mercoledì 7 dicembre 2011

Mica saranno tutti sordi

Ho lavorato per qualche tempo in un magazzino enorme, lì arrivavano tutti i prodotti della Toscana che da lì ripartivano ai vari negozi, compito mio e dei miei compagni, mettere i prodotti sui camion, o meglio vicino ai camion, il lavoro di carico era destinato ad altri. Fra questi compagni di ventura c’erano vari personaggi, ognuno meriterebbe un racconto, fra questi c’era Osvaldo, più volte l’ho sentito ripetere: “da questi – inteso la catena per cui lavoravamo – non ci compro nulla, vado dalla concorrenza io, per colpa mia nessuno di noi deve prendere in mano neanche uno stuzzicadenti” .

La prima volta che sono andato a Pisa era il 1987, c’era Pisa – Fiorentina, in tutte le città che andavo in quegli anni subito dopo il loro nome c’era Fiorentina. Era la prima trasferta cattiva della mia carriera da Ultras ed essendo ancora minorenne prometteva bene, in treno mi si era appiccicato il Ricci, avevamo fatto le scuole medie assieme, poi lui era andato a geometri e ora si vantava di essere diventato una sorta di Gabriel Pontello, mentre io che avevo scelto agraria ero finito nella sezione solo uomini e per giunta più dura della scuola, poi, dopo essere bocciato in prima avevo ripiegato sull’altra sezione, ignaro che per quell’anno ci fosse stato un’inversione di tendenza che aveva portato le ragazze dall’altra parte, insomma in poche parole nisba, ma a me fregava poco, io volevo solo raggiungere gli altri che avevano preso posto nella carrozza dei capi Ultras. Loro erano i ragazzi del Collettivo che, in attesa di raggiungere gli onori degli anni ’90 erano andati a lezione a Verona dalle Brigate gialloblu, gruppo storico italiano di cui non vi dico nulla perché sono sicuro che già sapete tutto, il vagone era pieno di Ultras, il treno stava rallentando.Ci siamo ormai, si alza il coro: “STIAMO ARRIVANDO, APRITE STIAMO ARRIVANDO…..” seguito dal fischio del freno di emergenza che blocca il treno.

Alla stazione di Pisa risuona forte un altro coro dei 3000 fiorentini “SON TORNATI GLI ULTRA’” al termine del quale risuonano anche i vetri del tabaccaio e delle porte centrali. Mica faranno tutti i vetrai.Il corteo si snodava per le vie della città, alcuni bar erano già chiusi, altri lo facevano sul momento abbassando i bandoni in tutta fretta, quelli aperti avrebbero chiuso dopo il nostro passaggio, per inventario.

Finì 2 a 1 per il Pisa al goal iniziale della squadra di casa ripose Roby Baggio su punizione, al nuovo vantaggio non rispose nessuno. Alla fine della partita c’era un intero stadio che ci gridava contro, ed io, oltre a non essere abituato mica lo capivo il perché. Quelli più vicini a noi e che potevo vedere in faccia erano tutti vecchi, che avrebbero fatto meglio a sentire le partite con Sandro Ciotti e compagnia bella, mentre quelli della curva opposta mi ripromettevo di vederli fuori. Dopo un paio di cori compatti, in balaustra salì il capo Ultras, chiamò il silenzio a gesti, poi, con la curva muta disse:”all’uscita rimaniamo compatti, se i pisani si fanno vedere li carichiamo, ma nessuno tocchi le macchine, non deve ripetersi Cesena”. A Cesena avevano distrutto una città, un treno e anche gli accordi con il presidente della fiorentina, io non c’ero andato, ma gli amici, gli articoli di giornale, le foto e i filmati, erano arrivati a me come a tutta Italia.

Il corteo del ritorno passò fra la città senza troppo incidenti, i Pisani non si vedevano, se non su un ponte, ma c’è la celere e non successe niente. La nostra marcia, nonostante le raccomandazioni, era scandita di tanto in tanto in tanto dai rumori delle lamiere, che si piegano sotto le suole degli anfibi fiorentini. Alla stazione qualcuno ricordò che c’era lo sciopero nazionale delle ferrovie dello stato, altri ridendo rispondevano: “vuoi che lasciano 3000 fiorentini a giro per Pisa”. Gli ultras poi viaggiavano sui treni speciali e di speciale c’è anche che al massimo pagano il viaggio di andata, mai quello di ritorno. Appena partiti, neanche usciti dalla stazione, si affaccia un ragazzino dietro un cespuglio, avrà 12 anni e lanciando il sasso che hai in mano rischia di andargli dietro, la gente ride, ma tutti sono convinti che fra qualche anno il ragazzino sarà un Ultras fatto, peccato non rincontrarlo visto che il Pisa farà presto a tornare in serie B.

