venerdì 31 dicembre 2010

Buon natale Frank

Bisogna saper vincere, per natale era stato indetto un concorso per il miglior racconto fra i partecipanti del corso di semicerchio, Katerina ha avuto la malaugurata idea di dirmelo in anticipo, e così le ho fatto bloccare, da Pietro, tutte le mail contenenti le parole “natale concorso”. E voi non avete ricevuto un bel tubo. Poi ho messo fuori combattimento Pietro, cospargendo con tutti i bacilli influenzali mondiali l’orsacchiotto che stringe sempre prima di addormentarsi.

Ho contattato babbo natale e la befana per l’editing – ho speso una fortuna – ma oggi finalmente potete ammirare l’unico racconto di natale della rivista semicerchio. Anzi, se lo volete finire dovete andare pure sul link di bencotti

Tanti auguri

Massimo

Buon natale Frank

È sempre di questo periodo che esco con il Frank:

- vero Frank?

- vero

ma vero che ho risposto io, perché lui, il Frank, mica le capisce ste cose. Nessuno sa cosa esattamente capisce, boh. Mica è sempre stato così. Non che fosse un genio, ma da ragazzi era uno del gruppo. Non sempre.

http://bencotti.com/2010/12/31/buon-natale-frank/

martedì 14 dicembre 2010

Perfetta per Scrivere

Il mio capo ha 55 anni, un gancio sinistro micidiale e una penna affilata.
Mi alleno con lui tutti i giovedì alla palestra del vecchio Telli. Lui, il capo, era un gran picchiatore, a volte veniva picchiato, ma molto meglio se lo dice lui scherzando.
Il vecchio Telli, dopo che abbiamo scazzottato sacco e pera e aver saltato la corda ci concede un paio di riprese sul ring. Senza forzare perché io non reggo i colpi e non è davvero uno scherzo se a dirtelo è il medico della Federazione Pugilato “i colpi presi hanno pregiudicato il tuo equilibrio, gli esami vestibolari parlano chiaro, niente che non vada a posto con il tempo, solo, prendendo un cazzotto fuori dal normale puoi diventare sordo, o perdere l’equilibrio”.
Dopo la doccia ci facciamo una pizza e una birra giù al Drunk, stavolta siamo alla seconda e non sembra l’ultima. Di solito parliamo di donne o di pugilato, stasera non è la serata adatta per parlare delle prime, finisce che parliamo di lavoro, ed è lui che parte:
- sai che a Firenze per tre volte l’anno ci sono 108 pazzi disposti a spaccarsi la faccia per conquistare una vitella bianca?
- sì ne ho sentito parlare
- secondo me ci verrebbe un bel pezzo, avevo pensato di mandarti sul posto, roba forte se ci sai fare
- posso documentarmi
- no no, voglio che vai lì e raccogli la testimonianza diretta, ho già il gancio giusto
- ok
- puoi partire domani?
- sì nessun problema
- domattina in ufficio ritira un po’ di soldi e fai un bel lavoro
- contaci.
Prende la penna dal taschino e scrive sulla tovaglina di carta:
“non ho mai incontrato un pugile senza coraggio battiti ragazzo”

Ovvio che non resisto a dare una sbirciatina negli archivi del giornale, energumeni che si picchiano dal 1400 nella culla del Rinascimento fanno un certo effetto.
Sto cercando di mettere ordine nella pila di fogli mentre sono seduto nel mio scompartimento del treno, è dall’inizio del viaggio che guardo di sbieco la mora seduta al finestrino, ma lei non vuol smettere di guardare fuori, e per vedere cosa? È un buio del cazzo fuori.
All’arrivo, lei si fionda nelle braccia del coglione del suo uomo, gli molla un bacio e poi le valigie.
Esco dalla stazione, che poi è bella ma mica tanto, comunque devo darmi un mossa, trovare da dormire e magari mangiare, ho il gancio per le 22.00. Suono al primo buco.
- Salve signora vorrei prendere una camera
- Si accomodi, terzo piano, l’ascensore è guasto
Uff pant pant, devo smettere di fumare, di bere. Devo solo arrivare in cima alle scale.
- ecco questa è la camera
- be.. bene
- non c’è il bagno, deve andare al piano, non c’è la televisione e l’acqua calda è a tratti bollente, e a tratti non è acqua calda
Guardo l’orologio, è tardi e di fare tre piani anche se in discesa proprio non mi va, deve essere una tattica
- bene la prendo
- davvero?
- mi scusi ma lei l’affitta camere o vuole solo scambiare 4 chiacchiere con qualcuno di tanto in tanto
- no no le affitto solo che è la prima volta, penso che devo chiederle i documenti, però prima le faccio una domanda
- spari uhm dica pure
- le piace la camera?
La camera? e chi l’aveva guardata?
Giro la testa intorno.
MioDio è una bellezza, i soffitti sono a cassettoni, le pareti di un giallo ocra, c’è un letto a baldacchino, un comodino dell’ottocento con piedi a cipolla, uno scrittoio della stessa epoca e un finestrone da cui non posso aspettare un solo istante ad affacciarmi.
Fuori c’è un giardino, piante enormi e arbusti crescono indisturbati, sono nel centro di Firenze, in che via non lo so.
- è bellissima signora complimenti
Lei sorride, un sorriso gengivale e dolce
- la prendo, quanto le devo?
- mica lo so? Quanto pensa che le dovrei chiedere?
- bah, a me lo chiede
- facciamo che ne parliamo domani, non si fanno gli affari quando cala il sole, ora si metta a suo agio, le porto le coperte e un bottiglia di nocino, è fatto in casa sentirà
- Vabbe’ facciamo domani.

