Capitolo secondo
L’ anno scolastico stava per terminare. Mi mancava solo l’ ultima interrogazione di matematica. Dopo aver fatto esercizio, e stufandomi a risolvere le equazioni di secondo grado che sono il mio punto debole, decisi di tornare nella stanza di Eleonora.
Eseguendo il rilievo del professore, cancellai dal racconto le lucciole vaganti e, provvisoriamente, pensai ad un tremolio di lumini accesi nel cimitero sopra il paese.
Mi sentivo in forma e scrissi fino all’ ora di cena.
“… L’ arrivato non chiuse la porta, avanzò silenzioso. Senza nascondere le proprie intenzioni, prese a strusciarsi. Eleonora rimase immobile perché era abituata a sentirsi sfiorare da dietro. Anche quella sera aveva cominciato a stringerle il seno ed a sbaciucchiarla sul collo. Da tempo, Duilio il guardiacaccia, aveva imparato a non fare il selvaggio. Toccandola con le sue mani robuste riusciva ad accendere il fuoco, talvolta.
- Stamani è venuto un tizio a farmi delle proposte, disse lei rompendo il silenzio.
- Proposte?...
- Niente, voleva farmi una polizza sulla vita.
- ... Una polizza, di quanto?
- Non ho chiesto. Gli ho detto subito no.
- Ah! fece lui tirandole un braccio.
Eleonora fu costretta a voltarsi.
- Sei sicura che non fosse un buon investimento?
- Non ho nessuna intenzione di morire! disse lei tornando a fissare il buio.
- Che c’entra… E perché mai la mia gattina dovrebbe morire? Non sarà che ha bisogno di un po’ di tempo per pensarci?
- Dai, non mi fare il solletico.
- ... Non ti piace più il mio solletico?
- No, stasera voglio guardare i fuochi.
- C’ è tempo per i fuochi, ora lasciati andare... Senti come si sta muovendo.
- No! strillò Eleonora.
Duilio si staccò. Offeso si riabbottonò i calzoni. Non capiva cosa lei volesse dire con quel no stizzito. Era la seconda volta lo diceva in quella settimana. Fino ad allora, quando non aveva voluto, si era sempre rammaricata, scusata… Aveva inventato un mal di testa, un’ infiammazione, qualcosa insomma che non fosse puro fastidio. Possibile che dopo anni d’ affiatamento si fosse stancata? Ebbe l’ impressione che volesse mollarlo.
Sbattuto dal dubbio si lasciò andare sul letto.
- Che fai, dormi? gli domandò lei, distante.
Lui non rispose.
- Su, non fare il bambino.
Il bambino?! Forse la contessa non lo considerava più il suo uomo?
Si sforzò di rassicurarsi.
- ... Maaa... ti senti bene? le chiese.
- Non si può solo scopare, ebbe come risposta.
Le sembrò meno aspra.
- E... del nostro futuro? azzardò.
- Impariamo a godere di quello che abbiamo.
Di quello che... abbiamo?! Diavolo, non ho ancora nulla io. Qui è tutto tuo!
Duilio incominciò a tremare. Paventò che sarebbe per sempre rimasto nel limbo... Sentiva che lei era in vantaggio.
- Ma... avevi detto di regolarizzare… per chiudere la bocca... alla gente.
Eleonora era ancora soprappensiero. Svagata forse dagli effetti del climaterio, non si accorse delle smorfie di lui.
- Ci ho riflettuto, sai... Non è bello restare così? gli chiese.
La domanda rimase nell’ aria. Un attimo dopo arrivò il terremoto. Duilio abbandonava il rifugio facendo rintronare la stanza. Indispettita, lei accese la luce.
- Dai, non fare il bambino, chiamò. - Perché non vuoi accontentarmi?… Dopo lo facciamo, promise.
Udendo solo qualche colpo sordo nel buio, si convinse che gli uomini sono egoisti e permalosi più delle donne. Comunque non lo avrebbe rincorso. Se proprio non poteva rimandare, doveva venire a cercarla.
Tornata ad affacciarsi sentì anche un breve scoppiettio, ma non la banda. Probabilmente gli orchestrali si erano fermati a bere. Si stava risistemando lo scialle, quando più forte dei grilli cantò la civetta. Secondo le vecchie credenze annunciava una disgrazia. Sporgendosi per capire se l’ uccello fosse dentro le piante di alloro, si sentì fissata dal santuario bianco di luna. Le tornarono in mente i familiari defunti e si trovò a mormorare qualche preghiera.