Il mio treno per Pisa parte fra 10 minuti, rigiro il biglietto finché non vedo la scritta lasciata dalla macchina obliteratrice 22.10.2011, sabato aggiungo io. Salgo a bordo assieme ad alcuni ragazzi seguiti dai loro trolley, altri in vettura hanno gli Ipad, trovo posto a sedere, dalla mia sacca tiro fuori un libro, si tratta di Franny e Zooey di Salinger, non riesco a leggerlo prima di dormire, perché mi addormento prima, il treno è perfetto per leggere, quasi ti costringe a farlo, ma poi, soprattutto quando il tragitto è breve e il libro interessante quasi ti dispiace smettere.

Sono all’entrata principale della stazione di Pisa, l’ufficio informazioni è saturo, preferisco fare la piccola coda che si è formata davanti al tabaccaio, per comprare sigarette e informazioni. Il tabaccaio è giovane e scattante, vicino alla mano destra gli spiccioli, accanto all’altra i biglietti per autobus, per prendere le sigarette si gira sulla sedia girevole e arriva così alle marche più fumate, mi risponde al volo senza creare intralci alla coda. È giovane chissà se i suoi genitori avevano quella bottega negli anni ‘80. Mica tutti fanno il lavoro dei genitori.

Ancora non vi ho detto cosa mi rispinge a Pisa, un anno fa siamo stati scelti da un editore – all’epoca lavoravo in coppia – che ci propose di pubblicare, “sempre se non avevamo altri impegni”, un libro con la sua casa editrice, be’ non ci crederete, ma forse sì, che dopo un anno e dopo varie mail, non ci ha fatto sapere più nulla, neanche una risposta di rito, nisba insomma.

Il salone del book festival è un calderone cotto a fuoco alto dai termosifoni al massimo. Nonostante il caldo decide di lasciarmi in testa il cappello. Eccolo, pur senza preavviso ero sicuro di beccarlo lì, si sta intrattenendo con due aspiranti scrittrici, io me ne sto a un paio metri da loro, distrattamente guardo il libri in esposizione, attentamente aspetto il congedo delle aspiranti per farmi avanti.

Decido, dopo tutto, di festeggiare con un pizza e una birra, il locale scelto è una schifezza. Il gestore ha i baffi radi tipo topo, le orecchie tipiche dei ratti, e una coda che gli spunta fuori da un’apertura nei pantaloni. Entro e dico:

- buongiorno

- la cucina chiude tra 30 minuti

- allora vediamo di sbrigarci.

Passo i primi 10 minuti a guardare gli altri sfortunati commensali, quasi tutti di stranieri di passaggio, il servizio latita, c’è una cameriera che sorride a tutti, e a tutti ripete just a moment, alla parete è appesa una bandiera del Pisa, il vertice destro è evidentemente abbassato, pende insomma. I quadretti appesi hanno la stessa inclinazione, mi giro verso il bancone, anche il gestore pende accarezzandosi la coda.

Si avvicina la cameriera mi porge il menù, vado per esclusione visto che non ci sono: primi e secondi ma solo pizze, senza funghi e prosciutto però. Sto per risponderle, ma lei mi fredda con just a moment. Finalmente riesco ad ordinare una margherita, una birra e un ananas al maraschino, lei ripete just a moment e se ne va.

Ho finito finalmente, l’ananas al maraschino ovviamente non c’era, controllo che non spunti sul conto del topo, pago e me ne vado.

In treno riprendo il libro, ma poi lo rimetto nella sacca quasi infastidito, ripenso a tutte le volte che sono andato a giro con la mia sacca, sorbendomi serate noiose solo per far vedere a qualcuno i miei racconti, che forse sarebbero stati proposti a qualchedun altro, che forse sarebbe stato interessato. Alle diverse bocciature espresse per l’uno o l’altro motivo, a come per ottenere anche solo quelle mi sono dovuto sbattere e magari prendere un treno di sabato mattina per sorbirmi le lamentele sulla crisi e farmi dire quello che sapevo e quello che non volevo sentirmi dire cioè, che dopo inizio valido il testo perdeva di interesse e che insomma non lo sentiva.

