Mi sono preso paura e mi sono detto: va a finire che mi ferma Viggiù, - la cittadina dove si svolgono le vicende del libro - catapultandomi in una di quelle storie fantastiche che sto leggendo. Il treno continuava a correre, così come le pagine del libro.
Poi dopo un bel po’ si è deciso a fermarsi, sono sceso insieme ad una ragazza, volevo chiederle dove eravamo, ma lei aveva l’mp3 così alto che potevo sentire le note della canzone che ascoltava. Così ho deciso di guardare il cartello un po’ più in là. Ripensandoci ho riconosciuto quella ragazza, l’avevo vista sempre in treno, niente mp3, aveva una bottiglia di birra nella mano destra e nell’altra il telefono che suonava a ripetizione, ma lei si limitava a stringere la mano sinistra. Io la guardavo e, insieme agli altri che guardavano pregavo che stritolasse il cellulare.
Non ero a Viggiù ma insieme ad un gruppone di pendolari con una giornata sulle spalle e a differenza loro neanche a vicino casa. Mi sono risvegliato perché, anche se ho i capelli che vanno per i cavoli loro, il maglione talvolta con le chiazze di dentifricio e talvolta all’incontrario, non sono più un bambino e ho i miei bei problemi, anche se l’aggettivo da mettere prima di problemi sarebbe seri.
Sarà difficile separarsi da' La più grande balena morta della Lombardia, anche quando l’avrò finito, uno di quei libri da tenere sul cassetto non per fare i fighi, ma solo per ricordarsi di come i bambini vedono con i loro occhi da bambini il mondo e noi adulti.
Non mi rimane che comprare il libro all’insaputa di Milena oppure parlargliene. Credo che lei capirà.
A proposito, tornando alla stazione di partenza e controllando gli orari, mi sono reso conto di aver sbagliato binario, succede a che ha i capelli ritti in testa e legge troppi libri.



p.s.
Se a qualcuno capita d’ incontrare Aldo Nove ditegli della mia La casa sulla pescaia, magari non tutti in una volta.

domenica 6 marzo 2011

QUESTIONE DI NOMI

Il rumore c’è stato, e anche forte. Non possono far finta di nulla, come in uno scherzo: anche se quella è l’ultima sera di carnevale, di scherzi non ne vedono più da tempo.
Che idea sciagurata, far pratica di guida di notte. E per giunta una notte senza luna. Non le riesce neanche di giorno. Figurarsi lassù, con il freddo che appanna i vetri e intirizzisce le mani, in quel parcheggio di collina, incustodito. Ma tra sei giorni lei ha l’esame di pratica e ci sono seri dubbi che possa superarlo. Parcheggiare, poi, un disastro.
Con la ‘P’ disegnata a pennarello e attaccata con lo scotch sul lunotto posteriore, pensavano di essere a posto. Hanno provato, girando in tondo in quel piazzale, prima il parcheggio a spina di pesce, poi a retromarcia, infine una gimkana e l’inversione in tre tempi rapida, troppo rapida, da una fila all’altra di auto posteggiate, con forse troppa fiducia nel servosterzo e nei freni. Più la sfiga del lampione che improvvisamente si è spento.
Mario si mette le mani nei capelli. Gli restano diverse rate da pagare e ancora non la sente mica sua, quella macchina bella e sportiva. E neanche lei è sua, la testa sempre tra le nuvole, taciturna, inafferrabile.
«Cos’è successo?»
«Ovvio che hai picchiato un’altr...»
«Oddio, dove?… non è che ti sbagli? Magari è solo un grosso sasso… un tronco d’albero…o…»
«Macché. L’hai presa in pieno. Calmati, Katia, sono cose che capitano…»
«Accidenti a me! Proprio non la controllo, questa macchina.» È scesa dalle nuvole, e quando scende dalle nuvole si dispera sempre troppo. Sempre dopo, però.
«Non dare la colpa alla macchina ora.»
«È che non ci vedo nulla…» e con un fazzoletto pulisce il parabrezza appannato e sbianca in viso. «No, non dirmi che ho beccato proprio ‘quella’…»
‘Quella’: la vecchia Panda che hanno preso in giro quando sono arrivati, per come sussultava su se stessa, i finestrini fasciati con fogli di giornale, dall’interno.
«E magari li abbiamo disturbati proprio sul più bello… eh eh.»
«Porca puttana! Fanculo a quel cazzo di lampione che non funziona! Proprio lì dovevano mettersi a scopare a fari spenti quei due str…?» Quando Katia scende dalle nuvole sceglie proprio un linguaggio da caserma, forse per consolarsi dell’impatto con la terra. Fortuna che ciò accade assai di rado.
«Be’, logico che si siano scelti un posto al buio… Dai, svelta, scambiamoci di posto ora che non ci possono vedere, dirò che a guidare ero io, meglio evitare grane, tu hai solo il foglio rosa e io mica ho la patente da almeno dieci anni. Aspettiamo che si risistemino per benino, e che escano… e poi…»
«E poi cosa? Ci denunciano? Ci chiedono soldi?»
«Ma che dici?! Sarà solo un graffio nel fianco. E comunque c’è l’assicurazione, basta che compiliamo il modulo di constatazione amichevole… non te l’hanno insegnato a teoria?»
«Ma serve in caso di sinistro… questo sarebbe un sinistro?»
«Se non lo hai fatto apposta, sì! Sinistro, incidente… sveglia!… è solo questione di nomi…»
«Uffa, ma devo proprio prenderla questa patente?»
«Certo che sì, mancano solo sei giorni… non vorrai mica che io ti faccia da autista per tutta la vita, cara!» Ma subito si accorge di aver detto una cazzata, non è mica detto che lei voglia passare tutta la vita con lui. Non gli dice mai cosa le passa per la testa, figuriamoci il resto, il futuro. Oh, quanto invidia quei due della macchina davanti, seppur ammaccati ed interrotti, almeno qualcosa prima dell’urto forse l’hanno consumata.
Katia invece pensa che l’amore in macchina lo fanno solo gli sfigati, o i cornuti, ma si vergogna e non dice nulla.
Mario vede che ha gli occhi lucidi.
«Prima o poi imparerai anche a prendere le misure e a parcheggiare, dai… fossero questi i problemi… non ti metterai mica a piangere adesso?»
«No, ma... se non ci fossi tu… sono negata per le questioni pratiche» e gli butta un bacio.
«Lo so, la conosco la mia sognatrice. Ora vado a vedere. Tu puoi restare a guardare le stelle dal finestrino, così non prendi freddo e non combini altri guai.»
Quel tono paterno la infastidisce, mica è poi tanto più vecchio e vissuto di lei.
«Allora vengo anche io, è una notte senza luna, le stelle si vedono meglio fuori.»
Escono nella notte silenziosa, ben avvolti in lunghe sciarpe. Quasi con timore, chiudono gli sportelli piano, senza sbatterli.

