sabato 5 febbraio 2011

Stephen King e il mestiere di scrivere


Ci sono molti manuali di scrittura: cercando su Amazon.com per “writing guide” si ottengono 31,845 risultati; su IBS.it, tra guide di scrittura e scrittura creativa, si trovano quasi 200 titoli (tra cui spunta anche una “Breve guida alla scrittura della prova finale di Scaffai Niccolò”). Leggerli tutti, nessuno? Siamo alla seconda parte del corso, quella in cui si dovrebbe scatenare la penna, la digitazione sui tasti o sulle superfici sensibili al tatto. Procedere a naso? Pianificando tutto prima? Seguendo labili e inafferrabili …

La guida “On Writing” di Stephen King è stata segnalata durante il corso passato e corrente sia da Caterina (Bigazzi) che da Simone Giusti, e qualche settimana mi è arrivata una copia. Non conoscevo King che tramite la trasposizione per il film The Shining, comunque in cerca di nuova ispirazione, ho iniziato a leggerlo una settimana fa. Delle sue opere ho letto qualche trama su Wikipedia, e continuerò ad evitarle con cura. Questa però mi pare una opera notevole, cerco di trasmettere alcune impressioni.

“Scrivere” è una attività dai confini indefinibili, ed ognuno la interpreta con le proprie sfumature, e analogamente ci si può ritrovare in una guida o meno. Beh, King descrive una attività e modalità che risuonano in modi molteplici su cosa vorrei fosse scrivere per me.
Una caratteristica di questa guida è di essere scritta dannatamente bene, non in senso didattico, ma proprio come testo, come racconto. La prima e l’ultima parte sono esplicitamente autobiografici, e indirettamente anche il resto.

Alcuni di voi conoscono Carver “Il mestiere di scrivere”, che non è un manuale, è una raccolta di note e esempi da lezioni (non curata da Carver). Anche la guida di/da Carver è un viaggio nei mezzi del realismo – due realismi diversi. King non è Carver: non mormora, scandisce chiaramente. L’idea di opera che vogliono aiutare a creare è diversa, e quindi diversi i mezzi, le valutazioni. Ma c’è un ampio terreno comune, sono due autori di situazioni. Carver si muove tranquillamente tra prosa e poesia, è focalizzato sulla capacità espressiva dello studente; King guarda allo scritto, al rapporto tra questo e il lettore, incluso quello “medio”.

La prima parte del libro di King, autobiografica, è anch’essa parte del manuale, nel senso che chiarisce che si scrive perché il talento straborda e di scrivere proprio non si può star senza. King non lo dice così, ma il lettore lo capisce da solo. Buttato fuori da scuola perché non riesce a non pubblicare giornali pesantemente satirici sui docenti, questo è il giovane King.

E’ un operaio della scrittura, e lo mette in chiaro più volte. Gli esempi sono buffi e tragici, da vite vissute senza troppi timori. Il conte Leopardi scriveva già da ragazzino “l’erudizione è sonno della letteratura” – beh King non corre questo pericolo. King crede fermamente nell’apprendimento, nella pratica del leggere e scrivere come strumento per la buona scrittura. E più volte esorta lo studente di scrittura a liberarsi del tutto della televisione – che gioia.

E’ una lettura che richiede un lettore che sia già stato toccato dal dubbio sulla qualità di quel che scrive – a chi è in questo stato di perdita dell’innocenza credo possa servire. Ancora più interessante se letto insieme con la guida di Carver.

The heart of the matter

Il cuore dell’apprendere a scrivere per King sta tutto in questo esempio, quando il suo primo revisore capace gli corresse il testo che segue:

Last night, in the well-loved gymnasium of Lisbon High School, partisans and Jay Hills fans alike were stunned by an athletic performance unequaled in school history: Bob Ransom, known as “Bullet” Bob for both his size and accuracy, scored thirty-seven points. He did it with grace and speed … and he did it with an odd courtesy as well, committing only two personal fouls in his knight-like quest for a record which has eluded Lisbon thinclads since the years ok Korea….