Rivide il padre, il conte che non aver retto al suicidio del figlio. Ricordò il fratello, che nel giorno della disgrazia compiva poco più di vent’ anni. Per lui disse un requie supplementare. Alberto era di otto anni più grande di lei. Sebbene fosse coetaneo del guardiacaccia, anche da ragazzi tra loro non correva buon sangue. Una mattina d’ estate Duilio si era tagliato un polpaccio con la falce fienaia, sul prato davanti al castello. Alberto aveva visto, ma per non volerlo aiutare si era chiuso nello scrittoio del sottofattore.
Si rammentò di quanto il conte fosse bisbetico, per lei niente carezze e tanta morale. Sorrideva poco e la teneva a distanza. Aveva terrore delle novità. Durante la messa per la prima comunione di Alberto si era inviperito sentendosi offeso dal lusso dei sottoposti. Era la prima volta che i figli dei contadini venivano in chiesa con scarpe di pelle bianca e vestiti cuciti su misura. Per non subire il confronto, quando era stato il turno di lei, inventandosi una scusa, aveva convinto il prete a celebrare la comunione nella cappella privata del castello riaperta per l’ occasione.
Probabilmente la civetta era volata da un’ altra parte. Eleonora non credeva al malocchio, tuttavia si sentì più tranquilla... Ripensò alle pene della confessione
Il sacerdote si era presentato al castello nel pomeriggio della vigilia. Aveva fretta. Nero e imponente le aveva chiesto i peccati faccia a faccia, esaminandola senza lo scudo del confessionale. Quando credeva che avesse finito con le domande, la gelò con la raccomandazione che più delle altre le aveva messo paura.
- Domani, quando avrai ricevuto Gesù, sentirai una vocina. E’ Lui che parla al tuo cuore. Fai molta attenzione a cosa ti chiede.
Lei aveva chinato il capo annuendo con un piccolo si. Però il timore di sentire la Voce non l’ aveva fatta dormire...”
- Davvero Bachir, anche oggi riesci a sorprendermi...
Nonostante il muso che mi teneva Rachi mio padre, avevo di nuovo suonato al cancello del professore per leggere quello che avevo scritto. Quel giorno non avevo da fare compiti perché al mattino c’era stata Assemblea.
- Ma può andare? chiesi.
- Si, si... Però sono perplesso su alcuni particolari che non possono essere farina del tuo sacco.
Non capivo di cosa mi accusasse.
- Cioè? domandai.
- Ad esempio, a proposito di Eleonora, se ho ben capito, dici che il suo restare indifferente ai tentativi del guardiacaccia poteva essere causato dal climaterio, ma tu che ne sai del climaterio?
- Ho sentito, senza volere, il mio vicino di casa che faceva delle confidenze a mio padre, Rachi. Gli diceva di invidiare i mussulmani perché possono avere più d’ una moglie. Da quando la sua era in menopausa non riusciva a soddisfarlo, per via del desiderio che più non aveva.
Mi meravigliai che il professore non lo sapesse.
- Non ho esperienza per contraddire, io ero convinto del contrario… Ma la storia della voce e della confessione come ti è venuta?
- Sono nato in Italia e frequento italiani. Non faccio come mio padre, ascolto volentieri come si pratica la religione.
Il professore accavallò le gambe, indagatore.
- E quella vicenda del vestito di Alberto e dei contadini?
- E’ vera! L’ ho imparata da un pensionato mentre ero in coda alla posta, risposi.
- Baschir, sei forte! - Io dai miei compaesani non ho mai imparato nulla.
Sentii che voleva darmi confidenza. - Per forza, dissi. - Lei si esclude! Non va mai a fare una partita alla casa del popolo.
- Alla casa del popolo! A quei tavoli non parlano che di fica e di caccia... Arrossì come avesse bestemmiato. - No, mille volte preferisco passare per scontroso, disse.
Si asciugò la fronte. Notai il mento che gli tremava.
- Anche a me capita di stare bene da solo, risposi per compiacerlo.
Scostò la sedia dicendomi che aveva bisogno di andare in bagno. Quando tornò mise sul tavolo una caraffa d’acqua e due bicchieri.
- Bachir, vorrei riferirti un particolare.
Per un attimo dubitai che volesse dire che gli piacevano gli uomini. Invece mi fece un’ altra rivelazione.