Ripenso anche agli elogi, agli inviti a continuare che troppo spesso dimentico, alle pubblicazioni, ma soprattutto a come la scrittura mi abbia messo in contatto con mondi nuovi, o mondi antichi, come il pugilato, in cui sono rientrato senza guantoni ma con la penna in mano. A tutte le volte che mi sono alzato di notte per scrivere e alle volte che ero troppo stanco e infreddolito per farlo e allora la mattina, rubando tempo qua e là, lo facevo comunque.

A conti fatti - e smetto di ripensare e mi metto a pensare - rinunciare a scrivere sarebbe più difficile, quasi impossibile.

Il bigliettaio mi desta dai miei pensieri, lo guardo mentre gli porgo il biglietto, sembra parente del gestore del ristorante, quando mi restituisce il biglietto gli chiedo quanto manca, poi guardo dietro se ha la coda, niente coda, probabile che trenitalia gliela abbia fatta tagliare.

Sono a casa e sono a pezzi, devo scrivere un articolo per il giornale, raduno i miei appunti e le mie idee, non faccio niente di diverso dal solito, registro ciò che succede intorno, solo che ora lo batto su un foglio. Io continua a battere per me e per gli altri, mica saranno tutti sordi.

domenica 4 dicembre 2011

NEL GIARDINO


Assurdo che per rivedervi insieme
si è dovuto aspettare
il vento fintoquieto delle cinque
sul cerchio dei cipressi,
l'inchino di colline marezzate,
il tempo del tacere.

E pietre strette a pietre come mani,
di marmo le giunture
tra le semplici sculture di saluto
a guardarsi negli occhi
saltando ogni senso, muro o confine
nel tenersi -  per sempre.

La casella agrodolce delle ceneri
forzatamente accanto
vi ha prescritto una rinnovata pace,
ferma come il respiro.
Ma ora è quasi un Eden, nel giardino.
Se ci credete – ancora.

(Ai miei nonni)

sabato 3 dicembre 2011

Connessioni

Parole fragili

Fili invisibili tra noi

Che intrecciano una tela ignota

Dalla trama discontinua

Percorsa in equilibrio

Affacciandosi sul vuoto

Che solo essa colma.