In questo:

Last night, in the Lisbon High School gymnasium, partisans and Jay Hills fans alike were stunned by an athletic performance unequaled in school history: Bob Ransom scored thirty-seven points. He did it with grace and speed … and he did it with an odd courtesy as well, committing only two personal fouls in his quest for a record which has eluded Lisbon’s basketball team since 1953….

Per King è una rivelazione:

When Gould finished marking up my copy in the manner I have indicated above, he looked up and must have seen something on my face. I think he must have thought it was horror, but it was not: it was revelation.

Portare il paragrafo alla chiarezza, dargli il ritmo, la sintesi. Questo per King è imparare a scrivere.

Opinioni o revisioni

Nella sezione 5 del capitolo “Sulla Scrittura” King dà un esercizio di lettura al lettore. Più volte King cerca di condensare e trasmettere concretamente la sua esperienza artigianale di scrittura - meraviglioso.

A pagina 232 dell’edizione inglese, King affronta anche il tema delle scuole di scrittura… ha! Questo secondo lui è la tipica reazione degli ascoltatori ad una lettura:

“Mi è piaciuto il racconto di Peter… aveva qualcosa… un senso di, non so… c’è un senso sentimentale di, sapete. “, con gli altri che annuiscono e sorridono. King qui è acido perché sa che il problema sono i dettagli; scrive ancora:

“Critiche non specifiche non aiutano alla seconda revisione – anzi, potrebbero generare più problemi.”

E, my dears, potrebbe aver ragione: la modalità “uno legge un testo a tutti gli altri i quali improvvisano una qualche reazione” può portare a risposte… improvvisate. Cosa si porta via con sé lo scrittore da queste reazioni? Magari il pubblico non ha neanche capito bene. Magari gli è squillato il telefonino. Magari parlava di altro con l’amica accanto. Magari è arrivato un sms – così importante. Quindi tornando al povero scrittore / lettore, che gli rimane?

Leggere in pubblico è ascoltarsi. E’ anche sentire i toni, fare un piccolo spettacolo , per cui serve, occasione rara e forse unica. Però le reazioni del lì per lì non possono bastare come unico “ritorno”.

Per cui anche qui secondo me King ha da insegnare, insegnare l’editing come strada di apprendimento del mestieraccio di scrivere, e dell’aprire la porta come modo per crescere. Aprire la porta (è una immagine di King: rivedere il testo con la porta aperta) significa trovare qualcuno fuori che ti aspetta, che può leggere e rileggere il testo con attenzione, sentire i punti lenti, i punti spicci, togliere, rendere lineare. Così si impara - forse. Diversamente, no di sicuro.

Stephen King “On Writing”, in italiano “On writing. Autobiografia di un mestiere”, Sperling & Kupfer.

Raymond Carver “Il mestiere di scrivere” Einaudi.

venerdì 28 gennaio 2011

Poesia d'amore - Eleonora Falchi

AMIAMOCI


Amiamoci di quell'amore
Essenziale assoluto
Che non si cura dei fronzoli esterni

Lasciami bere fino all’ultima goccia
Il nettare della tua passione
Perché tu resti per sempre dentro di me

Assapora piano il mio farmi liquida per te
Per comprendermi profonda
Senza bisogno di parole

Amiamoci con quell’attrazione che fa
Di due corpi e di due menti
Un solo mondo e un solo cuore

E tutto andrà bene


(di Eleonora Falchi)

lunedì 24 gennaio 2011

Lo Zio A. era lo zio dei vizi: della cocacola, del caffè, degli orari permissivi, delle bestemmie.

Non lo conoscevo bene, come la maggior parte delle persone che conosco.

Un anno fa inizio ad andare a vedere le partite della Fiorentina con lui, perché è anche lo zio ultras che aveva visto i Viola a Torino passeggiare e poi vincere lo scudetto del ‘69.

Vado a prenderlo in macchina, lo scarico sul posto, vediamola partita e lo riaccompagno. È già malmesso, debole sulle gambe e con il fiato corto.

La Fiorentina inizia bene il campionato e anche la champions, così che io credo che alla fine vinciamo davvero qualcosa, invece nulla, una disfatta totale, perché i calciatori vanno in campo solo per sé stessi mica per chi li va a vedere. In mezzo a tanti dati sportivi lo zio c’infila anche quelli dell’emoglobina, dei globuli bianchi e delle cure in genere.