Il gancio era in zona volevo chiedere alla signora ma la trovo che ronfa sul un sedia a dondolo, accanto a lei un bicchiere mezzo di nocino la bottiglia vuota. Torno in camera, sposto lo scrittoio in direzione del finestrone, mi metto comodo e dico: “perfetta per Scrivere”. Do’ una gozzata del liquore. Mamma che botta.
Faccio un paio di giri a vuoto, alla terza richiesta d’informazioni acchiappo la via, solo che l’ho beccata all’incontrario così che devo ripercorrerla quasi tutta – non chiedete mai un indicazione a me, vi perdereste. La testa mi gira quel nocino è una bomba.
Davanti al portone del tipo ci sono tre gazzelle degli sbirri. Dopo un attimo si sentono urla e bestemmie, rumori di vetri rotti e quant’altro. L’unica luce accesa del palazzo si spenge, si sentono rumori per le scale, poi esce il gruppone. Davanti due sbirri, non hanno il cappello e il primo si tiene il naso cercando di tamponare il fiume di sangue che sgorga. Il secondo si tiene la bocca, poi mette una mano all’interno e ne cava un bell’incisivo. Dietro loro 4 sbirri in tenuta antisommossa, due di loro hanno il tipo ammanettato.
È a dorso nudo, i brandelli della maglietta gli pendono dai pantaloni, sul braccio destro un giglio tatuato, grosso quanto il suo braccio grosso.
La serata promette bene, hanno appena blindato il mio gancio e sono ospite della maga circa sdentata e ubriaca.
Ripiego in una birreria nei pressi.
Il barista è un tizio massiccio e accigliato, mi siedo sullo sgabello.
- una birra per favore
- la vuoi liscia o con un po’ di whisky
- mettici pure il whisky
- ok allora un taglio medio
- hai anche qualcosa da mangiare?
- solo patatine
- allora anche una patata
Il taglio medio ha la consistenza dell’olio multi viscoso da motori, va giù lentamente e torna su immediatamente.
Dietro al bancone ci sono delle foto raffiguranti uomini in costumi storici che si affrontano in una specie di spiaggia. Sullo sfondo non c’è il mare, ma la facciata di una chiesa. Il barista si accorge che guardo le foto ed inizia a parlare:
- non sei di Firenze
- no sono di Torino
- mica sarai gobbo?
- come?
- a strisce, per la Juve insomma
- no no, il calcio non mi piace.
Lui fa uhm, prende il grembiule che gli pende dai pantaloni e lo getta via, fa il giro del banco e mi viene incontro.
E ora che cazzo vuole
È dritto davanti a me, dice:
- alzati
Lo faccio
Troneggiando mi mette le mani sulle spalle, ci fissiamo, poi mi stringe.
Si sente un rumore strano, uno scricchiolio, non capisco cosa succede ma non mollo lo sguardo . Lui mi guarda e sorride dicendo:
- sei un pugile
- sì
Poi mi fa sentire ancora quel rumore. Sono i suoi denti che strusciano violentemente gli uni sugli altri.
Ora mi accompagna dietro al banco, spiegandomi per filo e per segno, partite, personaggi, risultati.
Prendo la mia agenda e inizio a Scrivere e a bere, non lo interrompo mai, lo fa lui quando mi spilla un altro taglio medio.
Alle tre di notte ho l’agenda piena di appunti e a forza di tagli medi mi sono ritagliato un posto nella storia di quel bar, infatti il barista mi dice:
- cazzo amico non ho mai visto nessuno bere come te. Questa la offro io. Levami una curiosità ma dove le metti tutta sta roba.
È vero non ho fatto una goccia, ho la vescica gonfia e dura come una palla da bowling.
Mi alzo a fatica, ad ogni scossone rischio di pisciarmi sotto. Il barista mi ferma:
- il bagno è rotto vai in strada
Torno al banco e finisco la mia birra,- piscerò dopo – pago, ringrazio e saluto.
Sono fuori, all’angolo della stessa strada di prima mi sono già perso, è tardi ma non riesco ad inquadrare l’ora, sotto il lampione la cerco più volte, faccio casino fra la lancetta dei minuti e quella delle ore, mi fisso che quella dei minuti è più minuta.
Mi ricordo che devo pisciare, al pensiero mi eccito e piscio sul posto, alzo gli occhi, un targhetta dice:
“il 4 novembre 1966 l’acqua d’Arno è arrivata a quest”altezza”.
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- dacci dentro Massimo.
Sono agli sgoccioli sul marciapiede opposto sento dei passi, sono un paio di ragazzi. Mi riabbottono e mi faccio loro incontro dicendo:
- sto cercando una piazza qua vicina, c’è una cattedrale e la statua di Dante
il tipo più basso fa all’altro:
- questo è proprio messo male, neanche sa’ dov’è P.za Santa Croce
- magari viene da fori, chiediglielo
- ma da’ in do’ tu vieni?
- da Torino
- allora sei un gobbo
- no no, sono solo per la juve
Il primo cazzotto mi raggiunge alla mascella levandomi il sorriso, faccio in tempo ad alzare le mani che sento il secondo allo stomaco. I tagli medi rimasti escono in fila indiana formando un unico fiotto di vomito. Questo li tiene lontani per un qualche secondo, intanto che dicono “ma che schifo guarda come c’ha ridotto sta faccia di culo”.
Si fanno ancora sotto, sono solo un po’ meno sbronzo di prima, tanto da capire che non devo prendere altri colpi alla testa . Sento lo stridio delle gomme. Le urla:
- CAZZO FATE STRONZI LEVATEVI DAI COGLIONI ALTRIMENTI VI AMMAZZO
Sono nelle mani del barista, poi nella sua macchina, mi sta parlando:
- ma che hai combinato? e cazzo volevano quelli?
- non ti offendere ma a Firenze non avete il senso dell’umorismo
Poi più nulla fino ad ora che sono seduto davanti al finestrone a Scrivere.

sabato 11 dicembre 2010

Due proposte e ringraziamenti

La parte non seminariale del corso si avvia a conclusione, e ho due proposte che riguardano la seconda parte del corso.

1. Lezione / incontro con Scaffai sulla narrativa. Qualche incontro fa ho chiesto a Scaffai se sarebbe stato disponibile a tenere una lezione di narrativa nella seconda parte del corso, e mi ha detto che sarebbe disponibile, ha anche accennato come tema agli scrittori postmoderni, che sarebbe utile, visto che non abbiamo trattato questo negli ultimi due anni e visti anche gli incontri con Saunders.

2. Un incontro di revisione testi reciproca. Credo che sarebbe utile fare un incontro in cui ognuno dei partecipanti porti le proprie annotazioni su alcuni racconti e poesie inviati dagli altri sul blog o per posta e ne discuta a tu per tu con gli autori. Credo che quasi tutti siano abbastanza “affamati” di feedback sul dettaglio della propria scrittura, da aggiungere alle (utili) lezioni sui metodi di (auto) critica. Sarebbe più efficace (nel senso semplicemente di uso del tempo) fare un pomeriggio con una serie di incontri a due invece di uno che legge a tutti e poi a turno sentire le osservazioni (che è come abbiamo fatto l’anno scorso). Non dico di fare sempre così, dico di provare una volta.