mercoledì 30 novembre 2011

LA SINFONIA - di Tania Maffei

Si svegliò all’improvviso da un sonno impastato di angoscia e di tavor. Il cuore batteva forte come a volergli ricordare l’opprimente realtà in cui si trovava. Un silenzio assordante lo colpì in pieno. Si mise a sedere con le mani appoggiate sul letto mentre la testa reclinata in avanti sfiorava il pigiama. Trovò nel buio le pantofole e ci infilò i piedi uno per volta. Non aveva idea di che ora fosse ma la sua vescica reclamava il bagno. A tentoni cercò una luce. Guardò la sveglia. Erano le tre, soltanto le tre di notte.
Senza saper come, si ritrovò in salotto dove lo aspettavano due poltrone ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che fa pensare alle vecchie sale di teatro. Si sedette allungò la mano verso lo stereo dove erano ancora infilate le cuffie che mise sulle orecchie. In quel periodo solo la musica gli dava sollievo. Accese il compact disk.
Una dolce melodia lo portò lontano. La sesta sinfonia di Beethoven, La pastorale. Sì, ricordava bene quando quel cd era stato comprato. Il negozio era pieno di gente e loro volevano quella famosa edizione in cui Herbert Von Karajan dirigeva i Berliner Philarmoniker. Loro, all’epoca esisteva ancora un "Loro". La musica , un tema dolce, senza contrasti, capace di produrre emozioni piacevoli, fluiva lentamente dentro la sua testa come una flebo rassicurante e al tempo stesso straziante. Quel cd era stato per mesi in macchina. Quale macchina? La sua no, l’altra. Quella che non c’era più. Forse anche il cd non sarebbe più esistito se non avessero litigato quella sera e Lei… Aveva detto "Lei".
Intanto l’orchestra l’aveva inondato. Sul tappeto irreale degli archi, scintillava il suono dell’oboe, del flauto, del clarinetto che svanivano poi nel nulla lasciandolo senza respiro. La musica: un fiume in piena, un posto rassicurante dove riporre i ricordi per poi lasciarli andare via. Si guardò intorno: le foto, gli oggetti comprati durante i viaggi, i mobili antichi che erano a casa della nonna ormai morta. Morta… quel verbo divenuto per lui un sostantivo indeclinabile "La morte".
La sinfonia proseguiva noncurante del suo dolore. Suoni gravi riprodotti da violoncelli e contrabbassi che facevano da contrappunto ai flauti e alle trombe su cui si innescavano i timpani. Loro …Morta…
Ricordava quando l’aveva conosciuta. Un ombrello in un ristorante. Il primo litigio, uno dei tanti che si sarebbero succeduti nel tempo. Lui sosteneva che Lei gli aveva preso l’ombrello, Lei si irrigidiva e, voltata la schiena, se ne andava. Lui non sopportava la cosa e chiedeva al proprietario del locale chi fosse quella donna così impudente. Il proprietario all’inizio aveva alzato le spalle. Non era abituato a dare informazioni sui clienti, era una persona riservata. Lui aveva insistito e allora l’uomo gli aveva indicato il palazzo di fronte, alto, elegante su cui c’era un’insegna. "Provi lì dentro" aveva detto a mezza voce. Lui non aveva voglia di andarci e si era dimenticato della cosa.
La sinfonia era arrivata alla fine: un allegro maestoso a cui prendeva parte tutta l’orchestra e che lasciava senza fiato.
Andava spesso a mangiare in quel locale e un giorno l’aveva vista entrare. Alta, elegante come il palazzo in cui lavorava. Si era avvicinato al suo tavolo con fare ironico "Spero che il mio ombrello le sia servito". Lei gli aveva risposto "Vuole sedersi? In fondo glielo devo, il suo ombrello mi è stato molto utile, Mi chiamo…". Faceva sempre così, litigavano e poi Lei ammetteva le sue colpe. Era insopportabile. Maledettamente bella e insopportabile.
Il cd era finito. Altro verbo che si era trasformato in una parola anch’essa indeclinabile "La Fine". Fine di cosa? Di tutto. Presente, passato futuro. Loro…Morte…Fine.
Inchiodato su quella poltrona non riusciva a fare un solo movimento. La mente ripercorreva i passi più importanti della sinfonia e li mescolava ai ricordi, alla sua vita, a ciò che avevano significato quei lunghi e brevi anni. Due per l’esattezza.
Ecco. Un impercettibile movimento delle gambe. Lo sentiva. Forse sarebbe riuscito a muoversi. Tutto era stato così repentino. L’ennesimo litigio. Le urla che tanto lo infastidivano e che ora rimpiangeva. Lo sbattere di una porta. Le chiavi che giravano, lei che tornava per chiedergli scusa con in mano quel cd che poi aveva lasciato sul tavolo. Lui che le diceva "Non ne posso più. Lo capisci? Mi stai uccidendo". Lei che se ne andava di nuovo lasciando dietro di sé una lunga ombra sottile su cui era stampata una frase "Quando torno devo dirti una cosa importante". Poi più nulla.
Dopo avevano suonato il campanello per dirgli… No,. era impossibile. Non poteva essere vero. La macchina non c’era più. "Potrebbe venire a identificare il corpo?". Lei era diventata solo un corpo, due in uno senza che lui lo sapesse. Loro…Morte…Fine…Corpo.
Con la poca forza che gli rimaneva fece ripartire il cd.. La sua mente cominciò a distorcere i suoni. I violini stridevano, i flauti gracchiavano, le trombe urlavano, i contrabbassi gemevano. Un mostro. Quella sinfonia era diventata un mostro che si era avventato contro di lui per divorarlo. Era colpa sua. Se solo avesse accettato le sue scuse. Lo aveva fatto tante altre volte. Non poteva continuare a vivere con quel senso di colpa : una coperta che ogni giorno diventava più pesante. Voleva pace, serenità. Solo così l’avrebbe ritrovata.

La sorella sapeva che Guido stava passando un periodo molto difficile. Dopo la morte della sua compagna avvenuta in un incidente stradale il fratello non era stato più lo stesso. All’obitorio gli avevano detto che Claudia era incinta. "Non lo sapevo, non mi aveva detto nulla". Guido sembrava aver incassato bene il colpo. Poi tutto era cambiato. Non voleva vedere più nessuno e si era asserragliato in casa.
Non sempre rispondeva al telefono, ma non era mai capitato che l’apparecchio restasse muto per tutta la giornata. La sorella entrata in casa fu colpita da un odore pesante che la prese allo stomaco. Lo trovò in salotto. Lo stereo era acceso. Un colpo preciso alla tempia. "Guido, Guido cosa hai fatto?". Gridò.
Trovò sul tavolo un foglietto scritto con una grafia tremolante. Lei…Loro…Ricordi…Corpo…Fine…Morte.