Dalla terrazza del parcheggio guardano lei in alto, lui verso la città.
Nel cielo le stelle sono sempre le solite, sembrano aver voglia di parlare e forse brillano solo per questo, ma è un dialogo inutile, energia sprecata: lui le costellazioni non le sa leggere e l’oroscopo si limita a sentirlo alla radio, la mattina, sempre meglio che sul giornale o su internet, è gratis e poi la voce dolciastra e rassicurante dell’astrologo di turno gli tiene compagnia. All’orizzonte invece si vedono le luci cittadine degradare in lontananza formando strane figure altrettanto indecifrabili, come i tanti puntini numerati da unire con la matita nei giochi di enigmistica, anche se in quel momento non gli interesserebbe conoscere la soluzione.
Katia resta pensierosa. Se solo provasse a dire quello che ha dentro parlerebbe per ore, ma decide che è meglio di no. Non è per timidezza. È come se nessuno meritasse di ascoltare.
Allora fa un giro ricognitivo al buio intorno all’auto dalla quale è uscita.
«Si è sciupata solo la plastica del parafanghi, il faro sembra ancora intero… dai, poteva andarti peggio» constata, cercando di minimizzare.
«Aspetta a vedere la loro, quelle vecchie Panda sono fatte di burro… e tu andavi in avanti convinta come un caterpillar!»
Lui si accende una sigaretta nervoso e la butta quasi a metà. Gli scoccia che quelli pensino: ecco i soliti bambocci inesperti che provano la macchina nuova. Ma si calma perché dopotutto a loro volta i danneggiati possono essere visti come la solita coppia che rinnova la macchina vecchia con bollenti incontri clandestini. In qualche modo la vergogna resta in pareggio, conclude tra sé, mentre cerca di allungare il collo non per spiare le manovre dei due amanti interrotti, ma per stimare l’entità dell’ammaccatura nel veicolo altrui.
Perché ci mettono tanto?
Finalmente l’altra coppia esce dalla macchina, rivestiti alla bell’e meglio. Accendono la torcia e li osservano: giovani anch’essi, seppure non più ragazzini, e altissimi entrambi, tanto che c’è davvero da chiedersi come avessero fatto a entrare lì dentro, nello spazio angusto di una Panda sempre piuttosto limitato per le evoluzioni ginniche, nonostante i sedili completamente reclinabili.
L’uomo si massaggia energicamente la schiena. Deve aver battuto nel volante, pensa Mario, e trattiene a stento una risata, non è proprio il caso. Quello sembra fissarlo con rancore e faccia dura.
Allora fa due passi avanti e si mostra sicuro, fa lo splendido.
«Ragazzi, non preoccupatevi che sistemo tutto io…» con largo gesto della mano, da padrino, e comincia a compilare il modulo, gli trema la penna nella mano, poi si accorge che il foglio è al contrario. E che l’altro è in divisa. O in qualcosa che ci somiglia molto. Cazzo, questa non ci voleva.
Il forse vigile resta impassibile, mentre scandisce tra i denti: «Non c’è prezzo che ripari quel che ci avete fatto…»
«Ma se è solo un’ammaccatura…»
«Oh, il danno è più grosso di quel che vi sembra, ve lo assicuro…» rincara la compagna, più dolce, ma compunta, con gli occhi bassi. Si è riabbottonata la giacca tutta storta nella fretta. Una madonnina infilzata al muro, che antipatica, pensa Katia e a guardarla si sente un po’ meno colpevole. Così osa un: «Ma non dire cazz…»
Mario però la interrompe in tempo: «Volete una sigaretta? Parliamone…» Meglio tentare la strada della diplomazia, anche se dentro di sé sta maledicendo l’uso ed abuso di tutte le divise, di ogni foggia e colore, tanto per non sbagliare. Soprattutto quelle che mentre sono in servizio si divertono altrimenti, e mica si potrebbe.
«Ma quale sigaretta, noi vogliamo i vostri nomi.»
«Posso spiegare… Di nomi basta il mio… La macchina l'ho comprata io, l’assicurazione è intestata a me… lei meglio lasciarla fuori», sussurra lui con cavalleria. Ma no, non basta. Anzi è pure peggio. Per tutta risposta l’uomo smette di massaggiarsi la schiena sbattuta nel cruscotto, si piazza davanti a loro e gli mette le mani sulle spalle. Quasi tremano, sentendosi così bassi in confronto.
«Abbiamo visto benissimo che alla guida c’era lei… forza, diteci i vostri nomi, entrambi!»
I due imputati si guardano, smarriti. Ecco, ora anche se non è in servizio gli chiederà i documenti e verrà fuori la storia del foglio rosa, e di lui che non è certo patentato da almeno dieci anni. Pessimo istruttore, pessima allieva. Katia avrebbe gettato la spugna, dopo quella figuraccia davanti a una divisa, ci può scommettere. No, non è giusto subire così.
Ma i danneggiati perseverano ad oltranza nella loro strana ostinazione:
«Ci servono un nome maschile ed uno femminile, i cognomi non ci importano… e non mentite!»
«Ok ok… come volete… Mario e Katia…» all’unisono, ma sottovoce, quasi vergognandosi dei loro appellativi così comuni, però in fondo mica brutti.
«Umh… si potrebbe fare di meglio…»
«Noi questi abbiamo…»
«… Ma almeno non c’è bisogno di accorciarli in diminuitivi.»
«Almeno? Si può sapere a cosa vi servono?»
Quelli si trattengono, zitti. Poi rilasciano il primo sorriso, e poi un secondo, e anziché parlare scoppiano a ridere come matti, lì, alla luce della torcia, mentre Mario e Katia li guardano senza capirci un’acca.
Alla fine i due spilungoni confessano tra gli sghignazzi, e spunta chiaro quello scherzo di fine carnevale. Divisa compresa.
«Ci servono, eccome, nell’evenienza… e la colpa è tutta vostra… se tra nove mesi ci nasce un pupo, non possiamo mica chiamarlo ‘figlio del volante’!»