Infine vorrei ringraziare gli organizzatori di Semicerchio per la serie di incontri di quest’anno. Qualche amico a cui avevo detto “quest’anno rifaccio il corso di scrittura”, mi chiedeva perché rifare lo “stesso” corso. Credo di poter fare un corso in questa forma tipo 50 volte, e ad ogni incontro trovare gli stimoli per nuove idee, racconti, applicazioni e scrittura. Ricordando un po’ a caso, la lucidità di Cortellessa e la passione di Rondoni, la scrittura tersa di Dagmar Leupold (grazie Paolo Scotini), l’amore per lo scrivere di Marco Vichi, l’incontenibile energia di Elisa Biagini, la capacità comunicativa di Antonio Riccardi, e, lasts but not least, la didattica di Scaffai e Giusti.

mercoledì 1 dicembre 2010

Poesie di Leonardo Magnani

Di Leonardo Magnani


LE CONSISTENZE AVVILUPPANO PIANO


Le consistenze avviluppano piano
nel mio cammino sì poco sereno:
è una strada che dal bene al male
(o all'opposto) deborda nel sale
di campi incolti per il troppo sole,
pur senza limiti, senza parole.

Le consistenze del male e del bene
lente debordano e scrosciano e pèrdono,
forse perchè qualche Dio dissociato
sente che il mondo, l'intero Universo,
è troppo piccolo per starci dentro,
è troppo grande per fare il galante,
e lascia stridere le forze opposte,
come la morte fa degli esborsi
abbandonati a dibattere in vita.

Ora, suvvia, è dolce la stagione
da mettere insieme il pane con le ore;
ora, maledizione, si contorce il povero,
l'inetto d'amore... l'insetto vedovo
della ragione si ammala di cuore.

Ora, maledizione, erompe il ricco
di vita e di speranza come un picchio,
ma un picchio antisistema che conosce
la Balena e da costei è divorato;
ora, suvvia, è dolce la stagione
da mettere insieme il pane con le ore.




PAPPONI PICCOLI E NULLITA' PICCOLE


Papponi piccoli e nullità piccole
s'avvertono d'apprima quando, briciole,
a scuola con gli zaini s'accapigliano
e fuggono rincorsi in guardi vigili
di maestri sommersi dalle regole.
E i piccoli papponi sono mostri,
e prendono a pedate le femmine piangenti,
che sono pure loro dei maschietti;
perchè le nullità più grandicelle,
di pugni e calci molti dovran prendere,
financo dopo le scuole franate,
finite solo a voti contestati.
E i piccoli papponi, invece, al grido
di "fottiamo la nullità invadente",
siedono scranni e ne fanno la legge.

Ma dove cappero sono finito?
Qui non c'è modo di cambiare nulla:
il più forte divora il più debole
e nessuno muove un dito...
Davvero fatemi tornare in culla!



BUS PIENO/BUS VUOTO


Bus pieno di anime rotte,
migranti tra sbarre e segrete:
prigione è la terra d'Italia,
pericolo di greve malia.

Bus vuoto è diverso per loro,
politici alla "Bellemmeglio",
che il Paese sanno tradire...
...lo fanno con l'abito bello.

Bus vuoto per questa italiaccia
scordante l'antico tranello,
che fece partire i più umili,
rinati per altro castello.





IL TEMA DELLE FIERE


I bambini non stiano coi matti,
che poi si marchiano quali rabbiosi
cani d'abbandonare, pien di scatti,
o viscidi bambini ben boriosi.

Il mondo arresta solo chi più soffre
e non s'accorge che il male irrompe
da viscere olimpioniche e veleni
sensibili ai comandi, quelli veri.

E questo, il già narrato, è il tema delle fiere,
che ululano al vento delle condite sere,
e non sanno cos'altro raccontare.

E questo è il da narrare, la storia d'un divino redentore,
fuori di collera le antiche suore.
Saranno tutte genti i suoi cantieri.





SENTIRE TUO SENSIBILMENTE MIO
(a Caterina)


Sentire tuo sensibilmente mio,
nel trincerare di poetar gentile,
vischioso che consacri alla Via
il vivere contrario che è poi vile
tedio di meticoloso apparire
d'ombre subordinate al nostro vasto cuore.




OSSERVO LA MIA ISPIOTA
PER NON PRECIPITARE


Osservo la mia Ispiota per non precipitare,
per non precipitare, vedendo l'altra Italia,
sperando certo di poter contare
su un vero appartenere, se il resto è persa malia.

Osservo gli stradini, santi concittadini!
Asfaltano le strade originali;
muratori, braccianti e manovali,
tutti cresciamo in simili stivali.

Così io che mi colloco
tra un clown ed un guerriero
sento la differenza, contemplo il tempo intero...
Guitto di maschera vermiglia e bianca,
lotto col condor di piumaggio nero,
le ali fendenti un Cielo senza branda.

E osservo la mia Ispiota per non dimenticare.

domenica 28 novembre 2010

L'Ombra

Quel ventiquattro Settembre avrei dovuto abbandonare la mia ombra. Per sempre.
Non mi ero mai veramente accorto di lei finché non ho percepito la sua imminente perdita.
Ma le sarebbe dispiaciuto? Mi chiesi ruotando in senso orario il cucchiaino nel caffè.
Io, tutto sommato, mi sarei amato.
Fuori iniziò timidamente a piovere, senza troppe pretese. Portai alle labbra la tazzina e ne trangugiai il contenuto senza neanche assaporarlo.
Ma come sarebbe avvenuto il distacco? Mi domandai perplesso. E restai così, a pensare, appoggiato con i gomiti sul tavolo.
Si può tagliare un’ombra? Ruotai gli occhi, e la guardai.
Ebbi quel coraggio.
E, solo allora, mi accorsi che fosse stato veramente un atto di coraggio.
Stava là, esanime, moribonda, a guardarmi.
Era delusa. Profondamente delusa.
Ne guardai i contorni, così sfumati e indefiniti. Aveva solo l’eco della sua vecchia gloria. Era semplicemente una macchia nera sperduta tra gli altri colori.
Accidenti.
Non poteva certamente ritenermi il migliore dei padroni.
D’altronde l’avevo venduta senza pensarci un secondo.
Tornai a fissare la tazzina vuota, vergognandomi. E divenni improvvisamente rosso. Mi vergognai anche del rossore delle mie guance, a dispetto del monotono scuro della mia ombra. Ero così fottutamente sfacciato che mi domandavo come potesse volermi bene, la povera ombra!
No, io mi sarei odiato. Senza ombra di dubbio.