Spesso si guarda anche la motoGP, o meglio Valentino, e lui, o bene o male non tradisce mai.

È il 14 di agosto e sono a fare un lavoretto, il guadagno è per la casse delle assicurazioni e quello che avanza per le ferie. Sono con lo scalpello in mano cado, la scala via di piede e per non spaccarmi la testa mi aggrappo e tiro giù la caldaia. Sono a terra, sano e salvo la caldaia inizia a piegarsi su sé stessa, i tubi di acqua e gas cominciano perdere. Sono solo in casa. Apro le finestre. Guardo a destra e sinistra, “ma dove cazzo hanno messo i rubinetti”.

Li trovo finalmente, evitando un disastro. Domani è ferragosto, non so che a Cristo votarmi, così lo chiamo. Perché è anche lo zio trombaio.

Lavoriamo per tre giorni come bestie, come veri trombai, con pezzi di ricambio di fortuna, tubi piegati e dadi che proprio non vogliono sapere di tornare al loro posto. Bestemmiamo e facciamo il massimo, ma non serve a niente perché le cose quando devono andare male, vanno male davvero. Alla fine lui comunque mi dice “non importa ragazzo, non ti sei fatto male e io sono contento di aver dato una mano al mi’ nipote”.

Il campionato reinizia e non è proprio il caso di farsi illusioni con questa squadra e questa società. Per lo zio e per me sono tutti de’ bucaioli.

Meno male che Vale ritorna a correre rimettendosi presto dall’infortuno.

Siamo a vedere la gara di Sepang e il dottore conferma che il primario è sempre il più forte, sverniciando la concorrenza e dicendo “l’anno prossimo ci sono anch’io per il titolo”.

Con lo zio usciamo per prendere il giornale, devo camminare davanti, con lui che usa le mie spalle come sostegno, siamo sulla panchina di p.za Gualfredotto quando mi dice: “questa volta si va via, siamo belle di’ gatto”

Io borbotto in silenzio “ci vorrebbe il Valentino dei dottori”

La domenica, quella domenica, vado a trovarlo verso le 11, la motoGP ha corso all’alba, Vale è arrivato terzo. Perché, sentenzia lo zio: “ gli danno la moto peggio”. I viola giocano a Genova con la Samp. Nessuna speranza.

Lo zio è nel letto, un omone di 90 kl e passa ridotto ad un gomitolo di dolore.

Continuiamo a parlare di sport. Le parole escono a fatica, sconnesse, spesso incomprensibili, a volte speranzose “quando arrivo lassù mi darà una pacchina”. O disperate come quando mi prende per la felpa e mi dice:

” ragazzo, perché non mi porti a Genova”

Lo zio muore martedì mattina alle 3, la mia mamma troverà una chiamata persa alle 2.40. mi hanno detto che ha chiesto di me poco prima.

Sapete una cosa, mica gliel’ho mai detto che gli volevo bene.

Io intanto lo scrivo.

venerdì 31 dicembre 2010

Buon natale Frank

Bisogna saper vincere, per natale era stato indetto un concorso per il miglior racconto fra i partecipanti del corso di semicerchio, Katerina ha avuto la malaugurata idea di dirmelo in anticipo, e così le ho fatto bloccare, da Pietro, tutte le mail contenenti le parole “natale concorso”. E voi non avete ricevuto un bel tubo. Poi ho messo fuori combattimento Pietro, cospargendo con tutti i bacilli influenzali mondiali l’orsacchiotto che stringe sempre prima di addormentarsi.

Ho contattato babbo natale e la befana per l’editing – ho speso una fortuna – ma oggi finalmente potete ammirare l’unico racconto di natale della rivista semicerchio. Anzi, se lo volete finire dovete andare pure sul link di bencotti

Tanti auguri

Massimo

Buon natale Frank

È sempre di questo periodo che esco con il Frank:

- vero Frank?