martedì 22 novembre 2011

Rispolverando versi nel cassetto. Mi sto facendo traviare dalla poesia ;-)

MAIANO

Luce

Sole

Calore

Tu

La scoperta di un “tu” virtuale dietro a cui poteva esserci chiunque

Il mio imbarazzo e la mia curiosità

La sfida con me stessa per sapere che effetto mi avresti fatto

Il mio corpo che ti ha accettato subito

La mia mente che non avrebbe più potuto rinnegarti

(agosto 2010)

domenica 20 novembre 2011

Le più severe lettere di rifiuto di scrittori famosi

Un modo per non scoraggiarsi: alcune lettere di rifiuto da editori per proposte da scrittori come Nabokov, Kerouac, Stein... provviste di scherno e disprezzo:

http://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2011/11/famous-authors-harshest-rejection-letters/248705/

Ovviamente del recensore confuso non si ricorda più nessuno, invece i libri ben scritti sono rimasti.

martedì 25 ottobre 2011

Da "Vite sgarrupate" di Renata Galasso

L'ANIMA BUONA 
Seduta impettita nella prima fila in chiesa , si aggrappava con tutte le sue forze alla borsetta poggiata dritta sulle ginocchia: era una vecchia borsetta di coccodrillo nero che aveva conosciuto tempi migliori, ma lei ci teneva a dire che quello della sua borsetta era il vero coccodrillo,ne faceva fede quell’impercettibile forellino al centro della squama rettangolare. Quello era il marchio di qualità e ce l’aveva solo il suo.
La borsetta nera accessoriava un ampio cappotto che la difendeva dalla fredda aria invernale.
Era fuori moda, ma a Ersilia andava bene, lo aveva corredato di tasche interne, piccole, tali da poter accogliere pochi spiccioli ciascuna: cinque in fila nel lato destro e cinque in quello sinistro.
Usciva di casa un bel po’di tempo prima della messa delle 12, per arrivare in chiesa aveva un suo itinerario prestabilito:usciva di casa, attraversava la strada e proprio all’incrocio c’era il primo della lista, un questuante di colore, giovane, con un berrettino tenuto per la visiera in cui raccogliere gli spiccioli, era lui che le dava un saluto festoso:"Buona domenica, mama bianca!" Ersilia, Infilando la mano nella prima taschina interna del cappotto, prendeva una monetina e la deponeva nel cappello.
Più avanti, davanti al supermercato in piazza, c’era la giovane rom con la bambina che l’aspettava: a lei toccava il contenuto della seconda taschina, un poco più consistente e così via fino ad arrivare alla porta della chiesa dove c’erano gli ultimi suoi beneficati: a destra un venditore di calzini di seconda mano (scompagnati), a cui lei ne acquistava uno per volta, e a sinistra quello che vendeva i mozziconi delle candele rubate in chiesa quando erano consumate a metà.
Una volta lei lo aveva ammonito sulle conseguenze del suo gesto, citando i Padri della Chiesa e il catechismo del Concilio di Trento, ma lui le aveva replicato:"Signo’, che devo fare, devo andare a rubare? Almeno qui rubo candele che sono consumate a metà, il mio è un peccato veniale, se andassi a scippare sarebbe peggio".
Al che Ersilia non ci aveva riprovato più.
Tutto filava liscio: dieci tasche,dieci beneficati. Al ritorno dalla messa il percorso era più veloce, i beneficati la riconoscevano e la salutavano senza niente altro a pretendere.
Una domenica di primavera, il giovane di colore la salutò:"Ciao,mama, ti saluto, torno a casa. Ho venduto il mio posto, ce l’ho fatta a comprare una casa in Senegal. Grazie per il tuo aiuto."
Ersilia lo abbracciò commossa e proseguì il suo giro.