- Io e Alberto eravamo amici, disse. - Avevamo gli stessi gusti…
- Ho capito! risposi.
Lui sorrise intuendo il mio disagio.
- Voglio dire lo stesso interesse per la natura, precisò. - Cioè Alberto era assai più deciso di me. Era anche nobile lui, per quello che poteva contare negli anni del boom economico… Ad ogni modo io ero solo uno studente proletario.
- Allora ha fatto la rivoluzione del sessantotto!
- Quante cose sai! No, io non sopporto la violenza, neppure quella delle parole e degli striscioni. Scansavo le manifestazioni e gli scontri con la polizia... Comunque approfittai del caos per dare l’ ultimo esame senza aprire un libro.
- E Alberto?
- Allora già era in pace su al cimitero. Dopo il liceo aveva chiuso con lo studio, non credo volesse riprenderlo. La nostra conoscenza era nata da bambini perché mia madre faceva varie faccende al castello. Era a mezzo servizio e tutte le volte che andava a stirare mi portava con sé. Un giorno durante le vacanze di Natale, facevamo la prima superiore, Alberto mi convinse ad accompagnarlo nella ricerca del casino manierista. Tra le carte di suo nonno ne aveva scoperta una dove si affermava che, in un posto chiamato masso ai banditi, si trovava una burraia molto particolare… Prima non avevano i frigoriferi ed il burro lo facevano e lo conservavano in casotti di pietra vicino ad una sorgente… In quel foglio si diceva che nel settecento questo casino era un ritrovo per incontri carnali con le streghe. Io non ero convinto, lui invece era gasato. “E’ vero, alle pareti ci hanno raffigurato i giochi erotici che facevano”, mi soffiava convinto. Per non farmi considerare fifone, accettai di andargli dietro… Sebbene non fosse una bella giornata, dissi a mia madre che si partiva per fare un giro nei campi. Invece si prese un viottolo per entrare nel bosco. Dopo un bel po’ che erravamo a vuoto, in un avvallamento del terreno, coperto da un castagno, si scoprì davvero un piccolo edificio di pietra dove all’ interno si sentiva correre l’ acqua. Intanto il cielo si era coperto del tutto. Alberto volle che lo aiutassi a far saltare la serratura. Aveva preso un palo da una catasta e appena fu dentro accese la torcia. Io entrai timoroso ma per mia fortuna vidi penzolare solo lunghe catene di ragnatele. “Lo sapevo che non era questo!” si arrabbiò. Per la delusione spense la lampada. Intanto l’ uscio si era richiuso e mi sembrò di sentire anche dei passi che mi misero i brividi addosso. “Il vento!” fece Alberto. Sferrò un calcio alla porta e corremmo fuori. Nel frattempo l’ aria era diventata ancora più scura. Volevo convincerlo a lasciar perdere e dissi di aver visto un lampo. Stavamo con gli occhi al cielo quando cominciò a piovere una gragnola di sassi.
“Lo so io chi sei tu, brutto figlio di puttana!” gridava Alberto mostrando i pugni verso un cespuglio di scope.
Io non capii più niente. Cominciai a correre finché non arrivai allo scoperto. Dopo un po’ venne anche lui. “Figlio di puttana, figlio di puttana schifoso” continuava a inveire tra i denti. Era furioso.
- Ma... si riferiva a chi?
- Non me lo disse. Aveva le lacrime sotto la pelle...
Il professore rimuginò qualcosa come preso da un pensiero. Senza dirmi altro si versò un bicchiere d ’acqua indicandomi di fare altrettanto.
- Ma non cercaste di capire?
- No, e da parte mia non volevo.
- Ma se Alberto gridava figlio di puttana…
- Forse sospettava, ma forse diceva a caso… Comunque in quell’ anno ci fu un altro fattaccio. Se fosse successo ora, avremmo qui un mucchio di televisioni a intervistarci.
- Cioè? Ero incuriosito.
- Una scomparsa misteriosa, te la racconterò… Senti Bachir, se vuoi parlare con cognizione del territorio che hai dintorno, perché non vieni con me? Domattina ho deciso di andare in cerca di funghi proprio in quel castagneto.
L’ invito mi piacque. - Ma, il casino manierista?domandai.
- Con me, Alberto non ne parlò più. Si sarà convinto che era una balla.
- Vengo. A che ora si parte?
Al professore brillarono gli occhi ed io ricevetti un buffetto.
Incominciai a pensare una scusa per non andare a scuola.