- vero

ma vero che ho risposto io, perché lui, il Frank, mica le capisce ste cose. Nessuno sa cosa esattamente capisce, boh. Mica è sempre stato così. Non che fosse un genio, ma da ragazzi era uno del gruppo. Non sempre.

http://bencotti.com/2010/12/31/buon-natale-frank/

martedì 14 dicembre 2010

Perfetta per Scrivere

Il mio capo ha 55 anni, un gancio sinistro micidiale e una penna affilata.
Mi alleno con lui tutti i giovedì alla palestra del vecchio Telli. Lui, il capo, era un gran picchiatore, a volte veniva picchiato, ma molto meglio se lo dice lui scherzando.
Il vecchio Telli, dopo che abbiamo scazzottato sacco e pera e aver saltato la corda ci concede un paio di riprese sul ring. Senza forzare perché io non reggo i colpi e non è davvero uno scherzo se a dirtelo è il medico della Federazione Pugilato “i colpi presi hanno pregiudicato il tuo equilibrio, gli esami vestibolari parlano chiaro, niente che non vada a posto con il tempo, solo, prendendo un cazzotto fuori dal normale puoi diventare sordo, o perdere l’equilibrio”.
Dopo la doccia ci facciamo una pizza e una birra giù al Drunk, stavolta siamo alla seconda e non sembra l’ultima. Di solito parliamo di donne o di pugilato, stasera non è la serata adatta per parlare delle prime, finisce che parliamo di lavoro, ed è lui che parte:
- sai che a Firenze per tre volte l’anno ci sono 108 pazzi disposti a spaccarsi la faccia per conquistare una vitella bianca?
- sì ne ho sentito parlare
- secondo me ci verrebbe un bel pezzo, avevo pensato di mandarti sul posto, roba forte se ci sai fare
- posso documentarmi
- no no, voglio che vai lì e raccogli la testimonianza diretta, ho già il gancio giusto
- ok
- puoi partire domani?
- sì nessun problema
- domattina in ufficio ritira un po’ di soldi e fai un bel lavoro
- contaci.
Prende la penna dal taschino e scrive sulla tovaglina di carta:
“non ho mai incontrato un pugile senza coraggio battiti ragazzo”

Ovvio che non resisto a dare una sbirciatina negli archivi del giornale, energumeni che si picchiano dal 1400 nella culla del Rinascimento fanno un certo effetto.
Sto cercando di mettere ordine nella pila di fogli mentre sono seduto nel mio scompartimento del treno, è dall’inizio del viaggio che guardo di sbieco la mora seduta al finestrino, ma lei non vuol smettere di guardare fuori, e per vedere cosa? È un buio del cazzo fuori.
All’arrivo, lei si fionda nelle braccia del coglione del suo uomo, gli molla un bacio e poi le valigie.
Esco dalla stazione, che poi è bella ma mica tanto, comunque devo darmi un mossa, trovare da dormire e magari mangiare, ho il gancio per le 22.00. Suono al primo buco.
- Salve signora vorrei prendere una camera
- Si accomodi, terzo piano, l’ascensore è guasto
Uff pant pant, devo smettere di fumare, di bere. Devo solo arrivare in cima alle scale.
- ecco questa è la camera
- be.. bene
- non c’è il bagno, deve andare al piano, non c’è la televisione e l’acqua calda è a tratti bollente, e a tratti non è acqua calda
Guardo l’orologio, è tardi e di fare tre piani anche se in discesa proprio non mi va, deve essere una tattica
- bene la prendo
- davvero?
- mi scusi ma lei l’affitta camere o vuole solo scambiare 4 chiacchiere con qualcuno di tanto in tanto
- no no le affitto solo che è la prima volta, penso che devo chiederle i documenti, però prima le faccio una domanda
- spari uhm dica pure
- le piace la camera?
La camera? e chi l’aveva guardata?
Giro la testa intorno.
MioDio è una bellezza, i soffitti sono a cassettoni, le pareti di un giallo ocra, c’è un letto a baldacchino, un comodino dell’ottocento con piedi a cipolla, uno scrittoio della stessa epoca e un finestrone da cui non posso aspettare un solo istante ad affacciarmi.
Fuori c’è un giardino, piante enormi e arbusti crescono indisturbati, sono nel centro di Firenze, in che via non lo so.
- è bellissima signora complimenti
Lei sorride, un sorriso gengivale e dolce
- la prendo, quanto le devo?
- mica lo so? Quanto pensa che le dovrei chiedere?
- bah, a me lo chiede
- facciamo che ne parliamo domani, non si fanno gli affari quando cala il sole, ora si metta a suo agio, le porto le coperte e un bottiglia di nocino, è fatto in casa sentirà
- Vabbe’ facciamo domani.