La domenica dopo, al posto del senegalese, trovò un uomo dimesso, con spesse lenti da miope.
Si capiva che era alle prime armi, non sapeva una parola di italiano, era fuggito dall’ Ossezia del Nord saltando sul primo TIR di passaggio. Ersilia si presentò, gli diede la sua monetina e proseguì.
Al ritorno dalla messa, passò di nuovo davanti al beneficato che non la riconobbe e le tese di nuovo la mano.
Lei si bloccò,si ripresentò e scandendo bene le parole disse:" Sono sempre io buonuomo, ho già dato prima".
Lui non capì, non la riconobbe e rimase con la mano tesa e vuota.
Ersilia portava con sè sempre la stessa cifra, né un centesimo di più, né uno di meno e quindi non aveva altro da dargli.
"Sono sempre IO!" gridò agitata e passò oltre.
Che fare? Ersilia non poteva cambiare strada, non aveva alternative e non voleva dare due volte il suo obolo, ne andava del suo decoro.
Tante volte aveva detto alle amiche:"Bisogna educare le persone, non basta dare un po’ di soldi, quello è l’inizio per fare amicizia, ma alla prima occasione basta, niente sensi di colpa, non ci si può fare schiavi del prossimo."
Il suo cuore, però, non andava dietro alla ragione.
Come diceva Pascal :"Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce".
Questo imprevisto però aveva scardinato la sua tranquillità: al posto della soddisfatta e serena coscienza del dovere compiuto, frutto meritato della messa domenicale con opere buone annesse, si trovava un confuso senso di colpa che non sapeva superare e che le fece buona compagnia per tutta la settimana.
Si rincuorò al pensiero che il poveruomo avrebbe cominciato a riconoscerla e che non le avrebbe chiesto l’obolo per la seconda volta.
Arrivata alla domenica, il giro fu lo stesso: all’andata tutto bene, le dieci taschine furono vuotate del contenuto, ma il poveruomo dell’Ossezia agiva sempre allo stesso modo, porgendo la mano ad ogni passante:che Ersilia passasse una volta o dieci volte per lui non cambiava niente.
Ma per lei invece stava diventando una tragedia: per quanto si dicesse per convincersi che l’importante era la tranquillità della coscienza,non riusciva a reprimere un moto di stizza quando il poveruomo non la riconosceva.
LEI che era un faro dell’Associazione donne cattoliche, additata quale fulgido esempio per le donne di mezza età (l’altra mezza non si sa), disconosciuta così pubblicamente e caparbiamente dall’ultimo arrivato dei suoi beneficati?
Dopo la decima domenica che il poveruomo dell’Ossezia del Nord si ostinava a non riconoscere la
sua benefattrice, Ersilia esplose:" Guardi, poveruomo, sono sempre IO, quella che è passata alle 10,52, prima di andare a messa, come tutte le domeniche! Osservi bene il mio cappotto grigio fumo di Londa, il mio cappello viola quaresima, la mia borsetta di vero coccodrillo del Caspio! HO GIA’ DATO!!!"
Qualche passante che tornava dalla Messa come lei, si voltò stupito e questo fece infuriare di più la pia Ersilia.
Il poveruomo dell’Ossezia non aveva ancora capito perché quella donna si arrabbiasse tanto.
Attraverso le spesse lenti da miope intuiva solo la sagoma delle persone e non aveva ancora risparmiato tanto da potersi permettere delle lenti più adatte alla sua miopia.
All’ennesima predica declamatoria di Ersilia, ritirò velocemente la mano che aveva proteso come faceva con tutti i passanti e le sorrise stancamente, come per chiedere scusa.
Ersilia decise che doveva trovare una soluzione.
Decise di farsi stampare una tessera di colore giallo fosforescente in modo da essere vista anche nella nebbia mattutina, con cinquantadue caselle, una per ogni settimana., con una scritta in maiuscolo tutto in neretto "Tessera del Benefattore: annerire una casella ogni volta che si riceve un obolo. Controllare al ritorno".
Si procurò un pennarello nero e la domenica successiva iniziò la sua rieducazione: spiegò al poveruomo dell’Ossezia, che dopo aver ricevuto l’obolo doveva annerire la prima casella della tessera. Gliela infilò sotto il naso, gli indicò col dito la scritta e scandì :"Tessera del benefattore! IO ESSERE benefattore, io dare moneta, capito? Io non dare altro se la casella è annerita, capito?"
Il poveruomo dell’Ossezia (sempre quella del Nord) annuì e finalmente Ersilia finì il giro di andata tutta fiera di sé.
Appena lo avvistò sulla strada del ritorno, sempre al solito posto, respirò profondamente per darsi coraggio e si disse:"Questa è la volta buona" e tirò fuori la tessera con la prima casella annerita.
Ma il poveruomo dell’Ossezia (del Nord) tese di nuovo la mano: lui sapeva leggere è vero, in Ossezia l’analfabetismo era stato debellato, ma l’alfabeto che conosceva era quello cirillico.