Erano le 14:30 ma ancora nessuno arrivava all’orizzonte. Ero seduto su quella panchina da troppo tempo e mi facevano male le natiche. Odiavo stare troppo nella stessa posizione.
Con me avevo solo una sciarpa autunnale e la mia ombra. Così la consideravo, al pari di una sciarpina. Si era nascosta sotto la panchina, penetrando attraverso le fessure della stessa.
La sera prima avevo provato a ricordare qualcosa di bello provato insieme a lei. Nonostante una vita trascorsa fianco a fianco non avevo alcun bel ricordo. Che tristezza.
Forse allora avevo fatto la scelta giusta. Potevo barattarla con qualsiasi altra cosa, anche solo un pacchetto di caramelle. In fondo era un peso inutile, incollato al mio corpo.
Provai una certa soddisfazione nell’aver elaborato questo pensiero. Mi sentivo un po’ meno responsabile. E poi non volevo vedere il sangue, di nessuno. E l’ombra, il sangue, non ce l’ha…
Forse…
Ricordo che da bambino mi tagliai con un coltello da cucina. Versai talmente tanto sangue che avevo ricoperto tutto lo spazio intorno a me. Quando accorse mia madre svenne immediatamente. E restai mezzora, da solo, nel sangue, con mia madre svenuta.
No, no, il sangue lo detesto proprio.
Il giardino faceva uno strano rumore, fatto di foglie e di vento, e di uno speciale gioco tra di loro. Guardavo tutto ma in realtà non osservavo niente. Un po’ come ho sempre fatto nella mia vita.
Spuntò in lontananza, con un passo sicuro. Lo riconobbi subito, nonostante potesse essere chiunque altro.
Mi misi in tasca le mani, perché provai un freddo improvviso. La mia ombra? Era sempre sotto la panchina, ma la sentivo più distante.
In una quarantina di passi fu vicino a me. Aveva un’aria curata, spaventosa. Mi ricordava qualcosa che vedi per la prima volta e che senti lontano, ma da cui sei attratto.
“Buongiorno, perdoni il mio ritardo”, disse con un lontano accento parigino.
“Si figuri”, risposi con poca voce.
“Posso sedermi?”, mi domandò accennando un sorriso beffardo.
Mi spostai leggermente, facendogli intendere di sì.
Si sistemò sulla panchina, in una posizione al tempo stesso sinuosa e rigida. Che uomo strano.
“Si sente pronto?”, chiese togliendosi i guanti neri, di pelle.
Non ero pronto a questa domanda, a questo no.
“Beh, immagino di sì, ma volevo chiederle come funziona”
L’uomo sorrise, solo con l’angolo sinistro della bocca.
“Lei non proverà dolore, stia tranquillo”
No, tranquillo non lo ero affatto.
Volevo fargli altre domande, ma quell’uomo aveva la capacità di seccarmi le parole in bocca.
Tacqui, lo guardai finire, impotente. Prese tra le braccia una valigetta di pelle nera. Ne estrasse con meticolosa gentilezza un foglio di carta. Lo osservò, come per controllare che tutti i caratteri fossero ancora al loro posto. Poi me lo mostrò.
Era un contratto. Scritto in caratteri piccoli e chiari.
“Con questo regolarizzeremo l’affare”, disse lui con l’espressione di prima sul viso. “Con questo foglio lei diventa il proprietario unico della residenza di Rue Lafayette, mentre con quest’altro” disse sfilando un secondo foglio “avrà il totale possesso dell’autovettura Maserati Granturismo”.
Guardai inerme quell’inchiostro scritto, come se fosse un sogno.
“Ovviamente gli atti testamentari sono già stati depositati anche in sede notarile. Le ho allegato il nome e il contatto del signor notaio Norbert Livin, potrà recarsi presso il suo studio già da domani mattina e firmare le varie scartoffie”.
Una persona era morta e mi aveva lasciato beni che non avrei potuto guadagnare in tre vite di lavoro.
E tutto ciò al prezzo di un’ombra.
Che affarone.
“La valigetta con i due milioni di euro è depositata all’interno della residenza nella cassaforte nascosta dietro il quadro in camera da letto. Il codice di sicurezza è scritto qua”, disse indicando una serie di cifre in grassetto in fondo al terzo foglio.
Due milioni di euro?!? E questa da dove salta fuori?
“Pensavo che l’accordo si interrompesse alla macchina”, esordii incredulo.
“Il mio capo voleva essere sicuro che l’accordo fosse di suo gradimento”.
Poi divenne serio, facendo scomparire quel suo strano sorriso dalle labbra.
Come un fulmine a ciel sereno, mi spaventò.
Si accesero i suoi occhi, che mi fissarono profondamente.
“Come d’accordo l’eredità che le è stata lasciata ha un costo. Ma lei non dovrà mai e per nessuna ragione parlare di questo con nessuno. A chiunque glielo chieda dovrà assumere un ruolo responsabile, sostenendo di aver avuto un rapporto amicale con la Signora Pauline Laroche. E non provi a mettersi sulle tracce della sua storia, per nessun motivo. Se seguirà alla lettera le mie indicazioni lei non avrà alcun problema.”
Mi domandai quali loschi traffici ci fossero dietro.
Cos’altro avrei potuto fare? Non mi sembrava ben disposto a rispondere alle mie domande. E tutto quel ben di Dio mi avrebbe risolto la vita, per sempre.
“Va bene” sussurrai “cos’altro devo fare?”.
All’uomo tornò il suo sorriso di scherno.
“Resta solo l’ultima cosa. Il pareggiamento del contratto. La sua ombra”
La cercai con la coda dell’occhio. Era ancora sotto la panchina? Non ne scorgevo gli angoli. Forse era diventata trasparente, o era sparita.
“Cosa…” provai a dire.
“Non mi domandi cose a cui non posso rispondere, Monsieur Le Blanche.” Esordì con un tono rassicurante nella sua voce distante. “So che mi vorrebbe chiedere cosa le verrà fatto. Ma io le ho già detto prima che non sentirà dolore, cos’altro le importa?”
Si affrettò a mettersi i guanti e io sentii un alito di vento ferirmi il volto.
“Adesso mi segua”, dettò freddo.
Mi alzai come condotto da fili invisibili. Un suo passo era due miei, e faticavo a stargli dietro.
Così la vidi.
Confusa, triste, sommessa. La mia ombra si trascinava mestamente dietro di me. Sapeva tutto, capiva ogni cosa.
Neanche mi guardava. Era già andata via.
Camminammo dieci minuti. Io vagavo senza sapere dove fossi destinato. Stavo per essere privato della mia ombra e neanche ne conoscevo la natura.
Cosa le sarebbe accaduto? Me lo domandai solo adesso. Prima avevo solo paura del suo giudizio. Adesso mi preoccupavo per la sua sorte.
Ci passarono accanto due donne sulla trentina. Una delle due era estremamente sensuale. L’altra aveva occhi troppo grandi. Ci scrutarono smettendo di parlare. Erano attratte dalla nostra presenza. All’uomo riservarono uno sguardo strano, mai visto. Un misto di paura e di reverenza. Una forte eccitazione aleggiava nell’aria. Poi passarono, portandosi dietro le loro gentili ombre.