Il gancio era in zona volevo chiedere alla signora ma la trovo che ronfa sul un sedia a dondolo, accanto a lei un bicchiere mezzo di nocino la bottiglia vuota. Torno in camera, sposto lo scrittoio in direzione del finestrone, mi metto comodo e dico: “perfetta per Scrivere”. Do’ una gozzata del liquore. Mamma che botta.
Faccio un paio di giri a vuoto, alla terza richiesta d’informazioni acchiappo la via, solo che l’ho beccata all’incontrario così che devo ripercorrerla quasi tutta – non chiedete mai un indicazione a me, vi perdereste. La testa mi gira quel nocino è una bomba.
Davanti al portone del tipo ci sono tre gazzelle degli sbirri. Dopo un attimo si sentono urla e bestemmie, rumori di vetri rotti e quant’altro. L’unica luce accesa del palazzo si spenge, si sentono rumori per le scale, poi esce il gruppone. Davanti due sbirri, non hanno il cappello e il primo si tiene il naso cercando di tamponare il fiume di sangue che sgorga. Il secondo si tiene la bocca, poi mette una mano all’interno e ne cava un bell’incisivo. Dietro loro 4 sbirri in tenuta antisommossa, due di loro hanno il tipo ammanettato.
È a dorso nudo, i brandelli della maglietta gli pendono dai pantaloni, sul braccio destro un giglio tatuato, grosso quanto il suo braccio grosso.
La serata promette bene, hanno appena blindato il mio gancio e sono ospite della maga circa sdentata e ubriaca.
Ripiego in una birreria nei pressi.
Il barista è un tizio massiccio e accigliato, mi siedo sullo sgabello.
- una birra per favore
- la vuoi liscia o con un po’ di whisky
- mettici pure il whisky
- ok allora un taglio medio
- hai anche qualcosa da mangiare?
- solo patatine
- allora anche una patata
Il taglio medio ha la consistenza dell’olio multi viscoso da motori, va giù lentamente e torna su immediatamente.
Dietro al bancone ci sono delle foto raffiguranti uomini in costumi storici che si affrontano in una specie di spiaggia. Sullo sfondo non c’è il mare, ma la facciata di una chiesa. Il barista si accorge che guardo le foto ed inizia a parlare:
- non sei di Firenze
- no sono di Torino
- mica sarai gobbo?
- come?
- a strisce, per la Juve insomma
- no no, il calcio non mi piace.
Lui fa uhm, prende il grembiule che gli pende dai pantaloni e lo getta via, fa il giro del banco e mi viene incontro.
E ora che cazzo vuole
È dritto davanti a me, dice:
- alzati
Lo faccio
Troneggiando mi mette le mani sulle spalle, ci fissiamo, poi mi stringe.
Si sente un rumore strano, uno scricchiolio, non capisco cosa succede ma non mollo lo sguardo . Lui mi guarda e sorride dicendo:
- sei un pugile
- sì
Poi mi fa sentire ancora quel rumore. Sono i suoi denti che strusciano violentemente gli uni sugli altri.
Ora mi accompagna dietro al banco, spiegandomi per filo e per segno, partite, personaggi, risultati.
Prendo la mia agenda e inizio a Scrivere e a bere, non lo interrompo mai, lo fa lui quando mi spilla un altro taglio medio.
Alle tre di notte ho l’agenda piena di appunti e a forza di tagli medi mi sono ritagliato un posto nella storia di quel bar, infatti il barista mi dice:
- cazzo amico non ho mai visto nessuno bere come te. Questa la offro io. Levami una curiosità ma dove le metti tutta sta roba.
È vero non ho fatto una goccia, ho la vescica gonfia e dura come una palla da bowling.
Mi alzo a fatica, ad ogni scossone rischio di pisciarmi sotto. Il barista mi ferma:
- il bagno è rotto vai in strada
Torno al banco e finisco la mia birra,- piscerò dopo – pago, ringrazio e saluto.
Sono fuori, all’angolo della stessa strada di prima mi sono già perso, è tardi ma non riesco ad inquadrare l’ora, sotto il lampione la cerco più volte, faccio casino fra la lancetta dei minuti e quella delle ore, mi fisso che quella dei minuti è più minuta.
Mi ricordo che devo pisciare, al pensiero mi eccito e piscio sul posto, alzo gli occhi, un targhetta dice:
“il 4 novembre 1966 l’acqua d’Arno è arrivata a quest”altezza”.
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- dacci dentro Massimo.
Sono agli sgoccioli sul marciapiede opposto sento dei passi, sono un paio di ragazzi. Mi riabbottono e mi faccio loro incontro dicendo:
- sto cercando una piazza qua vicina, c’è una cattedrale e la statua di Dante
il tipo più basso fa all’altro:
- questo è proprio messo male, neanche sa’ dov’è P.za Santa Croce
- magari viene da fori, chiediglielo
- ma da’ in do’ tu vieni?
- da Torino
- allora sei un gobbo
- no no, sono solo per la juve
Il primo cazzotto mi raggiunge alla mascella levandomi il sorriso, faccio in tempo ad alzare le mani che sento il secondo allo stomaco. I tagli medi rimasti escono in fila indiana formando un unico fiotto di vomito. Questo li tiene lontani per un qualche secondo, intanto che dicono “ma che schifo guarda come c’ha ridotto sta faccia di culo”.
Si fanno ancora sotto, sono solo un po’ meno sbronzo di prima, tanto da capire che non devo prendere altri colpi alla testa . Sento lo stridio delle gomme. Le urla:
- CAZZO FATE STRONZI LEVATEVI DAI COGLIONI ALTRIMENTI VI AMMAZZO
Sono nelle mani del barista, poi nella sua macchina, mi sta parlando:
- ma che hai combinato? e cazzo volevano quelli?
- non ti offendere ma a Firenze non avete il senso dell’umorismo
Poi più nulla fino ad ora che sono seduto davanti al finestrone a Scrivere.