Gli improbabili padrino e madrina, ora soli, restano per un po’ appoggiati alla balaustra della terrazza a guardare in silenzio le auto e le moto parcheggiate in disordine. Troppo freddo anche per i vigili, quelli veri non quelli mascherati, e poi è carnevale, e allora quella sera niente multe.
Rientrano in macchina. Guida lei. Per nulla demoralizzata, anzi, ha perfino già imparato ad accendere l’autoradio e inserire un CD con una mano sola. Chi l’avrebbe mai detto.
Lui pensa con paura a quanto poco, ancora, la conosce. Quel suo modo di condurre il gioco col silenzio. Di cadere sempre in piedi. Vuoi vedere che non la bocciano?, si dice.
Ripensa allo scherzo della Panda, come se avesse solo sognato. A quella divisa male impiegata. E alla botta che invece era vera.
Poi smette di pensare. Sono quasi le quattro. Tra tre ore andrà al lavoro. E sentirà l’oroscopo del giorno, lungo il tragitto. Sempre che lei non gli sfasci l’autoradio, prima.
Ma ancora mancano tre ore. A chi tre ore, a chi sei giorni, a chi nove mesi. Manca sempre tempo, insomma.
Le stelle, ora, sparse come coriandoli si rispecchiano sul cruscotto argentato ultima moda. A Katia sembrano tante briciole di pane lasciate all’andata sulla strada del ritorno. Quasi si sente più sicura ora che quelle la guidano, anche se in realtà le stelle stanno ferme e non la portano da nessuna parte e lei deve stare attenta. Ci vorrebbe il pilota automatico, come per gli aerei.
Poi si distrae e sì, deve essere davvero elettrizzante scegliere due nomi, due in particolare tra i milioni di nomi che esistono nel firmamento. Non sa se le capiterà mai di doverlo fare, ha solo diciott’anni, ma sa che non le dispiacerebbe, nell’evenienza. Sa che sarebbero due nomi non banali, unici come due stelle cadenti.
Sa questa ed altre cose. Ma come al solito non dice niente.