L’autunno avvolgeva il parco con i suoi intensi colori. Avevamo percorso almeno un chilometro e mezzo. Le suole delle mie scarpe strusciavano ritmicamente sul letto di foglie morte.
Arrivammo al cancello principale, che era spalancato come le fauci di un grosso predatore.
L’uomo lo varcò senza fare rumore. Io mi trascinai dietro goffamente.
Ad aspettarci una Aston Martin Dbs spaziale. L’uomo la indicò con un gesto discreto.
“Vuole accomodarsi?” impose più che chiedere.
Scorsi appena, dai vetri oscuranti, la figura di un autista. Così mi apprestai ad aprire la portiera posteriore. L’uomo mi seguì dal lato opposto.
Entrai nell’autovettura come se fosse di cristallo. Chiusi la portiera.
L’autista lo vedevo appena. Era un uomo di mezza età, portava un cappello scuro e degli occhiali da sole.
“Lui è Honorat, il mio autista personale” esordì l’uomo dal mio fianco sinistro. “Possiamo andare adesso”.
Honorat mise in moto. Il rombo dell’Aston Martin mi fece salire un brivido caldo.
Percorremmo venti minuti di strada mentre fuori le nuvole si susseguivano vertiginose. Nel veicolo regnava il silenzio e, da parte mia, anche il timore.
Stavamo uscendo da Parigi, la struttura urbana della metropoli aveva lasciato spazio prima alla periferia e poi alla campagna.
“Ecco, siamo arrivati”, esordì con voce rauca l’uomo al mio fianco.
Honorat rallentò e svoltò in una strada sterrata che si faceva spazio in una boscaglia cupa. Percorremmo la macchia ballando un po’. Dopo circa trecento metri arrivammo in uno slargo piuttosto spazioso e curato. Honorat parcheggiò meticolosamente al centro dello spiazzo.
“Può scendere”, sollecitò l’uomo al mio fianco.
Così feci e mi sgranchii le gambe senza dare troppo nell’occhio. Davanti a noi si erigeva una casa. Era una villa spaziosa e affrescata, mi ricordava alcune costruzioni rinascimentali della Provenza. Tutto intorno la boscaglia irrompeva prepotente.
“Mi segua”, irruppe l’uomo. Honorat restò in macchina, coperto dai vetri oscuranti.
L’uomo camminò a lunghi passi fino al portone dell’abitazione. Suonò al campanello e aprì dopo un secondo un maggiordomo. Un uomo biondo, di circa trentacinque anni, aitante ed enigmatico.
“Buongiorno Basile, siamo pronti”.
Basile annuì pensieroso, poi spalancò la porta e si inchinò rispettosamente indietreggiando.
Varcai la soglia e fui in grado di vedere il maestoso interno della casa. Una dimora di alto gusto estetico, piena di quadri, un grande tappeto birmano a terra, un mezzo busto alla base di un’ampia scala di marmo. Meravigliosa eppure affatto accogliente.
“Per di qua”, intimò l’uomo dallo strano sorriso.
Salimmo le scale senza parlare. Arrivammo al piano superiore e l’uomo si fece spazio tra la mobilia di un’immensa sala da pranzo per giungere, in fondo, ad una porta chiusa a chiave. Estrasse dalla tasca del suo completo una piccola chiave dorata e la girò tre volte nella serratura fino ad aprirla.
Fece strada e io lo seguii. La stanza era abbastanza grande, circa 40 metri quadri. Rispetto al resto della casa i colori erano più freddi. Molti blu, verdi e viola. C’erano due divani, uno di fronte all’altro, bianchi e molto morbidi. A terra un grande e soffice tappeto celeste e lilla. Le pareti erano completamente coperte da una libreria gremita. Una finestra sul tetto illuminava la stanza.
“Adesso si sieda” disse l’uomo, facendo un accogliente gesto con la mano.
Obbedii, come ormai facevo da un’ora a quella parte. L’uomo si tolse i guanti, come prima, nel parco. Aveva poggiato la valigetta sul divano di fronte al mio, creando un bel contrasto di colori. Mentre terminava la sua operazione entrò nella stanza Basile, con in braccio un’apparecchiatura tecnologica. Sembrava un computer, ma in forma più schiacciata e ovale. Era uno strano marchingegno mai visto prima. Attaccati penzolavano alcuni fili bianchi ed altri celesti.
L’uomo poggiò i guanti sul bracciolo del divano e prese la sua valigetta estraendone degli elettrodi collegati a dei cavi, anche questi azzurri.
“Per favore Monsieur La Blanche, si sdrai in posizione supina”
Mi guardai intorno.
Ma dove mi trovavo?
Chi erano quelle persone?
Ma, soprattutto, cosa stavano per farmi?
Osservai titubante Basile che poggiava il pesante oggetto elettronico su un piano di legno alto quanto uno sgabello.
Mi soffermai sui suoi lineamenti, sulla forma delle sopracciglia, sul movimento delle sue mani. E provai un profondo spavento. Pensai che non fosse il posto giusto in cui essere e mi sentii profondamente solo. Ma poi… ripensai immediatamente alla bellissima casa appena guadagnata, alla Maserati, ai due milioni di euro! La mia vita avrebbe avuto una rosea svolta da quel giorno in avanti… E poi, me lo aveva detto proprio l’uomo, che non avrei provato alcun tipo di dolore. Allora non c’era nulla da temere.
D’altro canto per una vita avevo desiderato essere qualcuno. Essere riconosciuto, visto, avere un peso.
Mi tolsi la sciarpa poggiandola vicino a me, a terra, e mi sistemai sul divano cercando di scacciare i brutti pensieri e mi lasciai trasportare come avrebbe fatto un tappo di sughero nella corrente.
L’uomo maneggiava, con l’aiuto di Basile, il macchinario che nel giro di qualche secondo emise un suono di accensione.
Sopra di me la finestra apriva uno squarcio nel cielo. Era come stare sdraiati su un prato con la testa rivolta verso l’alto. E, per un istante, mi sentii libero. Mi ridestò un rumore meccanico squillante e la voce di Basile:
“Monsieur è pronto, vuole fare una prova?”
“No Basile, iniziamo direttamente” sentenziò l’uomo.
Mi voltai a guardarlo. Aveva in mano due elettrodi, stavolta collegati al macchinario attraverso i suoi fili azzurri.
“Monsieur La Blanche, iniziamo” disse col suo solito, irritantissimo, sorrisetto.
Mi si avvicinò e mi ordinò, con voce mansueta:
“Dove crede che risieda la sua ombra?”
Oddio, che domanda…
Dove risiede la mia ombra?
“Non credo, monsieur, che l’ombra abbia un luogo, si crea quando c’è luce” pronunciai guardandolo smarrito.
“Se dovesse collocarla, in quale parte del corpo la metterebbe?” ripeté come se non avesse sentito la mia risposta.
Lo guardai ancor più confuso. Aveva in mano quegli elettrodi lo sguardo su di me, in attesa.
Dove risiede l’ombra?
Nel cuore?
No, banale, nel cuore no. Non l’ho mai amata, non può esser nel mio cuore.
Nel cervello?
Nemmeno. Mai la penso, a malapena riesco a riconoscerla.
Il fegato no, l’intestino neppure.
“…Forse, se proprio devo dire una cosa così, forse… negli occhi”
L’uomo si voltò verso Basile. Quest’ultimo, che stava attaccando il macchinario alla corrente, cessò la sua attività e incontrò lo sguardo del suo signore. Si guardarono per un lungo istante. Poi l’uomo si girò verso di me e Basile riprese la sua faccenda.
“Provi a spiegarmi il perché, per quanto le è possibile”
“Ho detto così, a caso” risposi balbettando.
“Il caso non esiste, Monsieur La Blanche” sogghignò l’uomo. “tutto ha il proprio perché”.
E ora cosa potevo dirgli?
“Beh, forse perché l’unico contatto che ho con la mia ombra è attraverso la vista; io la vedo e so che c’è”.
L’uomo guardò in basso per qualche momento, come per raccogliere le idee.
“Molto bene”, espresse poi, con voce tuonante.
“Adesso le consiglio di chiudere gli occhi e rilassarsi che iniziamo”
Eccoci.
Decisi di non proferir favella. Ma non riuscii a chiudere gli occhi.
Vidi tutto.
“Basile accendi il dispositivo” disse l’uomo.
Basile eseguì il comando e azionò il macchinario, che produsse lo stesso suono di prima.
L’uomo posizionò sulla mia testa i due elettrodi dai fili azzurri. Nella parte a contatto con la mia pelle erano pregni di un gel conduttore profumato. Ricordava la fragranza di un negozio di profumi vicino Bordeaux.
Basile schiacciò un altro piccolo pulsante e improvvisamente gli elettrodi iniziarono a vibrare.
Il movimento era calmo e rilassante, affatto fastidioso.
“Se sente dolore me lo riferisca”, esplicò l’uomo mentre prendeva altri due elettrodi azzurri in mano, “questo massaggio psicologico in realtà dovrebbe portarle un benessere generalizzato che la accompagnerà ad uno stato di sonno”.
Già le sue parole mi sembravano più lontane, quasi un’eco.
“Lei è un uomo molto coraggioso o molto stupido, Monsieur La Blanche”, sentenziò.
Riapparve nel mio campo visivo e posizionò altri due elettrodi in due porzioni della mia testa. Basile li attivò e il massaggio si fece più diffuso e profondo.
Il tempo iniziava a dilatarsi e restringersi senza seguire delle vere e proprie regole.
“Perché dice questo?”, domandai con poche forze.
L’uomo portò un elettrodo dal cavetto bianco e lo posizionò sul mio cuore, spostando leggermente la camicia per farlo passare meglio. Basile pigiò il pulsante e l’elettrodo non fece nulla, ovvero, nulla che io potessi percepire.
“Se me lo domanda allora è veramente la stupidità che l’ha condotta qui”, sghignazzò l’uomo.
La sonnolenza mi stava cogliendo, trascinandomi altrove. A fatica tenevo gli occhi aperti. Vedevo il cielo sopra di me, che si apriva e si gonfiava. Le nuvole erano le mie ipnotiste personali.
“Cos’è l’ombra? Me lo stava dicendo prima…”, disse l’uomo.
“L’ombra… è la proiezione del nostro corpo, che genera l’ombra, e non fa passare la luce”, dissi vergognandomi della semplicità del mio pensiero, in quel momento.
“Benissimo”, disse l’uomo mentre usciva dalla mia vista. “Quindi quale corpo attraversato da una luce non fa ombra?”.
Raccolsi le poche idee che ancora avevo. Un vetro, pensai.
In un barlume di lucidità capii.
E fu tutto talmente ovvio da farmi spaventare terribilmente.
L’ombra non sarebbe più esistita perché io sarei stato trasparente.
Sarei stato perennemente invisibile agli occhi degli altri.
Era questo il vero prezzo da pagare.
L’ultima cosa che sentii furono le parole dell’uomo:
“E adesso inizi a ricordare la sua ombra”, mentre mi posizionava due grossi elettrodi neri sopra le mie palpebre.