sabato 11 dicembre 2010

Due proposte e ringraziamenti

La parte non seminariale del corso si avvia a conclusione, e ho due proposte che riguardano la seconda parte del corso.

1. Lezione / incontro con Scaffai sulla narrativa. Qualche incontro fa ho chiesto a Scaffai se sarebbe stato disponibile a tenere una lezione di narrativa nella seconda parte del corso, e mi ha detto che sarebbe disponibile, ha anche accennato come tema agli scrittori postmoderni, che sarebbe utile, visto che non abbiamo trattato questo negli ultimi due anni e visti anche gli incontri con Saunders.

2. Un incontro di revisione testi reciproca. Credo che sarebbe utile fare un incontro in cui ognuno dei partecipanti porti le proprie annotazioni su alcuni racconti e poesie inviati dagli altri sul blog o per posta e ne discuta a tu per tu con gli autori. Credo che quasi tutti siano abbastanza “affamati” di feedback sul dettaglio della propria scrittura, da aggiungere alle (utili) lezioni sui metodi di (auto) critica. Sarebbe più efficace (nel senso semplicemente di uso del tempo) fare un pomeriggio con una serie di incontri a due invece di uno che legge a tutti e poi a turno sentire le osservazioni (che è come abbiamo fatto l’anno scorso). Non dico di fare sempre così, dico di provare una volta.

Infine vorrei ringraziare gli organizzatori di Semicerchio per la serie di incontri di quest’anno. Qualche amico a cui avevo detto “quest’anno rifaccio il corso di scrittura”, mi chiedeva perché rifare lo “stesso” corso. Credo di poter fare un corso in questa forma tipo 50 volte, e ad ogni incontro trovare gli stimoli per nuove idee, racconti, applicazioni e scrittura. Ricordando un po’ a caso, la lucidità di Cortellessa e la passione di Rondoni, la scrittura tersa di Dagmar Leupold (grazie Paolo Scotini), l’amore per lo scrivere di Marco Vichi, l’incontenibile energia di Elisa Biagini, la capacità comunicativa di Antonio Riccardi, e, lasts but not least, la didattica di Scaffai e Giusti.

mercoledì 1 dicembre 2010

Poesie di Leonardo Magnani

Di Leonardo Magnani


LE CONSISTENZE AVVILUPPANO PIANO


Le consistenze avviluppano piano
nel mio cammino sì poco sereno:
è una strada che dal bene al male
(o all'opposto) deborda nel sale
di campi incolti per il troppo sole,
pur senza limiti, senza parole.