martedì 8 febbraio 2011

L’amore ai tempi del computer

Da piccole ci hanno raccontato migliaia di fiabe nelle quali cavalieri senza paura affrontavano draghi e altre prove pericolosissime per avere il cuore delle loro principesse e preferivano la morte alla loro assenza, o di principi azzurri perfetti che risvegliavano con un bacio le belle addormentate per vivere da allora eternamente “felici e contenti”.

Da adolescenti ci siamo incontrate ai giardini con i ragazzi che ci piacevano per ricevere o fare una dichiarazione d’amore, abbiamo camminato mano nella mano per la strada, ci siamo scambiati baci, effusioni e piccoli pegni d’amore, da esibire come trofei ed abbiamo versato lacrime, quando, magari nel medesimo giardino, il ragazzo ci lasciava incrociando i suoi occhi improvvisamente di ghiaccio con i nostri gonfi di pianto.

Adesso, però, siamo adulte e soprattutto è arrivato il pc!

Resettate completamente racconti e esperienze giovanili, i cui modelli sono totalmente superati e obsoleti, ora funziona così e chi non si adegua resti single per sempre!

Ci si conosce su facebook, nella migliore delle ipotesi, altrimenti su siti maggiormente mirati, navigabili solo dalle più scafate.

Il grosso vantaggio è che puoi fare amicizia direttamente dal tuo cellulare collegato in rete, magari mentre ti annoi in coda alla posta, o alla cassa del discount senza perdere tempo e fatica a socializzare di persona con la gente che incontri.

Capito perché nei luoghi di aggregazione le persone, invece di comunicare tra loro, stanno fisse con lo sguardo sul monitor del cellulare e con le dita pronte a digitare velocemente parole?

La dichiarazione avviene via chat, messaggio privato o magari per i più romantici, via e.mail. Se trovi uno capace, ci sta che inserisca nel testo pure qualche immagine o effetto speciale, allora sì sarà un gran batticuore.

Non c’è più bisogno di scambiarsi pegni d’amore e presentarsi davanti agli amici per informarli timidamente che si sta insieme, d’altra parte siamo in crisi economica, il tempo è denaro ed il risparmio è importante, basta modificare lo “status” (quello con il cuoricino), così world wide si verrà a sapere del nostro fidanzamento e dei vari gradi della relazione (si passa da single a it’s complicated, in a relationship, widow, per poi tornare a single in un ciclo continuo e turbinoso). Le passeggiate sono sostituite da lunghe navigazioni in rete (mi raccomando dotatevi della tariffa flat o sentitevi in orari in cui la connessione non vi costa).

Problemi di cattivi odori da sudorazione, igiene, sesso sicuro, tediose discussioni sull’uso del profilattico e malattie sessualmente trasmissibili sono superati: c’è la web cam! Vuoi mettere la comodità di fare sesso direttamente a casa tua (questo alle poste o al supermercato è un po’ più complesso), magari mentre ti si asciuga lo smalto ai piedi. Devi solo fare delle prove per capire che parte di te viene inquadrata dalla telecamera e con quale altra puoi occuparti di altre incombenze. Da “popolo della non trombanza”, secondo la terminologia scientifica di un mio amico a cui ho rubato senza permesso l’espressione, a popolo di onanisti, ma tecnologicamente avanzati.

E quando gli siete venute a noia? D’altra parte in uno stile di vita fast food, non vi illuderete che possa durare…l’update è un must.

A scelta, sempre in base al livello di profondità, coraggio e senso di responsabilità del vostro partner, nonché alla sua collocazione fisica nel globo terrestre, il segnale di game over arriva con un sms, un messaggio privato, una e.mail, o, se siete particolarmente fortunate, una telefonata, caso in cui sentirete finalmente il vero contatto umano.

Ora ho capito perché non ho il fidanzato: il mio pc non ha la cam…;-).