sabato 27 novembre 2010

Per scrivere bene? Forse

Per "festeggiare" i primi 30 post del nostro blog di scrittura
(e, naturalmente, gliene auguriamo tanti altri, vero?… )

Sono contenta e cercando di condividere vi lascio un saluto non con un testo mio, per carità!, ma di "uno che qualcosina ci capisce" e di cui si parlava anche ieri al corso.
Lo so che sono parole celebri che conoscerete sicuramente già tutti, visto che l'autore le dedica a chi segue corsi di scrittura, e poi le regole (come ci ricordano sempre) sono fatte proprio per essere infrante e non bastano certo per scrivere bene... metterei perciò il punto interrogativo... però, chi lo sa, forse possono sempre tornare utili. Magari anche a voi, come a me, ogni volta a rileggerle strappano un sorriso e qualche riflessione (se non altro mi fa pensare a quanto sbaglio, ahimè).
Commentate, se vi va.
Saluti cari a tutti i creativi, poeti e narratori,

Caterina



SCRIVERE BENE?
LE QUARANTA REGOLE DI UMBERTO ECO

(da Umberto Eco, La Bustina di Minerva, ed. Bompiani).

"Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura. "

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando
necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare
indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare... indigestione di... puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è "fine".
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: "Odio le
citazioni. Dimmi solo quello che sai tu."
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere
è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di
qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un
serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti:
anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai
all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono "cantare": sono
come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di
parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che
inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo
discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione
che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni
inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo
nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà
sbaglia.
26. Non si apostrofa un'articolo indeterminativo prima del sostantivo
maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!!!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini
stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt,
Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi.
Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore
del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti
il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello
che vi sto dicendo).
32. Cura puntigliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una
pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque
avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle
premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero
dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati,
nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come
altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla
deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero
eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano
comunque le competente cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

domenica 14 novembre 2010

CAPITOLO SECONDO "OMBRA TRA DUE FUOCHI"

Capitolo secondo

L’ anno scolastico stava per terminare. Mi mancava solo l’ ultima interrogazione di matematica. Dopo aver fatto esercizio, e stufandomi a risolvere le equazioni di secondo grado che sono il mio punto debole, decisi di tornare nella stanza di Eleonora.