Le consistenze del male e del bene
lente debordano e scrosciano e pèrdono,
forse perchè qualche Dio dissociato
sente che il mondo, l'intero Universo,
è troppo piccolo per starci dentro,
è troppo grande per fare il galante,
e lascia stridere le forze opposte,
come la morte fa degli esborsi
abbandonati a dibattere in vita.

Ora, suvvia, è dolce la stagione
da mettere insieme il pane con le ore;
ora, maledizione, si contorce il povero,
l'inetto d'amore... l'insetto vedovo
della ragione si ammala di cuore.

Ora, maledizione, erompe il ricco
di vita e di speranza come un picchio,
ma un picchio antisistema che conosce
la Balena e da costei è divorato;
ora, suvvia, è dolce la stagione
da mettere insieme il pane con le ore.




PAPPONI PICCOLI E NULLITA' PICCOLE


Papponi piccoli e nullità piccole
s'avvertono d'apprima quando, briciole,
a scuola con gli zaini s'accapigliano
e fuggono rincorsi in guardi vigili
di maestri sommersi dalle regole.
E i piccoli papponi sono mostri,
e prendono a pedate le femmine piangenti,
che sono pure loro dei maschietti;
perchè le nullità più grandicelle,
di pugni e calci molti dovran prendere,
financo dopo le scuole franate,
finite solo a voti contestati.
E i piccoli papponi, invece, al grido
di "fottiamo la nullità invadente",
siedono scranni e ne fanno la legge.

Ma dove cappero sono finito?
Qui non c'è modo di cambiare nulla:
il più forte divora il più debole
e nessuno muove un dito...
Davvero fatemi tornare in culla!



BUS PIENO/BUS VUOTO


Bus pieno di anime rotte,
migranti tra sbarre e segrete:
prigione è la terra d'Italia,
pericolo di greve malia.

Bus vuoto è diverso per loro,
politici alla "Bellemmeglio",
che il Paese sanno tradire...
...lo fanno con l'abito bello.

Bus vuoto per questa italiaccia
scordante l'antico tranello,
che fece partire i più umili,
rinati per altro castello.





IL TEMA DELLE FIERE


I bambini non stiano coi matti,
che poi si marchiano quali rabbiosi
cani d'abbandonare, pien di scatti,
o viscidi bambini ben boriosi.

Il mondo arresta solo chi più soffre
e non s'accorge che il male irrompe
da viscere olimpioniche e veleni
sensibili ai comandi, quelli veri.

E questo, il già narrato, è il tema delle fiere,
che ululano al vento delle condite sere,
e non sanno cos'altro raccontare.

E questo è il da narrare, la storia d'un divino redentore,
fuori di collera le antiche suore.
Saranno tutte genti i suoi cantieri.





SENTIRE TUO SENSIBILMENTE MIO
(a Caterina)


Sentire tuo sensibilmente mio,
nel trincerare di poetar gentile,
vischioso che consacri alla Via
il vivere contrario che è poi vile
tedio di meticoloso apparire
d'ombre subordinate al nostro vasto cuore.




OSSERVO LA MIA ISPIOTA
PER NON PRECIPITARE


Osservo la mia Ispiota per non precipitare,
per non precipitare, vedendo l'altra Italia,
sperando certo di poter contare
su un vero appartenere, se il resto è persa malia.

Osservo gli stradini, santi concittadini!
Asfaltano le strade originali;
muratori, braccianti e manovali,
tutti cresciamo in simili stivali.

Così io che mi colloco
tra un clown ed un guerriero
sento la differenza, contemplo il tempo intero...
Guitto di maschera vermiglia e bianca,
lotto col condor di piumaggio nero,
le ali fendenti un Cielo senza branda.

E osservo la mia Ispiota per non dimenticare.