Eseguendo il rilievo del professore, cancellai dal racconto le lucciole vaganti e, provvisoriamente, pensai ad un tremolio di lumini accesi nel cimitero sopra il paese.

Mi sentivo in forma e scrissi fino all’ ora di cena.

“… L’ arrivato non chiuse la porta, avanzò silenzioso. Senza nascondere le proprie intenzioni, prese a strusciarsi. Eleonora rimase immobile perché era abituata a sentirsi sfiorare da dietro. Anche quella sera aveva cominciato a stringerle il seno ed a sbaciucchiarla sul collo. Da tempo, Duilio il guardiacaccia, aveva imparato a non fare il selvaggio. Toccandola con le sue mani robuste riusciva ad accendere il fuoco, talvolta.

- Stamani è venuto un tizio a farmi delle proposte, disse lei rompendo il silenzio.

- Proposte?...

- Niente, voleva farmi una polizza sulla vita.

- ... Una polizza, di quanto?

- Non ho chiesto. Gli ho detto subito no.

- Ah! fece lui tirandole un braccio.

Eleonora fu costretta a voltarsi.

- Sei sicura che non fosse un buon investimento?

- Non ho nessuna intenzione di morire! disse lei tornando a fissare il buio.

- Che c’entra… E perché mai la mia gattina dovrebbe morire? Non sarà che ha bisogno di un po’ di tempo per pensarci?

- Dai, non mi fare il solletico.

- ... Non ti piace più il mio solletico?

- No, stasera voglio guardare i fuochi.

- C’ è tempo per i fuochi, ora lasciati andare... Senti come si sta muovendo.

- No! strillò Eleonora.

Duilio si staccò. Offeso si riabbottonò i calzoni. Non capiva cosa lei volesse dire con quel no stizzito. Era la seconda volta lo diceva in quella settimana. Fino ad allora, quando non aveva voluto, si era sempre rammaricata, scusata… Aveva inventato un mal di testa, un’ infiammazione, qualcosa insomma che non fosse puro fastidio. Possibile che dopo anni d’ affiatamento si fosse stancata? Ebbe l’ impressione che volesse mollarlo.

Sbattuto dal dubbio si lasciò andare sul letto.

- Che fai, dormi? gli domandò lei, distante.

Lui non rispose.

- Su, non fare il bambino.

Il bambino?! Forse la contessa non lo considerava più il suo uomo?

Si sforzò di rassicurarsi.

- ... Maaa... ti senti bene? le chiese.

- Non si può solo scopare, ebbe come risposta.

Le sembrò meno aspra.

- E... del nostro futuro? azzardò.

- Impariamo a godere di quello che abbiamo.

Di quello che... abbiamo?! Diavolo, non ho ancora nulla io. Qui è tutto tuo!

Duilio incominciò a tremare. Paventò che sarebbe per sempre rimasto nel limbo... Sentiva che lei era in vantaggio.

- Ma... avevi detto di regolarizzare… per chiudere la bocca... alla gente.

Eleonora era ancora soprappensiero. Svagata forse dagli effetti del climaterio, non si accorse delle smorfie di lui.

- Ci ho riflettuto, sai... Non è bello restare così? gli chiese.

La domanda rimase nell’ aria. Un attimo dopo arrivò il terremoto. Duilio abbandonava il rifugio facendo rintronare la stanza. Indispettita, lei accese la luce.

- Dai, non fare il bambino, chiamò. - Perché non vuoi accontentarmi?… Dopo lo facciamo, promise.

Udendo solo qualche colpo sordo nel buio, si convinse che gli uomini sono egoisti e permalosi più delle donne. Comunque non lo avrebbe rincorso. Se proprio non poteva rimandare, doveva venire a cercarla.

Tornata ad affacciarsi sentì anche un breve scoppiettio, ma non la banda. Probabilmente gli orchestrali si erano fermati a bere. Si stava risistemando lo scialle, quando più forte dei grilli cantò la civetta. Secondo le vecchie credenze annunciava una disgrazia. Sporgendosi per capire se l’ uccello fosse dentro le piante di alloro, si sentì fissata dal santuario bianco di luna. Le tornarono in mente i familiari defunti e si trovò a mormorare qualche preghiera.

Rivide il padre, il conte che non aver retto al suicidio del figlio. Ricordò il fratello, che nel giorno della disgrazia compiva poco più di vent’ anni. Per lui disse un requie supplementare. Alberto era di otto anni più grande di lei. Sebbene fosse coetaneo del guardiacaccia, anche da ragazzi tra loro non correva buon sangue. Una mattina d’ estate Duilio si era tagliato un polpaccio con la falce fienaia, sul prato davanti al castello. Alberto aveva visto, ma per non volerlo aiutare si era chiuso nello scrittoio del sottofattore.

Si rammentò di quanto il conte fosse bisbetico, per lei niente carezze e tanta morale. Sorrideva poco e la teneva a distanza. Aveva terrore delle novità. Durante la messa per la prima comunione di Alberto si era inviperito sentendosi offeso dal lusso dei sottoposti. Era la prima volta che i figli dei contadini venivano in chiesa con scarpe di pelle bianca e vestiti cuciti su misura. Per non subire il confronto, quando era stato il turno di lei, inventandosi una scusa, aveva convinto il prete a celebrare la comunione nella cappella privata del castello riaperta per l’ occasione.

Probabilmente la civetta era volata da un’ altra parte. Eleonora non credeva al malocchio, tuttavia si sentì più tranquilla... Ripensò alle pene della confessione

Il sacerdote si era presentato al castello nel pomeriggio della vigilia. Aveva fretta. Nero e imponente le aveva chiesto i peccati faccia a faccia, esaminandola senza lo scudo del confessionale. Quando credeva che avesse finito con le domande, la gelò con la raccomandazione che più delle altre le aveva messo paura.

- Domani, quando avrai ricevuto Gesù, sentirai una vocina. E’ Lui che parla al tuo cuore. Fai molta attenzione a cosa ti chiede.

Lei aveva chinato il capo annuendo con un piccolo si. Però il timore di sentire la Voce non l’ aveva fatta dormire...”

- Davvero Bachir, anche oggi riesci a sorprendermi...

Nonostante il muso che mi teneva Rachi mio padre, avevo di nuovo suonato al cancello del professore per leggere quello che avevo scritto. Quel giorno non avevo da fare compiti perché al mattino c’era stata Assemblea.

- Ma può andare? chiesi.

- Si, si... Però sono perplesso su alcuni particolari che non possono essere farina del tuo sacco.

Non capivo di cosa mi accusasse.

- Cioè? domandai.

- Ad esempio, a proposito di Eleonora, se ho ben capito, dici che il suo restare indifferente ai tentativi del guardiacaccia poteva essere causato dal climaterio, ma tu che ne sai del climaterio?

- Ho sentito, senza volere, il mio vicino di casa che faceva delle confidenze a mio padre, Rachi. Gli diceva di invidiare i mussulmani perché possono avere più d’ una moglie. Da quando la sua era in menopausa non riusciva a soddisfarlo, per via del desiderio che più non aveva.

Mi meravigliai che il professore non lo sapesse.

- Non ho esperienza per contraddire, io ero convinto del contrario… Ma la storia della voce e della confessione come ti è venuta?

- Sono nato in Italia e frequento italiani. Non faccio come mio padre, ascolto volentieri come si pratica la religione.

Il professore accavallò le gambe, indagatore.

- E quella vicenda del vestito di Alberto e dei contadini?

- E’ vera! L’ ho imparata da un pensionato mentre ero in coda alla posta, risposi.

- Baschir, sei forte! - Io dai miei compaesani non ho mai imparato nulla.

Sentii che voleva darmi confidenza. - Per forza, dissi. - Lei si esclude! Non va mai a fare una partita alla casa del popolo.

- Alla casa del popolo! A quei tavoli non parlano che di fica e di caccia... Arrossì come avesse bestemmiato. - No, mille volte preferisco passare per scontroso, disse.

Si asciugò la fronte. Notai il mento che gli tremava.

- Anche a me capita di stare bene da solo, risposi per compiacerlo.

Scostò la sedia dicendomi che aveva bisogno di andare in bagno. Quando tornò mise sul tavolo una caraffa d’acqua e due bicchieri.

- Bachir, vorrei riferirti un particolare.

Per un attimo dubitai che volesse dire che gli piacevano gli uomini. Invece mi fece un’ altra rivelazione.

- Io e Alberto eravamo amici, disse. - Avevamo gli stessi gusti…

- Ho capito! risposi.

Lui sorrise intuendo il mio disagio.

- Voglio dire lo stesso interesse per la natura, precisò. - Cioè Alberto era assai più deciso di me. Era anche nobile lui, per quello che poteva contare negli anni del boom economico… Ad ogni modo io ero solo uno studente proletario.

- Allora ha fatto la rivoluzione del sessantotto!

- Quante cose sai! No, io non sopporto la violenza, neppure quella delle parole e degli striscioni. Scansavo le manifestazioni e gli scontri con la polizia... Comunque approfittai del caos per dare l’ ultimo esame senza aprire un libro.

- E Alberto?

- Allora già era in pace su al cimitero. Dopo il liceo aveva chiuso con lo studio, non credo volesse riprenderlo. La nostra conoscenza era nata da bambini perché mia madre faceva varie faccende al castello. Era a mezzo servizio e tutte le volte che andava a stirare mi portava con sé. Un giorno durante le vacanze di Natale, facevamo la prima superiore, Alberto mi convinse ad accompagnarlo nella ricerca del casino manierista. Tra le carte di suo nonno ne aveva scoperta una dove si affermava che, in un posto chiamato masso ai banditi, si trovava una burraia molto particolare… Prima non avevano i frigoriferi ed il burro lo facevano e lo conservavano in casotti di pietra vicino ad una sorgente… In quel foglio si diceva che nel settecento questo casino era un ritrovo per incontri carnali con le streghe. Io non ero convinto, lui invece era gasato. “E’ vero, alle pareti ci hanno raffigurato i giochi erotici che facevano”, mi soffiava convinto. Per non farmi considerare fifone, accettai di andargli dietro… Sebbene non fosse una bella giornata, dissi a mia madre che si partiva per fare un giro nei campi. Invece si prese un viottolo per entrare nel bosco. Dopo un bel po’ che erravamo a vuoto, in un avvallamento del terreno, coperto da un castagno, si scoprì davvero un piccolo edificio di pietra dove all’ interno si sentiva correre l’ acqua. Intanto il cielo si era coperto del tutto. Alberto volle che lo aiutassi a far saltare la serratura. Aveva preso un palo da una catasta e appena fu dentro accese la torcia. Io entrai timoroso ma per mia fortuna vidi penzolare solo lunghe catene di ragnatele. “Lo sapevo che non era questo!” si arrabbiò. Per la delusione spense la lampada. Intanto l’ uscio si era richiuso e mi sembrò di sentire anche dei passi che mi misero i brividi addosso. “Il vento!” fece Alberto. Sferrò un calcio alla porta e corremmo fuori. Nel frattempo l’ aria era diventata ancora più scura. Volevo convincerlo a lasciar perdere e dissi di aver visto un lampo. Stavamo con gli occhi al cielo quando cominciò a piovere una gragnola di sassi.

“Lo so io chi sei tu, brutto figlio di puttana!” gridava Alberto mostrando i pugni verso un cespuglio di scope.

Io non capii più niente. Cominciai a correre finché non arrivai allo scoperto. Dopo un po’ venne anche lui. “Figlio di puttana, figlio di puttana schifoso” continuava a inveire tra i denti. Era furioso.

- Ma... si riferiva a chi?

- Non me lo disse. Aveva le lacrime sotto la pelle...

Il professore rimuginò qualcosa come preso da un pensiero. Senza dirmi altro si versò un bicchiere d ’acqua indicandomi di fare altrettanto.

- Ma non cercaste di capire?

- No, e da parte mia non volevo.

- Ma se Alberto gridava figlio di puttana

- Forse sospettava, ma forse diceva a caso… Comunque in quell’ anno ci fu un altro fattaccio. Se fosse successo ora, avremmo qui un mucchio di televisioni a intervistarci.

- Cioè? Ero incuriosito.

- Una scomparsa misteriosa, te la racconterò… Senti Bachir, se vuoi parlare con cognizione del territorio che hai dintorno, perché non vieni con me? Domattina ho deciso di andare in cerca di funghi proprio in quel castagneto.

L’ invito mi piacque. - Ma, il casino manierista?domandai.

- Con me, Alberto non ne parlò più. Si sarà convinto che era una balla.

- Vengo. A che ora si parte?

Al professore brillarono gli occhi ed io ricevetti un buffetto.

Incominciai a pensare una scusa per non andare a scuola.